Archivio mensile:novembre 2015

Radio Quindinononvatuttobene – FRNCPL1

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Per questo pezzo devo ringraziare l’u residente in Inghilterra che non mi legge… ma lo taggo, su questo post… fidatevi. Così tra le stats inglesi ci sta pure lui. Perchè se conosco questa versione è solo merito suo. E perchè me la fece piacere tanto… come mi fece capire che un confortino al guaranà alle 10:30 non era un peccato mortale.

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Ma soprattutto ho conosciuto questa splendida anzone di Sting che più o meno si chiama Desert Rose e che qui, nella sua villa in campagna toscana lui canta assieme a Cheb Mami – e di questi tempi far cantare insieme occidentali e musulmani non è mica una cosa brutta. Ed io mi innamorai di questa canzone. E gliela dedicai. Ma quella non se lo ricorda nemmeno, fidatevi! IN quel CD mi sa che ci sta per questa cosa… che io dissi che la trovavo bellissima (non mi ricordo se la canzone o lei)…

 

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Oh niente, allora… le dipendenze sono una coperta…

E tu non sei mai in grado di percepire quanto questa coperta sia corta. E questa coperta si chiama dipendenze e non “una dipendenza” oppure “ogni tua singola dipendenza”. Definiremo quindi sin da ora quella coperta come un patchwork risultante di tutta una serie di piccole e grandi dipendenze che insieme vanno a costituire l’archetipo della dipendenza, il tuo essere sempre e comunque dipendente.

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Quale sia il grado del tuo essre dipendente a livello archetipico puoi solo intuirlo quando vedi crescere il numero di pacchetti acquistati al giorno, quando percepisci la frequenza dei click su certi portali, quando cominci a smaniare per un nuovo tattoo, quando cominci a chiederti con sempre maggiore insistenza se la spesa che hai in frigo è sufficiente, quando ti accorgi che il numero di serie attualmente in download sul tuo mysky è superiore alla capienza dello stesso.

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Ho osservato attentamente questo numero e valutato la situazione.
Houston abbiamo un problema!
Però sulle prime non chiami Houston che nel codice militare americano non significa nulla. Tutti pensano che Houston stia lì per H… e quindi Home, Casa nel senso di Famiglia, Nido. No… H si dice Hotel… che propriamente non è il tuo nido ma il posto dove ti accampi. Scherzi della fonetica criptata militare.
Sulle prime non chiami Houston che nella missione dell’Apollo 13 – che salutiamo e ringraziamo per aver coniato la splendida espressione  – era Casa, Nido, Home… per un semplice fatto. Te la devi vedere da solo oppure finirai a declinare in altro modo una nuova forma di dipendenza, quella dagli affetti. E non va bene schiacciare una dipendenza con un’altra dipendenza illudendoti che stai risolvendo un problema.

Equilibrare dipendenze da solo non ti salverà! Il tuo problema non è equilibrare le dipendenze. Il tuo problema è “dipendere”. La soluzione è tendere al non essere dipendente.

Orbene… identificate le dipendenze scopri che nell’ordine sei più incasinato con le sigarette e col cibo, che hai dei surrogati molto potenti nel tatuaggio, che hai dei lenitivi momentanei nel controllo delle statistiche di accesso al tuo blog che leniscono la tua ansia di controllo, che non consideri le relazioni come una forma di dipendenza, che ancora non vivi i tuoi affetti più cari come forma maniacale e che, sostanzialmente, il porno e la pornografia non fanno parte del pantheon degli dei da venerare e da cui dipendere per lenire il tuo bisogno di dipendenza stesso. Mammaepapà e Tory Lane non sono parte del Patchwork.

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Evviva!

In una serie ossessiva di prove e controprove di bilanciamento hai notato che al decrescere delle sigarette fumate si innalza la voglia compulsiva di mangiare, di cibarti di qualcosa, solitamente giuggiole, latte condensato da spremerti in bocca direttamente, caramelle club… difficilmente salsicce e derivati della carne. Più probabilmente nodini di scamorza affumicati. Al decrescere delle sigarette fumate cresce la panza. Qualcuno mi ha detto di provare con la cocaina… sono assolutamente certo che la cosa non risolverebbe il problema. Temo di dover aggiungere un Anzi!
Il problema serio è che non aiuta contollare maniacalmente ed ossessivamente la pagina delle statisctiche del mo blog. No… non aiuta per niente. Paradossalmente, essendo una operazione molto breve e noiosa, nella rilettura pedissequa di ogni statistica e nell’intreccio dei dati… mi ritrovo a cercare il pacchetto delle sigarette per accenderne una perchè mi sono convinto che fumando rifletto meglio.

Il ricorso al tatuaggio pare essere una forma di surrogato molto molto potente delle sigarette. Il problema è che è una storia parecchio costosa. Il problema è che lo spazio finisce. Il problema è che tatuarsi ha dei tempi di decompressione da cicatrizzazione non proprio da one shot.

“In un tempo che tende all’infinito la fuoriuscita da una dipendenza si declina in varie forme: momento della sofferenza, momento della catarsi, momento della cicatrizzazione, momento della guarigione”. Il momento della guarigione è una ascensione reale. Quello della catarsi è paradossalmente il cazzinculo gravissimo… perchè sei a terra che soffri a bestia. Questo per dirvi che al momento essere passato da 40 e passa a 10 sigarette sta provocando negli ultimi giorni delle atroci complicanze. Ed alla catarsi ancora non ci sono arrivato. Pare che la catarsi sia il momento in cui ti scopri a cedere alla dipendenza proprio quando gli effetti del dolore sono spariti, quando il disagio non c’è più, quando la sofferenza tende smisterisoamente allo zero. La catarsi è il renderti conto che ce l’avevi fatta ma assaporare il pessimo gusto di una violenta ricaduta. Nella mia condizione Catarsi sarebbe passare ad acquistare un altro pacchetto da dieci in un giorno. Spero non avvenga mai!
Sono nella fse della sofferenza ancora. Secondo le persone che ci sono già passate sto sublimando e somatizzando moltissimo il semplice nervosismo dovuto alla astinenza. A me sembra di vivere delle vere e proprie crisi fisiche. Ho uno spillo arroventato in testa, tra gli occhi, mi tirano le vene e i tendini degli avambracci, sono irritabile. La gamba sinistra non sta mai ferma. Ma vi do una notizia… chi non mi conosce non se n’è accorto. Maschero bene.Il problema è il firgidaire. Esco coi soldi contati… non acquisto più giuggiole. Le scamorze a nodini in frigo sono contate e devono raggiungere il giorno di martedì prima di essere di nuovo acquistate. So cosa mi sta aiutando: il fatto che l’orso sulla spalla destra continui a pizzicare. E’ la prima volta che spero non si cicatrizzi così in fretta… ma so che domani o dopodomani non lo sentirò già più.

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(ho appena buttato lontano il pacchetto mntre lo stavo aprendo…).

Devo sublimare. Non voglio chiamare i miei, non voglio chedere aiuto. Non voglio chiamare Tory Lane, non voglio chiedere aiuto. Certo, in situazioni come queste “il godimento triviale di una situazione di massimo degrado appaga chi ha compiuto compromessi non già con la propria morale ma con la comprensione delle meccaniche della morale”. Come dire “so cosa è bene e cosa è male ma non faccio del male”. E mi gusto quel “male” solo nella misura in cui so che è un “male” finto. Come quelli che si sono visti tuti i Guinea Pig e se li sono stragoduti ma stanno malissimo a guardare il finale di Avere Vent’Anni… o hanno un conato di vomito emotivo quando a “The Darkness” il bambino pieno di lividi chiede alla mamma non aiuto dal padre manesco ma “un bicchiere d’acqua” e in quel bicchiere d’acqua c’è tutto quel che serve a farti rovesciare l’anima. Se chiamo Tory Lane le regalo addosso una copertina di linus che avrò sempre, poi, voglia di stapparle via per coprirmici io – che le dipendenze sono coperte – e saremmo punto e a capo. E poi le dipendenze in quel caso darebbero problemi sociali. “Povera vicina ottuagenaria…” a sentirsi le urla e le parolacc di Tory Lane… che certe espressioni sono slang americano… ma i sospiri sono come il calcio: una lingua universale.

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Scrivo. Ecco!
Ecco ilperchè delle note professionali che compaiono sulla mia bacheca da qualche giorno.
Scrivo. Ecco il perchè di Clockwork Orcas… che è strettamente collegato ad un percorso di ascesi e di scarabocchi sulla pelle.

Scrivo, va… devo tenere le dita occupate. Scrivo, rannicchio le ginocchia e tiro su i piedi perchè la coperta basti. Scrivo, che non fumo!
(sono le 15 e me ne restano 9…).

 

 

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Radio Quindinononvatuttobene – FRNCPL1

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E viene il momento di questa traccia che è la cover di un pezzo famosissimo e la suonano i Sikitikis che sono una band che qui si esibisce nella cover di Cuore Matto.

Però questa oltre ad essere la canzone di quel grande artista anni ’60 che fu il piccolo Antonio, cioè Little Tony, è pure in questa versione la colonna sonora di un filmetto davvero bellino che si chiama Cosmonauta e che a me MI è sempre piaciuto un fracchio!

Quindi vi posto pure il video. Percè la bambina così conciata mi ricorda qualcun*…

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Intelligenti pauca…

… cioè a dire agli intelligenti basta poco, di domenica, per partorire una affermazione importante e di senso assolutamente compiuto. Oggi è domenica e mi sono graditamente rotto il cazzo. Lo so che dirò così, domenica. Perchè meglio di tutti sapete che non è domenica, non è così.
Mi sorprende l’ucronia… proprio perchè nelò mentre stavo pensando di scrivere che forse farei bene a spostare la programmazione della serie Clockwork Orcas di domenica mi sono scoperto a pensare preoccupato: “Cazzo dici? loro ancora non lo sanno che uscirà sabato!”. Sì ma questo post lo leggerete di domenica. La prima puntata l’avrete già letta.

Scherzi delle ucronie.

Niente, volevo dirvi perchè oggi ho pensato Intelligenti Pauca. Perchè mi sono detto che a noi intelligenti basta poco, per capire quando siamo di troppo. Già… Intelligenti Pauca.
Ci basta osservare. Ci basta annusare. Ci basta leggere una volta sola certe risposte, soppesarle.
Intelligenti Pauca. Gli stupidi questo non lo capiscono… e credono, pensano, sperano di prenderti per il culo con frasi del tipo: “Non sono io a dirti cosa devi fare… tu devi fare quel che senti…” credendo davvero di fartela sotto il naso.

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Intelligenti Pauca: agli intelligenti basta poco per capire che dietro questa frase c’è una persona profondamente stupida e debole, una persona che si protesta forte e con gli attributi, intelligente e faina… che non ha ancora capito che Intelligenti Pauca…
…agli intelligenti basta poco per capire:
che si è di troppo, che si era già di troppo prima che tutta la manfrina cominciasse, che di fronte non c’è una persona sincera, ma una bugiarda patentata, che di fronte c’è una persona troppo debole per dire sinceramente che si era scherzato.
Happy LIfe Stupid!
Happy Sunday Idiot!

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Radqio Quindinononvatuttobene – FRNCPL1

E niente arrivammo anche a questa… alla versione cover di “Lady of a certain age” dei Divine Comedy. E però questa si chiama “Signora ricca di una certa età” e la cantano i Baustelle…. che ne fanno una cover esegetica.

E questa la cantarono che era il 2011 nel tour de I mistici dell’Occidente al Demodè a Bari. E mi innamorai di più, quella sera. Della delicatezza non solo dei Baustelle.

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Clockwork Orcas

“… gli hai strappato pistoni e connettori, hai scavato nella sua carne putrida per cavare via viti e bulloni… e cosa resta adesso? Un pezzo di carne che forse nemmeno respirerà più tra qualche ora”.

Gli occhi si schiusero debolmente. Giusto quel poco che permetteva alla luce dei neon di filtrare, accendere una candela fioca e grigiastra su quella stanza che sapeva di rancido. Verdi. Le pareti erano verdi. Di un verde slavato, scalcinato. Qua e là cedevano il passo ad un bianco sporco, polveroso di calce. Muri scrostati di quella che sembrava una vecchia scuola. Riuscì ad intravedere la punta di un piede dalla sua posizione. Forse il suo, inguainato in uno stivale militare. Poco più in là, oltre la punta lucida di quell’appendice, che non era sicuro di sentire sua, la sagoma di una donna, avvolta in una mantella mimetica scura. Capelli neri corvini che, credette, dovevano incorniciarle appena il viso per poi finire a seguire i contorni della mandibola e del mento. Non più lunghi di tanto. Non era sicuro, però. Mettere a fuoco quel che vedeva attraverso gli occhi ridotti a due fessure era impossibile. Era una voce di donna, quella che aveva sentito prima, che lo aveva confusamente richiamato da un limbo senza suoni e senza luci, un limbo che puzzava di pelo di cane bagnato e di fiato fetido.

Fu una voce pacata a rispondere a quelle parole. “Eppure, vedi Silvia? Vive. Vive ancora. Libero dall’orrore del metallo, quest’uomo ancora vive. Cosa resta, al netto di pistoni e connettori, viti e bulloni? Resta la carne. Ed è carne viva, quella…”.

Di cosa parlavano? Della carne e della pelle di chi si contendevano il destino? Sulla vita di chi pretendevano l’ultima parola? Fece uno sforzo, cercò di aprire meglio gli occhi, schiudere le palpebre… ma tutto fu vano. Volse piano il capo, verso la sorgente di quella voce pacata ed inquietante, quella voce maschile che blaterava di carne viva e di orrori di metallo. L’uomo che doveva aver parlato indossava una lunga tonaca nera. Calzava in testa un cappuccio puntuto. Aveva le braccia conserte poco sopra lo sterno.

“Tu lo sai, Silvia. Eowyn ha deciso che quest’uomo doveva vivere. Lo abbiamo abbandonato qui, dopo avergli strappato ogni traccia di sporco e peccato. Dopo averlo mondato dal ferro e dal grasso. Eowyn avrebbe potuto divorarlo, sfamarsi per proseguire l’allattamento… ma ha rischiato la morte pur di non mangiarlo. Guardala, lì, ridotta pelle e ossa… pur di sfamare i suoi cuccioli lasciandolo in vita” – “Eowyn ha sentito puzza di morte sudare da quella pelle, Gevorg. Ha sentito che quella carne puzzava di fetido, di impuro… per questo non l’ha mangiata, brutto pazzo…”.

La voce della donna s’era fatta cupa, sprezzante. Di chi stavano parlando. Di cosa? Provò ad alzare la testa, provò a tendere i muscoli del collo per sollevare il capo quel tanto che sarebbe bastato ad osservare meglio, anche solo a distinguere le sagome. Gli sforzi furono vani. I capelli non respirarono neppure, dietro la nuca. La testa non si staccò nemmeno un attimo dal cuscino. Semplicemente, il suo corpo tremò nello sforzo e non trovò nemmeno un istante le energie che gli servivano.

“Silvia, sei giovane e hai sete di vendetta. Tu covi un odio feroce per tutti loro e posso capirlo, ma…” – “Taci, Gevorg, non vedi? Si sta risvegliando. Vuoi forse che muoia di paura nel sapere…” ed ora la sua voce aveva una nota ironica, sadicamente ironica.
“Non ricorderà nulla. Guarda tu stessa… non ha neppure la forza di aprire gli occhi. Vero? Vero, uomo di latta? Tu stai sognando… è solo un incubo, uomo di latta…”. E di colpo la voce dell’uomo si fece quasi leggera, paterna.

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Parlavano di lui. Parlavano del suo corpo, della sua carne. Avevano dei progetti per le sue membra. E nulla di quel che sentiva lo rassicurava. Chi erano? Chi erano la donna così feroce e l’uomo così scostante che con un disincanto disarmante si contendevano la sua vita e la sua morte? E soprattutto, soprattutto chi era lui? Perchè uomo di latta? Provò a parlare, protestare, farsi sentire vivo e cosciente. Nulla.

“Arshile l’hai sentito anche tu, vero? E’ stato fin troppo chiaro: lasciate che sia Eowyn a scegliere del futuro dell’uomo di latta. Ed Eowyn ha scelto. Vuoi forse contraddire la lupa?” – “Metti da parte le fesserie, Gevorg, con me non attacca… so bene cos’hai in mente. Tu hai bisogno dell’uomo di latta. Tu hai voglia di vedere se gli ingranaggi dei nostri caduti possono rimpiazzare pulegge e pistoni. Già… hai solo voglia di sfidare la Meccanica e provare a vedere se pelle e muscoli ricresceranno, se tornerà un uomo, un uomo e non la carcassa di latta e carne in cui siamo inciampati”.

Serrò le dita sul lenzuolo dov’era adagiato. Vedeva la luce del neon farsi più tenue, i suoni di quelle parole, quelle voci, farsi distanti ed ovattate. Confuse. Provò ad aggrapparsi alla realtà, a quel momento, con tutte le forze. Ma tutto si fece di colpo confuso. Poche parole, mentre le voci si sovrapponevano e non riusciva più a capire chi fosse a parlare.

“Tu credi che Arshile disapproverà questo tentativo. E più forte ancora, tu credi che la Meccanica stessa si rifiuterà di adattarsi alla sua pelle nuova ed alla sua volontà… e solo perchè ha ancora del grasso che lo ricopre e qualche scheggia da cui ripulirlo… Sei cieca, Silvia. L’odio ti ha resa cieca. Al netto di viti e bulloni, strappati pistoni e connettori, questo corpo resta vivo. Questa carne è viva. E ovunque ci sia vita, lì ci può essere la Meccanica.”.

Il rumore di tacchi secco, sul pavimento, per un attimo lo richiamò dal limbo denso dov’era rimasto invischiato. Non aveva più forze. Fece appena in tempo a sentire le ultime, confuse parole. Mentre, cercando la sagoma di quella donna sprezzante, riuscì solo a scorgere la parete verdastra infondo alla stanza e molto più vicina, la punta di uno stivale, nera, una volta lucida.

“Se davvero ci tieni, Orologiaio, questo pezzo di carne putrida è tuo. Fanne quel che vuoi. Ho fiducia che Arshile stesso si ricrederà. L’ordine di abbatterlo arriverà a momenti, credimi. La tua è una bestemmia, Gevorg.”.

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Radio Quindinononvatuttobene – FRNCPL1

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E questi invece sono i Gorillaz, la band parallela di Damn Albarn che si era inventato per questa concept band dei personaggi, delle storie, delle vicende, una mistica ed una poetica tutte sue. E aveva visto giusto. E aveva vinto.
Questa è On Melachony Hill… E c’è Noodles che  ritornata dalla morte, ma è diversa, è una donna fatta, quasi quasi una Biondoddio con quella che ci farei… combatte e sopravvive ad una incuriosne aerea, scampa all’affondamento della sua nave su un canotto con sopra chitarra e zaino… mentre Murdoc e gli altri, compresa la cazzutissima e violentissima Noodles cyborg la cercano e ingaggiano mitologici scontri a fuoco con un sacco di cattivoni! E con loro ci stanno SnoopDog, Lou Reed, Paul Simon e tanti altri…Solo che alla fine il Boogeyman stronzo scappa col lamantino magico e dietro le nebbie si intravede Plastic Beach… ma di Noodles, quella cazzutissima e vera e sexy non c’è nessuna traccia. La Noodles vera è quella di sotto… quella militaresca di sopra è il cyborg.

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Tutti, anche alla mia età dovrebbero poter cercare la loro Noodles… anche èerchè è provato che la cyborg Noodles è solo una replica cazzona e cialtrona e violenta del reale. Del resto… compri i componentoi da E-Bay scemo di un Murdoc!

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Il triangolo è completo…

Si completa con la figura sulla spalla destra la carrellata sul tittico del tatuaggio o tattoo che ho fatto sulla schiena. Il rovesciamento del simbolo triangolare è un riferimento jungiano non tanto alla dualità dell’animo umano quanto e più precisamente alla Grande Madre, colei che da la vita come Demetra e Iside simboleggiando fertilità e rinascita… a destra, oppure la distrugge e la smembra come Ecate, Persefone e le Erinni… a sinistra. Il vertice basso di questo triangolo, coincidente con il coccige, è il crogiuolo in cui tutto decanta e viene a trattenersi e ridigestarsi… ma sostanzialmente ponendo le Erinni a sinistra e Demetra a destra, corrisponde a Sofia, ala purezza del rapporto con il femminino universale. In un amore che, proprio perchè interspecifico, non si sublima nel gesto più istintivo della passione, bensì in quello più ragionato della cura e del dono per il dono. Ecco perchè il vertice basso vede Maggie. Ecco perchè il vertice sinistro vede l’affetto carnale e spirituale passato.

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A destra un orso molto stilizzato. Richiamo della civiltà russa. Come omaggio al tratto siberiano scelto. Nella tradizione Russa la Madre stessa è dipinta sempre come un’orsa. In una società rurale e boschiva come quella siberiana, il lupo e la lupa hanno significati profondamente distruttivi e negativi, mentre la cura, l’affetto e l’amore materno sono simboleggiati dalla forza distruttrice dell’orsa. Proprio come l’Orsa, la madre difende i propri cuccioli, bada alla cura del branco, protegge dal Male.
Benedice, con la zampa sinistra che si alza nel simbolo del tre, come da buona tradizione iconografica ortodossa. Resta ferma in primo piano retta, come da tradizione bizantina, non proprio frontale, senza mai volgere le spalle. Guarda verso destra non solo per una questione di equilibrio dell’immagine e di simmetria ma anche e soprattutto perchè continua a distendere in modo discreto la propria protezione. 12277262_10207679553857408_1675583107_n

All’Orsa non è richiesta alcuna benedizione sulla vita e sulle passioni. L’Orsa semplicemente, attraverso l’uso di alcuni oggetti dal carattere simbolico e quindi magico, protegge il passato e la formazione del cucciolo senza che mai sia possibile intaccare gli affetti passati e presenti, familiari, quelli che hanno portato il cucciolo ad essere l’uomo che è. E quindi ci sono le gru dell’edilizia, di chi ha insegnato me si costruiscono i sogni ed i percorsi… di chi ha insegnato che esiste sempre un modo per lasciare un segno, una traccia concreta di se stessi, i libri e i calamai di chi ha trasmesso l’arte e la passione per lo scrivere prima ed il raccontare dopo, il computer, un Apple II, per la ordinata caparbietà di chi ha fatto amare uno strumento ormai irrinunciabile, trasmettendo un metodo ed un amore per la curiosità, sempre… e la cura ostinata e caparbia di chi ha sempre preteso di proteggere, dal sole e dalla pioggia, spesso anche senza più vedere e snza più poter camminare, continuando a piantare un ombrellone non solo su una spiaggia.

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Questa figura ha una serratura sull’occhio destro, l’occhio della ragione. Anche questo è un significato misterioso… che non voglio svelare e so capirete che è importante custodire gelosamente quello che c’è dietro le serrature. Sono lì a posta. Ma ho sentito il bisogno di parlare di ogni serratura perchè, per quanto stronzomerdoni voi siate, non siete gente stupida… e le avreste notate… e mi sarebbe dispiaciuto dirvi: “Questo, solo questo, sono cazzi miei!” 😛

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Adesso e davvero ci fermiamo. Ho in mente un lavoro bellissimo… ma non è il momento. E non so se quel momento arriverà, davvero.

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Radio Quindinononvatuttobene – FRNCPL1

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Quinta traccia di quell’album è un pezzo che voi avete già ascoltato… e più precisamente “Such great Heights” dei Postal Service, qui suonato però dagli Iron And Wine in una versione molto struggente, rallentata, che non cede al veloce bpm dell’elettronica ma si fa riflessiva, malinconica a tratti disperata. E’ un modo diverso di suonare un pezzo molto evocativo. Perchè gli Iron and wine abbiano scelto di coverizzare con questo registro i Postal Service io non lo so… ma… tant’è!

E’ quella di poco più su… lo so l’avevate già ascoltata ma per coerenza devo riproporla nella rilettura di quelle tante tracce…
La versione orginale di Such Great Heights dei Postal Service è invece quella che segue! Godetevi anche quella, completamente diversa.

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La spalla sinistra

Ed il sinistro in psicologia ha tutti significati introspettivi, di accartocciamento, di riflessione, di involuzione, di reverto, di torno indietro al passato. Nel mondo arabo ovviamente tutto è a specchio. Dipende dal nostro sistema di lettura. Come nelle composizioni fotografiche. Sinistra è Alfa, Inizio. Ma, ovviamente, già dal giorno dopo di Alfa, è ritorno, passato, ancoraggio… quindi non decisamente sempre un bene.

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A sinistra c’è una gattina vestita da santa bizantina. Ha addosso un pannolone, da sopra, perchè si veda. E’ una icona che misteriosamente volge le spalle e si guarda inidetro, mantiene un contatto visivo pur decidendo di andare via. E’ una figura che si muove, non resta statica. E’ una figura che si sposta continuando a fissarti con aria maliziosa, incomprensibile, enigmatica… Ha la faccia di Joy Blueyes… maliziosa, discola, inafferrabile. Eppure Joy Blueyes io la curai. Mi presi cura di lei… e lei arrivata ad esser grande… ma nemmeno troppo grande, che ancora poppava dalla sorella di sua madre mentre lei allattava i suoi piccoli – piccoli davvero – lei mi volse via le spalle. Rimanendo sempre a guardare.

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E’ la cura degli affetti più veri e profondi… quelli che, però, ad un certo punto della tua vita vanno via. Rompono le catene. Rompono le catene custodendo però sempre – intatta – una serratura sul lato sinistro della schiena, del petto… sul lato del cuore. Quella serratura è ancora una volta un mistero che non voglio raccontare. Ma c’è chi ha avuto un tempo il posto più sinistro e dolce della mia vita. E poi ci si è dati le spalle senza perderci di vista. Forse, purtroppo. Ed è un affetto che va via senza togliersi il pannolino. E’ un affetto che va via senza volgere lo sguardo. E’ un affetto che rompe le catene e mi chiede, mentre lo chiedo io a lei che si allontana: “Senza strada, ndò voi annà?” (che è un verso di una canzone dei Baustelle che si chiama Contà l’inverni e sta sull’album Fantasma) … dove vai senza me, senza noi… che siamo stati la strada e la Strada? Ah sì, le mani… denunciano liberazione con le catene rotte, le manette spezzate… ma restano verso il basso… e non benedicono come Maggie faceva prima.

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Ma questo è il lato sinistro, l’involuzione ed il passato. Per chi sceglie di tracciare sulla propria pelle, lì dove sa che nessuno mai lo vedrà, quel che tanto significa nella sua vita… il passato deve avere un posto di enorme cura e rispetto. Anche se fa male. Anche se il peso di quel che hai disegnato ti fa volgere la spalla all’ingiù con rabbia. Lo sentirai leggero… un giorno. Ogni giorno di più lo senti più leggero. Perchè già non pesa niente. Ma c’è stato… ed era giusto ci fosse. Tracciato. Questo è il secondo tatuaggio, il secondo tattoo che fa da secondo vertice del triangolo rovesciato che le icone bizantine 2.0 mi disegnano sulla schiena. Domani parliamo del terzo… il primo era già stato discusso qui!

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