Io che quella sera nemmeno ci volevo venire con te…

Sei al bancone di marmo nero del bar. Sei al bancone in muratura… contro le ginocchia senti il freddo spigoloso degli innesti in legno. Il cosmopolitan nella coppa martini, di fronte a te, ti occhieggia violetto. C’è quella fetta di lime accomodata con esperienza sul bordo del bicchiere che ti guarda dicendoti “Beh… e io qui che ci sto a fare se non mi mangi?”. Ma, dentro, Michele sente solo che non c’è nulla di giusto. Non c’è nulla di giusto in quel bicchiere – il terzo ormai – non c’è nulla di giusto nell’ora scoccata sul terzo bicchiere – le 21:40 – non c’è nulla di giusto nella compagnia della serata – un Vito Zucchio ormai lanciatissimo nel ruolo di traghettatore di ragazzine che pretendono di essere allegre. Giorgino sente distintamente qualcosa arpionargli la cintura, i pollici di qualcuno che si infilano al lato delle anche e afferrano il cuoio della cinta. Una scossa energica, indietro, poi avanti, poi di nuovo indietro con più forza. Il violino del liquido deborda, scivola fuori, scola sulla camicia, proprio dove il northsail appena allacciato con la cerniera tenuta a metà scopre la stoffa lì sotto. “Eh cazzo no! Vito!”. Ma c’è poco da fare. Per le risatine da selvaggina delle due o tre sedicenni che si accalcano dietro l’improbabile anchorman della serata, Vito Zucchio è lì che mima un’accoppiamento in sodomizia, condendo il tutto con un urletto quasi frocio che pare un grido di battaglia. “Gulash!”. Non è una ordinazione… no, qui in questo bar centrale, che passerebbe per essere chic se non fosse per la qualità dei preserata che propone e per la scarsa propensione di praticare una seria selezione all’ingresso, non si serve il piatto tipico ungherese. No, Zucchio sta solo imprecando rispetto al quarto posteriore del povero Giorgino, che ormai puzza di vodka e cointreau ed ha una macchia invereconda viola sul bianco spigato della camicia – tono su tono Carlo Pignatelli. “Ooooh cazzo! E basta Vito… La camicia…”. Arriva uno scappellotto, una manata non proprio energica ma fastidiosissima sulla nuca: “Finiscila Michè, eddai… mamma come siamo gelosi stasera!”. E arriva anche un pizzico alla chiappa destra. Mani diverse, non ruvide dita callose, di quelle che nemmeno il tessuto denim del jeans riesce a dissimulare. Dita affusolate, piccole. “Ma che cazz…” e Michele si volta giusto in tempo per ritrovarsi di fronte gli occhi da pseudocerbiatta di tale Vanessa o come cazzo si chiama lei, ossigenatura bionda con una ricrescita accennata sul castano scuro a mezzo centimetro di lunghezza, troppo mascara messo male ed un glossygloss sulle labbra, sui toni del rosa pastello, con decisamente troppi sbrilluccichi. “Oh, vedi?! Ora non ti lamenti!”. No, Michele non si lamenta, inutilmente prova solo a fulminare il suo improbabile compagno di serata… maledicendosi per quel sì pronunciato con troppa, troppa incoscienza.

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Michele prende quel che è rimasto del suo cosmopolitan. “Forse è il caso di andarci a sedere… dove non puoi fare danni… anche perchè tra un po’…” sottintendendo che forse tra un po’ è anche ora di tornare a casa, quantomeno per sè stesso…
La risposta di Zucchio è di quelle da gelare le vene ai polsi. “Sì, che tra un po’ mi accompagni un momento da un’amica… non sai? C’abbiamo un appuntamento con Natasha, che è argentina ed è bagascia…” e giù una risata fortissima mentre prende sottobraccio due delle tre ragazzine che si accalcavano al bancone con un “Ci porti un giro intero? Che intanto noi andiamo al cesso…” e di nuovo lo sguaiato risolino. Tutti si dirigono al tavolo. Tutte lasciano le pochette sui divanetti. Tutti, meno Vito che porge la mano nemmeno stesse invintando il povero Michele ad un ballo. “Vieni cara – con un’inutile accentazione della vocale finale – andiamo al bagno, su…” e senza aspettare acchiappa il polso del ragazzo seduto e lo tira con energia rischiando di slogarglielo, staccandogli la mano. Per il guardaroba di Michele è finita. Pure per il tubino della signorina Vanessa, che sta lì di fronte. Zucchio e le superfici d’appoggio non vanno d’accordo. Zucchio e le coppe martini, con la loro eleganza dal gambo sottile, non vanno d’accordo. Zucchio ed i liquidi e tutta l’idrodinamica non vanno d’accordo. Il ginocchio di Michele impatta sotto il tavolino, regala una oscillazione ondulatoria al bicchiere che prima va indietro, sgocciola fuori del liquido che gli si impasta sul pacco per poi ritornare indietro – muoversi in avanti, pardon – e deborda dall’altra parte inondando il tavolo e scivolando sulla gonna del tubino. Poi il bicchiere cade. La coppa si sfascia. Vetri e gocce violino dappertutto. Frittata. La fettina del lime resta lì, immobile, di fronte a tanto strazio.

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“Eeeeeh… cazzo!” – “Eddai che non è niente tutt’e due, dai… forza, tutti al cesso!”.
Sono questi i momenti in cui il pari e dispari con la vita dovrebbe chiamare a scelte coraggiose. Per dire: è vero, rischi di sputtanarti una pessima scusa e confessare una pessima serata. Rischi di firmare in calce ad una requisitoria che suona come un “Sì non sopporto più le serate a casa tua, sei la donna che amo, sarai la madre di mio figlio ma… cazzo… un uomo ogni tanto ha diritto anche ad un momento di evasione”. Ma, almeno, e non è di secondaria importanza, almeno sei lì a dimostrare che nella merda non ci vuoi finire. Che va bene stare alla larga da suocera e futura moglie… ma non hai nessuna voglia che la futura diventi una ex futura moglie. Questi momenti non si ripresentano in eterno. Questi momenti andrebbero colti al volo. Non tutti lo fanno. Michele in quel momento ha la lucidità di dirsi: “Ora o mai più… questi passi te li ricorderai per tutta la vita, forse…”. Eppure non si oppone al destino crudele. Cincischia qualcosa provando a voltarsi verso Zucchio, giusto in tempo per vedere una pedata che corre a stamparsi “nel fondo dei suoi calzoni”.
“Zitto e muoviti che devo cacare…”. Proteste inutili mentre dietro di lui il suo accompagnatore designato nel mondo del vizio e le due ragazzette minorenni al seguito formano un insormontabile pacchetto di mischia che rende impraticabile il corridoio stretto tra i bagni del locale e la saletta interna dei divanetti. “Ma che cazzo vuoi da noi se devi cacare, Vito?!”, cercando di coinvolgere anche le due nel protestare per non partecipare ad un rito che dovrebbe essere il più privato possibile. “Zitti stronzi, zitti tutti… al cesso ho bisogno di compagnia!”. Ed in men che non si dica sono tutti pressati, a doppia coppia, nel cubicolo del gabinetto del locale, com’è ovvio nella ritirata delle signore. “Ma che cazzo vuoi da me?” e mentre le due fanno partire un coretto da stadio “Vito, Vito, Vito…”, il tanto invocato Mr. Zucchio fa scendere il jeans con una volgarità incredibile portandosi dietro lo slip bianco con l’elastico arricciato e nudo dalla cintola in giù si volge verso gli astanti porgendo le mani a Michele Giorgino: “Tienimi forte, che senò non riesco a cacare bene… non riesco a sforzarmi… finisce che mi poggio al cesso e m’impesto di candida e sifilide…”. Come se certe malattie veneree non le rischiasse ogni giorno… viste le amiche da post-preserata che frequenta! Le due stronze, invece, dopo un commento sulla “brasciola” di Vito, prendono ad incipriarsi il naso con quella che ha tutta l’aria di non essere tecnicamente vanillina. Nemmeno zucchero a velo…

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Mentre i gridolini d’incoraggiamento a quell’uomo accartocciato in sospensione continuano, una porta sbatte contro il muro. E’ la porta d’ingresso alla ritirata femminile. Un urlo. Uno solo. “Vanessa!”. Michele legge il terrore sul volto delle due ragazzine. Michele vede stampata una incosciente risata sul volto di Vito Zucchio. Michele sente perfettamente il plof del pacco fecale di Vito Zucchio che si accomoda nel cesso. Michele legge l’espressione di incomprensibile rilassatezza sul volto del suo “amico”. “Vanessa!” di nuovo l’urlo che racconta di faroge dilatate per rabbia di quello che quasi sicuramente dev’essere il padre della titolare di quel nome improbabile a tali latitudini. Michele rilegge il terrore sul volto delle ragazzine, oltre alle generose spolverate di polvere bianca sui tubini neri e maledice gli sbuffi della tensione, quelli che portano ad espirare di colpo piuttosto che inspirare. Michele si rende conto che restare lì a guardarsi da fuori, come un fantasma in condizione di premorte farebbe, non lo aiuterà affatto. Sussurra inferocito un “E adesso che cazzo facciamo?” ma Vito Zucchio continua a sorridere inebetito – forse anche un po’ spaventato – e ghigna imbarazzato senza sapere cosa rispondere.

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5 thoughts on “Io che quella sera nemmeno ci volevo venire con te…

  1. chezliza ha detto:

    Non vale!
    Questi coitus Impterruptus mi scazzano…. -.-‘

    Piace a 1 persona

  2. ysingrinus ha detto:

    La tristezza che mi mette Vito è enorme. Ho il terrore delle persone come lui e di come chiunque possa diventare come lui.

    Piace a 1 persona

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