Recensione – Cinema Quindinononvatuttobene. “Gli ultimi saranno ultimi”

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Luciana vive ad Anguillara Sabazia e lavora in fabbrica. Fa parrucche. Una bella rottura di coglioni. “E però è lavoro…”. E quindi – per quanto incredibile sia – Luciana a quel lavoro c’è attaccata. E lo fa bene, sempre. Stefano è un bravo meccanico, “sarebbe stato il migliore”. Però non c’ha “voglia di tornare sotto padrone”. Forse perchè, sotto sotto, non c’ha voglia di fare un cazzo. Luciana mantiene Stefano e divide con se stessa, gelosamente, una intimità di ricordi legati alla figura d’un padre, Mariolone, volitivo e deciso – che nella vita però ha quagliato poco e pagato fino all’ultimo la sua “testa calda” – e di una madre sempre lì a fare l’agnello… ad aspettare il lupo che se la mangi. Luciana e Stefano sognano un bambino. E questo bambino sembra non arrivare mai. Proprio quando Luciana rimane incinta, cominciano i casini: l’azienda la licenzia “per via della crisi” o solo perchè non si può dire che la licenzia a causa della sua maternità, Stefano dilapida i pochi spiccioli rimasti in un future su una intermediazione da mezzo rigattiere e tutto, ma proprio tutto, nel dimesso ed ordinario mondo di quella “felicità con poco, comunque felicità” comincia ad andare a rotoli.
Proprio in quei giorni, Antonio, poliziotto veneto, finisce trasferito pure lui ad Anguillara. Per disonore. Si adatta stanco al mondo grottesco in cui le radiazioni dei ripetitori di Radio Maria trasmettono dai cessi, dai lavandini, dai citofoni e dagli alberi di Natale le messe ed i rosari, come se nulla fosse. D’altronde non gli resta altro da fare, a lui, sbirro trasferito per disonore, incapace di disntinguere una donna da un trans, tutto stretto tra il dolore ed il rimorso per “la cazzata fatta”, una madre lontana ma fin troppo presente, le angherie dei colleghi ed il bisogno, insopprimibile, di venir fuori. Da tutto. Antonio e Luciana incrociano i loro sguardi solo per un attimo, nel riflesso di una vetrina. Per poi trovarsi, a pochi passi dal finale, occhi negli occhi, sull’orlo del precipizio… lì dove tutto scivola giù, ci si butta o si ricompone.

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Massimiliano Bruno è il regista di questa bella pellicola, un film che dimostra ancora una volta che il cinema italiano è vivo e, lontano da certi insopportabili cliche nazionalpopolari, ha ancora qualcosa da dire. E da direr bene. “Gli ultimi saranno ultimi” è la trasposizione cinemaografica di quella che originariamente è stata anche una efficace piece teatrale. Non è null’altro che uno dei tanti banali drammi familiari cui questa italia minuscola e triste ai tempi della “crisi” ci ha abituato.
Di quale crisi poi si stia parlando è difficile dirlo. Quella economica, col lavoro che manca sempre di più? O quella normativa, che legge come ordinario il licenziamento di una donna per maternità. Quella di una coppia, in cui una donna umile ma piena di bella dignità si scopre mamma, tutrice e responsabile di un uomo che ama incondizionatamente ma che è poco più che un cialtrone da bar? O quella di un uomo solo, divorato dai sensi di colpa e convinto che, sempre e comunque, la sua scelta sarà sbagliata.
“Gli ultimi saranno ultimi” è una storia semplice, quasi scontata. Una storia che racconta ogni attimo una “roba” già ascoltata mille volte, cambiando i dettagli, modificando i nomi, glissando su particolari millesimali. Eppure è la dimostrzione di come ad una storia così non serva molto per essere ben raccontata, per emozionare e per stupire. Nel trionfo educato del semplice concetto “Less is more”, allora, la fotografia si fa dimessa, per gli amanti del dolly, sciatta, i movimenti di camera elementari, ad un occhio disattento ed ineducato, scontati, i dialoghi quotidiani, farciti di quel cialtroneggiare romanesco senza mai cadere banalmente nel triviale. “Di meno è meglio” però! Perchè se si sceglie come registro la quotidianità, la traccia giusta è quella di una semplicità che riesce sempre a non essere banale. E la regia di Massimiliano Bruno, banale, non lo è. Punto.
Sul casting credo sia giusto spendere qualche parola. Paola Cortellesi porta in scena l’umiltà e la dignità di una donna che sa di caricarsi addosso il peso di alcuni sbagli. Nello stesso momento, però, con la stessa dignità, li rivendica. Un ruolo complicato, lontano dalle prove di commedia cui ci aveva finora abituato. E lo fa bene, con remissione e con rabbia, gioia e sconforto, emozionando e commuovendo. E’ una bellissima prova di maturità e di maturazione, la sua. Alessandro Gassman appare perfetto nel ruolo di Stefano, un uomo che vive “per scommesse” e sopravvive grazie ad una moglie fin troppo paziente ed indulgente. Alle prese con la parte meno drammatica della storia, regge perfettamente il ruolo mettendo in scena il prototipo italico dell’uomo senza qualità. Fabrizio Bentivoglio, dimesso e depresso, giganteggia mantenendo sempre a galla il suo personaggio su quel triste crinale che separa il suicidio eroico dal baratro di uno sconforto denso.

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Massimiliano Bruno è stato davvero bravo, non c’è che dire. Ed il film, così, semplicemente, funziona in modo efficace. Funziona bene. “Gli ultimi saranno ultimi” è un bel film che fa bene al cinema italiano e, senza pretenderlo, ci porta un attimo appena a riflettere su quanto distruttiva, fin dentro la carne, possa essere l’esperienza di un licenziamento.
Anche “da un posto di merda… che era comunque il lavoro mio!”.

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2 thoughts on “Recensione – Cinema Quindinononvatuttobene. “Gli ultimi saranno ultimi”

  1. romolo giacani ha detto:

    E pensare che Massimiliano era a scuola mia e, come si dice dalle nostre parti, nun gli avresti dato ‘na lira! Simpatico, ma un gran cazzone! Invece è diventato proprio bravo!

    Piace a 1 persona

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