Dopo di Noi – 3.3

Ok, dov’ero e cosa facevo ieri sera? Ero giù in portineria. Guardiola o come diavolo volete chiamarla. Gli ambienti al piano terra sono tutti quanti adibiti alle attività comuni in questa struttura. Politica della Residenza Dopo di Noi – Villa Sole, è quella di praticare quotidianamente attività d’inclusione che occupino almeno i due terzi della giornata. Considerando che i pazzerelli sono anche sotto stretta terapia farmacologica e che l’effetto di sedazione li porta solitamente a dormire tranquilli per otto o nove ore, sì, potete ben dirlo: qui da noi nessuno resta solo. Anche quando non gli andrebbe di dividere del tempo con altri. La portineria, guardiola o come volete chiamarla, insomma il mio ambiente di lavoro fuori dalla medicheria, si affaccia sulla zona d’ingresso, una sala comune, ampia, con poltroncine e divanetti comodi per i visitatori che siano in attesa dell’arrivo di un congiunto ospite. Quando sono qui seduta, ho anche compiti di buona rappresentanza e accoglienza. La storia con me e Marco è cominciata così un paio di mesi fa. Sì, in sostanza subito dopo il suo arrivo qui in struttura come guardia giurata che tenesse ladri, tossici e cattivoni fuori dai piedi. Tecnicamente Marco ha proprio il fisico del supereroe buono che salva i deboli dalle ingiustizie e dalla malvagità del mondo, lì fuori. Come il cacciatore di Cappuccetto Rosso ha il suo fucile: una beretta 92F che lui stesso ha più volte definito un residuato bellico degli anni ’80. Quasi come i tromboni con cui disegnano il Cacciatore, roba da brigante calabrese. Ha anche un coltello, ma quello non è tecnicamente in dotazione, quello è più un suo vezzo personale. Il problema di Marco? Presto detto: pistola, bicipiti gonfi, pettorali robusti, coltellaccio a scatto e la Nissan Quasquai lì fuori sono tutte protesi psicologiche in sostituzione di un cazzo, il proprio, che il vigilante non sente all’altezza. Una bella, cinica stronza queste cose le capisce, ma di volata. Diciamo che mi sono bastate due notti di fila per capirlo. Quel machismo spudorato, l’ansia da super-controllo che spesso si traduceva in uno zapping compulsivo sul telecomando della sua auto: “Ma ho chiuso la macchina?”. Ah, sì, sommate anche il bisogno ossessivo di toccare il coltello, guarda caso ben sistemato nella tasca davanti e non nella fondina, a confondersi col pisello, ogni volta e ripeto, credete a me, ogni volta che nei primi tre o quattro giorni gli allungavo una battutina su quanto quella situazione di forzata convivenza mi facesse tornare alla mente le commedie all’italiana di serie Z su le infermiere di notte, i marmittoni alle manovre, la clinica in collina.

No, la prima volta non l’ho fatto apposta. Giuro! La prima volta che ne abbiamo parlato era perché in TV, su un’entusiasmante emittente locale, passavano “Avere vent’anni” ed io, che il cinema degli anni settanta italiano lo adoro, mi ero messo a parlare di Lilli Carati. Avrei voluto essere come Lilli Carati, ve lo giuro. Almeno fino ad un certo punto della sua carriera. O come Moana, almeno fino a un certo punto della sua vita. Non ho mai pensato che il corpo di una donna non possa essere la sua arma vincente. Nel porno, nel film erotico, io non ci ho mai visto una donna che si fa mercificare… piuttosto una che ti dice: ce l’ho ma è mia e se ci muori cazzi tuoi! Anche perché, se non mi andava, nella vita, non m’è mai andata. Quindi, niente, alle prime battutine sul tema vedo Marco diventare paonazzo, abbozzare qualche risposta imbarazzata, studiarmi, sempre con la mano sul coltello. Non voleva farmi paura; rassicurarsi era quello che gli serviva. La cosa ha preso a divertirmi, anche perché, alla fine, dai, brutto Marco non lo è per niente e quella sensazione di tenere io le redini del gioco anche di fronte ad un pistolero palestrato e col coltello in tasca mi arrapava sinceramente. E’ un momento in cui non ho maschi intorno, non ne voglio e Marco, diciamo, fa al caso. Quindi dopo le battutine comincio a stuzzicargli la fantasia: “Pensa se un giorno vieni qua e invece che con questo camicione verde da portantina mi trovi con una di quelle divise che si vedono sui giornaletti? Con le autoreggenti bianche e il reggicalze? Con la crocetta rossa sul berretto bianco modello SS fatta col nastro isolante rosso?” A Marco la cosa è cominciata a piacere. L’ho visto farsi sicuro di quel gioco che tanto sarebbe sempre rimasto sui lidi confortevoli del pensa se, giochiamo che, immagina un po’. Il gioco mi ha stufato dopo un paio di settimane. Così mi ci sono fatta trovare, in modo curioso. Non pensate all’infermiera cosplay hot. No, niente di tutto questo. Semplicemente niente intimo sotto il camicione verde e le autoreggenti nere. Gli ho chiesto di accompagnarmi in bagno; ci sono le telecamere in tutte le aree comuni della struttura, veniva male. Almeno la prima volta. Gli ho chiesto di farmi la guardia in bagno perché la luce fulminata mi faceva paura. E’ rimasto voltato tutto il tempo, che tenero. Che bacchettone: l’ho dovuto prendere in giro dicendomi che mi ero rivestita, per farlo girare e lasciarmi guardare. Ok, è andata così. E sto faticando, almeno, stavo faticando fino ad oggi, per fargli capire che dovrebbe dismettere un po’ di queste fobie e paure e necessità di protesi psicologiche. Perché è tutto, perfettamente, nella norma in lui. Quel che mi fa faticare di meno, ovviamente, è convincerlo che non è il caso la nostra relazione si strutturi a un livello diverso. Ma ho la sensazione che ci riuscirò. Oppure, che sarà inutile riparlarne. Perché lo schianto della porta di quella che temo sia la suite numero quattro mi fa saltare a piè pari e lanciare un urlo. Sì, cazzo, un urlo. M’infilo il pugno in bocca, serro i denti per non urlare ancora. Se mi concentro non urlo, se mi concentro i passi biascicati e pesanti di Vincenzone non mi spaventano. Se mi concentro forse non faccio più un fiato. Difficile, cazzo difficile… Uno schianto come quello precipiterebbe nel panico incontrollato chiunque. A me rimette nelle orecchie lo schianto che mi ha svegliato nemmeno un’ora fa, quello prodotto da un Vincenzone ancora vivo che scaraventa la porta della sua suite, la numero tre, in mezzo al corridoio con una spallata… Brutto risveglio, cazzo.

“Dopo di noi” è una serie di racconti che posto su questo blog, nel quadro di un più ampio progetto di blog noveling, tipico della formula della scrittura creativa. In questa serie seguiremo le avventure di Sonia, dipendente della clinica per dabilità psichiche “Dopo di Noi” alle prese con l’invasione dei Morribondi, una forma molto aggressiva di terribili zombie.

Annunci
Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , ,

22 thoughts on “Dopo di Noi – 3.3

  1. ysingrinus ha detto:

    Penso che il nome della clinica sia molto ironico.
    Sonia sempre piú interessante!

    Piace a 1 persona

  2. lamelasbacata ha detto:

    (Commento sparito, boh!) Convince molto, un bel personaggio ora che l’hai caratterizzato un po’ di più. Lo avessi letto come “waiting for” prenoterei subito il libro.

    Piace a 1 persona

  3. alessialia ha detto:

    hai capito sonia…
    pero pure lei ha paura! è umana!

    Piace a 1 persona

  4. Tati ha detto:

    secondo me ci son morribondi intorno ame!… m’hanno di nuovo mozzicato il commento! uffieriuffi!…
    comunque… quanto è bello questo personaggio , non smetterò di dirlo… mai! 🙂

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: