Dopo di noi 3.2

Guardate, davvero, se proprio non vi va di ascoltare questa digressione personalissima, vi prego, saltate a piè pari al capoverso successivo. Che ci crediate o no, guardate, sono sensibile a questo discorso del trovare il nome per collocare qualcosa nel posto giusto della mia esistenza e del mio sentire. Ah sì, inoltre, non so a voi, ma a me decisamente questo esercizio regala una sensazione di distensione. Non ci credete? Provate a sentire il mio respiro adesso? Prima era così forte, ricordate? Forte da non riuscire neppure io a cercarlo, forte da non sentirlo e dover far rincorrere ogni inspirata dalla successiva, fregandomene di quando espirare, che l’aria nei polmoni sembrava sempre troppo poca. Adesso, meditabonda sul nome e cognome proprio di questi moribondi ciabattanti, vedete, il respiro si è proprio calmato. Mi sudano meno anche i palmi delle mani e questo, di sicuro, tra qualche minuto potrà tornarmi utile. A scuola ero brava, bravissima con i giochi di parole, col giocare con le parole. Non ci credette nessuno quando dissi: “Scienze infermieristiche”. Nessuno. I primi sconvolti furono i miei genitori, che forse mi sognavano creativa e vincente, per raccontare al supermarket o al bar – rispettivamente pa’ e ma’ – che la loro pargoletta era: “Quella che si è inventata la storia dei tappi del campari, mettendoci dentro i nani… nani, tappi, sai?”. Io volevo fare grana. Subito. Proprio per non dover stare a spiegare ogni giorno a pa’ e ma’ cosa avevo fatto quel giorno o quell’altro con uno squallido contrattino a progetto oppure curando a nero la comunicazione di una decina di localini serali che prendevo per il culo programmando post-fotocopia qua e là sui social. Volevo un lavoro disgustoso da raccontare. Con le parole, con i giochi di parole, però, non ho mai smesso. Sono uno dei pochissimi modi che mi sono rimasti di ripetermi che so ancora emozionarmi, so ancora giocare e divertirmi con poco, non sono poi la bella stronza inacidita che cambia cateteri ai vecchi e pulisce il culo alle vecchie con la stessa candida dolcezza con cui nega qualsiasi attenzione a un povero ragazzo down follemente innamorato di lei. Senza dargli nemmeno il gusto di potergliela dedicare fino in fondo, quella quotidiana sega mattutina, restando almeno un attimo a dirgli: “Bravo!”. Cristo, non so nemmeno se tecnicamente non sia quest’ultimo pensiero, così come l’ho formulato, il segno più tangibile di che bella cinica stronza io sia diventata. Comunque m’è venuto, il nome, per quei cosi. Tanto complicato quanto spaventoso, ansiogeno. I morribondi: i moribondi che errano. Morribondi. Mi piace. Caga sotto abbastanza.

“Dopo di noi” è una serie di racconti che posto su questo blog, nel quadro di un più ampio progetto di blog noveling, tipico della formula della scrittura creativa. In questa serie seguiremo le avventure di Sonia, dipendente della clinica per dabilità psichiche “Dopo di Noi” alle prese con l’invasione dei Morribondi, una forma molto aggressiva di terribili zombie.

 

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20 thoughts on “Dopo di noi 3.2

  1. ysingrinus ha detto:

    Oh, a me sta simpatica!

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  2. Tati ha detto:

    io la trovo fan-ta-sti-ca!!!

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  3. lamelasbacata ha detto:

    Si potrebbe dire che in fondo stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus però è un’esigenza naturale e molto umana voler dare un nome alle cose, delimita il loro esistere entro parametri comprensibili.

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  4. rachelgazometro ha detto:

    Non ricordo: questo racconto uscirà in e-book?

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