Vetriolo 20 – Romanzo di azione e fantascienza di Domenico Mortellaro

Riprese in mano i fogli e li guardò attentamente. Mettere una palla in testa a qualcuno, per tanti, era diventato un hobby, nemmeno più un lavoro. Precarietà e flessibilità avevano cambiato anche nel mondo dei killer le regole. La concorrenza albanese e slava si era fatta così spietata sui prezzi che, adesso, c’erano suoi colleghi disposti a risolvere il problema alla radice per cifre a due soli zeri. Ovvio, compravi quel che pagavi: lavori fatti male e spiate dietro ogni angolo. Le precauzioni, cazzo, le precauzioni. Il collega medio aveva già di per sé il vizio innato di trascorrere sui social un buon terzo della sua vita. Si accordava via whatsapp… se non gli avessero spiegato che era proprio sbagliato, sarebbe stato capace di taggare la committenza nella foto Instagram della scena del crimine, col sangue ancora fresco. Magari con la didascalia : “Lavoro fatto, passo a saldo!”. Ciccio Marino, la bestia a cui, suo malgrado, doveva la vita e qualcosa di più, lo definiva “L’ultimo dei romantici”. Del resto, il personaggio che aveva tirato fuori quel soprannome, era un eccentrico nel suo ambiente. Non ci avrebbe mai creduto nessuno ad un capobastone della camorra napoletana che prima di spegnere la luce sul comodino, prima della preghiera alla Madonna delle Grazie, indugiava sulle righe di Melville, Hemingway e Marquez. Sorrise, in quella ridda di pensieri sconclusionati, gli occhi fissi in quelli dell’uomo nella foto. “Io ti devo mettere una palla in testa entro dieci giorni… qualcosa me la devo inventare per odiarti… qualcosa…”. Tirò ancora dalla sigaretta, due boccate rapide. Ricapitolò le informazioni che aveva. Fulvio Naglieri, direttore dell’ufficio postale centrale di Canosa. Fiduciario dei libretti di risparmio dei detenuti del vicino carcere di Lucera. Un paio di operazioni ballerine e qualche migliaio di euro di troppo che cominciano a muoversi indemoniate da un conto all’altro. Diventando sempre meno. E chi lo controlla uno così? U paio di partite a poker perse, forse qualcuna di troppo. I creditori a casa. La macchina a fuoco. I conti sui libretti che non tornano. “Diretto’, rimetti tutto a posto… dieci giorni…” – “Certamente, non vi preoccupate, è stato un errore…”. Ma i soldi non ci stanno. I conti continuano a non trovarsi. “Vincenzo, questo non solo ha mancato di rispetto a questo signore di Gallipoli, che è un buon amico, ma ha messo nei guai pure qualche amico nostro nell’avellinese… “ Ciccio Marino, l’aveva creato lui il contatto, qualche settimana prima, al fresco della sera sul porto di Torre Annunziata “Qua gli ammanchi sono sempre di più, non ci si trova più ai conti… ‘Na cosa facile facile: tu ti buschi i soldi tuoi e noi tutti ci facciamo una bella figura con gli amici dell’Irpinia, eh?”. Tirò le ultime boccate con la stessa noncuranza con la quale aveva detto sì quella sera, all’aria salata del porto. Tempo per farselo salire sul culo l’avrebbe trovato.

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