Vetriolo 21 – Romanzo di azione e fantascienza di Domenico Mortellaro

Rimise tutto a posto: i fogli nella busta, la busta nel giornale, il giornale nel cruscotto, piegato meglio, questa volta, perché il cassettino si richiudesse facilmente. Scarrellò fino a fine corsa il sedile, appoggiò i piedi sul mascherone di plastica che copriva l’airbag passeggero e tirò fuori dal tascone dello sportello l’atlante Michelin. Sì, aveva colleghi capaci di accendere il Tom-Tom ed impostare come destinazione il luogo preciso dell’agguato che dovevano fare, in trasferta. Lui no, non lavorava così. Più di duecento chilometri tra Gallipoli e Canosa. Tre ore per andare, tre per tornare… oppure spostarsi altrove, tanto, per il saldo, c’era tempo e c’erano modi differenti. Sarebbe rimasto ad arrostire sulla spiaggia ancora qualche giorno, si sarebbe spostato per il sopralluogo e l’azione tra qualche giorno, senza fretta, per essere sicuro che nessuno, lì, a tenere un occhi aperto sullo zio e sulla sua organizzazione avrebbe potuto collegare la sua faccia, la sua storia e farsi venire qualche sospetto. Aveva tenuto sempre contatti a voce e preteso che nessuno gli si avvicinasse con un telefonino, soprattutto smartphone, per accennare anche minimamente all’operazione: “E’ una cosa di sicurezza mia e vostra: questo qui, il vostro amico, non è un morto di fame… le indagini, se crepa uno che sta bene a denari, la polizia le fa!”. Mentre risistemava l’atlante nel tascone gli capitò sotto gli occhi il bigliettino col numero di Valeria. Dov’è che ha detto che abitava? Barletta o Molfetta? Guardando l’atlante aveva visto che entrambi i paesi erano nell’arco dei 50 chilometri. Alla fine, se qualcuno gli avesse chiesto che ci faceva, per un controllo o qualsiasi altro inciampo, tirare fuori la storia dell’amichetta estiva non era una cattiva idea. Ovvio, con tute le accortezze del caso. Montò la batteria al telefonino, lo accese, attese che il software caricasse e prendesse linea. Digitò il numero, avviò la comunicazione… attese sette squilli, rimise giù. Nessuna risposta. “Tanto meglio, il mare stanca”. Due scatolette di tonno, una di mais, un paio di birre al fresco della sera, in quell’uliveto che nel viola del crepuscolo si faceva spettrale

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