Oh quindi dobbiamo continuare e devo dire subito che in giapponese tra poco leggerete su uno dei tatuaggi la scritta “Di tempo ce n’è abbastanza, per rimediare, se…”.

Questo qui, come ha qui saggiamente indovinato la mia cara amica chezliza… questo è un Wakizashi, ossia un pugnale rituale giapponese… che poi sarebbe la lama che serve ai samurai a fare quella cosa importantissima e davvero onorevole che si chiama Seppuku. Cioè suicidio rituale facendo tirandosi fuori le budella dopo essersi fatti un taglio della madonna sulla panza… con un assistente non pagato che si chiama Kaishakunin che ti taglia la testa mentre stai morendo… così non soffri dopo aver sofferto già abbastanza col taglio e il tiraggio da solo fuori delle tue stesse “indrame” che se non sei di Bari sono le budella.

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Come potete vedere il pugnale rituale di cui sopra, cioè lo Wakizashi, è posto lungo l’avambraccio a coprire quell’osso bellissimo che se ti metti a braccia conserte si vede benissimo ed in bellissima vista. L’osso potrebbe essere l’ulna… però potrebbe essere pure il radio. Non c’ho mai capito bene di quelle ossa, tipo tibia e perone, che sono due simmetriche quasi e servono a star lì per farti girare per bene il braccio stesso.
E’ di tutta evidenza che un pugnale non puoi mica fartelo su una gamba… a meno che tu non sia un cheyenne, ossia un truzzo… e ti piace sentirti Rambo con il pugnale nello stivale. Nel caso ovviamente ti faresti il bifilare, non certo il Wakizashi.
Qualche info a riguardo di questa scelta: il Wakizashi era un pugnale rituale, un’arma dalla quale il samurai – ma pure il ronin – non si separava mai, nemmeno in visite ufficiali. Poteva fare questo, cioè tipo presentarsi al banchetto super d’onore armato di Wakizashi, anche solo perchè tutti sapevano benissimo che quella lama non sarebbe mai stata rivolta dal Samurai verso nessuno. Solo verso se stesso, precisamente verso il suo ventre, in alcuni casi molto particolari… tipo la perdita dell’onore! Non si trattava di un’arma da offesa o da difesa. Il samurai quella lama non la utilizzava in battaglia. Per combattere il samurai aveva la katana o il tanto… non il Wakizashi. Quest’ultima, a differenza della lama lunga, veniva portata sul ventre. Un po’ per ricordarsi dove colpire in caso di perdita d’onore… un po’ perchè – e questo spiega anche il loro tradizionale modo di suicidarsi, il Wakizashi era il “guardiano del ventre” ossia il guardiano del luogo ove secondo i samurai aveva sede l’anima. Il pugnale di cui sopra ti teneva d’occhio il ventre… poichè se tu avessi perso l’onore, avrebbe provveduto lui a riconquistartelo… con quella cosa simpaticissima che si chiamava Seppuku… un po’ perchè se te lo portavi sempre addosso ti ricordavi che fare stupidaggini poteva costarti molto caro.

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Io per tutta una serie di ragioni – non solo estetiche – sul ventre non me lo potevo fare! Un po’ perchè sono cicciotto e quindi sarebbe uscito tirato o sgranato… un po’ perchè, da quando fu proibito ai samurai girare in armi e fare le cose che sempre facevano – cioè in buona sostanza i camorristi – questi signori presero a tatuarsi non tanto la katana quanto il tanto sulla pelle… un po’ per ricordarsi chi erano, un po’ per virilistica voglia di dire: “Guarda che io all’onore ci tengo, ci tengo massimamente!”. Proprio per la stessa ragione, come custodivano un motto in un rotolino di pergamena arrotolata e custodita nel manico del Wakizashi… così presero a tatuarsi quel motto inciso sulla spada.

Il mio non è un motto stupido: “Di tempo ce n’è, abbastanza, per rimediare, se…“. Potrebbe sembrare idiota, visto che è il vesro scritto da Sangiorgi per una canzone dei Planet Funk. Ma non è così. Quel motto inciso su un pugnale di quel tipo, vuol essere messo lì a ricordarmi che il massimo onore, il massimo modo di ricordarsi che si è umani, è che si possono commettere degli errori e che esiste, sempre e comunque, il tempo ed il modo di rimediare a tali errori. Porre rimedio ai propri, assistere gli altri nel porre rimedio ai loro. La correzione di quel che si è sbagliato, la capacità di chiedere scusa con i gesti, attraverso una pratica del “perdono” che importa appunto il tempo, è sempre stata a mio parere la forma migliore di dimostrare la mia personale umanità ed il mio onore di essere umano. Allo stesso modo, il se conclusivo della frase mi ricorda che non è eterno il tempo a disposizione e non sono innumerevoli i tentativi. E’ necessario che la pratica sia vera, che le intenzioni siano franche, che il cuore sia fermo, nel mentre ci si guadagna o si collabora alla costruzione del perdono. Senò sono chiacchiere… e non serve andare avanti.

Proprio per questa ragione, per la sua forma attiva, il pugnale che tutto questo rappresenta è posto sul braccio. Proprio per questo, invece che verso di me, la punta è rivolta a chi mi guarda, a chi interagisce con me… non già per offesa… ma perchè sempre il perdono è qualcosa che si muove verso gli altri… e l’assistenza al rimedio si muove lungo la stessa via. Insomma… perdonare o aiutare qualcuno a farsi perdonare è sempre qualcosa che fai con qualcuno… quindi il Wakizashi si mete così punto e stop. Nessuno vuole accoltellarvi.

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Una piccola e doverosa precisazione su quel che leggete sul pugnale:
Si tratta di giapponese originale… proprio per questa ragione la lettura può diventare anche “Ho tempo per riordinare” oppure “Esiste il tempo della riparazione”. In nessun caso troverete coinvolti meccanici o colf. Semplicemente rimediare, riparare e sistemare in giapponese sono sinonimi stretti… hanno a che fare con il disordine che diventa ordine (sia esso mentale, fisico… siano dell’anima o dei corpi i guasti). Suggerisco sempre a tutti di farsi assistere nella traduzione da persone esperte: lettori dell’università, amici che abbiano studiato lingue orientali, persone fidate madrelingua. Io non posso certo dimenticare che ho insegnato ad un giapponese che vaffanculo in italiano significava ho fame, detto in modo ironico se si enra al ristorante. Quindi, per evitare compensaizioni del karma e per evitare che qualche buontempone decidesse di scrivermi “mi metto a cariola” sul braccio… mi sono rivolto a professionisti. Fate lo stesso. Capita a molti di scriversi “Vecchia stronza” e “Puttana” (cit. chi lo indovina vince un megacommentopompino) sul braccio pensando di scrivere il proprio nome in giapponese o in cinese.

A domani per il resto!

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23 thoughts on “Oh quindi dobbiamo continuare e devo dire subito che in giapponese tra poco leggerete su uno dei tatuaggi la scritta “Di tempo ce n’è abbastanza, per rimediare, se…”.

  1. chezliza ha detto:

    Onore Perdono Coraggio Lealtà…
    sn concetti potenti, oramai pochi eletti ne conoscono la reale importanza…sn affascinata e piacevolmente sconvolta da questo tuo braccio che racconta…

    Piace a 1 persona

  2. maximwalker ha detto:

    Conoscevo un tatuatore anni fa che mi raccontava di quanti facessero la cattiveria di tatuare una cosa invece di un’altra in giapponese, cinese o arabo. Ma dico, ti devi fare un tatuaggio? Informati! Che quello ti resta sulla pelle. Per quanto mi riguarda, quello che ho io è in elfico ( l’elfico in questione è simile alla lingua degli antichi druidi, quindi non è l’elfico di Tolkien o dei nerd) sillabico, cioè scritto scorretto, che se lo si traduce (ma è scritto scorretto quindi nessuno dovrebbe riuscirci, pure ci fosse uno che la conosce, ma è raro) si legge “Soarta” che a sua volta è una parola in rumeno. Ed io l’ho disegnato da me e portato, mai mi sarei affidata di qualcun altro.

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  3. ysingrinus ha detto:

    Io sono convinto che un mio caro amico di Roma si sia involontariamente fatto tatuare sul braccio un qualche invito sessuale omo. Ho visto orientali, purtroppo non saprei dire il paese d’origine, umettarsi le labbra guardandolo…
    Sempre rimanendo in tema linguistico, ho l’impressione che “indrame” da queste parti si dica ” ‘ntrame”.

    A furia di vedere questi tatuaggi quasi mi vien voglia di pensare di tatuarmi anche a me!

    Piace a 1 persona

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