Gianni e Francesca – delle elaborazioni progressive alle otto di sera…

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Sputò il paradenti. Sputare si dimostrò essere una parola grossa. La gomma venne fuori molle. La saliva gli scivolò tra i peli della barba e gocciolò in terra mentre quasi al rallentatore il mezzo guscio di caucciù invece di rimbalzare si accomodava sul tatami senza troppi rimbalzi. Capì di non avere nemmeno le forze di sputare. Poggiò gli avambracci incrociati sul pilastro. La testa gli cadde molle in avanti, sbattendo nel punto in cui si disegnava la x di carne e muscoli sfatti. Le ginocchia, flesse leggermente, tremarono. Cercò dentro la forza di serrare i denti attorno alle guaine di velcro che avvolgevano i polsi e serravano i guantoni. Anche il verbo serrare sa dimostrarsi inadeguato, quando i denti tremano… e sbattono uno sull’altro tintinnando sordi. Cercò i respiri in un ingorgo di singhiozzi. Scoppiò a piangere.

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“Tu oggi sul ring non dovevi nemmeno salire, coglione…” ma il tono non sapeva essere greve… forse appena paterno, di sicuro cameratesco. La mano pesante ma gentile di Mimmo gli si poggiò sulla spalla. “Non si fanno i guanti se non ci stai con la testa… al massimo ti metti al sacco… ma salire e farsi pestare, no!”. Quelle parole, Gianni le sentiva, le sentiva bene. Scorrevano veloci dalle orecchie al cervello. C’è sempre una dignità in tutto. Alzò la testa, con gli occhi pieni di lacrime. Non una scena di tutti i giorni in un posto che puzza di sudore, di botte prese, di botte date, di gomma e cuoio. Non una scena di tutti i giorni in una palestra di pugilato. Non parlava di nuovo più bene. “Cazzo, avantieri sera non balbettavo a telefono” si disse senza inciampare nelle sillabe – che non si tartaglia pensando. Già, a telefono… con tutta la rabbia e la disperazione in corpo, non aveva balbettato promettendo, poi chiedendo, poi estorcendo. Cercò tutta la forza che aveva per lasciar andare poche parole in risposta: “Avevo bisogno di farmele suonare…”. Mimmo sorrise e scosse il capo. Lo girò, gli prese i polsi. Lo aiutò senza imbarazzo a sfilare i guantoni. Gianni scoppiò a ridere e senza bisogno di dare una spiegazione a quel gesto isterico ritrovò rassicurante la risposta del suo amico: “Non ti preoccupare, non ci vede nessuno, non ci scambiano per froci…”. Le palestre di boxe non sono proprio il luogo in cui si declina la miglior risposta all’omofobia. Mimmo aveva una battuta buona per ogni momento. Anche la più greve, per il momento più triste. Mimmo sapeva cosa significava un lutto. Mimmo sapeva cosa significava un addio come quello che Gianni aveva preteso – pentendosene – solo due giorni prima. E Mimmo sapeva quanto era seducente e pesante la forma del dolore. Lo sapeva perchè l’aveva provata qualche mese prima. Resistendo a quella sirena fatta di colpi, di spezzate di fiato, di tuoni che ti scuotono la testa, di scosse lungo la colonna vertebrale. Chiudendosi in casa senza allenarsi per venti giorni… un tempo incredibilmente lungo per lui. “Farsi uccidere di botte non ti aiuta a trovare le risposte, lo sai vero? Anche perchè mi sa che le domande sono tante…”. Gianni annuì. Annuire è il verbo che meglio poteva descrivere quel movimento incerto, di chi non è nemmeno sicuro che quelle domande siano tante o non siano semplicemente poche, ma troppo pesanti. “Mi… mi vo… mi volevo…”. Mimmo lo stoppò con il palmo della mano a pochi centimetri dalla bocca. C’è sempre una dignità in tutto. “Ti volevi solo sentire vivo… – e Gianni tirando su il naso annuì di nuovo – … perchè tutto il dolore che senti dentro ti avvolge come un caschetto e non ti fa sentire le mazzate… e ti senti morto… eh? Non senti il dolore eh?”. Col polsino si pulì il naso facendo ancora sì con la testa.

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Coi suoi trentanove anni Mimmo distanziava Gianni appena di una dozzina di stagioni. Eppure quel gesto infantile e quelle parole sussurrate misero Gianni seduto sulle ginocchia di Mimmo, come il nipote col nonno.
“Ascoltami bene, tu lì sopra non ci sali più per un bel po’… qui non stiamo a giocare coi masochisti… e tu non sei un masochista. Qui non si insegna sadismo e piacere per il dolore. A nessuno qui piacerebbe trattarti come un sacco… e tu con i nervi a fior di pelle e queste braccia sei potenzialmente molto pericoloso in un combattimento.”. Mimmo lo fissava. Non era severo. Il tono pacato. Gli occhi fermi. “Da oggi, ogni sera, io ci sono. Guarda, ti metto prima di tutto… perchè sei sempre stato un ragazzo che ho ammirato… ce ne veniamo qui, lontano da tutto e ci sfoghiamo, al sacco. Questi li fanno apposta per noi…”. Un sospiro fece breccia nell’ingorgo di mezze parole, venne fuori rompendo gli argini. Le spalle caddero giù sfinite, che sembrava i pugni pesassero quintali. “Vatti a fare una doccia, ora… poi vai a casa e piangi, piangi, piangi, piangi…”. Gianni mosse passi incerti verso la porta degli spogliatoi. “Credi che io non abbia pianto qualche mese fa? M’è morta mia madre… credi non abbia pianto? Credi sia salito subito sul ring a farmi prendere a sberle o a rompere l’anima a qualcuno? Solo perchè stavo male, ma male da cani? No…”. Gianni rimase fermo; i puntini di sospensione riesci a riconoscerli dietro un no. “E come se non bastasse il mese prima la donna che amo se n’era andata da casa senza una spiegazione… e ancora non so niente di lei… ti basta?”. Voltò la testa verso Mimmo, gli occhi smarriti per una confessione che non era stata richiesta, per un incrocio simile e beffardo. “Cos’è? Credi non si riconosca in faccia che c’è altro? Che non è solo il lutto a pesarti? Sì… ti do una bella notizia: ce l’hai scritto in faccia che sei solo…”. Gianni abbassò gli occhi e stava tornando a girarsi quando le parole di Mimmo tornarono ad abbracciarlo.

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“Guarda che noi pugili siamo una razza infame… siamo costretti sempre a fingere di non crollare… è il nostro lavoro rimanere in piedi sempre, anche quando fa male, anche quando vorremmo andare giù. E lo sai perchè ci piace? Lo sai perchè non riusciamo a fare altrimenti? Lo sai perchè quando soffriamo di più corriamo qui a prenderle e a darcele? Perchè ci fa male sapere che non è vero, sapere che vorremmo cadere, che vorremmo sapere quant’è bello cadere perchè ci si spegne la luce e non si soffre più… ma non siamo capaci. Noi siamo quelli che a terra non vogliono finire mai. Noi ne facciamo una questione di vita o di morte… giù non bisogna andare mai! E invece adesso devi, devi andare giù. Buttatela da solo la spugna… se senti che all’angolo non c’è nessuno che ti aspetta. Buttala da solo a terra la spugna e cadi. Lasciati andare che il tappeto è morbido. E’ fresco il tappeto. Buttati giù che non hai niente da rimpiangere. E buttati giù ancora di più se hai dei rimpianti! E piangi… soprattutto perchè ora ti senti solo e sai che hai dovuto gettare tu la tua spugna. E’ umiliante farlo. Piangi, arrabbiati col mondo, arrabbiati con chi ti ha lasciato solo, anche se avevi mille colpe, anche se erano le persone che amavi di più, anche se sono andate via senza colpa. Anche se sono morte. Soprattutto! Io mia madre l’ho odiata perchè era morta. L’ho odiata finchè non le ho voluto ancor più bene, anche se non c’era più. Arrabbiati e sentiti umiliato… ma buttati a terra e piangi.”.

Poco prima di entrare nella doccia, nudo, prese il telefonino. Cercava una conferma a quel gioco della telepatia per cui “…se apro whatsapp tu sei lì, online… o ci sei passata un minuto fa”… “o dopo un po’ riaprendo scoprirò che ci saresti passata il minuto dopo”. Se Mimmo avesse parlato solo un minuto di meno… si sarebbero scoperti assieme online. Quanto avrebbe voluto sbagliarsi in quello… quanto avrebbe voluto non ritrovare più quella telepatia. Quanto avrebbe voluto vedere quella regola violata e violata e violata mille volte. E invece, no! E sempre! E non gli stava bene per niente. Perchè quello di due sere prima era stato un’addio. Un addio preteso. Un addio desiderato, minacciato… forse estorto. E adesso ne sentiva tutto il peso, di quell’addio che raccontava di vuoto, di solitudine, di freddo. Si pentì di quell’addio. Si arrabbiò con se stesso e si ripetè che doveva arrabbiarsi ancor di più perchè “…indietro non si torna mai, nemmeno per la rincorsa…”. Ma quanto ci credeva davvero in quella frase? Nemmeno un po’!

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Poi s’arrabbiò con lei che quell’addio l’aveva pronunciato senza volerlo pronunciare, l’aveva detto senza opporre un arrivederci, un ciao. Ebbe un brivido. Sentì il viso rovente. Ci mise sopra lo smartphone e schiacciò l’altra guancia contro le piastrelle mentre l’acqua della doccia cominciava a diventare almeno tiepida. Mimmo entrò nello spogliatoio. Lo guardò. Nudo, schiacciato contro il muro, col cellulare premuto sulla guancia, la faccia sfatta, gonfia. Sorrise in un misto di severa comprensione. “Lascialo il cazzo del telefonino… tanto non ti risponde nessuno… funziona sempre così. Se vuoi, dopo la testa di pianti che ti devi fare tra la doccia e casa, esci con noi, stasera. Una pizza e una birra…”. Gianni sorrise, pur non dandosi mezzo grammo di credibilità. Si voltò con gli occhi gonfi. “Eh, Madonna che faccia, non ti stare a preoccupare, non ti facciamo pagare tanto… siamo pochi!”.

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12 thoughts on “Gianni e Francesca – delle elaborazioni progressive alle otto di sera…

  1. ysingrinus ha detto:

    Ci sono dei momenti in cui sembra non si possa uscire dal dolore, dei momenti in cui crediamo esista solo il dolore o che almeno ci meritiamo solo quello e, per quanto possiamo essere circondati da amici che vogliono aiutarci, uscire da questa condizione spetta solo a noi. Nostra è la responsabilità, nostra è la sfida…

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  2. Lemniar ha detto:

    Tutti avrebbero bisogno di un Mimmo nella loro vita.

    Piace a 1 persona

  3. liberadidire.mari ha detto:

    Ma c’è un Mimmo per ognuno di noi?

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