Clockwork Orcas 4.5

Clockwork Orcas 1 – Di Domenico Mortellaro.
Il primo romanzo di una saga a cavallo tra mythpunk, clockpunk e dieselpunk.

“Arshile l’hai sentito anche tu, vero? E’ stato fin troppo chiaro: lasciate che sia Ulvyn a scegliere del futuro dell’uomo di latta. Ed Ulvyn ha scelto. Vuoi forse contraddire la lupa?” – “Metti da parte le fesserie, Gevorg, con me non attacca… so bene cos’hai in mente. Tu hai bisogno dell’uomo di latta. Tu hai voglia di vedere se gli ingranaggi con cui poniamo rimedio agli errori della natura e dell’uomo possono rimpiazzare pulegge e pistoni. Già… hai solo voglia di sfidare la Meccanica e provare a vedere se pelle e muscoli ricresceranno, se tornerà un uomo, un uomo e non la carcassa di latta e carne in cui siamo inciampati. Lo sai meglio di me, Gevorg: la Meccanica rifugge lo sporco, il grasso, il ferro. Non funzionerà!”.

Serrò le dita sul pagliericcio dov’era adagiato. Vedeva la luce del neon farsi più tenue, i suoni di quelle parole, quelle voci, farsi distanti ed ovattate. Confuse. Quel che sentiva lo scuoteva. Aveva il cuore che martellava sotto lo sterno impazzito: carne, latta, ingranaggi… pelle e muscoli che dovevano ricrescere- Non era curiosità, piuttosto terrore di non sapere.- Provò ad aggrapparsi alla realtà, a quel momento, con tutte le forze. Ma ogni dettaglio si fece di colpo ancor più confuso. Poche parole, mentre le voci si sovrapponevano e non riusciva più a capire chi fosse a parlare.

“Tu credi che Arshile disapproverà questo tentativo. E più forte ancora, tu credi che la Meccanica stessa si rifiuterà di adattarsi alla sua pelle nuova ed alla sua volontà. E questo solo perchè ha ancora del grasso che lo ricopre e qualche scheggia da cui ripulirlo. Sei cieca, Silvia. Mi fai tristezza, enorme tristezza. L’odio ti ha resa cieca. Al netto di viti e bulloni, strappati pistoni e connettori, questo corpo resta vivo, non puoi negarlo. Questa carne è viva. E ovunque ci sia vita, lì ci può essere la Meccanica. Rassegnati.”.

Il rumore di tacchi secco, sul pavimento, per un attimo lo richiamò dal limbo denso dov’era ricaduto invischiato. Non aveva più forze. Fece appena in tempo a sentire le ultime, confuse parole. Mentre, cercando la sagoma di quella donna sprezzante, riuscì solo a scorgere la parete verdastra infondo alla stanza e molto più vicina, la punta di uno stivale, nera, una volta lucida. “Se davvero ci tieni, Orologiaio, questo pezzo di carne putrida è tuo. Fanne quel che vuoi. Ho fiducia che Arshile stesso si ricrederà. L’ordine di abbatterlo arriverà a momenti, fidati di quel che ti dico. La tua è una bestemmia, Gevorg.”.

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