Non si citofona a casa degli altri alla controra, andate sotto le case vostre a giocare…

“Hai lasciato una cosa da me, ho quindici minuti… dove stai che te la riporto?”

E se non volete giocare, alla controra non dovete suonare. Non ai campanelli delle case che non siano le vostre. Perchè le 15:12 non sono ore e minuti inventati per fare l’amore. Nemmeno i corridoi delle case di una volta li hanno inventati per farvi fare all’amore.
Tecnicamente per quello abbiamo i letti, Signorina. Marimoniali con lenzuola di lino. E due guanciali ora giustapposti, ora componibili. Se vuole anche due di scorta, che nessuno s’abbia mai ad offendere.
Per le scopate siamo attrezzati. Abbiamo i tavoli ed i divani, per le scopate. E le finestre per la creatività d’ogni esibizionismo. Non le spalle al muro dei corridoi con a terra il parquet. Sul parquet di un corridoio non ci fai l’amore. Si scivola. Non ci scopi. E nemmeno le spalle al muro fanno rima con fare all’amore. Nemmeno con scopare.

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Le spalle al muro forse non vogliono. Le spalle al muro forse non hanno nemmeno avuto il tempo di capire.

Le spalle al muro ed il culo mezzo scoperto – fortuna, c’è il parquet – colti entrambi alla sprovvista, spesso non hanno nemmeno il tempo di rispondere, quando risalgono le mutandine nere – il fiocchetto rosa l’ho sognato, lì di lato? – si riabbottonano jeans e senza passare dal bagno e senza passare dal Via, sulla porta un occhiolino, un sorriso ed “Arrivederci e grazie, ci facciamo risentire noi…”. Le spalle al muro non hanno il tempo di dire, di chiedere. Le spalle al muro restano a bocca aperta ed hanno sempre e solo il tempo di riabbottonare i loro di jeans, tirarli su alla bell’e meglio, giust’in tempo per vedere l’ombra di un attimo prima ticchettare di docMartens basse giù sugli ultimi gradini e correre piano al portone e chiuderselo alle spalle e mettere un vantaggio contro le spalle al muro che inseguire è inutile.

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Alle 15:12 non si gioca. Non si sta in giro alla controra delle 15:12, nemmeno se è inverno, tipo sotto Natale. Nemmeno per restituire qualcosa di dimenticato nelle case e nelle borse altrui ad orari più cristiani ed educati. Che tanto sono solo tutte scuse, sono canzonette che canzonano le borse che passano di mano in mano sulla soglia delle case altrui in cui si irrompe alle 15:12 con la scusa di oggetti smarriti da riconsegnare al mittente. “Questa dove la metto?” e tutti a dire “Non si dovrebbe far visita ad altri alla controra” dopo un viaggio di quindici minuti e un paio di paesi. O una periferia. Tutti a dire che “Non si dovrebbe fari visita all’altrui controra” che non immagini che sia una storia di spalle al muro del corridoio, mezziculi sul parquet e moncler rimasti abbottonati e titolari del diritto di proprietà su quella casa e quella controra seduti sotto i cavalcioni degli invasori della loro controra e delle loro case. Le 15:12 sono controra e la controra non dovrebbe mai conoscere, in un mondo cortese ed educato, espressioni come “Prendo la pillola…” e uscite di scena senza passare dal bagno e senza passare dal Via dopo dieci(?) o quindici(?) minuti di labbra su labbra e sospiri strozzati e dita sulle labbra al più timido segnale di protesta. Nè alla più timida e dolce delle dichiarazioni ignoranti di chi non sa di sapere o semplicemente sa di non sapere. Non è una questione di volere o no. Non si è mai discusso del volere. Non alle 15:12 di questa controra.

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Ripenso ad una controra così con disagio. Con paura, sì. E scrivo una lettera a Babbo Natale. Senza le parolacce. Cancello tutte le parolacce senza bianchetti ma con tratti di penna singoli. Fino a consumare l’inchiostro, fino a bloccare la sfera della penna sfera da due lire con cui scrivo. Basta che si veda, sotto, che parolacce non ce ne sono. Per aver meno paura della controra appena trascorsa sul parquet del corridoio buio, col sole tra un paio d’ore al tramonto a sinistra e la porta del bagno a destra, labbra e dita di fronte ed il moncler con la zip tirata fin sotto il mento e gli occhi di fronte chiusi ed il sorriso e le smorfie, scrivo la lettera a Babbo Natale. Credo di chiedere poco, che alla controra non si disturba nessuno, massimamente Babbo Natale che sa, di tutti e di tutto sa, anche degli orari a cui si scrivono le lettere a Babbo Natale. Chiedo poco in questa controra:
Tre – perfettissime come il numero – bisacce piene di coraggio.
La prima serve ad affrontare quella legge oscura di fisica delle piccolissime e leggerissime magie del mondo, quella che ti fa magneticamente spostare ogni occhio di bue dal mio angolino di palcoscenico al tuo.
La seconda ci sarà ogni volta che trillerà il mio servizio di messaggistica istantanea e sarai lì a chiedermi cosa ho da fare nel breve spazio dei tuoi generosissimi trentacinque minuti di tempo libero, tra il blog che aggiorni, la politica che mangi, le foto che ti scattano e i scatti e le settecentoventotto amiche che pendono dalle tue labbra. La seconda ci sarà ogni volta che avrò voglia di dirti “Mi raggiungi tu!” con l’accento sulla U ed invece avrò paura e sarò lì a chiederti dove correre per mangiare quei trentacinque minuti assieme come la fetta di cheesecacke al caramello divisa sul porto quel pomeriggio di ottobre.
La terza per avere il coraggio di dimenticare i viaggi, i biglietti, i voli, i treni, i ventuno giorni di una vita che con te non c’entra eppure da qui dentro ogni ventuno giorni rintocca e ritorna a raschiare.

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“Non si esce alla controra, solo i pazzi e gli ubriachi vanno in giro alla controra”. E le 15:12 sono proprio la controra perfetta per due astemi ubriachi pazzi, stretti addossati al muro di un corridoio in penombra. “Arrivederci e grazie, tranquillo, ti chiamo io…”, t’ho sentito dire con me lasciato lì in ombra. Il mio faro, il mio caro occhio di bue rubato. Ora è tutto tuo, tutto per te. Non avevamo pensato alla botola del suggeritore, su questo palcoscenico. Hai portato via il copione. Qual’era la mia battuta adesso? Leggo e rileggo la lettera di Babbo Natale. Io prego per le tre bisacce, tu riportami presto il copione, come scusa per irrompere qui di nuovo alle 15:12. Magari, nelle bisacce, ci guardo bene e ci trovo quel che so di non sapere o quel che non so di sapere. Quel che credo di volere.

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Ricordo una battuta, ma però fa rima con controra, non con te che vai via e mi lasci lì seduto col culo mezzo nudo. Ricordo una battuta: “Sì, va bene, ora girati dall’altra parte e dormi… alla controra si riposa… e basta!”.

 

(ok post ucronico di un pochetto di tempo fa… mi sono convinto a postarlo perchè credo certe cose vadano dette… se non si può dirle a voce…)

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33 thoughts on “Non si citofona a casa degli altri alla controra, andate sotto le case vostre a giocare…

  1. ysingrinus ha detto:

    La controra è un concetto che non possono capire tutti. È un articolo molto bello ed intimo. Anche le foto sono speciali.

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  2. m3mango ha detto:

    Meravigliosamente appassionato. Molto, molto bello.

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  3. lamelasbacata ha detto:

    Esistono i contrordine alla controra, stanno nascosti negli angoli bui, addormentati dalla narcosi dei corpi che si toccano fugaci e lasciano strie lascive di dna su parquet intaccati dai tacchi degli anni, su pareti ingiallite dai sospiri degli amanti della controra.

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  4. chezliza ha detto:

    Sorprendere me e’ un’impresa…ci sei riuscito c la terza volta..

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  5. […] chi cercasse una linea temporale… Evento 1 ed Evento 2.. quello che avete appena letto è Evento […]

    Piace a 1 persona

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