Io che quella sera nemmeno ci volevo venire con te…

“Madonna santa cristoddio…” ed è un sussurro con la mano sulla fronte imperlata di quel sudore gelido che fa capolino dietro il colletto della camicia assieme alla domanda – ovviamente ancora una volta senza risposta – “Ma come cazzo mi è venuto in mente, a me, di uscire con uno stronzo come quello che adesso se ne sta lì a fare lo stronzo in senso letterale e metaforico… da dove cazzo mi è venuto porca quella maledetta puttana lurida…”. Perchè i passi si avvicinano ai cubicoli dei bagni. Perchè Vito Zucchio si sta provando ad alzare per tirarsi su i pantaloni senza nemmeno…
… vabbè ma non è neanche il caso di starci troppo su a pensare al fatto che quell’esecrabile essere umano si stia alzando i pantaloni – e le mutande – senza nemmeno essersi pulito il buco del culo dopo aver cacato. Non è il caso visto che l’urlo “Vanessa!” e il proprietario della voce che urla “Vanessa!” si fanno sempre più vicini. Zucchio attira con un cenno del capo l’attenzione di Michele. Quel che lascia esterefatti è che lui proprio non si riesca nemmeno a rendere conto che alla fine la situazione in cui si sono infilati è la meno propizia. A tra pochi minuti per – nell’ordine – due sberle a testa alle ragazze, due sberle a testa a loro, una lavata di testa ancestrale a tutti, urla nel bar, di sicuro una reazione scomposta dello Zucchio, probabilmente un accenno di rissa, nella migliore delle ipotesi un mezzo scandalo che non dovrebbe lasciare molti strascichi nella memoria collettiva… ma di sicuro enormi pesi e rimpianti nella vita prossima ventura del povero Giorgino che… può starne certo, dovrà ben che vada ripetere una versione ufficiale concordata ed una serie di “Amore, cazzo ma credimi, lo sai come va in paesini come questi… le coe vengono gonfiate manco fosssero dirigibili!”. Vito Zucchio sorride con lo sguardo ebete e con l’espressione da papero sagace che Archimede fa quando gli si accende la lampadina mima il gesto dello spingere forte la porta al suo e solo al suo tre. Le due ragazzette tengono il fiato. Si guardano immobili. Il celebre Grido di Munch stampato sulle loro facce. Le mani a cercare di scrollare di dosso le tracce inequivocabili di un incidente con qualcosa di molto simile allo zucchero a velo.

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Sono momenti interminabili. La situazione appare congelata. Fare o non fare, dire o non dire… sguardi che vagano da un paio d’occhi all’altro. Un manicomio. Gente come Sergio Leone con queste storie c’ha fatto fortuna nel cinema!

“Vanessa!”. L’urlo è alla porta. Di fronte alla porta del cubicolo dove stanno nascoste le due coppie non proprio omologate. Zucchio nel silenzio più totale, di quelli che fa sentire bene e distinto lo sgocciolare dei lavandini e il vorticare delle inspirazioni, in un perfetto LIS da Tg3 delle 14:40 mima il gesto dello spingere la porta con veemenza. Michele Giorgino a smorfie cerca di protestare: “Guarda che se lo butto per terra va a vedere gli facciamo male e sono cazzi…” oppure un “guarda che non lo faccio nemmeno per il cazzo, potrei farmi del male” o più probabilmente un “siamo nella merda io non lo faccio, ritengo l’opzione rischiosa e non praticabile…”. Vito Zucchio indica le tracce evidentissime di materiale farinaceo bianco sui tubini delle ragazze. Poi allude alla dimensione dei loro rispettivi deretani una volta completato il trattamento da parte del proprietario della voce che ora non urla più “Vanessa!” solo perchè il tempo è congelato. Poi con veemenza, mima ancora una volta il gesto dello spintone inverecondo alla porta. E sgrana gli occhi come a dire: “Niente discussioni… dev’essere ora!”. Michele Giorgino si appunta mentalmente tutto quel che dirà a Zucchio nei cinque minuti successivi. Compila la lista con la stessa certosina scrupolisità di un Mastro Don Gesualdo di fronte alle carte testamentarie da redigere… “Tanto nella stragrande maggioranza delle possibilità tra cinque minuti sarà tutto finito… sarò morto!”. Annuisce all’ennesima imprecazione afona di Zucchio sul muoversi senza star lì troppo a pensarci, chiude gli occhi, li riapre, si lancia come una furia contro la porta. Solo per scoprire che l’apertura è verso l’interno.
Un tonfo clamoroso. Dolore lancinante alla spalla. Uno dei cardini – quello superiore – della porta pare cedere con uno scricchiolio sinistro. E intanto però la chiusura della porta risulta aperta. E l’assediante ha gioco facile nel far crollare le ultime difese con una pedata assestata con violenza. In questi casi sono i centimetri a fare la differenza. In fisica è spesso questione di micron… figuriamoci cosa succede in quelle praterie che sono i centimetri… in fisica.

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Mentre il corpo di Giorgino rimbalza all’inidetro nel cubicolo, la pedata si stampa. Mentre il corpo di Giorgino concede spazio tra se e la porta… quest’ultima, sotto il colpo dell’ariete che calza 44 a pianta larga indietreggia violentemente e con una rapidità inaspettata, stampandosi di taglio sulla fronte del malcapitato nella zona del sopracciglio destro, quello più esposto. L’epidermide cede, il nostro inidetreggia di colpo portandosi le mani al viso ed imprecando contro santi, madonne, Fanfani senior e medici curanti. Michele sanguina. Le due ragazze raggelate, si aggrappano l’una all’altra per farsi coraggio. Zucchio non trova di meglio da fare che controbilanciare la forza con cui il suo – incolpevole – compagno di merende sta indietreggiando con una spinta ancor più veemente. Michele, sballottolato, con le mani sul volto e i gomiti alti, impatta contro l’uomo che adesso non urla più “Vanessa!”. Non urla più. Inspira ed espira come un rinoceronte che sta per caricare. Michele si schianta su di lui a peso morto, colpendolo con l’avambraccio sinistro – zona polso – sul naso. Crack! Si ente bene Crack! Manco fosse il tendine di Ronaldo che salta in quel clamoroso rientro record di coppa italia 2000 ritorno all’Olimpico. “Puttanadituamadrequella…” e l’uomo caracolla all’indietro sfasciandosi le reni contro il lavandino frontaliero. Guadagnata l’uscita dal cubicolo, Michele viene spinto ancora una volta da Vito che si lancia verso la porta a riporto tenendosi su le braghe e cercando di abbottonarsi il jeans. Dietro di loro, mentre la porta stenta a richiudersi, il pover’uomo che urla disperato “La madonna puttana il naso… pezzo di merda il naso… Vanessa! Vanessa!”.   pantalonibassi

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9 thoughts on “Io che quella sera nemmeno ci volevo venire con te…

  1. ysingrinus ha detto:

    Non si può uscire con una persona del genere e sperare che non accada niente di mostruosamente assurdo!

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  2. avvocatolo ha detto:

    Inchino! E non per aspirare quelle tracce bianche sui tubini delle ragazze ma proprio per inchinarmi davanti alla potenza della tua penna!!!

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  3. Lemniar ha detto:

    Tra i due quasi quasi mi fa più paura Michele: fa la cosa sbagliata sempre e comunque in un crescendo oltretutto! (la scena della porta è stata descritta in modo cristallino: la botta l’ho sentita pure io!!!)

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