Clokwork Orcas 2

Clangore sordo d’acciaio. Luci di riflettore bianco, accecanti, asettiche. La stanza è bianca. D’un bianco candido. Non fa freddo. Non fa caldo. Semplicemente non fa. Non fa niente. Quando la porta si richiude di scato con un colpo che non è sordo ma strazia i timpani, quando il clangore ritorna a invadere lo spazio che non pare nemmeno spazio di quella camera bianca asettica, una figura ha avuto il tempo di attraversare il varco, lanciata senza grazia ed educazione all’interno da mani feroci.

Sbatte al suolo. Resta lì, su quello che sembra il linoleum bianco di una stanza che è tutta, solo bianca. Immobile. La stanza e la figura. Dal punto in cui l’osservo, strazia lo stomaco solo vederla. Un soldato. Soldato chissà di quale guerra, chissà su quale fronte. Le carni sembrano tenute a forza strette dalle bende sporche e insanguinate. Ha la testa girata dall’altro lato. Vedo i suoi capelli lunghi, sporchi, impastati di sudore, fango e – temo – sangue. Solo il sobbalzare singhuozzante del respiro affannato sussurra debolmente che in quel corpo, da qualche parte, c’è ancora vita. La gamba destra è messa male, posso vederlo da dove sono. Non sono un medico, non un cerusico, non un segaossa da campo: quella è una gamb che non tornerà a muoversi. Dagli stracci che la avvolgono lo si capisce: lì sotto il polpaccio non c’è più. O almeno, quel che ne rimane non tornerà a fare il suo lavoro. Il braccio è steccato, sotto le garze… ma dal sangue e dal giallognolo del pus che ci vedo, su quelle bende… farebbero meglio a strappargli anche quello. Non gli servirà più a nulla.

Cercare di svegliarlo mi servirà davvero a poco. Questo non mi sente. Di sicuro. Credo lo abbiano sedato, prima di buttarlo qui dentro. Altrimenti il dolore che prova di sicuro per quelle ferite lo farebbe urlare.

Già ma… io? Io che ci faccio qui dentro? E’ stato tutto così rapido che solo ora mi rendo conto di non essermi posto questa semplice, semplicissima domanda. Io qui dentro che ci faccio? Mi sono risvegliato dando assolutamente per scontato che io fossi qui dentro, in questa stanza bianca, così bianca da non lasciare la possibilità di leggerne le dimensioni, la forma… che anche gli spigoli e le fughe tra le dimensioni sono tinteggiate dello stesso bianco candido. Qui a chiedermi chi sia quest’uomo e se ce la farà senza farmi un’altra essenziale domanda. A questo punto… io che qui do per scontato di starci… io stesso… chi sono?

Il bianco del pavimento dove sono seduto – senza chiedermi perchè io sia seduto sul pavimento, invece che respingere le mani o fare da delicato appoggio mi lascia sprofondare. Non è linoleum… ora questo bianco che pervade lo spazio sembra neppure avvolgermi ma inglobarmi gentilmente. Non riesco a farmi forza, non riesco a pingere… a sentir bene – no, cazzo, non riesco nemmeno a sentire. E provo a scollarmi dal pavimento. Ma è complicato, difficile, scollarsi da qualcosa che non avverti fuori da te. Ed io – che non so nemmeno più chi o cosa sono – io non sento nulla. Io non sono niente.

O forse sono semplicemente la parete di questanza. Che qui distesa non riesce a guardarsi le mani e i piedi perchè non sa dove sono, non sa cosa cercare. Alzo lo sguardo. Ma lo alzo davvero? Ho uno sguardo o più semplicemente sono lo sguardo? Sento che mi manca l’aria. Sento che qualcosa batte forte, da qualche parte che non so perchè chiamo petto – avrò un petto? Non lo sento! – e sono convinto di dover dire che ho paura il cuore mi scoppi dentro. Perchè so, qualcosa mi dice, mi fa sentire, che il tamburo che continua a ritmare dentro di me, incessante, in crescendo, fino a sfondarmi i timpani, dovrei chiamarlo cuore. Ma non c’è. Perchè non c’è un corpo, se io non riesco a sentirlo. Eppure il suo continua… e di colpo mi sembra normale non sapere nemmeno chi sono. Anche quando, coperto dai colpi ossessivi di questo maglio che sbatte sulle pareti di quel qualcosa che dovrei chiamare testa, il clangore ritorna. E la porta torna ad aprirsi. E quel corpo per terra, come mosso da una vita che credevo stesse andando via, si scuote, volta la testa, mostra il viso fasciato lì dove io guardo o lì dove mi è dato vedere, e rivolgendosi alle due figure in abito bianco che entrano ha la forza di dire: “Siete venuti a finire il lavoro?”.

Dietro i due compare quel che sembra un tavolo d’intervento da campo. Spinto da due uomini anch’essi in camice bianco. Sembrano spettri. Dietro di loro un quinto fantasma. A fargli strada un carrellino con sopra pezzi di metallo complessi, macchine, che non saprei descrivere. Macchine inquietanti che a me sembrano un braccio ed una gamba.

Provo a richiamare l’attenzione, provo a fare un fiato. Provo ad urlare. Niente.

“Sollevatelo, voi due. Astrid, sedalo… un’oretta e con lui abbiamo finito”. Era la voce di uno dei due spettri entrato a mani vuote nella stanza. Il secondo. Si rivolgeva alla prima, mentre gli altri tre, attorno, sistemano l’attrezzatura per quello che sarà l’intervento chirurgico.

Perchè so cosa succederà se non esisto? Perchè esisto se non sento di avere un corpo? Se non posso vederlo?

“Testa di ferro? Ascoltami bene… farò tutto quel che è in mio potere per crepare prima che tu abbia finito… mi hai sentito?”. Il primo dei fantasmi non risponde a quella provocazione, mentre quella che deve essere Astrid, donna a quel che il camice lascia intravedere nelle forme del seno, senza nemmeno troppa grazia si abbassa sul corpo inerme per praticare una iniezione. Il tavolo è pronto.

Ormai è charo. Per quanto io mi sforzi, non posso cambiare la posizione in cui sono nè la situazione che sto vivendo. Tanto vale tornare a non pensare a nulla. Tanto vale tornare ad oservare, a guardare, perchè altro non posso.

In un tempo brevissimo uno degli assistenti si avvicina al corpo, ormai immobile. Col piede lo tocca. Gli assesta una pedata sul gluteo più a tiro. Nessun movimento, nessuna contrazione. “Se non è crepato, dorme… potete procedere, credo dottor Wyvern”.
“Mettetelo sul tavolo e ripulitelo… il braccio destro e la gamba sinsitra potete staccarli e darli ai cani, non gli servono più… e nemmeno a noi, servono…”. I due assistenti rimasti indietro sollevano il corpo come fosse quello di una bestia da macello. Lo adagiano senza cura sul tavolo chirurgico. Solo ora, mentre questi corpi si muovono in modo più evidente, posso vedere che tutti e cinque gli spettri a lavoro, sotto i camici e le maschierine, sotto le cuffie, non sono competamente fatti di carne. Ognuno di loro ha componenti metalliche, pezzi di corpo che hanno abbandonato la carne per votarsi al metallo, alla robotica. Ogni movimento, cigolii e fruscii idraulici invadono l’aria. Sono macchine, non più uomini. Eppure non hanno abbandonato del tutto la dimensione della carne, visto che la voce è così umana, così personale che dopo pochi minuti posso distinguerli anche solo ascoltandoli. Sebbene gli occhi, quegli occhi che non sento, proprio non posso chiuderli per risparmiarmi la scena.

Le braccia vengono segate da una lama circolare che uno degli assistenti si applica con facilità su un innesto a baionetta dopo aver rimosso la macchina metallica che simulava la sua mano. Le attaccature sono all’altezza del polso. Braccio e gamba martoriate del soldato vengono amputate in pochissimi minuti. In modo netto. Senza grazia gli arti straziati cadono sul pavimento. Sangue dappertutto. Astrid si adopera ad applicare un bypass al corpo… di modo che non si dissangui. “Dottor Wyvern? Io qui ho finito… cominciamo il montaggio?” – “D’accordo cara… adesso che è stabilizzato possiamo cominciare con la ricostruzione”.

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Dal carrellino che è entrato in stanza per ultimo, ognuno dei presenti, dottori e assistenti, traggono strumenti da sostituire agli arti. Quello che appariva come un tavolo chirurgico appare ora la linea di una complicatissima catena di montaggio. I cinque, tra dottori ed assistenti, sembrano trasformarsi di colpo in macchine programmate per l’esecuzione di un lavoro di precisione. L’intervento – il montaggio – dura poco più del doppio di quanto fosse stato necessario per amputare le parti di carne inservibili. “Qui abbiamo finito dottor Wyvern… il tempo di lubrificare e fargli il pieno…”. Come fosse il serbatoio di una Kubelwagen qualsiasi. “Protocollo sette, Jorg, protocollo sette… solo l’indispensabile per le prime verifiche. Non vogliamo un altro incidente come quello di Neu Magdeburg”. L’omone che già stava sostituendo con movimenti veloci la saldatrice con un erogatore collegato a due bidoncini annuì. Poi cominciò a raboccare attraverso un accesso sul gomito e sul ginocchio. Odore di nafta. Odore denzo. Uno degli altri due assistenti, con un atrezzo a beccuccio che sotto il camice faceva capolino dal polso prese a spruzzare con getti brevissimi alcune giunture di quelle macchine che ora sporgevano dai moncherini del soldato. Quando ebbero finito, quello cui tutti si rivolgevano col nome di Wyvern picchiettò alcune parti metalliche producendo scintille quasi avesse tra le “dita” un piezometro. Ad ogni scintilla corrispondeva una contrazione delle macchine. “Sembra che tutto vada bene… liberiamo la stanza.”. Così come i due erano entrati per primi, non attesero ed inforcarono l’uscita. Jorg si incaricò di scaricare il soldato sul pavimento senza troppi complimenti. Gli altri avevano già portato fuori i due carrelli.

La porta si richiuse. La luce si spense. Fu come piombare in un buio ovattato. Un buio che sapeva di nafta e di cane bagnato, di colpo. Come se la luce, andando via, avesse di nuovo sporcato l’aria che respiravo. Ma respiravo poi davvero? Scivolavo in quel buio denso chiedendomi di nuovo non tanto chi, ma cosa fossi.

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32 thoughts on “Clokwork Orcas 2

  1. ysingrinus ha detto:

    I dubbi sono tanti e la storia prende.
    Avessi utilizzato dei nomi che potessero richiamare l’Unione Sovietica poteva essere un racconto introduttivo di una partita al gioco di ruolo Wine Requie…

    Piace a 1 persona

  2. m3mango ha detto:

    Mo’ vediamo che ci combina!

    Piace a 1 persona

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