Archivio mensile:aprile 2016

Radio Quindinononvatuttobene – Quel che porto con me (10)

E la chiusura del cerchio è questa…

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Vetriolo 20 – Romanzo di azione e fantascienza di Domenico Mortellaro

Riprese in mano i fogli e li guardò attentamente. Mettere una palla in testa a qualcuno, per tanti, era diventato un hobby, nemmeno più un lavoro. Precarietà e flessibilità avevano cambiato anche nel mondo dei killer le regole. La concorrenza albanese e slava si era fatta così spietata sui prezzi che, adesso, c’erano suoi colleghi disposti a risolvere il problema alla radice per cifre a due soli zeri. Ovvio, compravi quel che pagavi: lavori fatti male e spiate dietro ogni angolo. Le precauzioni, cazzo, le precauzioni. Il collega medio aveva già di per sé il vizio innato di trascorrere sui social un buon terzo della sua vita. Si accordava via whatsapp… se non gli avessero spiegato che era proprio sbagliato, sarebbe stato capace di taggare la committenza nella foto Instagram della scena del crimine, col sangue ancora fresco. Magari con la didascalia : “Lavoro fatto, passo a saldo!”. Ciccio Marino, la bestia a cui, suo malgrado, doveva la vita e qualcosa di più, lo definiva “L’ultimo dei romantici”. Del resto, il personaggio che aveva tirato fuori quel soprannome, era un eccentrico nel suo ambiente. Non ci avrebbe mai creduto nessuno ad un capobastone della camorra napoletana che prima di spegnere la luce sul comodino, prima della preghiera alla Madonna delle Grazie, indugiava sulle righe di Melville, Hemingway e Marquez. Sorrise, in quella ridda di pensieri sconclusionati, gli occhi fissi in quelli dell’uomo nella foto. “Io ti devo mettere una palla in testa entro dieci giorni… qualcosa me la devo inventare per odiarti… qualcosa…”. Tirò ancora dalla sigaretta, due boccate rapide. Ricapitolò le informazioni che aveva. Fulvio Naglieri, direttore dell’ufficio postale centrale di Canosa. Fiduciario dei libretti di risparmio dei detenuti del vicino carcere di Lucera. Un paio di operazioni ballerine e qualche migliaio di euro di troppo che cominciano a muoversi indemoniate da un conto all’altro. Diventando sempre meno. E chi lo controlla uno così? U paio di partite a poker perse, forse qualcuna di troppo. I creditori a casa. La macchina a fuoco. I conti sui libretti che non tornano. “Diretto’, rimetti tutto a posto… dieci giorni…” – “Certamente, non vi preoccupate, è stato un errore…”. Ma i soldi non ci stanno. I conti continuano a non trovarsi. “Vincenzo, questo non solo ha mancato di rispetto a questo signore di Gallipoli, che è un buon amico, ma ha messo nei guai pure qualche amico nostro nell’avellinese… “ Ciccio Marino, l’aveva creato lui il contatto, qualche settimana prima, al fresco della sera sul porto di Torre Annunziata “Qua gli ammanchi sono sempre di più, non ci si trova più ai conti… ‘Na cosa facile facile: tu ti buschi i soldi tuoi e noi tutti ci facciamo una bella figura con gli amici dell’Irpinia, eh?”. Tirò le ultime boccate con la stessa noncuranza con la quale aveva detto sì quella sera, all’aria salata del porto. Tempo per farselo salire sul culo l’avrebbe trovato.

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Radio Quindinononvatuttobene – Quel che porto con me (9)

Questa è un bel po’ speciale… ora per due motivi in più!

Clockwork Orcas 4.2

Clockwork Orcas 1 – Di Domenico Mortellaro.
Il primo romanzo di una saga a cavallo tra mythpunk, clockpunk e dieselpunk.

Fu una voce altrettanto grave ma pacata a rispondere a quelle parole. “Eppure, vedi Silvia? Vive. Vive ancora. Libero dall’orrore del metallo, quest’uomo ancora vive. Cosa resta, al netto di pistoni e connettori, viti e bulloni? Resta la carne. Ed è carne viva, quella…”. Questa volta i suoni non si muovevano come elastici fendendo l’aria e mutando ad ogni passo. No. Era un’onda lenta e uniforme che arrivava a dilavare le imperfezioni e la confusione scompigliata dei suoni di un attimo prima. Nel tremolare incomunicabile di quel buio squarciato dalle prime parole, un suono tiepido a portare ordine e quiete.

Di cosa parlavano? Della carne e della pelle di chi si contendevano il destino? Sulla vita di chi pretendevano l’ultima parola? Fece uno sforzo, cercò di aprire meglio gli occhi, schiudere le palpebre… ma tutto fu vano. Riuscì a spalancare gli occhi solo per pochi istanti, . Una fitta improvvisa lo costrinse a lasciare che si chiudessero ancora. Faceva fatica anche solo a tenerli aperti. Dovette accontentarsi di una fessura appena dischiusa per cercare di strappare al buio altri dettagli. Fortuna che, lì dov’era, aveva il viso rivolto verso la sorgente di quella voce pacata ed inquietante, quella voce maschile che blaterava di carne viva e di orrori di metallo. L’uomo che doveva aver parlato indossava una lunga tonaca nera. Calzava in testa un cappuccio puntuto. Aveva le braccia conserte poco sopra lo sterno. Immobile, regalava alla sua vista un’orbita unica, nera, sotto le falde lasche del copricapo. La luce gelida e fastidiosa dell’ambiente non valeva a rubare nessun dettaglio del viso. Lo immaginò giovane, comunque, ricordandosi al tempo stesso che una voce poteva mentire. L’onda calda tornò a spandersi aprendo il suo fronte proprio dal fondo di quell’antro di stoffa.

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Vetriolo 19 – Romanzo di azione e fantascienza di Domenico Mortellaro

C’erano deficienti, nel suo ambiente, tra i ragazzacci napoletani vissuti a pane, morte e camorra, che i contratti li accettavano via Whatsapp, si facevano spedire foto ed indirizzi dell’obiettivo condividendo file su Telegram, convinti che “questa conversazione si autodistruggerà dopo trenta secondi dalla tua lettura…”. Peccato che i coglioni non avessero ancora capito che nei server i loro messaggi transitavano e si fermavano, registrati ad uso e consumo degli sbirri all’ascolto. Applicazioni che andavano bene al massimo per scaricarsi pacchi di corna tra mogli e mariti… niente di più. Nella busta da lettere c’era un indirizzo con la dicitura casa, uno con la dicitura ufficio, la foto di una palazzina nobiliare coi fiori al balcone e un portone di quelli antichi, in legno, tutto intagliato e la foto di un ufficio postale soffocato da un casermone residenziale da sessanta appartamenti. Un altro foglio aveva sopra l’immagine di quello stesso condominio ripresa dal retro – come recitava la didascalia scritta in uno stampatello da lettering da fumetto o da analfabeta di ritorno – con la dicitura “Ingresso secondario direttore”. Seguivano due foto sicuramente ricavate dal profilo Facebook dell’obiettivo. Giacca e cravatta, foto da ufficio, di quelle da incorniciare se diventi Presidente della Repubblica. Poggiò il plico su una gamba e tirò fuori con la sinistra, libera, il pacchetto di sigarette dal marsupio. Lo fece cadere sul tappetino dopo aver sfilato una Chesterfield a doppia capsula, menta e mora. Schiacciò tra i denti i due ovuli di plastica stretti nella spugna del filtro. Un profumo dolciastro da Arbre-Magique gli dilavò le dita e riempì il naso. Continuando a tenere tra i denti il filtro, girò con la destra la rotella dell’accendino e fece fuoco al primo colpo. Tirò una boccata generosa rinfrescandosi il palato col sapore chimico della menta addizionata. “Guarda che quella merda uccide più del catrame…”. Come si chiamava il vecchio saggio che gli aveva regalato quella massima irrinunciabile? Va a ricordarlo, ora… L’occhio gli cadde sul tappetino, quasi a cercare la scritta “Il fumo uccide” listata a lutto. Riconsiderò gli ultimi trent’anni e tornò a ripetersi, come faceva ogni volta che si chiedeva se non fosse arrivato il momento di smettere, che di certo le sei o sette sigarette al giorno che fumava erano un dettaglio negli ultimi trent’anni di esperienze solo un po’ più chimiche ed elettrizzanti.

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