Archivio mensile:dicembre 2015

Radio Quindinonvatuttobene – Certe volte si ha delle corde una sensazione musicale strana

E’ da tempo che mi ero riprome qualche dedica musicale sparsa… ma è obiettivamente difficile che io dedichi, tranne quando non ho proprio voglia di sperticarmi. O quando conosco davvero bene! No, era un modo come un altro per citare alidivelluto e dirgli che presto, ma veramente presto, io quel post sulle corde ce lo scriverò… davvero.
Però anche per dirgli che ora come ora.. non so perchè, certe corde a me fanno venire in mente questi suoni…
E non è detto che Clotilde, in un futuro prossimo, non possa apprezzare!

Questo è Moderat con la sua Porc#1

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This war of Mine -2/5

Questo è “This war of mine”, set scattato a Modugno il 22 dicembre 2015 nel magazzino abbandonato di Aiazzone. Vi suggerisco di ascoltare mentre guardate le fotografie la cover fatta dagli Alchera di “Canzone dell’amore perduto”… credo sia un cadaunato sottofondo idoneo (cit.)
La trovate qui:

Zero is for Ground

E la citazione qui è fin troppo facile. Alla fine lo zero denuncia il livello più basso… e la guerra è sempre il livello più basso come concetto applicabile all’intero corpus sociale. Una guerra, l’abbandono, la distruzione… sono il ground zero di tutto. Ovviamente, mettere a fuoco e non esplodere era impossibile!

Scarpe rotte...In Una guerra nessuno pensa a piccoli e semplici dettagli, come al fatto che tenere i piedi custoditi al caldo sia una cosa importante, quasi vitale. Le scarpe, si ammazza per le scarpe, in guerra. Le scarpe sono la prima cosa che si ruba ai cadaveri. Anche rotte… perchè bisogna andare!

Please give me panic!

So bene che la prospettiva è importante… ma a me andava molto e davvero tanto di distorcere un attimo le cose. Aiutato dal grandangolo ho volutamente inclinato di qualche grado la trave e tutti quanti i pilastri perchè si accenntuasse quel segno preciso di precarietà, di scivolamento… e perchè la cosa mettesse ansia, panico. Come lo metteva a me quel vuoto colonnato e quel mucchio di macerie lì.

... and some water, please!

Il plotone di bottiglie d’acqua smezzate era forse ancor più inquietante delle scarpe a paia riprese sopra. Perchè le scarpe le puoi abbandonare, le bottiglie d’acqua denunciano e gridano il quotidiano. E declinare il quotidiano lì è qualcosa di davvero inconcepibile, orribile.

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Botti di fine d’anno, Santiago e gli animalisti d’accatto. Diventerò anti-volontari animalisti!

(ucronia off… mi ritrovo a condividere con voi una nota scritta ieri dopo un incidente verbale con gli ennesimi animari… ne scopro e ne blocco ogni giorno una decina!)

Io, lo dico veramente, sto pensando di cancellare qualsiasi forma di adesione o partecipazione ad iniziative benefiche o di sostegno alle associazioni che si occupano di animali. Lo dico col cuore in mano e con enorme rammarico perchè conosco persone che, quotidianamente e spesso con enormi sacrifici economici e di “tempo vita” si dedicano all’assistenza, al salvataggio, alla sistemazione in adozione di tanti ex randagi. Purtroppo, e lo dico a tutti, siete malamente assistiti dal mondo di Facebook e dal mondo dell’animalismo d’accatto. Siete mal assistiti dagli animalari! Poggiate tanto del vostro lavoro sulle spalle di “volontari”(?) pericolosamente imbecilli. Gente che, con il solo bisogno di apparire, di indossare dolore e tristezza come medaglie da esibire ad ogni manifestazione o fiera, riesce a mettere in mostra solo idiozia, ignoranza, violenza verbale, irrispettosità ed intolleranza. Oltre a tonnellate di umana insensibilità che farebbero impallidire esperti del settore come Hitler e Pol Pot. Piccolo dettaglio: la stragrande maggioranza di questi angeli vendicatori della causa animale, sanno a malapena distinguere un Terranova da un Jack Russel Terrier.

A convincermi di questo, ad esempio, le centinaia di accanimenti terapeutici che ogni giorno vengono diffusi online – a seguito di catene di Sant’Antonio al cui fondo c’è sempre e solo la richiesta di quattrini, soldi, denaro e bisogno di protestare una “sensibilità” molto distorta – con tanto di foto del povero peloso straziato da un incidente o ridotto ad una carcassa da una malattia cui spesso non c’è rimedio. Le persone che postano e diffondono queste “robacce” strappalacrime e strizzaportafogli, portando avanti album snuff con tanto dei dettagli piùstrazianti del “paziente” sono le stesse persone che quotidianamente invitano chiunque a firmare per le leggi sul “fine vita”, per la libertà di scelta “sul come e quando interrompere le proprie terapie” e invitano a supportare battaglie come quelle sull’eutanasia. Strepitano contro la Chiesa che pretende di imporre un “pensiero unico” in tema di morale, etica e vita privata, salvo poi manifestare un integralismo innato non appena si trovano di fronte al “dubbio”. Un uomo ha diritto di interrompere le terapie, se giudica la sofferenza che patisce eccessiva, se crede che la sua condizione mini insostenibilmente la propria dignità. Una bestia che sceglie di smettere di mangiare e di muoversi, per se stessa manifesta la voglia ed il desiderio di morire secondo ogni manuale di etologia, ma… “No, non può finire così! Io devo salvarti! Ogni giorno devo compiere un piccolo miracolo!”. In barba alla volontà etologicamente espressa della bestia in questione. “Perchè solo noi volontari sappiamo quel che lui prova, quel che lui vuole!”. Il peggio siete voi, miei cari. Siete voi l’ipocrisia più detestabile. Mi chiedo quale differenza ci sia tra il camorrista che gestisce come un lager un canile convenzionato con qualsiasi Ente collegato allo Stato, per lucrare sul numero e sul trattamento dei cani rinchiusi, e voi, che quotidianamente per gonfiarvi e appesantirvi il petto di “medaglie” questuate per continuare accanimenti terapeutici dolorosi, violenti e contro la dignità degli animali che dite di amare. Una differenza c’è: almeno il camorrista non finge. Non pubblicizza un mondo fatto d’amore. Un camorrista fa il suo lavoro: ingrassa le casse della sua organizzazione. Voi ingrassate soltanto il vostro ego, spesso senza alcuno spirito critico, continuando a diffondere richieste di denaro per raccolte fondi ormai finite causa “morte del peloso”. Spesso vi rendete comlici di accanimenti terapeutici al limite della tortura, su cani che solo veterinari senza scrupoli definirebbero “forse salvabili al prezzo di un miracolo”. Quel che è peggio, contro ogni spirito critico, rispondete con un bombardamento di insulti da santa inquisizione, augurando a chi solleva il dubbio di patire pene draconiane, malacci incurabili e compagnia cantante. Spesso dimenticandovi che pochi post più su avete diffuso il video promozionale della associazione Coscioni che si batte per una riflessione reale ed umana sul “fine vita”.
Siete davvero il peggio. Soprattutto perchè, molto spesso e per tantissimi, siete le facce dell’animalismo vero. Chiusi in casa e senza una vita reale da declinare giorno per giorno, lontani anni luce dalle mani sporche e dal tempo per la vita che non basta mai, perchè se ne dona più del dovuto alla cura quotidiana dei cani e dei gatti che stanno nei rifugi dei volontari, quelli veri. Pochi sanno che il vostro contributo all’animalismo è la diffusione acritica di tutto quel che vi arriva sulla bacheca, restituito ai vostri follower con un ricarico allucinante del vostro ego, della vostra distorta sensibilità, del vostro bisogno di apparire i più paladini tra i più crociati. Nella maggior parte dei casi, avete accarezzato un cane per strada venti volte nell’ultimo semestre.
E il peggio, il peggio ancora e di più, si scatena sui casi nazionali dell’animalismo. Prendiamo il povero Santiago, il cane di Ploaghe (SS) colpito al volto da una fucilata e salvato da un gruppo di bambini che lo avevano trovato rifugiato in una villetta del paese. Per un giorno intero avete diffuso dichiarazioni di guerra alla gioventù di quel paese, senza porvi mezza domanda, senza avere un quarto di dato, senza sapere dove fosse nemmeno, Ploaghe. Fosse successo a Giovinazzo, avreste fatto lo stesso. Se non ve ne foste accorti, con tutti impegnati nei preparativi del cenone, senza l’intervento di quei bambini e ragazzini che avete messo alla gogna, Santiago sarebbe morto tra quelle aiuole! Dopo aver augurato tutto il male possibile ad ogni singolo bambino o ragazzino di Ploaghe, colpevole di aver messo un petardo in bocca a quel cane, appresa la verità dagli organi di stampa, senza un briciolo di scuse, senza un millimetro di marcia indietro, vi siete sperticati in proclami antivenatori, augurando ai cacciatori, ai figli dei cacciatori, alle mogli dei cacciatori tutti le morti peggiori (io detesto i cacciatori ma conservo stretto al cuore il cosidetto minimo buon senso). E adesso… crocefiggete me perchè non firmo e non condivido la vostra petizione a che “Il sindaco del Comune di Ploaghe faccia tutto il possibile perchè Giustizia sia fatta per Santiago”. Dimenticandovi anche di porgere magari le scuse a quel primo cittadino, rappresentante istituzionale ed emozionale di quella comunità che fino a due giorni fa era animata da sadici massacratori di cani. Dimenticandovi che quel sindaco ha già garantito il pagamento fino all’ultimo centesimo di quanto dovuto ai veterinari che in queste ore stanno cercando di salvare quel cane. Perchè, si sa, Santiago fa notizia, oggi. Quale sia la differenza tra chi sfrutta l’immagine di qualsiasi animale per far soldi e voi che sciacallate sulle sofferenze delle bestie per fare bottino di ego, mi sfugge.
Infine, la nota di colore, la sottile ironia che butta tutto nel ridicolo più assurdo. Ricevo queste tre righe in croce da una persona che mi ritrovo sulla bacheca perchè sei o sette anni fa adottò un cane nel rifugio di Giovinazzo e mi chiese l’amicizia dopo che avevo augurato ogni bene a quel peloso, appena saputo della sua adozione. “Tu sei davvero un imbecille stronzo e cretino. Bravo continua così augurare la morte alle persone che sparano i botti contro gli animali. Noi dobbiamo far vedere che siamo bravi cristiani e non auguriamo il male e sensibilizziamo”. Questo perchè a differenza di altri, non sopportando le ipocrisie del politically correct, conscio che l’idiozia umana non ha mai fine, so che anche quest’anno si sparerà e anche quest’anno a farsi male saranno persone e animali. Purtroppo sono una persona che riflette ed a differenza dei tantissimi che in queste ore augurano mutilazioni, moncherini, occhi sfasciati, mi permetto di dire che preferirei la morte di chi spara un petardo alla sua menomazione. Non foss’altro perchè non si aggiungerebbero stupidi costi sociali che si chiamano pensioni di invalidità, soldi stupidamente detratti al bene comune per essere assegnati al sostegno dell’idiozia dei singoli. In risposta mi viene fatto notare che “Mio padre è invalido del lavoro come ti permetti di parlarmi di pensioni”. Mi vien da rispondere: “Tuo padre non si è cercato l’invalidità, tuo padre è stato vittima di un incidente e come tutte le vittime di un incidente o di un malanno vero ha tutta la mia comprensione. Sono ben felice di sostenere tuo padre contribuendo alla sua pensione. Sono cose diverse”. Alla fine, voglio dire, sarei più contento di versare quel contributo, piuttosto che alla pensione dell’idiota che si è fatto saltare una mano, al sostegno alle attività di un rifugio per cani. L’idiozia purtroppo galoppava verso altri lidi ed ho deciso semplicemente di bloccare il contatto.
Vedete, conosco tante brave ragazze e qualche bravo ragazzo a Giovinazzo che si sbatte quotidianamente e senza risparmio per proteggere e accudire tanti cani in una struttura quasi completamente autofinanziata. Nella maggior parte dei loro post riconosco la genuinità di un impegno costante e continuo, che assorbe la gran parte delle loro vite. Rispetto in loro il non partecipare alla stragrande maggioranza delle boiate mediatiche collegate all’animalismo. A loro ed a tante altre realtà simili, però, mi permetto di suggerire di selezionare meglio chi collabora alle loro cause qui nel web (che è purtroppo, ormai, il primo veicolo per le cause di solidarietà, per le adozioni, per le staffette). Quando la voce di un pensiero giusto ha un megafono rotto e che distorce, i messaggi arrivano sbagliati e tanti, ma proprio tanti, dopo un po’ si stufano. Tanti, dopo un po’ si convincono che non sono sbagliati quelli che veicolano i messaggi, ma che è il messaggio stesso ad essere sbagliato. E comprensibilmente, voltano le spalle.
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Radio Quindinononvatuttobene – Mi è sempre sembrato un jingle porno…

E sì lo ammetto… io ne pratic e vi dovete fidare… quello delle tastierine synth è davvero la cosa più simile ad un jingle di film porno che si possa sentire e conoscere. Ma non l,o è. Si chiama Madre… e credo sia per la mamma di bambingesù…

CCCP – Madre

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This War Of Mine – 1/5

Altro set fotografico. Dite: “Ma questo quanto cazzo scatta?”. In realtà ancora molto meno di quanto vorrei. E poi guardando le foto dite: “Ma questo scatta solo robe tristi?”. Eh non proprio, però… Se vai in un posto abbandonato non è che ti senti accolto proprio a casa! E Gintoki mi perdoni lo stile parafrasato.

Questo è “This war of mine”, set scattato a Modugno il 22 dicembre 2015 nel magazzino abbandonato di Aiazzone. Vi suggerisco di ascoltare mentre guardate le fotografie la cover fatta dagli Alchera di “Canzone dell’amore perduto”… credo sia un cadaunato sottofondo idoneo (cit.)
La trovate qui:

Le riflessioni che facevo mentre scattavo queste foto, in un’ala diversa da quella dello showroom, erano tutte differenti. Quasi sempre richiamavano al tema del “bellico”, che non è mai bello. Ispirato anche nel titolo dal videogioco indipendente “This war of mine” mi sono sentito un rovistatore alla ricerca di qualcosa che mi facesse sopravvivere. E mi sono scoperto a scattare sempre più desolato, spaventato, da quella realtà trasformata in rudere. Macerie e tracce di quotidiano… devastanti.

The Violator

Le sbarre tagliavano fuori in modo metallico e violento, eppure lasciavano intravedere all’interno, sfocate, tracce devastanti di desolazione, saccheggio, abbandono. C’erano queste sbarre e dietro le vene dell’edificio. Tagliate.

Welcome

Poi le parole, solite e beffarde, ad accoglierci in quella grande casa distrutta, in quel mondo incomprensibilmente sfatto eppure ancora ironicamente sorridente. Le parole sono importanti!

The basement

Alle volte scatti in modo banale. Vedi una galleria di colonne che si ripete e ti dici che c’è ritmo dentro. Poi scopri che più che il ritmo, a farti paura è l’effetto qi quel soffitto di cemento senza null’altro appiccicato sopra… quel soffitto che corre sempre uguale, a perdita d’occhio, incombente!

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Scarpe (rotte) eppur bisogna andare! Che è come dire, Calzoni di frutta secca o frutti secchi di Natale… o baci perugina eppur devi baciare…

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… ed io potrei morirne. Potrei morire come quelle adolescenti che baciano quegli adolescenti che mangiano sandwiches al burro d’arachidi e non sanno di essere allergici agli arachidi, anche solo alla buccia degli arachidi o all’olio degli arachidi. E Muoiono baciandosi. Triste prospettiva.

Morì baciando labbra che avevano sulle labbra tracce di bacio perugina. Perchè lui, poveretto, lui era allergico alle nocciole.

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Nessuno si chiese per più di cinque anni come mai io fossi allergico alle nocciole ma non alla Nutella. Io sono allergico a tutte le nocciole, meno quelle selezionate per fare la Nutella. Perchè qualcosa di buono e non stupido come la Nutella non può derivare da prodotti allergenici. Se baci una bocca che ha sulle labbra tracce di Nutella sei felice. Non puoi morire. Ti sembra di non poter morire mai. Sono quelli, i baci da rincorrere, andando con le scarpe, quandanche scarpe rotte. Altro che i baci dati a labbra che hanno sulle labbra il bacio perugina: un cioccolatino con la stronzata attorno. E dentro roba a che potrebbe farti morire al solo assaggio. Anche prima.

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C’è puzza di sasanelli nel mio portone, stasera. Mia madre direbbe profumo. A me le cose natalizie stanno sulle palle. Anche i sassanelli, che sono dolci novembrini “dei morti, che dentro c’è la mandorla e il vincotto di fichi. Per quello mi fanno pensare al Natale. Per quello c’ho sul cazzo il Natale. Per i sasanelli dei morti ed il vincotto. E c’erano dolci del paese suo che a guardarli e sentirne l’odore mi ricordavano i sasanelli. E sapevo che non mi sarebbero piaciuti. Credevo, non mi sarebbero piaciuti. Divenni allergico così, ai dolci del paese suo che sembravano dal profumo sasanelli. Divenni allergico così… da un giorno all’altro seppi in cuor mio che sarei potuto morire con un solo bacio dato a quei dolci. “E li facciamo con le mandorle… sono buoni uguale!”… ed io credo che fu allora che seppi che ero allergico alla buccia di tutti i frutti secchi. O di tutta la frutta secca. Nocciole, mandorle, noci sono Ermafroditi. La buccia tanto il sesso non ce l’ha.

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Come si chiamavano quei dolci? Non lo so, non mi ricordo. Divenni allergico anche al nome, al nome proprio di dolce proveniente da murgia barese con vincotto e impasto alla frutta secca… o ai frutti secchi… perchè i frutti sono rossi e la frutta è secca? Secca, sentite? Non ti viene di mangiarla! No, lo so, mi avete scoperto. Sbuggerato, qui su whatsapp, nel villaggio globale. Il re è nudo ed anche io non mi sento tanto pudico. Spogliato di quella fantastica corazza che era la mia allergia scoperta per caso. O per necessità. Mai vera. Sì, quel giorno inventai l’allergia. Non trovai mai il coraggio di dire quel che tutti avevano capito. Ma la prospettiva che qualcuno togliesse la frutta secca o i frutti secchi per me da dentro un dolce mi atterrì. Mi sentii in colpa. “Grazie, grazie ma non si disturbi… al vincotto non sono allergico ma non mi piace proprio… grazie davvero, però… come se avessi…”.

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Adesso mi andrebbe solo di dirti che, come dire… che tu ci creda o no… anche se non ha senso a fronte delle barilate di Nutella che mi hai lasciato ingurgitare al cucchiaio, ho paura di morire, a Natale, baciando labbra che abbiano sulle labbra il vincotto o la mandorla o la nocciola.
Mi si romperebbero le scarpe,quel giorno. E morirei. Ed all’esame autoptico scoprirebbero che non ero allergico. Che era stato il cuore. Come Jimi Hendrix. Il cuore, affogato in un rigurgito di dignità.

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Non posso baciare labbra che abbiano sulle labbra il sapore dei Calzoni di frutta secca della comunità murgiana… si chiamano calzoni. E la frutta è femmina. Ed è secca. Non posso. Correrei dopo a farmi un bagno come Jim Morrison. Mi troverebbero la mattina dopo, il sorriso sul viso, l’espressione di un coglione che si chiede: “Perchè l’hai fatto? Visto? Qualcosa di allergico lì dentro c’era… che dignità è pure orgoglio… lo dicono loro, i matti, che hanno sempre ragione!”.

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Radio Quindinononvatuttobene -Giacchè ci siamo…

Ci fu un tempo in cui ero Dj… e quando mettevo questo pezzo mimavo il gesto dell’impiccagione. Io gli Smiths li ho sempre adorati… anche se non piacevano!

The Smiths – Panic!

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Ci andrò con te, in Giappone! Che poteva anche chiamarsi: Le ansie sono gabbie dorate… ed i pezzi dei puzzle hanno incastri precisi

Io non sono cattivo, mi verrebbe da dire… è solo che mi disegnano così. Mi disegnano come un pezzo di puzzle da mille tasselli. Sono mille lì dentro. E nessuno è uguale all’altro. I pezzi del puzzle da ventiquattro pezzi sono grandi, enormi. Sembrano tutti così grandissimi che metterli insieme è facile, sempre. Eppure anche loro, con i loro spigoli e con le loro anse, sono unici. Semplicemente, in una scatola da ventiquattro pezzi facili facili, trovare la combinazione è un gioco da ragazzi. O da bambini di quattro anni. Io a quattro anni facevo i puzzle della Disney in confezione da ventiquattro pezzi. Mille è più facile da scrivere di ventiquattro. Mille è un numero rotondo. Eppure le confezioni millepezziravensburgerfacilifacili non lo erano per niente. I pezzi sono più piccoli. I concetti di grande e piccolo sono relativi. Io sembro grande a tutti, grandissimo. Non è così. Se fossi un pezzo grande di un puzzle sarei facile, ma facile davvero. Invece sono piccolo, piccolissimo. Esistono puzzle da duemila pezzi? Duemila è più difficile di mille. Da scrivere. Da assemblare.

Ed io lo so che è difficile, così difficile da credere e da chiedere, ma non esiste posto più bello, per me, da dividere con chi ha spigoli compatibili, che il Giappone. Non esiste nulla di più bello che i Macachi delle Nevi di Hokkaido, che sono come me, teneri, sonnacchiosi e pagliacci. Vorrei vederli con te, se sei all’ascolto ed hai spigoli compatibili, proprio con te che come me hai gli spigoli… a differenza loro, che sono così morbidi e possono giocare nella neve tutto il tempo.

Io ho troppi spigoli. O forse un solo spigolo ed una sola ansa. Non simmetriche. Il mio spigolo è grosso grosso e pronunciato. Il mio spigolo è di quelli enormi. Non è ansia da dimensioni, ma mera constatazione che quella precisa protuberanza, quel promontorio così bello e seducente del mio essere creativo, inafferrabile, sfuggente, terribilmente sulle sue o terribilmente sui palchi al centro dei palchi al centro dell’occhio di bue che si piazza al centro dei palchi… poi proprio come i cazzinculogravissimi… trovare un posto dove metterlo senza far male diventa complicato. Anse così capienti intorno non ne vedo.
E la mia ansa è piccinapicciò, come la signorina Minù dei cartoni animati. Come la Balena Giuseppina che stava nel bicchiere sul comodino a fianco al letto. Quell’ansa stretta stretta si chiama “disponibilità nei confronti dei compromessi col mio tempo e modo vita”. Quell’ansa si chiama disponibilità a rispondere al telefono, ai contatti col mondo, alle richieste di appuntamento, alla precedenza non tanto agli incroci stradali quanto a quelli delle vite. E la mia ansa si chiama ansia altrui che sono disposto ad accettare. Per essere più precisi “livello dell’ansia altrui che sono disposto ad accettare”.

E ti sembrerà ancora più strano, ma, se sei all’ascolto, se stai guardando… fatti un bagnocon me in quei colori. Ci andiamo… se scegliamo di dividere un bel po’ di tempo è lì che andiamo, dall’altra parte del mondo, dove lo sciacquone del cesso gira comunque in senso antiorario… ma i colori sono tutti diversi. Non ci credi che voglio scattare a colori? Sì, perchè mi piacerebbe metterci anche i tuoi, lì dentro.

Un ingegnere vive di certezze granitiche, di tempo e spazio che sono cose chiare e inconfondibili… chi crea, chi inventa, chi scrive, chi esprime attraverso mille canali possibili, non può vivere di certezze. E’ l’incertezza per dogma, è l’irrazionale per principio. Perchè si mette in discussione ad ogni virgola, ad ogni scatto, ad ogni passo sull’asse del palcoscenico… e dal mettersi per se stesso in discussione riceve nuovi spunti e nuovi stimoli. Chi crea non si bagna due volte nello stesso fiume. Chi crea è il fiume. Chi vive di ispirazioni, momenti, lampi, non ha tempo per chi chiede tempo, non ha sicurezze da donare, non ha programmi da scrivere. Non ha ampolline indistruttibili dove riporre ansie da “Dove sei finito? Che vita fai? Perchè non rispondi?”.  Chi crea va afferrato come l’aria che egli stesso cerca, come il respiro che sembra sfuggire a chi crea. Non si può mettere l’aria in scatola. L’acqua che sgorga e che metti sottovetro è morta nel momento stesso in cui la tappi. Ed io non so morire. Non ora.

E se ancora stai leggendo e ci credi, se credi che gli spigoli che abbiamo siano compatibili, vieni a chiudere gli occhi con me in quei tramonti dove il tempo non esiste. Ti leggerò una favoletta antica e nera, ti leggerò “La più grande balena morta della Lombardia”, tutto d’un fiato. E ti accorgerai che la storia della “tutina della chicco per uscire nel nulla assoluto” è tutto fuorchè una leggenda. Che quella tutina è la verità… è lo spigolo di cui ti parlavo. Hai un’ansa, un cassetto, dove conservarla per me quando mi fermerò da te?

Io non sono cattivo, è che mi sono ritrovato a disegnarmi così. Io sono un pezzo di puzzle mille pezzi. La Ravensburger, azienda leader nel settore del puzzle, garantisce la assoluta combaciabilità dei suoi pezzi ed assicura che esiste sempre un incastro corretto corrispondente Si tratta di trovarlo. E di cucirmi addosso un bel cartello: “Accetta, accetta che io sia aria. Accetta che ci siano giorni di bonaccia morta, accetta la Bora che potrà spirare. Accetta di dovermi cercare e trovare come nelle giornate estive e dopo accetta di non volermi tra i capelli in ogni momento. Prendimi – se ci riesci – e trattienimi inafferrabile come sono. Posso scegliere di fermarmi ad accarezzarti… e posso scegliere di farlo per tanto e tanto tempo… ma davanti alle gabbie, alle pareti, all’aria che manca nel petto, accetta che io fugga via, terrorizzato e lasciami andare Perchè compresso puzzo di stantio, di chiuso. Perchè stretto tra quattro pareti fuggirò, appena avrai bisogno di aprire una finestra, per cambiare un po’ l’aria!”.

Li vedi quei colori? lo senti dentro questo invito al viaggio? In Giappone le cose vanno via veloci, anche, se cen’è bisogno. In Giapoone la vita sa correre inafferrabile come le luci e sa fermarsi a farsi mangiare, senza grandi sapori, per carità… esclusivamente con lo sfizio dei colori, ordinati, pezzettiniquadratinibellissimi
ed assieme a loro i sapori decisi nascosti nei colori pastello dello zenzero e del wasabi… che sono così delicati che mai diresti!

Una sola cosa, ti prego… i miei spigoli.
Perdonami… i miei spigoli.
Non perdonare loro, perdona me…

Accettali… sono quelli che mi mi fanno pezzettino… millepezziravensburger tra novecentonovantanove altri.
Oppure fammi un sorriso, scusa… e va bene così!

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Quel che sta succedendo è gravissimo: una distorsione nella ucronia farà slittare il post programmato per oggi. In sostituzione, un post che aggiorna e contraddice parzialmente uno che leggerete tipo il 2 di gennaio!

Allora, sono scazzato, triste e malinconico. Quando? Boh, non si sa! Non chiedetemi anche di rivelare dettagli che vi lascino penetrare la magia dell’ucronia di questo blog. Io questo blog lo amo e non sono un cuckold… basto io a soddisfare questo blog e non credo proprio sia bello dividere le cose belle con gli altri. Per cui voi non penetrate un cazzo… o col cazzo che penetrate l’ucronia di questo blog (ammetto che è infelice l’ultima constatazione imperativa… ma per una volta non vedete cazzi dove stanno scritti, ok?)

Oggi ho deciso di postare alcune delle cose belle che vorrei fare nel prossimo anno. Così, per essere chiaro con me stesso e mettere una spunta blu vicino al “fatto” come quelle che il signor wassapp ci ha regalato vicino ai puntini. Una spunta blu che a me non metta ansia ma regali un sorriso e una cartolina ricordo bella e importante.

Voglio fare almeno tre volte una esperienza che si chiama viaggio. Niente di trascendentale, of course. Niente di mainstream, of course. Nulla di che. Voglio mettere in croce tre esperienze, come i chiodi sulle croci.

Voglio andare nei Balcani, per una settimana o poco meno… voglio andare a fare scatti in posti come Mostar e Sarajevo, adesso che quei luoghi sono pacificati ma ancora adesso che rimangono le cicatrici e gli sfregi di una delle guerre più crudeli ed assurde che la mia generazione abbia conosciuto, vivendola ancora lontana seppur così geograficamente prossima.
Voglio visitare alcuni luoghi che ho trovato nella lista dei 20 luoghi più affascinanti del Pianeta Terra che ci siano… sono luoghi con colori e densità visive da favola. Sono incanti veri e propri. Alcuni sono tecnicamente irraggiungibili per ora (Angkor Wat in Cambogia o Ashikaga in Giappone)… ma per dire uno tra Sud Tirolo (tipo Reschen) Alsazia (tipo Colmar) e Germania (tipo Kromlau o Bisengen) si possono fare, eccheccazz… c’è pure l’Austria con Hallstatt. Tutti viaggi da fare in primavera, entro il 15 di aprile. Per cui, chi legge e vuole accodarsi, prego… c’è posto. Basta non rompere i coglioni con “dobbiamo fare, oggi dobbiamo vedere tra un’ora abbiamo deciso che dovremmo andare…”. Non viaggio così. Viaggio per il gusto di viaggiare, scoprire, passeggiare… il viaggio è una passeggiata del cuore, non una marcialonga militare! Intesi? E quindi dicevamo tre viaggi? Sì, tre viaggi… il terzo da programmare in autunno… magari un pochino più lontano di qui… Le Dark Hedges in Irlanda sono davvero fantastiche… oppure la foresta di Hallerbos in Belgio… eh? Che ne dite? Sì lo so sono in fissa per i colori. E l’Islanda a ottobre non è praticabilissimo come posto… perchè il mio sogno è la Scandinavia, segnatamente l’Islanda! Primavera 2017!

Oh, poi mi piacerebbe accommiatarmi da voi, per il periodo estivo sempre un pochino incasinato, con una bella notizia. A parte essere diventato multimigliaiaio grazie alle pubblicazioni autorpodotte che molto a breve decolleranno… vorrei darvi la bella notizia che la mia tesi del dottorato ripensata e riscritta ha visto la luce con una bella espressione autoriale ed autorevole: “Per i tipi di…”. E mettere una spunticina blu anche vicino a questa bella espressione.

Oh sì… poi la cosa più importante di questo mondo. Voglio che il Lato Oscuro della Forza, sul quale mi sto molto applicando, si compenetri talmente tanto in me da regalarmi, ora che sono ad uno stadio embrionale come Sith, se non posso avere il potere del soffocamento, quantomeno quello del donare “Cacarella e stipsi a targhe alterne” con il solo cenno del capo ed il solo fissare. Anche su questo, miei cari, la spunta blu è vicinissima!

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Radio Quindinonvatuttobene – Dediche velate? Boh, non lo so…

Quanto mi va di conoscere nuova gente? Tanto. Quanto mi va di farmi dettare il tempo dagli altri? Pochissimo. Quanto mi va il piacere di rubare tempo per quattro chiacchiere o una birra? Tantissimo. Quanto mi va di sentirmi dire: “Per sempre”? Per niente!

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I baci? Arrivederci, per ora, per un po’… ci vuole troppo “so cosa voglio” per riceverne… ed in questo momento ci vuole troppo “ho capito tutto quello che hai scritto nel capoverso precedente” per dare i miei. Saranno meglio, un giorno… che i tasselli dei puzzle li fanno così, con gli incastri particolari e difficili per un motivo: perchè devono starci bene, stretti, a darsi un bacio!

E quindi, Goodby Kisses dei Kasabian… e buon ascolto, sereno, dolce e disteso, come una ballata un pochino troppo pop che non ci si aspetta!

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