Clockwork Orcas 3

Nella sala c’è una temperatura bassissima. Ad un capo del tavolo siede nell’ombra un uomo bardato con alta uniforme. Il colore scuro della divisa non lascia alcun dubbio sulle scelte cromatiche del suo esercito: il nero è il colore di questi soldati. Al suo fianco, a destra, una donna in uniforme mimetica, avvolta in un mantello nero. Ha occhi feroci, appena due fessure. L’iride, d’un colore poco definito, alla luce dei neon appare quasi viola. Ha capelli corvini che ricadono corti sui due lati del viso, simulando quasi un elmetto. Di fronte, alla sinistra dell’alta uniforme, siede una figura puntuta, stretta in un abito nero talare. Sulla testa un cappuccio che disegna una protuberanza aguzza e svettante e nasconde completamente ogni lineamento del volto. Al fianco dei due, proseguendo, due uomini in abiti civili scuri. Uno dei due ha degli occhiali da vista rotondi, l’altro – ordinario e senza alcun dettaglio degno di nota che lo distingua – di fronte a sè ha un registratore dittofonico, alcuni fogli, una penna. All’altro capo del tavolo, una sedia adagiata vicino all’angolo destro ed al centro, in bella mostra, un trespolo da rapace.
E’ la voce dell’Alta Uniforme, dal capo del tavolo, a rompere il silenzio gelato nella stanza. “Procediamo, Gevorg?”. A quella richiesta, la figura ossuta attiva un interfono posto sul tavolo: “Miriam? Puoi entrare… porta con te il nostro Visore.”.

Nella stanza compare dopo pochi attimi una donna. Pelle diafana, dello stesso colore del latte o della risacca del mare. Capelli lunghi d’un rosso acceso acconciati in una treccia che le ricade sulla spalla destra. Sul braccio sinistro, sospeso a mezz’aria di fronte al suo viso, un falco adulto di taglia media con il capo rasato. La donna dai capelli rossi si dirige verso il trespolo, lascia che il falco vi si accomodi, poi dalla tasca tira fuori una specie di cuffietta con una protuberanza trasparente applicata sul cuoio. Calza la strana macchina sul capo dell’uccello, poi delicatamente attiva un qualche meccanismo attraverso uno strumento di carica laterale. Come mosso da una forza non propria, alla quale è incapace di resistere, il falco direziona la testa ed il becco verso il centro del tavolo. Sul lucido di quella superficie, alcune immagini cominciano ad animarsi, andare a fuoco, prendere forma. tumblr_nnmjeq1Yf71qa6vr1o1_1280.jpg

La trincea è a poche centinaia di metri dagli schizi rabbiosi di fango che la ruota anteriore spande tutt’intorno. Le mani sono strette sul manubrio. La destra sgasa furiosa, senza controllo, ruotando e tirando sul pomello dell’acceleratore. Sembra quasi di sentire, lì sotto, il cavo di ferro tendersi senza alcuna grazia, tirarsi dietro aria e benzina, spararla giù nel motore con decisione. La posteriore vortica impazzita sul terreno sconnesso. Eppure chi è davanti non fa alcuna fatica a tenere salda in piedi la Cavalcatura. Neppure mentre dalla trincea nemica i mitragliatori pesanti  sputano il loro munizionamento rinforzato contro l’avanzata dell’esercito dal vessillo blu scuro con una luna bianca disegnata al centro. Sono bocche  che si aprono e vomitano fuori lingue di fuoco e ogive di piombo, in un martellare ininterrotto di scoppi gravi e tintinnii acuti, quelli dei bossoli che si sperdono nell’aria lì intorno e ricadono nel fango, sbattono contro i solai delle torrette, rimbalzano sulle canne rotanti degli stessi mitragliatori. La prima cosa che un Cavalleggero deve saper fare è correre, anche quando intorno è l’Inferno. Subito dopo, un secondo concetto impresso nella mente dei cavalleggeri a caratteri cubitali: Restare In Piedi!

Il corso per le truppe d’assalto comincia a dieci anni. Solo alcuni, scelti dopo attenta osservazione e la certezza che abbiano naturalmente il talento per il combattimento, vengono avviati ad apprendere la via del Guastatore. Gli altri, dai riflessi più pronti, l’indole meno indomita ma l’occhio più vigile, vengono istruiti alle arti della Cavalcatura. Cavalleggero e Guastatore sono una delle punte di diamante dell’esercito dal vessillo lunare, l’esercito dei Domani.

E’ la mano del Guastatore a poggiarsi, ora, poco sopra il tubo di scarico del lato destro della Cavalcatura. “Bocca di fuoco pronta… quando vuoi!”. Il Cavalleggero scuote la testa senza speranza: “Aspettare di arrivare più sotto la trincea delle teste di latta era chiedere troppo, vero? Se sbaglio ne inceneriamo una cinquantina di nostri…” – “Ma tu non sbagli mai!”. Il meccanismo attivato apre poco sopra il collettore di scarico sinistro una nuova apertura, dalla quale è possibile lasciar uscire una miscela infiammabile ad altissimo potenziale con pressioni sostenute. Un lanciafiamme semovente. Certo: una pallottola sola, ora che il “bruciatore” è attivo e la Cavalcatura si trasformerebbe in una pira impazzita.

Le pallottole fischiano intorno, sempre più decise e sempre più vicine. È la velocità il segreto con cui Cavalleggero e Cavalcatura riescono ad evitarle. Non sono già dissolti nel tempo solo perché questo conduttore fa qualcosa che nessuno si aspetta: punta dritto contro le trincee, va contro il bersaglio senza girarci intorno. Le modifiche nella traiettoria sono minime, le sterzate quasi inesistenti, eppure questo bersaglio che sempre più si avvicina scarta ogni volta di quel tanto che basta a costringere chi spara a riadattare la mira. E poi c’è la fanteria che avanza dietro, ci sono i Corazzati, eso-scheletri in metallo pesante mossi da complicati meccanismi a contrappeso. Gli avversari, nelle trincee, non possono certo pensare solo al Cavalleggero.

È con l’esperienza di tanti altri assalti riusciti che il Cavalleggero inquadra  uno dei varchi tra le buche della trincea nemica. E’ lì che bisogna attraversare. Questa manovra permetterà al Conduttore ed al Guastatore di varcare la linea di fuoco entrando quasi dall’estremità sinistra della stessa. Indietro rimarrebbe solo una buca, che peraltro non sembra dotata di chissà quale armamento e probabilmente ospita solo due o tre soldati con armamento leggero. Sarà forse l’ultima che inceneriranno, sempre che non se ne occupi qualcuno dei fanti che sopraggiungono. Il passaggio si avvicina, ormai è questione di secondi. Il Cavalleggero stringe la sinistra attorno al pomello mancino, serra i denti, le ultime pallottole indirizzate a loro pare schivarle con la forza del cuore e del pensiero – sebbene qualcuna rimbalzi contro la carena corazzata con qualche schiocco metallico. Un colpo di freno appena l’anteriore ha superato la linea di fuoco, ganasce si stringono contro il battente della ruota anteriore mentre due pistoni controllano la forza impressa dal retrotreno del mezzo che preme. L’apparato metallico entra in funzione evitando che la Cavalcatura impianti sull’anteriore e sbalzi i due soldati, assorbe l’energia e tramite un sistema di scarico sbuffa una nube di vapore. Le gambe destre dei due incursori che si piantano in terra per fornire un perno, la frenata costringe alla sterzata tutta la cavalcatura… poi un colpo di gas, il freno viene rilasciato di scatto mentre la manopola a destra ruota decisa per tornare a correre ed una sgasata continua sulla sinistra da finalmente vita alla Canna di Fuoco.

Il Guastatore tira su la gamba destra. L’imbottitura di cuoio e doppia lana cotta protegge il suo polpaccio dal fuoco e dal calore insostenibile che ormai arroventa la bocca da cui sputano lingue rosse impazzite. Il piede scavalca la Canna, la suola dura vi aderisce perfettamente mentre con l’altro piede il soldato si pianta fermo a cercare un appiglio sicuro. “Rallenta!” – con due botte di nocche decise sul casco del conduttore – “… io scendo qui!”. Al secondo colpo il Cavalleggero ha già capito e molla leggermente la manopola del gas senza invece diminuire nella maniera più assoluta l’intensità del fuoco. Con un balzo felino all’indietro il compagno  si lancia sul campo di battaglia. Atterra con il ginocchio sinistro piantato nel fango ed il piede destro pronto allo scatto, arma la sua pistola mitragliatrice leggera, fa scattare il carrello, arma il cane e si lancia in direzione della prima buca, quella risparmiata dalle fiamme. Corre tra i corpi dei nemici che si lanciano avvolti dalle fiamme fuori dalle buche, cercano di salvarsi rotolando in terra, provano a spegnere nel fango e nella polvere le fiamme che quel liquido denso e viscoso sembrano aver appiccicato loro addosso. È tutto vano, il Guastatore lo sa. Forse è per questo che con una certa soddisfazione passa tra di loro senza curarsi di finirli: che brucino pure! Il caricatore che è scattato col primo colpo in canna ha 35 colpi. “Basteranno!” pensa sicuro a pochi metri dalla buca. Gli Uomini di Latta alla mitragliatrice cercano di puntare sul Raggruppamento che ormai incalza e solo uno si volta cercando di coprire proprio dal Guastatore il lato sguarnito. Operazione inutile. Lo sa il soldato che con la pistola fa fuoco disperato, lo sa il Guastatore, che in corsa, schivato il proiettile, apre il fuoco. Falciato dalla raffica, il ragazzo guarda in faccia la morte rassegnato, mentre gli altri cadono in avanti, crivellati alle spalle, terminati prima ancora di riuscire a girarsi, a difendersi. Non è per etica se il Guastatore pare restare un po’ con l’amaro in bocca. Non è certo per il fatto di averli colpiti alle spalle… forse semplicemente perché tutto, davvero tutto in questo assalto, è sembrato troppo facile.

La visione non si interrompe. I suoni, dilatati ed a tratti poco comprensibili che fuoriescono come per magia dal becco del falco, continuano a rimepire la stanza mentre la voce dell’Alta Uniforme compare a invadere lo spazio gelido sul tavolo. “Fino a qui tutto mi pare un normalissimo assalto delle truppe speciali del Domani ad una trincea degli Uomini di Latta… non capisco dove sia il prodigio di cui volevate…” – “La prego Generale, ancora un attimo di pazienza… quel che finora ha visto non giustifica tutta questa segretezza e tutta questa fretta ma…”. Ad interrompere il dialogo è la voce roca e ultimativa della donna in uniforme: “Vogliamo augurarcelo Miriam, che tu e Gevorg, l’Orologiaio folle, abbiate davvero qualcosa da farci vedere che giustifichi l’aver distratto la nostra attenzione dal campo di battaglia. Sapete bene anche voi che sul fronte orientale, attorno al delfinario, siamo sotto uno degli attacchi peggiori dall’inizio di questa guerra… voi sapete quanto…” – “Silva sono stufo! Mostra un po’ di rispetto per chi ti ha rimessa in piedi più di una volta! E mostra un po’ di rispetto anche per la mia pelle bianca…” La voce algida di Miriam s’era fatta di colpo glaciale. Sulla sala ricadde il silenzio. Mentre le immagini confuse sfumavanofu l’Orologiaio Gevorg a prendere la parola: “Questa visione risale a quasi tre anni fa… osservate vi prego la coda dell’evento, poi passeremo a dettagli più importanti e potrete capire perchè riteniamo di avere per le mani qualcosa di troppo prezioso per essere liquidato come un semplice prigioniero di guerra”.

 

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9 thoughts on “Clockwork Orcas 3

  1. ysingrinus ha detto:

    È molto cyberpunk in realtà.
    Stanotte ho sognato qualcosa di molto simile alla visione del falco…

    Piace a 1 persona

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