Se ben ricordo

Sul fatto che la sinistra italiana ti avesse deluso siamo d’accordo. Sul fatto che tanta della tua vita abbia sofferto delusioni da parte di chi vedeva in te un credito di fiducia inesauribile, siamo d’accordo. E poco importa se ultimamente queste delusioni siano state umane e prima siano state ideologiche. Non ho mai capito, all’inizio, questo tuo bisogno di distruggere tutto quel che ti deludeva. Ma l’ho accettato. Come accettai il manifesto che scrivesti in onore di questo tuo periodo creativo in cui correvi in stazione con la macchinetta analogica lomografica al collo a scattare, senza sapere cosa. Aiutato solo dall’intuito e dalle tue “visioni”. Quel manifesto trasudava di un futurismo, di richiami ad un momento storico e ad un pensiero che hai sempre violentemente osteggiato. Passando anche sopra alle occasioni di lavoro in Polizia. Passando sopra anche alle risse ed alle denunce. Poi ho capito cosa c’era sotto. Esorcizzavi quella delusione. Oggi non riesci più ad esorcizzare. O forse non vuoi farlo. Senti colpe non tue, Dòme. E credo che tutto questo dipenda dal fatto che le delusioni oggi sono umane, troppo umane, perchè tu abbia la forza od il coraggio di esorcizzarle. Perchè non hai mai saputo conoscere violenza. Perchè – purtroppo, lasciatelo dire – non sei mai stato capace di anteporre te a tutti gli altri, a tutto il resto.
Oggi condivido qui una tua foto che mi entusiasmò, se non fosse per quel fascistissimo manifesto che qui ho l’obbligo di trascrivere, per non farti alcun torto “ideologico”. La stazione è un punto di partenza, di scalo, di sosta. A 35 anni non può essere un punto d’arrivo, lo sai! In stazione ci passano i treni. Le locomotive. Rimettersi in marcia sarà possibile. Un giorno, fidati, molto presto!

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Io sono la pannellazione che racconta la corsa, la luce che impressiona per quanto va veloce… e se passo sono già andata e non puoi rincorrermi. Sono il fotogramma che segue il precedente e quasi precede il successivo. Sono le immagini troppo veloci perchè l’occhio le colga. Così le lascio spaventate su una lastra. Atterrite. Poco importa se confuse, a tratti spezzate, a volte ripetute. Sono vere. Non conoscono codici binari ma solo l’acciaio duro delle parallele che guidano il treno. Quelli che mordo sono i soli binari che io conosca. Sono il treno. La locomotiva. E deraglio e strido e gracchio contro il rumore finto ed il pannello digitale. Prova a prendermi!

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