Archivio mensile:aprile 2015

Radio Quindinononvatuttobene – Domani, domani, domani… esercizi di pazienza… esercizi di profonda introspezione… esercizi d’amore…

Whishlist

La stagione dei vorrei… ecco cosa vorrei… una stagione dei vorrei dove scrivere una wishlist emozionale e scriverci sopra i miei desideri senza sapere e senza chiedere quando andranno in promozione e quando potrò acquistarli a prezzo facilitato. Vorrei essere libero il mese prossimo, a quest’ora, in questo giorno, di poter parlare a telefono anche ad orari non concordati. Vorrebbe dire che sono guarito. E’ quello il momento in cui mi diranno se potrò o non potrò. E poi vorrei aver già fatto un viaggio di un giorno, anche solo di cinque ore…
E poi vorrei ricevere domattina, appena sveglio, un buongiorno bello, che non asfissi, che non venga da me… perchè a volte è così triste, seppur bellissimo, dimostrare amore con tutto quel che si può usare per impastare quell’amore… magari poco ma tutto dal cuore… ed essere sempre il primo, il primo a fare quel passo!
Vorrei… ma non smetterò di aspettare paziente. Solo, credetemi… sarebbe bellissimo!

E “siccome che” dopodomani si apre… io voglio mettere una canzone che mi ricordi che pensavo a te in ogni momento… dritto o storto, sempre!

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Le palle Bonus, la vita, le occasioni, le vite…

Capita di guardarsi indietro. Quante occasioni ci regala la vita? Tante. E abbiamo il benedetto vizio sempre di considerarle infinite. No, manco per il cazzo. Esattamente come nei videogiochi i tentativi sono limitati. Acquistiamo alla nascita un gettone e durante il corso della partita accumuliamo vite bonus o perdiamo vite di default. I videogiochi antichi (coin op) erano tarati sulle tre palle, i tre tentativi. Double Dragon ne aveva due ma lunghe… tipo che per farti male ce ne mettevi!
Poi dovevi fare la continua… cioè il sistema di permetteva di inserire entro dieci secondi una nuova monetina e ricominciare da dove eri morto con altre tre vite di default. Le vite all’epoca mia si chiamavano palle… perchè eri ancora tutto ingolfato negli anni ’70 – ’80 e quindi ragionavi in termini di pinball (che alle nostre latitudini si chiamava flipper) e lì i tentativi erano fisicamente rappresentati dalle palle argentate.

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Io oggi (qualche giorno fa in realtà perchè questo è un post ucronico, perchè ho ripreso con le ucronie, perchè sono settimane un poco sbattute di lavori e preparativi e quindi non ho sempre la possibilità di aggiornare Live i post più lunghi) io oggi scendendo di casa ho pestato senza accorgermene un brick di cartone di quelli dei succhi di frutta. Un brick senza cannuccia. Sono quei gesti che fai dicendo… “Massì che cazzo vuoi che mi succeda?!”. E invece ti capita che il lato del forellino per la cannuccia, se come ho fatto io pesti il brick col piede destro, sia a sinistra. Perfettamente direzionato contro la tua, di caviglia sinistra. Tra i 360 possibili gradi, il più giusto. A cercare di farcela altre cento volte… tutti fallimenti.
Vabbè… ma perchè in terra dovrebbe mai esserci un brick pieno? Te lo chiedi, è lecito chiederselo. Che cazzo lasci a fare un brick da 20 cl di succo di mela per terra? Appena aperto? Non ha senso… a meno che il destino non ti stia simpaticamente comunicando qualcosa. Il brick era pieno. Mi sono annaffiato la scarpa ed il pantalone. Qualcuno sorridendo mi ha urlato “Tu c’hai addosso il malocchio!”. Io lo so che ho addosso il malocchio… forse non è il caso di dirmelo ogni 3×2 ma va bene uguale.

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Questa piccola umana sciagura, rapportata ad un evento di proporzioni catastrofiche che ha investito la mia vita recente, ossia la scoperta che una postazione di lavoro da me molto frequentata per mesi nell’anno passato era potenzialmente senza tante virgolette una vera e propria sedia elettrica che attendeva solo il consenso per trasformarmi in un cerino acceso e poi spento, mi ha convinto del fatto che fino all’anno passato io debba aver attinto a piene mani da questo cestino delle palle, dei bonus, delle vite. Tipo… non sono saltato per aria nè mi hanno trovato bruciato e croccante a giocare con le mani nell’acqua…
Questa affermazione fa il paio con un altro curioso evento avvenuto attorno al 2010… un evento che assieme al cedimento fisico del mio organismo rispetto ad un caro amico come l’alcool, mi ha convinto che è davvero bene che io resti fermo sulle ultime quantità di liquido da bicchiere non assimilabile all’H20 e non cerchi di forzare il destino. Correva l’anno 2010, tipo… febbraio/marzo. Di ritorno da una serata nemmeno distruttiva di metà settimana mi accorgo di avere in corpo qualcosa come due bottiglie di campari… o una di campari ed una di padre peppe. Già bevute, non sigillate. Io mi sarei tolto la patente anche a piedi… scatta il posto di blocco dei carabinieri. Alcool test ben in evidenza. Io mi dico simpaticamente: “Ecco nessuno se n’era mai accorto adesso spiegalo tu a mamma e papà che sei un beone!”. E invece il carabiniere che interagisce con me è gentilissimo… controlla i miei documenti, habla con migo, mi fissa, chiacchiera sulla serata e sulle condizioni meteo… mi restituisce i documenti e mi dice anche “Buonanotte signore grazie per la collaborazione, gentilissimo!”. E io lì a gridarmi “Hai sentito bene, ingrana la marcia saluta con cordialità e metti la freccia… poi dritto a casa con calma olimpica e da domani non bevi più!”. Perchè na roba del genere i bonus li prosciuga.

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Ho la netta sensazione di aver esaurito le palle bonus in tutto ormai. Ho la netta paura di sbagliare ancora… e non avere più palle bonus da sprecare. E’ per questo che ultimamente sono ansioso, spesso me ne vado in palla, spesso me ne vado in panico… spesso, al solo sferragliar di rotaia lontana prevedo il deragliamento di un Italo intero nel mio deretano. Perchè la vita non da continue, belli miei. Non hai gettoni di riserva. Mamma e Papà ti hanno dato quella duecento lire e se vuoi giocare fattela bastare. Per cui eccomi a chiedervi un consiglio… per riaccumulare bonus… e riguadagnarmi il diritto a sbagliare… come si fa?

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Radio Quindinononvatuttobene – Allora ci sono delle cose che io vorrei e delle cose che non vorrei…

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Oggi vorrei tanto avere attorno mamma e bambini ed essere io con loro… ma tra qualche tempo. Vorrei avere un dolby surround funzionante (ce l’ho) della Bose con gli amplificatorini di design tutti intorno. Poi vorrei nello stereo il CD Greatest Hits 1 dei Queen. Poi vorrei farlo partire. Vorrei mettere su la traccia 1 di quel CD… Bohemian Rapsody. E vorrei che tutti partecipassimo al video senza cineprese di noi tutti che suoniamo quella canzone e la cantiamo… e uno fa la air drum, uno l’air guitar, uno l’air bass… l’air piano… e c’è chi canta. Lei possibilmente. E fa le mossettine… e tutti ci divertiamo. Perchè lo so che sarebbe bellissimo. E poi vorrei non essere troppo stanco e riuscire a convincere lei a tornare dopo aver messo a letto i bambini… a tornare da me… a fare l’amore… e poi guardare l’incontro che ci sarà nella notte tra sabato e domenica su DeeJayTV (9dgt-145Sky) l’incontro del secolo… attualmente… quello tra Mayweather e Paquaio.
E vederla lì con me che si appassiona, che tifa… anche contro… visto che ci divide pure il calcio… che io una interista non l’ho mai avuta accanto… che le ho avute solo juventine o peggio… di quelle che dicono “A me del calcio non frega nulla” e poi scoprire che ha un passato da juventina, una famiglia juventina… una qualche passione juventina…
E guardare assieme quell’incontro e dopo, sfiniti, perchè avrò pure lavorato quella sera… avrò aperto e inaugurato la stagione 2015 del locale… andare a letto e darci la buonanotte con un bacio.

Ma lo so che ho detto che accetterei che fosse questo, ma tra qualche tempo… e quindi non succederà. Ma vorrei vivere nell’illusione di un altro incontro del secolo tra qualche mese… O di qualsiasi altra cosa si attenda con ansia, mi coinvolga… tra qualche tempo… e viverla assieme. Dopo aver suonato questo pezzo sull’air stage. Ed esserci abbracciati… e divertiti… e riempiti d’amore.

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Perchè per me amore è questo… molto più di mille pubblicità della Mulino Bianco… quelle che ti tolgono il fiato per quanto asfissiano!

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Milf, mature dottoresse avvenenti e professioniste con estrema fame di sesso non esistono nella vita reale… memorandum 1

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Allora: scriversi “Il gessista è gay!” sul gesso che ti fascia da metà avambraccio fino a tutte le nocche non è tecnicamente la scelta più opportuna da fare quando hai una complicata – quand’anche risibile… e non so come i due aggettivi stiano bene assieme – frattura al settore V del metacarpo. Non è tecnicamente la scelta migliore per decorare il tuo gesso se andrai a toglierlo dopo 30 giorni dall’applicazione – perchè il gesso quando te lo mettono ti scrivono “applicazione di gg. x” dove x è il numero di giorni – soprattutto se ti è stato specificamente comunicato che “non è assolutamente garantito che una volta tolto il gesso non ci sia dolore nella parte interessata… perchè, si sa, il metacarpo è una delle zone più innervate del corpo”. Il cit. di cui sopra è dell’ortopedica più bella che io conosca, che abbia mai conosciuto. Purtroppo la mia storia d’amore – assolutamente non ricambiata che io sappia – è durata a contatto il tempo di una complicata applicazione di gesso. Platonicamente ho continuato a sognare di lei per qualcosa come tre mesi. Non ricambiato, che io sappia. Tuttora mi capita di svegliarmi e sognarla. Ancora. Again and again. Congelata in quella che era la sua bellezza quarantenne dell’epoca. Probabilmente, ormai quasi cinquantenne, sarà sfiorita. La memoria ha il prodigio di mantenere tutti congelati. E se belli, belli!

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Come mi ero rotto quell’osso è presto detto. Era stata una devastante serata alcolica di quel maledetto 2007… che tante ne ha portate nella mia vita di robe non proprio diritte. C’era una persona a me molto, mai troppo, cara che stava malissimo. E qualcuno, in quella serata alcolica, decise immotivatamente di cominciare a parlarne male. Io, che ero alcolico un po’ troppo, un po’ troppo alcolico, comunicai più di una volta che la misura era colma. Mi portarono fuori della stanza dove eravamo per evitare il contatto con quella persona che continuava a non voler smettere di parlare. Provarono a farmi ragionare e ragionai. Poi il deficiente uscì… e continuò. In un impeto di lucidissima chiarezza mi ripetei: “Domenico, questo sta sotto cura psichiatrica… lascialo stare, perdona, passaci su… questo sta peggio di te…”. Poi una parola di troppo attivò il tasto ES. Una parola di troppo stuzzicò la tigre che se ne sta buona buona nella penombra e osserva e ruggisce. Quel giorno ruggì parole chiare… complice l’alcool che, ormai è chiaro, mi fa emergere la tigre e fa fumare il drago così tanto che non riesce ad opporre propria resistenza alle intemperanze feline. “Perchè cazzo stai sempre a giustificare tutti? Quella è troia cocoainomane, quello è pazzo, quello sta peggio di te… ‘fanculo… fallo vedere per una buona volta chi sei… mordi…”. Questa storia del Mordi poi ve la spiego! Niente… mi avvicinai sorridendo. Sorrisi a bella posta. Sorrido sempre quando decido che devo menare, quando la misura è colma. Non perchè sono un vigliacco ma perchè in quei momenti, non so perchè, quel che adoro e mi carica e mi fa stare bene non è tanto tirare un cazzotto ma vedere la faccia stupita di chi se lo prende. Io so bene che c’è gente che legge di nascosto questo blog che adesso dirà “ho paura di quel che hai confessato non mi aspettavo questo risvolto”… ma io sono fatto così e non ha senso confessarsi diversamente. Niente… sorrisi, sorrisi di gusto. Tutti si scansarono. Pensarono tutti “Pace fatta…”. E partì il pugno. A sentire la dottoressa il giorno dopo, in sala gessi… ed a sentire il medico del pronto soccorso… per fortuna decisi che non lo avrei colpito in faccia ma che avrei schiantato il pugno a pochi centimetri dalla sua faccia, di lato, accanto alla tempia. Mal me ne incolse… c’era il muro di intonaco, pietrta, cemento. Fu uno schianto sordo. La faccia del tipo si stravolse in un’espressione inebetita, scioccata. I due amici lì vicino mi saltarono addosso e mi strinsero per portarmi via. Io sospirai: “Tutto ok… adesso non lo fa più…”. Non mi resi conto che avevo la mano rotta. In effetti quello la smise. E non ne parlammo nemmeno noi, più. E io non sentii subito il dolore. La sambuca, l’assenzio, la grappa stavano anestetizzando tutto. Cominciai a sentire che qualcosa non andava alle 4 di notte, quando cercando di prendere dalla tasca posteriore l’accendino… mi accorsi che avevo la mano gonfia e che non riuscivo a compiere il movimento giusto di torsione. “Cazzo fa male…”. Uno dei miei amici presenti si offrì il giorno dopo di accompagnarmi in ospedale.

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Referto alle 15:10 del pomeriggio: frattura… 30 gg di applicazione. “Hai tirato un pugno al muro, vero?” – “Sì” parlavo con il medico del pronto soccorso, che conoscevo perchè siamo della stessa cittadina. “Domè… che cazzo fai, tiri pugni ai muri? Il muro è stato più forte…” – “Oggi sì” e come sapete, l’idiozia di quella espressione mi fu subito chiara.
Quando fui in sala gessi cominciai a bestemmiare mentre il gessista cominciava a prepararmi per l’applicazione. Manipolva la mia mano senza alcuna cautela o grazia. Girava, rigirava…  mi faceva male. Ricordo bene di aver grugnito un “Mi rompo l’altra mano ma ti sfondo se continui così…”. Lui capì che non mentivo, che stavo soffrendo. Chiamò la dottoressa ad aiutarlo. Entrò lei. Un profumo dolcissimo Era bella, bella davero – e non eravamo in via dei pazzi numero zero – mora, capello leggermente mosso portato con enorme eleganza, il camice bianco, un foulard che le avvolgeva il collo pur se d’aprile… ed un trucco delicatissimo. Mi prese la mano nemmeno fosse stata una madonnina. Sentii un contatto caldissimo, quasi terapeutico. Si era sfregata le mani manco mi stesse per fare un massagio. Poi delicatamente cominciò a chiamarmi Gioia… e che bello era sentire quel Gioia ripetuto con delicatezza, per mettermi a posto. Io la guardai cercando di trovare dentro tutto il coraggio che avevo, volevo fare bella figura. Le dissi “Faccia dottoressa, lei può farmi davvero tutto…”. Mi resi conto solo allora dell’equivocità di quella espressione. Mi sollevai la polo verde militare che indossavo e strinsi in bocca il lembo inferiore. Soffrivo da cani ma stavo fermo. La lasciavo fare con quella tenerezza comprensiva e quella comprensione dolcissima farcita di “Gioia mia” e simili. Dieci minuti di sofferenze atroci e splendide sensazioni di innamoramento. Quanto avrei pagato perchè in quel momento lei non avesse una fede al dito. E invece niente. Fu lei a dirmi, poco dopo: “Tesoro mio ascoltami… tu hai tirato un pugno praticamente perfetto visto dove ti sei rotto… ma con quella energia se colpivi una faccia… tu quello lo uccidevi…”. Come a dirmi di stare attento con le mani la prossima volta. Annuii con la faccia seria… la divoravo con lo sguardo.

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Non l’ho più vista. Tornai per togliere il gesso. Speravo ci fosse lei. Entrai in sala gessi baldanzoso: frattura rientrata, togliamo. Lo toglie lei. Avevo portato tre rose in un mazzetto. Erano per lei. Ero convinto me lo avrebbe tolto lei. Invece… invece trovo il gessista di un mese prima… e non lei. Entro. Chiedo della dottoressa. Chedo espressamente di lei. “Torna la settimana prossima.”. Faccio il pari e dispari “Vabbè allora lo tolgo la prossima settimana…”. Eh no, bello mio fatta la radiografia non potevo uscire ancora col gesso. E il gessista si accanì su di me per quella scritta. Ed io maledissi con veemenza la stronza cocainomane che due settimane prima, dopo una serata ed una nottata oscena, aveva deciso di vergare sul mio gesso, all’altezza delle vene, la frase “Il gessista è gay!”. E io non ho più rivisto la splendida ortopedica. Credetemi… non ho più tirato un pugno ad un muro, non come quello lì. Perchè non ho più nemmeno la consolazione di ritrovare lei a chiamarmi Gioia, a manipolarmi dolcemente la mano… a dirmi ancora che devo stare attento a come tiro i pugni. E giuro che in questi giorni vorrei farlo ad ogni ora… ma lei non c’è… non ci sarebbe… e non c’è più nemmeno chi ti sta accanto giorno dopo giorno… perchè sembra così lontano, così distante… e basta, oggi basta!

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Radio – Quindinononvatuttobene – E niente sicuramente qualcuno avrà regalato il suo commento ma…

…io adesso mentre programmo il post non so ancora se avrò ricevuto anche oltre ai commenti un sms o simili da chi mi inviò e di tanto in tanto qui passa a leggere. Ora sto programmando… se è successo io vi scrivo sotto prima che questo post esca ma dopo che l’avrò programmato un SI SI SI SI SI…

Ma non lo so… vedremo…
… anche perchè io l’ho sempre detto… la mia memoria è un metro di paragone errato. Non è mai valido tarare le aspettative della memoria altrui su quelle di un elefante. Il gioco non vale!

Io, però, ci spero… sai quanto cellophane si toglierebbe?!
Carmen Consoli Bambina Impertinente Stato di Necessità

SI SI SI SI SI… Arrivato!

Ah si per la cronaca conosco solo uno sbirro della narcotici che vorrei essere… ed è il classico Stronzo… non uno stronzomerdone qualsiasi. Certo che fa una brutta bruttissima fine ma…
… ma sì lui mi piace! Gary Oldman in Leon di Luc Besson

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Io che quella sera nemmeno ci volevo venire con te…

Sei al bancone di marmo nero del bar. Sei al bancone in muratura… contro le ginocchia senti il freddo spigoloso degli innesti in legno. Il cosmopolitan nella coppa martini, di fronte a te, ti occhieggia violetto. C’è quella fetta di lime accomodata con esperienza sul bordo del bicchiere che ti guarda dicendoti “Beh… e io qui che ci sto a fare se non mi mangi?”. Ma, dentro, Michele sente solo che non c’è nulla di giusto. Non c’è nulla di giusto in quel bicchiere – il terzo ormai – non c’è nulla di giusto nell’ora scoccata sul terzo bicchiere – le 21:40 – non c’è nulla di giusto nella compagnia della serata – un Vito Zucchio ormai lanciatissimo nel ruolo di traghettatore di ragazzine che pretendono di essere allegre. Giorgino sente distintamente qualcosa arpionargli la cintura, i pollici di qualcuno che si infilano al lato delle anche e afferrano il cuoio della cinta. Una scossa energica, indietro, poi avanti, poi di nuovo indietro con più forza. Il violino del liquido deborda, scivola fuori, scola sulla camicia, proprio dove il northsail appena allacciato con la cerniera tenuta a metà scopre la stoffa lì sotto. “Eh cazzo no! Vito!”. Ma c’è poco da fare. Per le risatine da selvaggina delle due o tre sedicenni che si accalcano dietro l’improbabile anchorman della serata, Vito Zucchio è lì che mima un’accoppiamento in sodomizia, condendo il tutto con un urletto quasi frocio che pare un grido di battaglia. “Gulash!”. Non è una ordinazione… no, qui in questo bar centrale, che passerebbe per essere chic se non fosse per la qualità dei preserata che propone e per la scarsa propensione di praticare una seria selezione all’ingresso, non si serve il piatto tipico ungherese. No, Zucchio sta solo imprecando rispetto al quarto posteriore del povero Giorgino, che ormai puzza di vodka e cointreau ed ha una macchia invereconda viola sul bianco spigato della camicia – tono su tono Carlo Pignatelli. “Ooooh cazzo! E basta Vito… La camicia…”. Arriva uno scappellotto, una manata non proprio energica ma fastidiosissima sulla nuca: “Finiscila Michè, eddai… mamma come siamo gelosi stasera!”. E arriva anche un pizzico alla chiappa destra. Mani diverse, non ruvide dita callose, di quelle che nemmeno il tessuto denim del jeans riesce a dissimulare. Dita affusolate, piccole. “Ma che cazz…” e Michele si volta giusto in tempo per ritrovarsi di fronte gli occhi da pseudocerbiatta di tale Vanessa o come cazzo si chiama lei, ossigenatura bionda con una ricrescita accennata sul castano scuro a mezzo centimetro di lunghezza, troppo mascara messo male ed un glossygloss sulle labbra, sui toni del rosa pastello, con decisamente troppi sbrilluccichi. “Oh, vedi?! Ora non ti lamenti!”. No, Michele non si lamenta, inutilmente prova solo a fulminare il suo improbabile compagno di serata… maledicendosi per quel sì pronunciato con troppa, troppa incoscienza.

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Michele prende quel che è rimasto del suo cosmopolitan. “Forse è il caso di andarci a sedere… dove non puoi fare danni… anche perchè tra un po’…” sottintendendo che forse tra un po’ è anche ora di tornare a casa, quantomeno per sè stesso…
La risposta di Zucchio è di quelle da gelare le vene ai polsi. “Sì, che tra un po’ mi accompagni un momento da un’amica… non sai? C’abbiamo un appuntamento con Natasha, che è argentina ed è bagascia…” e giù una risata fortissima mentre prende sottobraccio due delle tre ragazzine che si accalcavano al bancone con un “Ci porti un giro intero? Che intanto noi andiamo al cesso…” e di nuovo lo sguaiato risolino. Tutti si dirigono al tavolo. Tutte lasciano le pochette sui divanetti. Tutti, meno Vito che porge la mano nemmeno stesse invintando il povero Michele ad un ballo. “Vieni cara – con un’inutile accentazione della vocale finale – andiamo al bagno, su…” e senza aspettare acchiappa il polso del ragazzo seduto e lo tira con energia rischiando di slogarglielo, staccandogli la mano. Per il guardaroba di Michele è finita. Pure per il tubino della signorina Vanessa, che sta lì di fronte. Zucchio e le superfici d’appoggio non vanno d’accordo. Zucchio e le coppe martini, con la loro eleganza dal gambo sottile, non vanno d’accordo. Zucchio ed i liquidi e tutta l’idrodinamica non vanno d’accordo. Il ginocchio di Michele impatta sotto il tavolino, regala una oscillazione ondulatoria al bicchiere che prima va indietro, sgocciola fuori del liquido che gli si impasta sul pacco per poi ritornare indietro – muoversi in avanti, pardon – e deborda dall’altra parte inondando il tavolo e scivolando sulla gonna del tubino. Poi il bicchiere cade. La coppa si sfascia. Vetri e gocce violino dappertutto. Frittata. La fettina del lime resta lì, immobile, di fronte a tanto strazio.

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“Eeeeeh… cazzo!” – “Eddai che non è niente tutt’e due, dai… forza, tutti al cesso!”.
Sono questi i momenti in cui il pari e dispari con la vita dovrebbe chiamare a scelte coraggiose. Per dire: è vero, rischi di sputtanarti una pessima scusa e confessare una pessima serata. Rischi di firmare in calce ad una requisitoria che suona come un “Sì non sopporto più le serate a casa tua, sei la donna che amo, sarai la madre di mio figlio ma… cazzo… un uomo ogni tanto ha diritto anche ad un momento di evasione”. Ma, almeno, e non è di secondaria importanza, almeno sei lì a dimostrare che nella merda non ci vuoi finire. Che va bene stare alla larga da suocera e futura moglie… ma non hai nessuna voglia che la futura diventi una ex futura moglie. Questi momenti non si ripresentano in eterno. Questi momenti andrebbero colti al volo. Non tutti lo fanno. Michele in quel momento ha la lucidità di dirsi: “Ora o mai più… questi passi te li ricorderai per tutta la vita, forse…”. Eppure non si oppone al destino crudele. Cincischia qualcosa provando a voltarsi verso Zucchio, giusto in tempo per vedere una pedata che corre a stamparsi “nel fondo dei suoi calzoni”.
“Zitto e muoviti che devo cacare…”. Proteste inutili mentre dietro di lui il suo accompagnatore designato nel mondo del vizio e le due ragazzette minorenni al seguito formano un insormontabile pacchetto di mischia che rende impraticabile il corridoio stretto tra i bagni del locale e la saletta interna dei divanetti. “Ma che cazzo vuoi da noi se devi cacare, Vito?!”, cercando di coinvolgere anche le due nel protestare per non partecipare ad un rito che dovrebbe essere il più privato possibile. “Zitti stronzi, zitti tutti… al cesso ho bisogno di compagnia!”. Ed in men che non si dica sono tutti pressati, a doppia coppia, nel cubicolo del gabinetto del locale, com’è ovvio nella ritirata delle signore. “Ma che cazzo vuoi da me?” e mentre le due fanno partire un coretto da stadio “Vito, Vito, Vito…”, il tanto invocato Mr. Zucchio fa scendere il jeans con una volgarità incredibile portandosi dietro lo slip bianco con l’elastico arricciato e nudo dalla cintola in giù si volge verso gli astanti porgendo le mani a Michele Giorgino: “Tienimi forte, che senò non riesco a cacare bene… non riesco a sforzarmi… finisce che mi poggio al cesso e m’impesto di candida e sifilide…”. Come se certe malattie veneree non le rischiasse ogni giorno… viste le amiche da post-preserata che frequenta! Le due stronze, invece, dopo un commento sulla “brasciola” di Vito, prendono ad incipriarsi il naso con quella che ha tutta l’aria di non essere tecnicamente vanillina. Nemmeno zucchero a velo…

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Mentre i gridolini d’incoraggiamento a quell’uomo accartocciato in sospensione continuano, una porta sbatte contro il muro. E’ la porta d’ingresso alla ritirata femminile. Un urlo. Uno solo. “Vanessa!”. Michele legge il terrore sul volto delle due ragazzine. Michele vede stampata una incosciente risata sul volto di Vito Zucchio. Michele sente perfettamente il plof del pacco fecale di Vito Zucchio che si accomoda nel cesso. Michele legge l’espressione di incomprensibile rilassatezza sul volto del suo “amico”. “Vanessa!” di nuovo l’urlo che racconta di faroge dilatate per rabbia di quello che quasi sicuramente dev’essere il padre della titolare di quel nome improbabile a tali latitudini. Michele rilegge il terrore sul volto delle ragazzine, oltre alle generose spolverate di polvere bianca sui tubini neri e maledice gli sbuffi della tensione, quelli che portano ad espirare di colpo piuttosto che inspirare. Michele si rende conto che restare lì a guardarsi da fuori, come un fantasma in condizione di premorte farebbe, non lo aiuterà affatto. Sussurra inferocito un “E adesso che cazzo facciamo?” ma Vito Zucchio continua a sorridere inebetito – forse anche un po’ spaventato – e ghigna imbarazzato senza sapere cosa rispondere.

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Radio Quindinononvatuttobene – Io non ho plastiche, io odio la plastica… anche se non sono un “ambientalistacrociatodelcazzo”

Attenzione… la persona di cui si parla in questo post non ha nulla a che fare con la persona di cui si parla nel post precedente, quello di stamattina. Lo so… ci deve essere qualcosa con la musica da discoteca… ma sono donne diverse, periodi diversi, robe diverse…

Questa canzone io l’ascoltavo a manetta nel periodo del 1996… anzi uscì allora ma io allora ascoltavo i Rancid, gli Iron Maiden, gli AcDc… nel 1997 passai ai Korn, ai Deftones e alla “musica particolare” italiana. Oh, ero un pischelletto all’epoca. Ero molto “anni ’90” come ama dire qualcuno. Coi capelli anni ’90 e le polo anni ’90. E i Jeans anni ’90. E quindi niente scoprii Carmen Consoli. Tecnicamente avevo già ciulato… però poi quella storia estiva finì e io mi fidanzai con una persona… e niente per tre anni… e poi ci lasciammo per tre settimane perchè io mi ero invaghito di un’altra (ma questo non glielo dissi… solo fermai tutto prima che fosse troppo tardi) e poi dopo queste tre settimane, quando capii che con quest’altra non POTEVA mai e poi mai funzionare… perchè tipo era una trucidissima di Bitonto che aveva un po’ troppa testa calda e un po’ troppa poca stima di se… tornai all’ovile. Ma da diciottenne tornai all’ovile pronto ad un’altro enorme periodo di astinenza… perchè sapevo sarei tornato con quella di prima. Perchè l’amavo.

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Ma siccome era primavera quelle tre settimane di cui sopra… e a primavera siamo tutti propensi a considerare innamoramento qualsiasi tempesta ormonale… tipo che te ne accorgi che è tutta una cazzata se quando pensi intensamente al tuo oggetto del desiderio e per caso capiti su youporn e ti diverti da solo poi dopo già non ci stai più pensando (ma allora youporn non c’era non c’era nemmeno internet veloce…)… siccome era primavera io pensavo alla trucidona di cui sopra e sparivano tutte le mie perplessità… ed ascoltavo questa canzone.

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Poi non l’ho ascoltata più… perchè ho capito che al massimo, rispetto a quella che si fingeva impegnata alternativa pastricciona tutta lei e invece era una trucidazza di Bitonto che aveva semplicemente inciampato nel frequentare un liceo barese e si era ritrovata senza volerlo ad uscire un minimo dalla sua grettitudine, a lei al massimo dovevi dedicare “Scatman’s world” delle giostre. E quindi amore di plastica è finita in soffitta. E ne è uscita per un caso del destino ora mentre stavo cercando un’altra canzone della Consoli… che descrive una cosa zozzissima con una passione incredibile roba di fiati per dire e per fare… ma non mi ricordo il titolo e voglio che sia un instant… e voglio che chiunque legga con un commento, con un whatsapp, con un sms… mi mandi quel titolo appena ha letto. Perchè a parte il testo è una canzone che mi regala una emozione incredibile ogni volta… perchè ricordo che qualcuno me la inviò! Ed io ci rimasi di sasso… ma poi sorrisi… e mi sentii felice… come vorrei tanto adesso, giuro!

Vabbè per mo vi beccate Amore di Plastica!

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Nella speranza di non scoprirmi nei prossimi giorni avvolto nel cellophane… perchè vi assicuro è una sensazione orribile… manca l’aria… si finisce a fare la fine di Laura Palmer… e io non sono così bella… al massimo nel cellophane avvolti nei parcheggi, morti sparati, ci finiscono gli sbirri della narcotici – come mi definisce qualcuno. Ma io non sono uno sbirro della narcotici… e se tu vuoi questa plastica va via! Già il titolo di quell’altra canzone della consoli che parla di fiati per dire e per fare aiuterebbe! Would yuo help, please?

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… e ci sono le storie allucinanti che ti sono capitate e tu ti chiedi come mai non riesci mai ad essere così pazzo come gli altri… e ti senti già troppo in colpa per come sei…

Tipo che io vi ho detto che nel lontano 2007 io ne ho davvero combinate di tutti i colori.
Tipo essermi spaccato la mano contro un muro per non malmenare in piena faccia uno che obiettivamente un cazzotto se lo meritava. E ho colpito il muro e mi sono spezzato la mano per non fare del male a lui… che se le stava chiamando dalle mani le mazzate.
Oppure, tipo essermi lasciato alle spalle una serie di macerie emozionali buttando all’epoca all’aria quella che poteva diventare una bella storia d’amore solo perchè non avevo il coraggio di lasciare una con cui stavo – in una relazione così liquida da affogarci dentro… ed affogarci male.
Oppure tipo aver cercato di cominciare a provarci con una dottoressa che aveva avuto semplicemente la colpa di essere stata tremendamente gentile con me… solo perchè in un paio di occasioni mi ero trovato di fronte sue coetanee assolutamente disponibilissime a lasciarmici provare… deviando quindi la mia percezione di ventottenne molto suscettibile a tutti i temi come quello delle milf… senza considerare che il mondo è bello perchè vario e quindi ci sono zozzone di 40 zozzone di 50 zozzone di 20 ma non è che poi tutte sono zozzone.

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Oppure di aver cercato io di redimere dalla cafonaggine, dalle pasticche, dalla coca e dalla tecnominimal – oltre che dalle pessime frequentazioni – una ragazza di ventun’anni che lavorava in un posto che tanto e tanto frequentavo ma lei, niente… preferì cercare di coinvolgere me in una storia di tossicodipendenza da polverine e pasticche le più varie e non ci riuscì nemmeno mettendomi in situazioni eroticissime ed al limite del codice penale se ci fosse stata ancora la buoncostume… anzi riuscì a convincermi che era meglio lasciar perdere e niente… non ci frequentammo più… ma era bellissima, credetemi. Bellissima.

Non farò il nome di questa ragazza, non fornirò dettagli sul luogo comune dove ci vedevamo… non dirò nulla sulla sua cittadina d’origine che non era la mia. Sì, le storie più sghembe e zozze sempre lontano da casa le ho vissute. La conobbi sul suo posto di lavoro… e la conobbi e mi colpì per il suo caschetto scalato e per il colore allucinante dei suoi capelli. Ma ancor di più per la trucida battuta in dialetto che rivolse al suo titolare mentre lui la sgridava simpaticamente per una dimenticanza. Credetti che doveva essere mia. Mi mandava fuori di testa. Era bellissima, lineamenti davvero delicati, un viso dolcissimo, splendidi occhi. Il problema era la sua voglia allucinante di frequentare solo e soltanto Rave Party. Il problema era la sua fissazione univoca per la musica minimal. Il problema era che mi fu chiaro da subito… dal via vai dal bagno che faceva… che aveva un qualche problema con certe sostanze molto karasho. E niente. Le chiesi se voleva uscire con me quando mi fu chiaro che si era appena mollata col suo ragazzo e suo spacciatore di fiducia. Le chiesi se voleva uscire con me pensando che sarei riuscito ad essere anche la ragione per cui pian piano avrebbe smesso. Ero un ingenuo, inguaribilmente innamorato. Non avevo capito un cazzo. Ed il bello è che all’epoca ero già invischiato in una storia che non mi piaceva per niente… una storia che entrambi definivamo liquida ma che era una sabbia mobile per quanto nessuno di noi due riuscisse ad uscirne pur avendo mille ragioni per farlo… e mille stimoli… e mille funi di sicurezza lanciate.

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Lei accettò subito. Ci vedemmo la sera stessa. Andammo a bere e mangiare. Ci divertimmo tantissimo. Ci spaccammo da pazzi. Ci baciammo da pazzi sul tavolo di quel locale, lei seduta io in piedi tra le sue gambe, tra i suoi short. Uscimmo dal locale. Lei però era appena andata in bagno. Io avevo il gesso alla mano. Lei mi disse che avrebbe guidato. Guidò fin fuori paese. Guidò fino al parcheggio di un centro commerciale fuori città, fuori dalla mia e dalla sua città. Lontano. Guidò fino lì. Parcheggiò al centro del parcheggio vuoto. Scese dalla macchina intimandomi di fare lo stesso. “Cazzo vuole questa?!” ingenuo, io, coi miei ventott’anni, con le mie esperienze già accumulate con le quarantenni… anche nei parcheggi. “Cazzo vuole questa?!” e lei che mi guarda fissa, con uno sguardo eroticissimo e mi dice: “Voglio farlo qui, sulla macchina, qui, con te…”. E io… io ok ma, ok però… ed è lei che caccia tutto via. Mi acchiappa. Mi scioglie… e poi boh… non lo so… eravamo sotto le stelle e sotto il lampione, con un cane randagio a guardarci… e lei mi dice qualcosa che in dialetto somiglia ad un “Mamma che estate…”. ed io che la guardo e le ricordo che è appena marzo, quasi aprile… e lei che mi guarda interrogativa e poi mi fa “No, mamma che è stato!”… e io rido e mi ricordo di quel fatto di non stimarmi mai abbastanza. E non so se non mi sto stimando perchè sono lì con una tossica di ventun’anni o non mi stimo abbastanza perchè non ho capito che era dialetto e lei si diceva soddisfattissima del tutto.

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E siamo usciti assieme ogni santa sera per ventuno giorni… senza che io pensassi minimamente che le mie giustificazioni col rapporto liquido erano incredibili ed implausibili ed inaccettabili ma tanto se non fregava niente a lei buona camicia a tutti… sebbene allora vestissi davvero solo Boxeur des Rues. Ed una volta mi portò alla stazione del mio paese, nel sottopassaggio, per farlo sulle scale, con la luce al neon fredda, coi marmi scritti, con le scale spigolose e con la puzza di piscio rancido ovunque. E fu bellissimo. E davvero non ci capivo niente. E la guardavo… e dicevo che forse ce l’avrei fatta. E contavo le volte che andava in bagno ogni giorno dicendomi che dai… ogni tanto erano tante di meno. E ignoravo quanto fosse nervosa e intrattabile in quei giorni. E poi glielo dissi: “Guarda che io e te dovremmo smetterla di nasconderci e viverci un po’ meglio…”. Ma lei mi chiarì che in fondo in fondo si sentiva una gran lesbica (cit.) e mi chiarì che non aveva nessuna intenzione di smettere di pippare di naso e mi chiarì che io “sei una favola… ma io avrei smesso di crederci alle favole quindi mi sa che devo smetterla di credere in noi e devo tornare a fare quello che faccio normalmente…”. Quindi ci vedemmo altri tre o quattro giorni, non ricordo. Tornammo in quel parcheggio. Lo rifacemmo. Ma quando finimmo ci guardammo e dicemmo che non era stato bello per niente… perchè eravamo tornati sul “luogo del delitto” e di solito non si fa…
Quella sera mi chiese se volevo pippare. Le dissi no. Mi disse che non avevamo purtroppo più nulla da dirci. Convenni che aveva ragione. L’accompagnai a casa. Ci salutammo con un ciao ed un bacio sulla guancia. L’ho vista evolversi in lesbica, provarci, poi l’ho persa di vista, per scoprire oggi che ha un bambino, bellissimo… o una bambina bellissima, non so… e che credo non viva più qui.

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E niente… mi viene in mente questa storia perchè ha a che fare con la fine delle cose che non lasciano enormi rimpainti anche se sono state bellissime. Sono foto che appendi al muro… ma che non dicono nulla. Poi ci sono le foto che continuano a parlare di te, di un noi… e sono quelle che rischiano di diventare rimpianti. E ti rendi conto che c’è da lavorare in etrambi i sensi… o non aver bisogno di rimpianti perchè niente finisce… o non aver bisogno di rimpianti perchè si riesce a chiudere senza averne bisogno. La prima delle ipotesi è il desiderata di questi giorni… ovviamente!

L’ultima foto è una mia lomografia… quando la scattai inquadrai precisamente quell’angolo che mi ricordava tutto quel casino su descritto. La foto è del 2011… se ben ricordo i graffiti sono rimasti gli stessi nello scatto da quel lontano 2007. La foto è stata scattata con una Olympus OM1… la pellicola è una Fuji per diapositive asa 100.

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E niente c’è la storia di questo bambino…

Che era un bambino che alla mamma chiedeva sempre “Mamma, ma tu mi vuoi bene?”. E la mamma prima gli sorrideva e gli diceva di no, con la faccia ed il sorrisetto sadico. Ma lo sapevano tutti, lo sapeva anche il bambino, che non era vero… che la mamma gli voleva bene. Ed allora il bambino gli chiedeva: “Mamma ma quanto è il bene che mi vuoi?”. E la mamma gli rispondeva “Tanto, tanto che non si può dire…”.

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E quel bambino odiava quel non si può dire… lo odiava davvero. E allora si inventava le parole che potevano descrivere le cose più grandi. Ma ogni volta quel grande aveva una fine… e allora si inventò che Infinito poteva andare bene.

“Mamma ma tu mi vuoi bene infinito?”

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E quel bambino si disse che voler bene forse era lo stesso di adorare. E quel bambino si disse che forse adorare era come amare. E capì che si poteva amare infinito, voler bene infinito, adorare infinito. E capì che non sempre tutti dicevano amore, adorazione e benvolere al momento giusto… magari perchè avevano paura di dirlo. E quel bambino lo accettò…

… però quando ho inventato questa storiella mi sono anche detto che credo domattina per quel bambino sarebbe bellissimo poter fare i capricci… e dire che va bene la parola, soprattutto se per paura non si riesce ad usare quella giusta. Però domani quanto lo vorrebbe sapere… non il come, non il nome… ma quanto… quanto sì!

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I bambini meritano sempre, un giorno almeno, di poter fare i capricci… dai!

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Radio Quindinononvatuttobene – Guarda guarda cosa si pesca dal cilindro della tenera malinconia…

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Perdonate ma non ricordo più bene cosa io possa aver postato già e cosa no… So solo che vorrei arrivasse intatta, fresca e dolce questa canzone così strana sghemba e dissonante. Fu dedicata, ridedicata, incrociata… vorrei arrivasse per bene lì dove deve e poi tornasse indietro a me… per regalarmi un attimo di serena chiarezza e certezza… che non guasterebbe, ora, lo so!

La foto su è un movie on film fatto con una cara amica, Antonella… e con lo scheletrino a molla! Gli scatti sono sovraimpressione di un rullo interamente esposto con il buio totale ed una lucina dei cinesi (la striscia blu, riarrotolato e riutilizzato per scattare con flash e gelatina rossa esposizioni multiple del volto di Antonella che al buio senza sapere cosa facesse e quando avrei scattato… viveva un momento di follia!

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