Pubeggiare e cazzeggiare fanno rima… ma col “difetto maschile” hanno nulla a che fare!

Che Pubeggiare ti ricorda il pube e cazzeggiare ti ricorda il cazzo. Ma, no, quello che i sarti dei negozi d’alta sartoria chiamano difetto e Giuseppe Gioacchino Belli definisce “Il padre de li Santi” non ha tecnicamente a che fare con il chiacchierare e bere una birra seduti o in piedi sull’uscio di un pub di paese. Proprio per niente.


Meriggiare è per sua stessa definizione pallido e assorto. Si pubbeggia la sera e non si sta assorti. Non presso silenti muri d’orti. Si meriggia da soli e si pubeggia in compagnia. Dell’amata in romanticherie o delle risate ad orgia di amici e conoscenti e parenti e cucuzzame vario. Si meriggia finchè non cala la sera, in riflessioni struggenti e diaframmatiche da tenero eroe adolescenziale, più innamorato dell’idea di innamorarsi che d’una qualsiasi venere in ciabatte.

Si pubeggia ben oltre i limiti della notte.
Ci si sequestra a vicenda. Ci si sequestra fino a firmare cambiali pesanti per i benedetti ultimi gocci che maledettamente non arrivano mai. Pubeggiare non fa rima con l’essere assorto, che un verbo ce l’ha ma suona bruttobruttissimo e qui non ce lo posso scrivere, talmente l’è brutto. Forse pubeggiare farà anche rima con pensare… finchè sai pronunciarlo bene, finchè non biascichi le uniche doppie che ci sono, tutte sole e tutte egocentriche a farsi biascicare per farti scoprire ubriaco.
Per editto reale, fossi re,  sull’uscio dei pub vieterei il pensiero cosciente. Sgraverei fino all’ultimo centesimo ogni flusso di coscienza… coprirei di incentivi fiscali spaventosi le aritmie che il cuore ti rivomita fuori. “Cittadini e Compagni! V’è un Sovietsupremo che ha deciso per voi che lo spazio dato all’elaborazione cosciente può perdurare per i primi soli cinque e diciamo cinque minuti… poi un basta categorico e impegnativo per tutti!”. Poi amatevi. Un bacio senza mai pestare lo stesso sanpietrino. Un bacio a labbra chiuse senza mai invadere la chianca altrui. Ci sono confini precisi che vi suggeriamo di rispettare.
Ma amatevi!
Spudorati e sempre, per cortesia, con la giusta distanza.

Oppure non amatevi punto! Meglio, perGesummaria(!) ma non smettete nemmeno per un momento di sorridere. Mettetevi gli occhi in faccia e ridete, sorridete, accendete gli sguardi. Rinfacciatevi gioisi i delitti più assurdi: “Fosti tu, uccidesti tu Miss Purple, la fidanzata immaginaria del buon Mister Green… e per me puoi averla uccisa tu tra le 7:15 e le 7:20 di un qualsiasi mercoledì pomeriggio, con l’ascia, temo e nella sala del biliardo… dunque confessa! Confessa e alleggerisciti la coscienza, vuota il sacco… perchè non smetterò di puntarti il dito in faccia e tu riderai imbarazzato ed io continuerò e me ne infischierò degli occhi sgranati lì intorno…”. E tu non hai un biliardo, non hai un’ascia e non ti muovi lungo caselle, per stanze, in una città che si chiama Cluedo (editricegiochi quellidelmonopoli).

Si pubeggia ben oltre i limiti della notte e, dunque, sequestrate l’Anonima Sarda del cuore che vi tiene prigionieri e non toglietele il passamontagna. Anzi calzatene uno voi, piccoli agenti speciali per missioni improbabili. Non siate più uomo o donna, senza dimenticarvi mai chi siete. E ammanettatevi a chi v’è capitato al fianco in sorte, stando attenti a non buttare la chiave. Guardando bene che in terra non ci siano tombini… che le mani e i cuori tremanti lasciano cadere le chiavi nei tombini. Impietosa legge di Murphy, che quando qualcosa potrebbe andar male, poi va a finire sempre peggio, molto peggio. E continuate, continuate senza sosta a sparare ogni cartuccia che il profondo vi metta in canna. Non risparmiate nemmeno un colpo, nemmeno per voi, per non cadere prigionieri del nemico. Pubeggiare e chiamarsi fuori non faranno mai rima! (sappiatelo)…

Guardate le stelle, perdetevici dentro, sempre, in ogni momento. Sul ciglio del porto più sporco e puzzone che ora vi sembra “le bianche scogliere di Dover” annodate ben strette tra loro le scarpe dell’anno passato: “…perchè Lei abbia a cascare di muso in terra, mio caro anno passato e Le si rompano i bei denti bianchi davanti. E non crescano più, nemmeno per la santa intercessione di Mariaegesù!” (concedetevi sereni licenze poetiche, che variar l’ordine degli addendi non varia il risultato!). Stringete le stringhe fortefortissimo, che il rumore di quei bei denti bianchi spaccati per terra vi resti nelle orecchie. Per sognarlo di nuovo domani, quando le stelle cedono il passo all’alba. E per farvi di nuovo accusare, sull’uscio di un pub, di aver fatto rompere i denti più bianchi del bianco a quell’anno passato e maledetto. E poi uscite fuori nella strada sonnecchiosa, svegliando il mondo con una risata diaframmatica, neppur troppo finta e mai davvero beffarda: quella dei Cattivi del Male di ogni cartone animato giapponese visto da piccoli. S’avanza in crscendo, prima sommessi, quasi fosse uno scherzo… che tra gli iridi scoppiati di stupore di chi vi circonda troverete il modo di farla crescere, coltivare, scoppiare… finchè non sia davvero diaframmatica e secolare: il riso sguaiato e ubriaco del mondo che si risveglia da un sogno ridendo. Di gusto.

Quando Maria Antonietta d’Austria, incompresa e detestata “striaca” alla corte di Francia, tornava dai balli in maschera il sabato sera, alticcia e drogatissima di sex on the beach e pallette di tachipirina drogata, aveva una carrozza tutta sua con guidatore designato alcolesente. S’accomodava scomposta sul sedile posteriore, il viso rivolto al senso di marcia, per non sboccare una volta di più. Apriva il finestrino di destra, poggiava il vetro e spalmava la fronte su quello sinistro. Guardava scorrere le campagne delle residenze estive degli altri figli di papà della nobiltà e soprattutto del clero francese. Per l’invidia e l’odio del terzostato. Tutt’attaccato! Si guardava vivere, si stirava il viso con mollette di legno per raggranellare un sorriso nuovo da spendere. Maria Antonietta che si perdeva nella luce dell’alba, inventando sonnambula una nuova scusa per quel vestito sfatto, la pressione arteriosa su un ottovolante, gli occhi di brace e l’alito al puzzo di benzina, era romantica. Maria Antonietta bruciata in controsole, sfocata, bombardata da raggi UV che filtravano tra i larici e i pioppi in quell’alba di domenica mattina, Maria Antonietta era una lolita qualsiasi a farti tenerezza. Maria Antonietta in hangover di ritorno da una festa di maschere e droghe e troppo da bere l’avresti amata, forse, anche tu.

Sophie Coppola l’ha messa così, sulla pellicola Marie Antoniette
(senza regina e senza niente).
E Sotto, sotto c’era una splendida canzone che faceva più o meno così…
“Pulling Our Weight” by: The Radio Dept.

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12 thoughts on “Pubeggiare e cazzeggiare fanno rima… ma col “difetto maschile” hanno nulla a che fare!

  1. ysingrinus ha detto:

    Spudorati e cortesi@

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  2. chezliza ha detto:

    se vabbe’ ..dimmi qualcosa che nn so’.
    Pero” la canzone dai puo’ andare..

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  3. lamelasbacata ha detto:

    Mi piace la venere in ciabatte, meglio di quella in pelliccia che poi gli animalisti tirano le uova e il puzzo non lo togli più. Far incespicare l’anno vecchio è un scopo per cui vale la pena vivere, ma se qualcuno gli dà anche uno spintone da dietro sono più sicura, così tanto per celiare pubeggiando.

    Piace a 1 persona

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