Vetriolo 19 – Romanzo di azione e fantascienza di Domenico Mortellaro

C’erano deficienti, nel suo ambiente, tra i ragazzacci napoletani vissuti a pane, morte e camorra, che i contratti li accettavano via Whatsapp, si facevano spedire foto ed indirizzi dell’obiettivo condividendo file su Telegram, convinti che “questa conversazione si autodistruggerà dopo trenta secondi dalla tua lettura…”. Peccato che i coglioni non avessero ancora capito che nei server i loro messaggi transitavano e si fermavano, registrati ad uso e consumo degli sbirri all’ascolto. Applicazioni che andavano bene al massimo per scaricarsi pacchi di corna tra mogli e mariti… niente di più. Nella busta da lettere c’era un indirizzo con la dicitura casa, uno con la dicitura ufficio, la foto di una palazzina nobiliare coi fiori al balcone e un portone di quelli antichi, in legno, tutto intagliato e la foto di un ufficio postale soffocato da un casermone residenziale da sessanta appartamenti. Un altro foglio aveva sopra l’immagine di quello stesso condominio ripresa dal retro – come recitava la didascalia scritta in uno stampatello da lettering da fumetto o da analfabeta di ritorno – con la dicitura “Ingresso secondario direttore”. Seguivano due foto sicuramente ricavate dal profilo Facebook dell’obiettivo. Giacca e cravatta, foto da ufficio, di quelle da incorniciare se diventi Presidente della Repubblica. Poggiò il plico su una gamba e tirò fuori con la sinistra, libera, il pacchetto di sigarette dal marsupio. Lo fece cadere sul tappetino dopo aver sfilato una Chesterfield a doppia capsula, menta e mora. Schiacciò tra i denti i due ovuli di plastica stretti nella spugna del filtro. Un profumo dolciastro da Arbre-Magique gli dilavò le dita e riempì il naso. Continuando a tenere tra i denti il filtro, girò con la destra la rotella dell’accendino e fece fuoco al primo colpo. Tirò una boccata generosa rinfrescandosi il palato col sapore chimico della menta addizionata. “Guarda che quella merda uccide più del catrame…”. Come si chiamava il vecchio saggio che gli aveva regalato quella massima irrinunciabile? Va a ricordarlo, ora… L’occhio gli cadde sul tappetino, quasi a cercare la scritta “Il fumo uccide” listata a lutto. Riconsiderò gli ultimi trent’anni e tornò a ripetersi, come faceva ogni volta che si chiedeva se non fosse arrivato il momento di smettere, che di certo le sei o sette sigarette al giorno che fumava erano un dettaglio negli ultimi trent’anni di esperienze solo un po’ più chimiche ed elettrizzanti.

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