Per stare con una Antidiva ci vogliono qualitativamente e quantitativamente gli stessi attributi che ci vogliono a stare con una Star

“Guarda, davvero, credimi… io sono davvero convinta in questo mese di aver completamente perso la testa per te…” – “Mi metti ansia, ti prego, fermiamoci… è per questo che mi hai fatto lasciare a casa tua la reflex?”.

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Abbassi gli occhi, li rialzi, con la lingua appena accennata a far capolino tra le labbra sorridi come una scimmietta dispettosa (quando sono sereno e scherzo e rido ti chiamo così).

“Sì, Morte (quando è serena e scherza e ride mi chiama solo così, abbreviando il cognome), volevo parlarti, tu volevi farmi le foto e le due cose…” – “Sì, ok è chiaro…” – “Dai, davvero, le due cose insieme non è che si facciano proprio un waltzer no?”.

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Penso che tu mi dici waltzer invece di valzer. Sottolinei quella crisi fonetica che trasforma il ballo in un revolver danzante. Uolzer. Penso che questa originalità forzatamente ricercata in tante delle tue espressioni, a ventotto anni, sia una delle ragioni per cui davvero potrei innamorarmi di te e dimenticare il resto. Mettere anche in crisi il sistema copernicano e dire che oltre quell’orizzonte non ci dobbiamo andare, nemmeno tenendoci per mano. Ma è quel waltzer che adesso ci allontana. Perchè è la cellula primordiale attorno a cui satellitano tutta quella serie di ragioni che mi fanno dire che potrei, sto per, sono ad un passo da, ma…

E’ un mese che, almeno una volte al dì, come una medicina, prendete il caffè assieme, vero? Un mese. Un mese e mezzo praticamente. Com’è cominciata? Ah sì, due chiacchiere a proposito di una foto su facebook… e dieci minuti di telefonata dopo una tua intervista, mi sa. No, forse no, vi stavate già vedendo quando è uscita l’intervista. Come? No, sempre da soli, questo rapporto non ha mai avuto dimensione pubblica. Perchè non lo so. Ne parlammo. Ci piaceva così.

“Vuoi perdonarmi, amore, vero? Non posso innamorarmi di te…”.

Ti chiamo amore guardandoti in faccia. Non è il tesoro detto ridetto e abusato. Ti chiamo amore. L’ho sentito, spicciolino prezioso trovato tra le pieghe di una tasca che credevo bucata. Mi guardi interdetta.

“Ok mi è scoppiato il follicolo destro, adesso…” – “Ah, mi spiace!”.

Mi sembra l’unica risposta sensata ad un feedback non richiesto, un disturbo nel continuum di sensibilità e scivolosità di questo crinale comunicativo. Ecco, rispondere così, in modo fintamente originale, non sposta di un millimetro il focus del discorso.

“Perdonami, posso chiedertelo?” – “Cosa?” – “Devi ancora dirmi se posso chiedertelo…” – “Puoi, ma cosa?”.

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Ammetto, non controllo, mi sale l’ansia…

“Mi piacerebbe che tu mi dicessi, mi spiegassi, non so almeno a grandi linee… ” – “Perchè non posso innamorarmi di te?” – “Sì, scusa mi veniva male dirMelo…”.

Come spiegarti che ho paura delle tue mille e mille foto sul profilo di FB, immagini di te al centro e le tue amiche attorno e tu incredibilmente con una smorfia ed una posa ed una immagine sempre naturalissima e mai artefatta e loro tutte intorno come satelliti? Ne ho viste centiaia nell’ultimo anno. Come ti spiego che ho terrore per l’agio incredibile con cui sei il riferimento di un sistema solare sociale?

“Ti prego, non viverla male… è già difficile…”.

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Ho paura, ma paura davvero a guardarla negli occhi, mi ripeto che è solo una ragazza di ventisette o ventotto anni, che sta studiando, certo impegnata in politica e nel sociale, certo editor di un blog avviato, certo elemento carismatico all’interno del suo sistema di riferimento… nulla di diverso da cose che sono stato anche io nella mia vita.

“Tutte insieme, tutte così… io non so se le reggo, amore…”.

Mi riscappa amore. Mi morderei la lingua ma è già passata.

“Morte – perchè cazzo mi piace mi chiami così(?) e comunque, mi sa che pensa che io stia scherzando – Morte, scusami ma non ti seguo… davvero ti prego, si sta facendo difficile la cosa… ho le mani che sudano, eh!”.

Suona quasi di sgridata… ed ha ragione. Detta così non significa un cazzo. Ma sei di nuovo inutilmente originale. Tremo, tra poco mi dirai che ho i baffi da magistrato?(cit.)… Tutto mi sembra plausibile.

“Posso chiederti perchè ne stiamo parlando? Perchè, che ne so, a casa tua non mi hai baciato?” – “Avevo paura di un tuo no!”.

Panico, passato che torna a mordere i calcagni. Panico! Cerco parole per rispondere… mi rendo conto che un bacio, un bacio sul divano di casa sua, con l’odore del fegato che ha cucinato per me, col profumo delle bucce di clementine che ho mangiato ad ambi di chili nel caminetto acceso a novembre più per scena che per altro… forse avrebbe cambiato tutto.

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A pranzo da una amica(?) che ti dice: voglio cucinare per noi. Tu porti le birre, evitando di presentarti con la tris di peroni familiare. Lei ha i capelli bagnati dallo shampoo di prima, ma è vestita. Chiacchiere, lei rolla cartine e tabacco marlboro, tu hai il tuo pacchetto e la reflex. Scatti, ne tiri fuori alcune bellissime. Lei sa che scatti. Non dice di no. Non ti guarda, le piace. Lei ti chiede la scheda memoria, le importa sul suo pc mentre insieme decidete di accendere il caminetto tanto il riscaldamento è spento. “No i miei tornano dopodomani…”.

“Dò – non si scherza più se mi chiama Dò –  mi hai parlato tanto dell’ultimo anno… non salti addosso ad una persona che ti ha detto tanto di sè, se la rispetti…”.

E Biondoddio hai ragione anche tu…

“Sì ma sarebbe tanto più facile… mi ritrovo inadeguato a rispondere con la crocetta su un bigliettino…” – “Lo so, scusa… ma mi dici almeno perchè no?”.

Mi sento stupido quando le parole non vengono fuori come dovrebbero. Mi sento stupido quando la bocca fa le veci delle mani sulla tastiera in giorni come questo in cui scrivo sul blog le infornate dei post che programmo.

“Per stare con una Antidiva… e tu lo sei Antidiva, no ti prego non sgranare gli occhi fammi finire… per stare con una Antidiva ci vogliono qualitativamente e quantitativamente gli stessi attributi che ci vogliono a stare con una star e perdonami, non li ho… per nulla!”.

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Cala il silenzio è forse hai ragione se pensi quel che credo tu stia pensando, ossia che sia la stronzata più grande che tu abbia mai sentito dire.

“Scusa, lo so, sembra una stronzata ma non è così… cioè, è così che mi sento…”.

Alzi le spalle, mi sorridi:

“Vabbè, non so che dirti, però adesso se non ti spiace torniamo a casa, riprendi le cose e… non voglio dirti vai, ma vorrei restare da sola…”.

Lungomare, esterna, strada al ritorno. Sono quasi le cinque, c’è ancora un pochino di sole, un picciolpochino di sole. Novembre fa questi scherzi, a volte. C’è dieci minuti di cammino. Sembrano interminabili. Prima erano volati.

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Il caffè lo fai tu, non nella moka, non con le capsule. La napoletana. Perchè non lo so. Lo intuisco e non mi fa paura. Di colpo sento il bisogno estremo e irrazionale di chiedermi se non sia il caso di chiamare casa e chiedere la cortesia a mio padre di far uscire Maggie. A casa siamo sempre così corretti: nessuno scende o esce la cana. Nessuno la piscia. Non so perchè ma di colpo mi chiedo se mi sono lavato bene e se ho cambiato la maglia stamattina. Gesti consueti. Sì. Di colpo mi chiedo se dopo che avremo scopato sul divano di là o qui in cucina mi dirai anche che ti farebbe piacere (esattamente come hai detto in mattinata sul cucinare per noi) mi fermassi da te per due giorni. Non ci sarebbe niente di strano, mi dico. Sì, mi ripeto.Ti direi sì, perchè sento che tra poco scopiamo e poi me lo chiederai.

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Ho le mani in tasca, la sinistra giocherella con l’accendino. Devo toglerla di lì prima di darmi fuoco come uno Jan Pallck qualsiasi. Che ha perso il treno dell’amore(?). Perchè tu la prenda non lo so. Ti guardo. Mi stai guardando e mi sorridi con una certa qualche malinconia. E’ la prima volta che mi dai la mano. Non ci sono più le espressioni maliziose di quarantacinque minuti fa, mentre uscivamo da casa tua, dal cancello della tua villetta monofamiliare con front e backyard e giocattolini per i cuginetti piccoli. La prossima primavera non ho un prato inglese dove prendere il sole, mi sa. Nè l’amaca dove stravaccarmi a leggere il kindle mentre tu, spalle al frangisole del muretto, fai palloni di bigbubble adolescenti pannefragola e ascolti i The Giornalista dalle cuffiette fucsia del tuo iPod.

“Uscire di casa studentessa fuoricorso e rientrare Antidiva non succede tutti i giorni, credo la mia autostima debba ringraziarti per questo, ma ammetterai che la cosa non è tecnicamente un portagioie…”.

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Scusami, il sorriso è forzato. E’ anche perchè non ho mai capito se le tue sono continue ricontestualizzazioni della lingua italiana o semplicemente ti va sempre di culo, che ho davvero paura ad innamorarmi di te. Da domani hai indossato la foto che ti ho scattato come foto profilo. Ho paura delle foto profilo che cambiano, lo sai… soprattutto quando denunciano cambi repentiti. Sono impegnative. Tanto quando sostituiscono scatti fermi lì, quinquennali come i piani che tanto ti piacevano in una vita passata, tanto quando diventano statiche, ferme immutabili dopo anni di “unasplendidaimmaginedimesemprediversaognigiorno“.

Apro il portone di casa dei miei. Chiamo Maggie. Apro il portone del giardino, la mia pelosona mi corre incontro, mi salta addosso, il nostro solito giro di valzer, con la v singola e senza la t. Sei alta quanto me quando balliamo, Maggie. E sento dentro di aver fatto e detto la cosa giusta. Non so perchè. Tornando a casa, in macchina, ho cantato a squarciagola POP de Lo Stato Sociale. Perchè? Mi sembrava la canzone giusta.Perchè vorei che tu sentissi che vorrei averti lasciato “il pilota automatico, amorematico, aromatico al caffè!”.

Dall’attimo dopo, dal momento in cui avrò visto la tua nuova foto profilo, sono convinto che per almeno due settimane non avrò smesso di chiedermi se abbia un senso tornare e dirti che ci ho pensato bene e che non eri una Antidiva. Temo di minare da solo l’autostima cui ho gonfiato il petto… e servirebbe, tettina che non sei altro. Non hai una quarta di seno, lo sai… ma quando ne abbiamo scerzato ti ho sempre detto che non so più come sia fatta una quarta di seno. Più di questo temo che – dicendo “scusa sbagliavo” – si dipinga di me l’immagine di un inguaribile cazzaro con davvero troppe poche palle.

“Speriamo ci passi presto, amore…”.

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Non riesco, inutile, non sono riuscito per un attimo a smettere di chiamarti così dal momento in cui, trentacinque minuti fa, mi hai detto:

Guarda, davvero, credimi… io sono davvero convinta in questo mese di aver completamente perso la testa per te…”

… ed io ti ho risposto che per stare con una Antidiva ci vogliono qualitativamente e quantitativamente gli stessi attributi che ci vogliono a stare con una star e perdonami, non li ho… per nulla!

ps
Queste robe qui descritte son successe prima… Oggi avete letto la puntata precedente di quel che è spiegato premendo il link… Eh che ucronia!
Prima che tutti ve/me lo chiediate, i fatti narrati sono assolutamente reali, ucronicamente contestualizzati. Nessuna Antidiva, nessuna cagnolona e nessuno stronzomerdone sono stati maltrattati durante la redazione di questo post. Nessuno avrà inoltre da ridere visto che non sono il primo a parlare di questa vicenda. Ci vogliamo bene, dai!

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41 thoughts on “Per stare con una Antidiva ci vogliono qualitativamente e quantitativamente gli stessi attributi che ci vogliono a stare con una Star

  1. ysingrinus ha detto:

    Non c’è niente da ridere.

    Piace a 1 persona

  2. alidivelluto ha detto:

    Questo mi ha davvero colpito. Magistrale!

    Piace a 1 persona

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