dice che alle volte sono transfer… (Gianni e Francesca)

Ganci. Due, assestati in modo sporco. Avanzando col destro. Con la guardia scoperta. Non si colpisce così… Eppure era quello che gli era venuto naturale fare. Fuori dalle dodici corde, 3 su ogni lato. Senza disciplina, senza secondi, senza le regole scritte e canonizzate di un duello. Così. Perchè quello aveva le pupille che non si vedevano. Perchè parlava troppo e troppo veloce. Perchè l’aria e lo spazio a Gianni quella sera, intorno, sembravano ridursi drasticamente. Ed erano quegli occhi a spillo e quella voce inutilmente alta che divorava con foga il silenzio e la quiete a toglierglieli. E quel tumbler alto col negroni urtato dal gomito troppo veloce e molto poco accorto, rotolato sulla sua maglietta da lavoro, sui suoi pantaloni da lavoro, erano state solo la scusa per fissarlo e cercare delle Ardenne emozionali, frugarsi le tasche alla ricerca di un Gavrilo Prencip che facesse al caso. Un incidente trascurabile, che lui, scientificamente non volle trascurare. Pochi passi, uscire dal bar, attendere con la sigaretta tra le dita. Avanzare, togliere lo spazio a quegli occhi… che senza pupille gli occhi non servono a niente. Ganci, due, assestati in modo sporco. Avanzando col destro. Con la guardia scoperta nella speranza di prenderne uno e incazzarsi di più. E colpire di più. E far male di più. E invece niente. Gli occhi a spillo che si chiudono, con la luce spenta. Sono quelli i momenti in cui ti rendi conto che la violenza immaginata ha un sapore catartico, quella agita è solo la valvola della pressione sul coperchio di una pentola. Equando gli occhi a spillo sono per terra… hai solo voglia di pestare quella testa di cazzo sotto le scarpe da lavoro. Invece ti ri un calcione nella pancia e te ne vai. Sedersi. Accendere ancora una sigaretta. Guardarlo rialzarsi. Andare via. Nel silenzio imbarazzato e impaurito delle 5 di mattina.
Gianni si accorse che i transfer sono una scienza esatta. Che quel tumblr alto era una scusa… che non erano uno scusa gli occhi a spillo e la voce inutilmente alta e inutlmente vorace di silenzi e di quiete. Francesca testardamente aveva deciso di non rispondere più, ancora, di nuovo, chissà per quanto. Eppure quei ganci, due, assestati in modo sporco, quei ganci con tutta quella storia non c’entravano nulla. Forse sì, ma solo di straforo… solo alla lontana, come i parenti di quelli che un tuo parente s’è sposato. Quei due ganci non erano indirizzati al silenzio, alle paure, alla cocciutaggine ottusa e distruttiva di lei. Quei ganci, due,  assestati in modo sporco, senza guardia, nella speranza di prenderne uno e incazzarsi di più, erano per qualcun’altro. Eppure lei, Francesca, fu l’unica persona a saperlo.

tossicodipendenza

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