Alle volte ci sono cose complicate per essere scritte…

Ed allora quelle cose vanno poi dette… e credo si attenda e sia normale attendere con tanta ansia il momento in cui quelle cose verranno dette, verranno comunicate. Ed allora adesso mi guardo in attimo dentro e vi racconto una cosa… vi racconto come ci si sente, vi dico di quando l’ansia acchiappa e fa fare cose strane. Perchè e solo perchè spesso ci si dimentica qual’è stata la prima volta di una di quelle esperienze… ci si dimentica come le cose cominciano, ci si dimentica il perchè… oppure ancora non lo si conosce!

attacchi di panico

Si potrebbe cominciare dalla sala d’aspetto di una grande stazione italiana, tipo, che so, fate voi… immaginatevi Roma. Ecco, immaginatevi Roma di marzo, a pomeriggio… però d’inizio marzo. Piovoso oltretutto, ma poco… mettiamola così, piovigginoso. E mettete che c’è uno che sente piano, molto piano, una scossa di ansia mentre esce dal policlinico di Roma su Viale Regina Elena… dalle parti del dipartimento di psichiatria. Ma non è paziente, no, studia lì.

Cammina lentamente, quasi godendosi la pioggerellina che cade sottile. Sì, è uno allergico agli ombrelli. Non li porta con se. E allora tira su ul bavero dell’impermeabile da sbirro non proprio della narcotici, calza il cappuccio che quell’impermeabile curioso ha abbottonato dietro e cammina. E sente quella stretta nello stomaco ma si dice che passerà, basta stare tranquilli, camminare un pochetto e tutto si aggiusta. Invece…
…invece no! Perchè quell’ansia cresce, invece. Quella stretta allo stomaco da essere gentile diventa sempre più forte. C’avete presente quando bussate e sapete che chi cercate è in casa? Beh, cominciate a bussare più forte. L’ansia fa così, fa la stessa cosa: bussa prima con una stretta gentile, poi strizza sempre di più e diventa un casino gestirla. Perchè comincia a far male, comincia ad essere onnipresente quella stretta, comincia a diffondersi pian piano all’intestino ed all’esofago. E così si comincia a tossire, tossire con qualcosa che preme e sembra volersi far largo: conati di vomito.

panico

Adesso sotto il cappuccio, tra la pelle e il tessuto impermeabile del bavero del colletto, sente imperlarsi la pelle di goccioline di sudore freddo. Il sudore freddo lo senti molto più di quello caldo, accende immediatamente una spia dentro di te… nella tua consapevolezza che quei brividi che senti te li sta donando proprio quel sudore che normalmente dovrebbe comunicare caldo. E sei arrivato nei pressi della galleria della stazione… e sai che tra poco passerai nel grande piazzale, dovrai raggiungere l’ultima piazzola e sarai finalmente sul mezzo che ti riporta a casa. Invece…
…invece no, perchè quella stretta si sta fa  cendo insopportabile. Ed allora decidi che la cosa migliore da fare è farla passare guardando le vetrine. Guardando le vetrine, fumando una sigaretta, magari guardando la vetrina della Libreria che c’è lì nell’androne delle biglietterie. Cerca un libro, uno solo, molto, troppo importante… chissà se lo ha finito, poi di leggere… cerca “Amore Mio Infinito” di Aldo Nove. Invece non si trova quel libro nella vetrina. La copertina la riconoscerebbe tra mille e quella non c’è. C’è la balena di plastica di “La più grande balena morta della Lombardia”… ma i due bambini pupazzetti che si guardano, quelli no, non ci sono. E di colpo la stretta sta diventando insopportabile. Ed allora si concentra… e fissa le copertine. Tutte, quelle dei thriller italiani, quelle dei noir italiani… in cerca di qualcosa di nuovo uscito. Così, per distrarsi.

Invece piomba tra tutte quelle copertine. Finisce ubriacato dalle lettere, finisce sommerso dai nomi e cognomi. E in quei nomi e cognomi non ritrova più il suo… non sa più come si chiama, non sa più chi è non sa più dove si trova, non sa che ore sono… niente. Vuoto, buio… e paura. Una paura totalizzante. La paura di avere paura. Si rifugia così nella prima caverna sicura che trova: la sala d’aspetto. Si siede. Mette a terra la ventiquattr’ore. Resta fermo, immobile. Essere lì seduto lo tranquillizza. In una sala d’aspetto si aspetta, infondo. Che cosa vuoi che succeda? Chi vuoi che ti fermi e ti chieda qualcosa che ti costringe a ricordare che non ricordi? Resta lì fermo, immobile. Adesso non sa nemmeno perchè.

sintomi-attacchi-di-panico

A salvarlo, dopo un pochetto di tempo, per l’esattezza 2 ore e 20 minuti… secondo più secondo meno, è il trillo del suo telefonino, la suoneria che indica la chiamata in arrivo. Apre la giacca, cerca il telefonino. Sente la rassicurante vibrazione, guarda il display: “Mamma”. Apre la comunicazione, sente la voce… di colpo utto va a posto. Di colpo il circolo dell’ansia e della paura e del panico si spezza. Parla… ricorda. Chiude normalmente la comunicazione. Si alza… si ricorda il suo nome, ricorda dov’è, ricorda perchè… si alza in piedi… il tempo dell’attesa è finito. Esce nel piazzale, senza curarsi di riguardare la vetrina della libreria. Lo farà domani, magari. Esce e sta piovendo. Piove forte ora. Non calza il cappuccio… perchè sente le lacrime invadergli gli occhi, debordare sul viso. La pioggia val bene a mascherare… Ancora a tutt’oggi, ad anni di distanza… pur rimanendo gli stessi i sintomi… le ansie e le loro motivazioni cambiano. Se dovessero chiedere oggi il perchè di quello scatto di panico – il primo – credo non saprebbe darvi una risposta!

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8 thoughts on “Alle volte ci sono cose complicate per essere scritte…

  1. ysingrinus ha detto:

    “C’è chi aspetta la pioggia per non piangere da solo…”
    Molto brutta l’ansia!

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  2. Silvia ha detto:

    anche io lo ricordo…ma so, adesso, anche il perché.
    esistono due scuole di pensiero, quella organica (!) e quella che ” sono sfigata” dalla nascita
    ovviamente è la seconda, però ho detto basta a tutte le spiegazioni psicosomatichegenetichetraumatichedelcazzo e basta! chimica, mi serve la chimica e vivo
    bene no, ma vivo.

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  3. ingenuetà ha detto:

    Conosco molto bene tutto ciò di cui parli. L’ho vissuto attraverso persone sconosciute e persone molto care. E pensavo che a me non sarebbe mai capitato. Pensavo…

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