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Quella volta che pretesi di provarci con…

…Ora qualcuno veramente si spaventerà a leggere questo articolo. Qualcuno avrà paura e tremerà… metti che lo fa veramente?

Ho convinto alcuni cari amici che uno di questi giorni io farò una mattana incredibile e pubblica…del tipo di provarci spudoratamente e pubblicamente con una starlette della TV o della Radio o delle Canzonette…

E tutti ma proprio tuti che sono lì a dire: ma smettila, ma non dire stronzate… ma che cosa devi fare tu?!

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Ok, voi siete convinti che sia così, bene… sappiate che nell’ordine:
1) Sarò presente in modo molto discreto e quasi invisibile alle prove del soundcheck… e io so farlo, perchè di soundcheck ne ho visti tanti, ne ho fatti alcuni, ne ho fatti fare un bel po’…(ti metti non proprio in disparte, annuisci, ogni tanto fai la faccia concentrata, non guardi l’artista o gli artisti… oppure fai la faccia di quello che sta cercando di capire quale sia il dettaglio che non va e che proprio non va ma che è un dettaglio trascurabile…)…

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2) Andrò nel bagno del locale con in spalla uno zainetto dove avrò piegato e stretto un accappatoio giallo enorme e osceno e un paio di crocs di colore bluemarine scuro… (chi mi conosce sta tremando… sono accessori che ha visto accanto alla mia doccia ordinati e pronti alla bisogna)… e 4:30 minuti esatti dopo la fine del soundchek uscirò con l’accappatoio ben allacciato ma alla femminile e lo zainetto con i miei vestiti in spalla, saluterò educatamente con un “Beh, ci vediamo dopo…” facendo l’occhiolino alla persona con cui ci proverò (che potrebbe essere la bassista, la cantante o la batterista… una di sesso F nel prossimo concerto dovrebbe esserci)…

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3) Pochi minuti prima dell’inizio della serata comincerò ad aggirarmi con un osceno mazzo di rose da “non lasciare su un parabrezza di un’auto qualsiasi” ma da consegnare alla prescelta non troppo pubblicamente dicendo parole come “Non ci sto provando con te ho solo terrorizzato tutti dicendo che ci avrei provato con te in modo pubblico… tu fingi semplicemente non di starci ma di stare al gioco… ho detto che se mi fermano farò saltare in aria il locale…”.

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4) Mi premurerò i sedermi nel tavolino più centrale e più in vista del locale di modo da poter guardare fintamente trasognato per tutto il tempo la donna in questione, mentre ogni 3×2 fingerò di alzarmi per compiere un qualche gesto… appunto muovendomi in modo scomposto… tutti penseranno: “Ecco, sta per farlo, è finita”…

5) Applaudirò in modo discreto, sempre fissando la donna in questione ed ogni tanto, verso il 4/5 pezzo, cominciarò sempre più ansiosamente a guardare l’ingresso del locale o altro… come se da un momento all’altro io sapessi che deve succedere qualcosa…

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6)Al 99.9% la donna in questione sarà bruttissima e di nullo interesse, quindi… andrò via in buon ordine sullo sfumare dell’ultimo pezzo… così, con noncuranza.

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La gran bella abitudine di scattare…

… scattare o meglio, farsi sacttare ogni tanto una bella fototessera per vedere di nascosto – nemmeno tanto – l’effetto che fa tornare a casa, farla vedere tronfio e borioso perchè tipo a giorni devi partire in aereo e ti sei reso conto che la carta d’identità è scaduta e sono cazzi da cacare… per il check-in e le storie… ed allora arrivi tiri fuori la carta d’identità nuova di zecca in un portacartad’identità vecchio di portafoglio e pieno di sporco e foglioline di tabacco e graffi che la fototessera nuova di zecca sembra già parlarti da un altro mondo… e già lo so che qualuno ora dirà “Che cavvolo Domè un porta tessere nuovo no, tu, eh?!” e poi esclami, così, con noncuranza…

… “le altre tre le metto nel primo tiretto del mobile nero nel salone… se servono per la lapide le trovate lì!”. Ed il minimo che ti arriva dietro è un cretino… seguito da “Ma tu veramente le studi la notte le cose idiote da dire il giorno dopo?”… e poi però di colpo tua madre è lì che fa…
… ma proprio come se fosse la cosa più normale di questo mondo, eh…
… tua madre è lì che fa serafica: “Vabbè ma se ti piace così tanto che vuoi usarla per la lapide, fatti fare un ingrandimento, che senò così viene male, sgrana tutto, questa è troppo piccola…”.

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E tu scopri che all’inizio non ci resti nemmeno male della cosa che ha detto tua madre. Perchè ci giocavi con tua madre a chiederle idiotamente se ti voleva bene e lei lì a dirti… “No!” con una semplicità disarmante che nemmeno Nanni Moretti quando un tritapalle industriale affermando di essere contento che Nanni esista gli chiede poi: “Ma tu sei contento che io esista?” e lui gli risponde serafico, come se fosse la cosa più normale di questo mondo: “No!”. Poi però cominci a pensare se quella foto sulla lapide ci starebbe bene… e scopri che sorridi, con un sorriso che hai dovuto fare perchè il fotografo cui ti sei rivolto è famoso per farti mettere di tre quarti e di chiederti di sorridere… quindi un’espressione di plastica che non ti piace per niente. E quindi ti dici che quella espressione forse non c’entra un cazzo con l’idea di lapide funebre che hai sempre avuto…

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… essenziale, minimal, asettica, come The church of Light di Tadao Ando – che se non sapete chi è siete merde ma comunque da qualche parte su questo articolo la foto di Church of Light la trovate… oppure essenziale e minimal come le opere del buon Terragni nostro nazionale… e quindi completamente bianca, ma proprio bianca, non bianco sporco o simili… e sopra solo la mia foto, il mio nome e cognome, la mia data di nascita e morte e sotto, poco sotto, un telefonino – vero, reale – infilzato “al cuore” con uno scalpello e sotto la scritta in dialetto “Avit spccet d de fastidie” che per chi non è barese o su di lì o giù di lì vuol dire “Avete finalmente smesso di dare fastidio”.

No, su quella lapide la foto sorridente non ci sta nemmeno per il cazzo… devo andare a rifarla. Spero di non morire prima… tipo schianti dell’ultimo minuto o cadute accidentali o simili… senò sai che rottura di coglioni crepare con una foto, l’unica che hai detto che va bene… che poi c’hai pensato e non va bene nemmeno per il cazzo?rustici3

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E quindi niente… niente davvero… Pacquiao ha perso ed ha vinto Mayweather… Non si può sempre vincere!

Io continuo a non sapere bene se sia vera e reale l’intuizione che ho del fatto che l’esito dell’incontro avrebbe deciso l’esito delle prossime cose nella mia vita. E’ del tutto evidente che non è così… cioè… non ci sono eventi esterni così lontani che possano influenzare la vita di altri esseri umani. Per dire è come dire: “Se Putin riesce a farsi la nipote di qualche presidente di uno stato africano… io mi laureo”. Non si può pensare davvero così.

Però questo non vuol dire che io abbia smesso di sospettare che la sconfitta – ancora per me inaccettabile perchè davanti ad eventi del genere tutti torniamo bambini ed io come un bambino non voglio accettare che Manny abbia perso sebbene il verdetto sia giustissimo – del mio pugile preferito significhi anche che io stesso sarò sconfitto nella mia prossima piccola enorme epopea. Boh non lo so.

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Di certo c’è una cosa di fondamentale importanza: quella a cui il mondo ha assistito è stata in modo indiscusso una vera e propria scioccante e distruttiva battaglia. Una battaglia tra due boxe molto diverse, pur se nella stessa categoria. Due modi differenti di vivere la vita e di vivere la nobile Arte. In tutti e due i casi, come nelle splendide storie di boxe, al fondo di tuto c’è un bisogno innegabile di autoaffermazione attraverso i pugni presi ed i pugni dati. Una voglia incredibile di prendere la vita a pugni e sfondare le difficoltà. E tutti e due si sono affermati ed affermati davvero a cazzotti.
Il problema è quando il modo di boxare è il modo di vivere. Floyd Mayweather mette sempre tutto e tutto su una questione di tecnica totale… Floyd è la tecnica in ogni categoria in cui ha militato – perchè chiaramente se cambia la categoria e cambia la struttura fisica cambia anche il modo di boxare. Floyd è il prog-rock della boxe, Floyd è la tecnocrazia totale. E come tutti i tecnici e come tutti i grandi della chitarra prog o della batteria prog… Floyd adora far vedere che lui è “er più”… il migliore nello schivare, il migliore nel combattere in difensiva e ripartire… il migliore nello scegliere quando colpire per essere sicuro di colpire… ed obiettivamente di far male.

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Pacquiao invece ha una boxe completamente diversa, pur militando nella stessa categoria… e figuriamoci, figuriamoci, è un modo altrettanto giusto e corretto di combattere, sia chiaro. Pacquiao la mette tutta sul confronto fisico. Come negli scachi è abituato a prendere militarmente il centro del quadrato con una velocità davvero incredibile e con una energia che non ci si aspetterebbe comunque da un superwelter. Pacquiao picchia e quando picchia picchia durissimo. Pacquiao è uno che velocissimamente non le manda a dire. Proprio per questo si è trovato a perdere alcuni incontri. A differenza di Mayweather che in carriera non ha mai perso… dico mai.. 48 incontri tutti vinti. Il problema è che quando combatti come Pacquiao devi mettere in conto che un po’ di pugni dei tanti che tiri non vadano a segno e le tue statistiche crollino. Devi considerare che se sei concentrato a colpire colpire e colpire… alle volte un cazzottone lo puoi pure prendere. Se sei lì tutto carico per tentare di buttare a terra l’avversario, beh magari tu non cadi ma ne hai prese proporzionalmente di più… e perdi. E comunque, in tutto questo, devi considerare che chi la mette sulla tecnica e sulla riflessione, sul ghiaccio… col fuoco solitamente il ghiacio vince.

Alla fine nella mia vita va sempre così… ecco perchè io adoro Pacquiao tra lui e Mayweather. Io alla fine sono uno che non ci sta lì a pensare, che parte testa bassa, prova a prendere il quadrato, non si risparmia mai. Certo, è assolutamente vero… io alla fine non mi ci metto mica poi tanto a riflettere. Non mi piace essere “pulito”. Non mi piace essere quello che “io non sbaglio un colpo”. Non mi piace essere quello che “io non sono mai caduto”. Per cui… alla fine, ok… Pacquiao ha perso un altro incontro, Mayweather ha allungato la sua linea di imbattibilità con un incontro che era tutto da scrivere. Ed io?
Voglio cambiare modo di combattere nella vita? Voglio fermarmi un pochetto e diventare quello tecnico? No… non mi ci troverei a mio agio. Io sono quello che il basso lo suona solo con due corde. Io sono quello che adora essere un ariete. Io sono quello che non riesce a giocare in contropiede…

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Va bene così… solo, sincermanete… al posto di Pacquiao, quando il match non si capiva se si sarebbe fatto o no, per cinque lunghi anni, per le continue richieste di Mayweather… non lo so se sarei rimasto lì ad aspettare… Per loro è stata anche e soprattutto questione di soldi, tanti, tantissimi… questione che con la nobile arte purtroppo centra ma con lo spirito della nobile arte centra poco…
… io sono anche uno di quelli che… una volta fato tutto… in ginocchio non è che ci posso stare sempre. Se basta poco… se basta poco… se basta un buongiornonotte…    o quel poco c’è… oppure niente… proprio come combatto, con la stessa follia e con la stessa furia, sono capace di andare via.

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Allora, niente, i morsi in faccia e le note a scuola… voi pensate che io sia sempre stato un bravo bambino senza note eh?

Ultimamente tutti mi contestano il frequentare persone definite inutilmente ed immotivatamente cattive. Non è così. Non hanno ucciso mai nessuno, non hanno mai rubato… eddai… che saranno mai le parolacce e soprattutto il cattivismo immotivato ma semplicemente sarcastico?! Io sono uno di quelli che non sopportano il buonismo del cazzo… per dire… Tipo, che ne so… Roy Paci che contesta Lorenzo Krueger perchè ha parlato dello stretto di Sicilia come di un mare pasturato per essere pescoso dopo il naufragio della nave con il suo carico di vite buttate in mare e lì distrutte. E’ di cattivo gusto questo… o è di cattivo gusto girarsi dall’altra parte come fa più di mezza Europa? E’ di cattivo gusto dire questo – con una punta di inopportuna ironia malcapita – oppure è di cattivo gusto fregarsi di certi problemi solo quando si ha il potere di inculdere o escludere da un palco… e per questo scatenare una querelle nazionale? Tutte e due le cose… ma se abbiamo l’abitudine di dice che “Je suis Charlie”… beh poi non facciamo troppo le verginelle. Quel mare è pasturato!

Io non sono mai stato un bambino violento. Io sono sempre stato un bambino dolce e tollerante. Sono sempre stato generoso. Al limite del minchione. Io sono quello che ha regalato la cattiva dei masters all’amichetto che non ce l’aveva… e gliela regalai il giorno stesso che l’avevo ricevuta io in regalo… e nemmeno gliela feci scopare da Skeletor… o da Mer Men, che non so perchè, mi stava simpatico e aveva lo Ius Primae Noctis su tutte le bambole femmine in giro per casa. E gliela regalai… per poi pentirmene dopo cena, quando capii che non l’avevo più. Ma la regalai e dopo mi dissi: “Dai hai fatto un regalo, è una bella cosa… è da bimbi bravi!”. Io sono quel minchione lì.

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Ma sono anche il minchione che indossava la tuta ogni volta che si faceva educazione fisica a scuola. E tutti gli amici non la mettevano e facevano lo stesso educazione fisica coi jeans. E io invece dovevo sempre fare il bravo e mettere la tuta. E ci stava sempre lui, Battista Giuseppe… che non perdeva occasione per tirarmi giù i pantaloni in mezzo a tutta la classe. E Tutte guardavano me in mutande. E tutte ridevano. All’epoca la smutandata non era di tendenza… era molto più di tendenza toglierteli i pantaloni… per farti fare la proverbiale figuremmmerd! E’ durato quattro mesi questo supplizio. Quattro lunghi e insopportabili mesi fatti di pantaloni abbassati, tirati giù… e di rotture di palle… e di me che a casa dicevo “Non voglio mettere la tuta” e invece mia madre “No tu a scuola quando c’è ginnastica ci vai con la tuta!”… e io non avevo voglia di stare a spiegare la storia dei bulli perchè una volta che mi avevano rubato 5000 lire dei bulli ed io ero tornato a casa e avevo spiegato bene quel che era successo… mio padre non capendo bene che non ce l’avevo con lui e non stavo recriminando niente mi aveva sfrecato di mazzate. Da quel giorno mi ero detto “No, aspetta, stai zitto sui bulli, senò le prendi due volte!”.

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C’era da risolvere la situazione, c’era da risolvere e basta… così che cosa mi dissi? “Ok, Domenico, risolvere la situazione… sta a te!”. Io glielo dissi almeno tre volte a Battista Giuseppe, Prima G come me, di smetterla decisamente di tirarmi giù i pantaloni quel giorno… che sarebbe finita male. E lui invece continuò. La prima volta, la seconda volta… la terza volta. La prima volta tirai su i pantaloni alzando gli occhi al cielo. La seconda volta lo fissai con decisione. Ma stavo già calcolando a che distanza si tenesse da me… la terza volta gli saltai al collo e lo morsi. Forte. In faccia. Sullo zigomo e sulla guancia. Un sapore disgustato di sudato, sporco… di letto. Non si lavava la faccia che schifo. Poi un sapore deciso e ferroso. Il sangue. Lui gridava ma io non lo sentivo. Lui gridava ma io me ne fregavo. Mi attaccai a quella guancia. Si dimenava ma lo tenevo stretto. Si dimenava ma non mi colpiva. Si dimenava ma non riusciva a fare nulla per evitare che io continuassi a stringere. Lo spinsi lasciando la presa. Cadde a terra seduto, attonito. Gridava. Piangeva come un bambino. Piangeva come il bambino che era. Nessuno in classe si mosse, il tempo era bloccato. Martini Valentina scoppiò a piangere. Aniello Michele aveva una faccia disgustata. Eravamo amici, amici forte… ma quel giorno mi guardava disgustato. Avevo il sangue sulla guancia. Corsi in bagno piangendo. Il professor Pappalardo – pace all’anima sua, non mi ha mai insegnato un cazzo, mi ha fatto odiare Applicazioni Tecniche, era obeso, malato, pesava quasi 200 kg ma non era cazzo suo insegnare… sapeva solo mettere note, note note e basta – arrivò in bagno e mi schiantò tutti i suoi registri in testa. E mi mandò dal Preside che capì, fu clemente, ma mi mise una nota sul quaderno. Ed io dovetti spiegare che ero stato “monello”.

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Da quel giorno diventai “quello pazzo che morde” e nessuno mi ruppe più il cazzo. Nemmeno quelli grandi di terza media. Nemmeno Battista che chiese di cambiare banco… e mi evitò per sempre da quel giorno. Vaffanculo… mai nota fu più meritata. Mai morso fu meglio tirato. Vabbè, mi sentii come un minchione in colpa… “Guarda che hai fatto a mamma e papà che oggi devono firmare sotto una nota dove sta scritto che sei un bambino monello!”. E voi prendetemi per coglione per quello… e per pazzo quando vi dico che davvero… quel sapore ferrigno è il sapore della felicità, della liberazione. E tu che passi e leggi spaventati pure… Io so quel che è giusto e quel che è sbagliato. Chiedo solo che lo sbagliato che debbo ricevere non sia decisamente insopportabile. E comunque lo so quando ci si deve fermare. Non torcerei e non torcerò mai nemmeno un capello ad una persona più debole di me… e ripeto, prendetemi pure per pazzo… ma sono stato profondamente sincero oggi.

Ah, sì, Niente donne, niente bambini! (cit.)

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Milf, mature dottoresse avvenenti e professioniste con estrema fame di sesso non esistono nella vita reale… memorandum 1

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Allora: scriversi “Il gessista è gay!” sul gesso che ti fascia da metà avambraccio fino a tutte le nocche non è tecnicamente la scelta più opportuna da fare quando hai una complicata – quand’anche risibile… e non so come i due aggettivi stiano bene assieme – frattura al settore V del metacarpo. Non è tecnicamente la scelta migliore per decorare il tuo gesso se andrai a toglierlo dopo 30 giorni dall’applicazione – perchè il gesso quando te lo mettono ti scrivono “applicazione di gg. x” dove x è il numero di giorni – soprattutto se ti è stato specificamente comunicato che “non è assolutamente garantito che una volta tolto il gesso non ci sia dolore nella parte interessata… perchè, si sa, il metacarpo è una delle zone più innervate del corpo”. Il cit. di cui sopra è dell’ortopedica più bella che io conosca, che abbia mai conosciuto. Purtroppo la mia storia d’amore – assolutamente non ricambiata che io sappia – è durata a contatto il tempo di una complicata applicazione di gesso. Platonicamente ho continuato a sognare di lei per qualcosa come tre mesi. Non ricambiato, che io sappia. Tuttora mi capita di svegliarmi e sognarla. Ancora. Again and again. Congelata in quella che era la sua bellezza quarantenne dell’epoca. Probabilmente, ormai quasi cinquantenne, sarà sfiorita. La memoria ha il prodigio di mantenere tutti congelati. E se belli, belli!

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Come mi ero rotto quell’osso è presto detto. Era stata una devastante serata alcolica di quel maledetto 2007… che tante ne ha portate nella mia vita di robe non proprio diritte. C’era una persona a me molto, mai troppo, cara che stava malissimo. E qualcuno, in quella serata alcolica, decise immotivatamente di cominciare a parlarne male. Io, che ero alcolico un po’ troppo, un po’ troppo alcolico, comunicai più di una volta che la misura era colma. Mi portarono fuori della stanza dove eravamo per evitare il contatto con quella persona che continuava a non voler smettere di parlare. Provarono a farmi ragionare e ragionai. Poi il deficiente uscì… e continuò. In un impeto di lucidissima chiarezza mi ripetei: “Domenico, questo sta sotto cura psichiatrica… lascialo stare, perdona, passaci su… questo sta peggio di te…”. Poi una parola di troppo attivò il tasto ES. Una parola di troppo stuzzicò la tigre che se ne sta buona buona nella penombra e osserva e ruggisce. Quel giorno ruggì parole chiare… complice l’alcool che, ormai è chiaro, mi fa emergere la tigre e fa fumare il drago così tanto che non riesce ad opporre propria resistenza alle intemperanze feline. “Perchè cazzo stai sempre a giustificare tutti? Quella è troia cocoainomane, quello è pazzo, quello sta peggio di te… ‘fanculo… fallo vedere per una buona volta chi sei… mordi…”. Questa storia del Mordi poi ve la spiego! Niente… mi avvicinai sorridendo. Sorrisi a bella posta. Sorrido sempre quando decido che devo menare, quando la misura è colma. Non perchè sono un vigliacco ma perchè in quei momenti, non so perchè, quel che adoro e mi carica e mi fa stare bene non è tanto tirare un cazzotto ma vedere la faccia stupita di chi se lo prende. Io so bene che c’è gente che legge di nascosto questo blog che adesso dirà “ho paura di quel che hai confessato non mi aspettavo questo risvolto”… ma io sono fatto così e non ha senso confessarsi diversamente. Niente… sorrisi, sorrisi di gusto. Tutti si scansarono. Pensarono tutti “Pace fatta…”. E partì il pugno. A sentire la dottoressa il giorno dopo, in sala gessi… ed a sentire il medico del pronto soccorso… per fortuna decisi che non lo avrei colpito in faccia ma che avrei schiantato il pugno a pochi centimetri dalla sua faccia, di lato, accanto alla tempia. Mal me ne incolse… c’era il muro di intonaco, pietrta, cemento. Fu uno schianto sordo. La faccia del tipo si stravolse in un’espressione inebetita, scioccata. I due amici lì vicino mi saltarono addosso e mi strinsero per portarmi via. Io sospirai: “Tutto ok… adesso non lo fa più…”. Non mi resi conto che avevo la mano rotta. In effetti quello la smise. E non ne parlammo nemmeno noi, più. E io non sentii subito il dolore. La sambuca, l’assenzio, la grappa stavano anestetizzando tutto. Cominciai a sentire che qualcosa non andava alle 4 di notte, quando cercando di prendere dalla tasca posteriore l’accendino… mi accorsi che avevo la mano gonfia e che non riuscivo a compiere il movimento giusto di torsione. “Cazzo fa male…”. Uno dei miei amici presenti si offrì il giorno dopo di accompagnarmi in ospedale.

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Referto alle 15:10 del pomeriggio: frattura… 30 gg di applicazione. “Hai tirato un pugno al muro, vero?” – “Sì” parlavo con il medico del pronto soccorso, che conoscevo perchè siamo della stessa cittadina. “Domè… che cazzo fai, tiri pugni ai muri? Il muro è stato più forte…” – “Oggi sì” e come sapete, l’idiozia di quella espressione mi fu subito chiara.
Quando fui in sala gessi cominciai a bestemmiare mentre il gessista cominciava a prepararmi per l’applicazione. Manipolva la mia mano senza alcuna cautela o grazia. Girava, rigirava…  mi faceva male. Ricordo bene di aver grugnito un “Mi rompo l’altra mano ma ti sfondo se continui così…”. Lui capì che non mentivo, che stavo soffrendo. Chiamò la dottoressa ad aiutarlo. Entrò lei. Un profumo dolcissimo Era bella, bella davero – e non eravamo in via dei pazzi numero zero – mora, capello leggermente mosso portato con enorme eleganza, il camice bianco, un foulard che le avvolgeva il collo pur se d’aprile… ed un trucco delicatissimo. Mi prese la mano nemmeno fosse stata una madonnina. Sentii un contatto caldissimo, quasi terapeutico. Si era sfregata le mani manco mi stesse per fare un massagio. Poi delicatamente cominciò a chiamarmi Gioia… e che bello era sentire quel Gioia ripetuto con delicatezza, per mettermi a posto. Io la guardai cercando di trovare dentro tutto il coraggio che avevo, volevo fare bella figura. Le dissi “Faccia dottoressa, lei può farmi davvero tutto…”. Mi resi conto solo allora dell’equivocità di quella espressione. Mi sollevai la polo verde militare che indossavo e strinsi in bocca il lembo inferiore. Soffrivo da cani ma stavo fermo. La lasciavo fare con quella tenerezza comprensiva e quella comprensione dolcissima farcita di “Gioia mia” e simili. Dieci minuti di sofferenze atroci e splendide sensazioni di innamoramento. Quanto avrei pagato perchè in quel momento lei non avesse una fede al dito. E invece niente. Fu lei a dirmi, poco dopo: “Tesoro mio ascoltami… tu hai tirato un pugno praticamente perfetto visto dove ti sei rotto… ma con quella energia se colpivi una faccia… tu quello lo uccidevi…”. Come a dirmi di stare attento con le mani la prossima volta. Annuii con la faccia seria… la divoravo con lo sguardo.

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Non l’ho più vista. Tornai per togliere il gesso. Speravo ci fosse lei. Entrai in sala gessi baldanzoso: frattura rientrata, togliamo. Lo toglie lei. Avevo portato tre rose in un mazzetto. Erano per lei. Ero convinto me lo avrebbe tolto lei. Invece… invece trovo il gessista di un mese prima… e non lei. Entro. Chiedo della dottoressa. Chedo espressamente di lei. “Torna la settimana prossima.”. Faccio il pari e dispari “Vabbè allora lo tolgo la prossima settimana…”. Eh no, bello mio fatta la radiografia non potevo uscire ancora col gesso. E il gessista si accanì su di me per quella scritta. Ed io maledissi con veemenza la stronza cocainomane che due settimane prima, dopo una serata ed una nottata oscena, aveva deciso di vergare sul mio gesso, all’altezza delle vene, la frase “Il gessista è gay!”. E io non ho più rivisto la splendida ortopedica. Credetemi… non ho più tirato un pugno ad un muro, non come quello lì. Perchè non ho più nemmeno la consolazione di ritrovare lei a chiamarmi Gioia, a manipolarmi dolcemente la mano… a dirmi ancora che devo stare attento a come tiro i pugni. E giuro che in questi giorni vorrei farlo ad ogni ora… ma lei non c’è… non ci sarebbe… e non c’è più nemmeno chi ti sta accanto giorno dopo giorno… perchè sembra così lontano, così distante… e basta, oggi basta!

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… e ci sono le storie allucinanti che ti sono capitate e tu ti chiedi come mai non riesci mai ad essere così pazzo come gli altri… e ti senti già troppo in colpa per come sei…

Tipo che io vi ho detto che nel lontano 2007 io ne ho davvero combinate di tutti i colori.
Tipo essermi spaccato la mano contro un muro per non malmenare in piena faccia uno che obiettivamente un cazzotto se lo meritava. E ho colpito il muro e mi sono spezzato la mano per non fare del male a lui… che se le stava chiamando dalle mani le mazzate.
Oppure, tipo essermi lasciato alle spalle una serie di macerie emozionali buttando all’epoca all’aria quella che poteva diventare una bella storia d’amore solo perchè non avevo il coraggio di lasciare una con cui stavo – in una relazione così liquida da affogarci dentro… ed affogarci male.
Oppure tipo aver cercato di cominciare a provarci con una dottoressa che aveva avuto semplicemente la colpa di essere stata tremendamente gentile con me… solo perchè in un paio di occasioni mi ero trovato di fronte sue coetanee assolutamente disponibilissime a lasciarmici provare… deviando quindi la mia percezione di ventottenne molto suscettibile a tutti i temi come quello delle milf… senza considerare che il mondo è bello perchè vario e quindi ci sono zozzone di 40 zozzone di 50 zozzone di 20 ma non è che poi tutte sono zozzone.

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Oppure di aver cercato io di redimere dalla cafonaggine, dalle pasticche, dalla coca e dalla tecnominimal – oltre che dalle pessime frequentazioni – una ragazza di ventun’anni che lavorava in un posto che tanto e tanto frequentavo ma lei, niente… preferì cercare di coinvolgere me in una storia di tossicodipendenza da polverine e pasticche le più varie e non ci riuscì nemmeno mettendomi in situazioni eroticissime ed al limite del codice penale se ci fosse stata ancora la buoncostume… anzi riuscì a convincermi che era meglio lasciar perdere e niente… non ci frequentammo più… ma era bellissima, credetemi. Bellissima.

Non farò il nome di questa ragazza, non fornirò dettagli sul luogo comune dove ci vedevamo… non dirò nulla sulla sua cittadina d’origine che non era la mia. Sì, le storie più sghembe e zozze sempre lontano da casa le ho vissute. La conobbi sul suo posto di lavoro… e la conobbi e mi colpì per il suo caschetto scalato e per il colore allucinante dei suoi capelli. Ma ancor di più per la trucida battuta in dialetto che rivolse al suo titolare mentre lui la sgridava simpaticamente per una dimenticanza. Credetti che doveva essere mia. Mi mandava fuori di testa. Era bellissima, lineamenti davvero delicati, un viso dolcissimo, splendidi occhi. Il problema era la sua voglia allucinante di frequentare solo e soltanto Rave Party. Il problema era la sua fissazione univoca per la musica minimal. Il problema era che mi fu chiaro da subito… dal via vai dal bagno che faceva… che aveva un qualche problema con certe sostanze molto karasho. E niente. Le chiesi se voleva uscire con me quando mi fu chiaro che si era appena mollata col suo ragazzo e suo spacciatore di fiducia. Le chiesi se voleva uscire con me pensando che sarei riuscito ad essere anche la ragione per cui pian piano avrebbe smesso. Ero un ingenuo, inguaribilmente innamorato. Non avevo capito un cazzo. Ed il bello è che all’epoca ero già invischiato in una storia che non mi piaceva per niente… una storia che entrambi definivamo liquida ma che era una sabbia mobile per quanto nessuno di noi due riuscisse ad uscirne pur avendo mille ragioni per farlo… e mille stimoli… e mille funi di sicurezza lanciate.

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Lei accettò subito. Ci vedemmo la sera stessa. Andammo a bere e mangiare. Ci divertimmo tantissimo. Ci spaccammo da pazzi. Ci baciammo da pazzi sul tavolo di quel locale, lei seduta io in piedi tra le sue gambe, tra i suoi short. Uscimmo dal locale. Lei però era appena andata in bagno. Io avevo il gesso alla mano. Lei mi disse che avrebbe guidato. Guidò fin fuori paese. Guidò fino al parcheggio di un centro commerciale fuori città, fuori dalla mia e dalla sua città. Lontano. Guidò fino lì. Parcheggiò al centro del parcheggio vuoto. Scese dalla macchina intimandomi di fare lo stesso. “Cazzo vuole questa?!” ingenuo, io, coi miei ventott’anni, con le mie esperienze già accumulate con le quarantenni… anche nei parcheggi. “Cazzo vuole questa?!” e lei che mi guarda fissa, con uno sguardo eroticissimo e mi dice: “Voglio farlo qui, sulla macchina, qui, con te…”. E io… io ok ma, ok però… ed è lei che caccia tutto via. Mi acchiappa. Mi scioglie… e poi boh… non lo so… eravamo sotto le stelle e sotto il lampione, con un cane randagio a guardarci… e lei mi dice qualcosa che in dialetto somiglia ad un “Mamma che estate…”. ed io che la guardo e le ricordo che è appena marzo, quasi aprile… e lei che mi guarda interrogativa e poi mi fa “No, mamma che è stato!”… e io rido e mi ricordo di quel fatto di non stimarmi mai abbastanza. E non so se non mi sto stimando perchè sono lì con una tossica di ventun’anni o non mi stimo abbastanza perchè non ho capito che era dialetto e lei si diceva soddisfattissima del tutto.

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E siamo usciti assieme ogni santa sera per ventuno giorni… senza che io pensassi minimamente che le mie giustificazioni col rapporto liquido erano incredibili ed implausibili ed inaccettabili ma tanto se non fregava niente a lei buona camicia a tutti… sebbene allora vestissi davvero solo Boxeur des Rues. Ed una volta mi portò alla stazione del mio paese, nel sottopassaggio, per farlo sulle scale, con la luce al neon fredda, coi marmi scritti, con le scale spigolose e con la puzza di piscio rancido ovunque. E fu bellissimo. E davvero non ci capivo niente. E la guardavo… e dicevo che forse ce l’avrei fatta. E contavo le volte che andava in bagno ogni giorno dicendomi che dai… ogni tanto erano tante di meno. E ignoravo quanto fosse nervosa e intrattabile in quei giorni. E poi glielo dissi: “Guarda che io e te dovremmo smetterla di nasconderci e viverci un po’ meglio…”. Ma lei mi chiarì che in fondo in fondo si sentiva una gran lesbica (cit.) e mi chiarì che non aveva nessuna intenzione di smettere di pippare di naso e mi chiarì che io “sei una favola… ma io avrei smesso di crederci alle favole quindi mi sa che devo smetterla di credere in noi e devo tornare a fare quello che faccio normalmente…”. Quindi ci vedemmo altri tre o quattro giorni, non ricordo. Tornammo in quel parcheggio. Lo rifacemmo. Ma quando finimmo ci guardammo e dicemmo che non era stato bello per niente… perchè eravamo tornati sul “luogo del delitto” e di solito non si fa…
Quella sera mi chiese se volevo pippare. Le dissi no. Mi disse che non avevamo purtroppo più nulla da dirci. Convenni che aveva ragione. L’accompagnai a casa. Ci salutammo con un ciao ed un bacio sulla guancia. L’ho vista evolversi in lesbica, provarci, poi l’ho persa di vista, per scoprire oggi che ha un bambino, bellissimo… o una bambina bellissima, non so… e che credo non viva più qui.

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E niente… mi viene in mente questa storia perchè ha a che fare con la fine delle cose che non lasciano enormi rimpainti anche se sono state bellissime. Sono foto che appendi al muro… ma che non dicono nulla. Poi ci sono le foto che continuano a parlare di te, di un noi… e sono quelle che rischiano di diventare rimpianti. E ti rendi conto che c’è da lavorare in etrambi i sensi… o non aver bisogno di rimpianti perchè niente finisce… o non aver bisogno di rimpianti perchè si riesce a chiudere senza averne bisogno. La prima delle ipotesi è il desiderata di questi giorni… ovviamente!

L’ultima foto è una mia lomografia… quando la scattai inquadrai precisamente quell’angolo che mi ricordava tutto quel casino su descritto. La foto è del 2011… se ben ricordo i graffiti sono rimasti gli stessi nello scatto da quel lontano 2007. La foto è stata scattata con una Olympus OM1… la pellicola è una Fuji per diapositive asa 100.

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Racconti, Incipit, Gianni, Francesca, Vito Zucchio e Michele… quel che penso e mi ripensa e finisce in Radio… ed io?! Io quando?

25 aprile…. aspettative frammiste a speranze, frammiste a disillusione… non so che giorno sarà! Ed il bello è proprio questo!

Qualche giorno fa uno splendido Whatsapp di una persona che si sta rivelando davvero gentile… davvero buona. Una persona che mi chiede “Tu cosa sei?”. E le rispondo con una serie di cose fatte, una serie di dettagli sulla mia vita… e ancora una domanda: “No, aspetta… ti ho chiesto tu cosa sei?”. E allora le rispondo di getto. Rispondo di geto a questa persona:
“Cosa sono? Un pugile suonato, ecco cosa! Un pugile che quest’anno ha perso i due incontri della vita perchè erano truccati. E quando si è ripresentata l’occasione per paura, una paura fottuta, getta la spugna mentre è in vantaggio. Questo sono! Complicato da montare… sono un puzzle 2000 pezzi della Hasbro!” Ed ora aggiungo, d quei puzzle che ti sale l’ansia a montarli. E siccome il primo a montare dovrei essere io… ecco spiegato perchè da giorni non mangio più sereno, mi scappa da cacare come sensazione in continuazione tra l’inizio e la fine del pasto, vado al cesso e non c’è niente da fare… mi scappava solo da cacare. E in mezzo alla gente ho il bisogno di fare scorregge incredibili… e però non è che lo puoi fare sempre. Ed alle cene importanti devi alzarti ed uscire ogni 15 minuti… e ti sale l’imbarazzo, ti sale l’ansia… non ti godi niente. E le cialde di carbone non servono, sono una bugia come dio e l’immacolata concezione… le cialde di carbone mi stanno sul cazzo.

Ed allora è vero, sono un pugile. E di questo giorno dopo giorno ne sto parlando come mi ha consigliato la “professoressa”. Ma sono anche uno che per colpa delle ansie che ha, ultimamente gli scappa da cacare in continuazione – e di questo ne parlerò presto, molto presto… – ma sono pure, e lo sapete tutti, non fate finta di non saperlo, sono pure un Interista. Che alla fine è come dire il pugile suonato… ma con una serie di sfumature in più. Per cui forse val bene parlarne di questa cosa.

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Da anni, diciamo dal 1994 o giù di lì, l’Inter è diventata un pochino lo zerbino d’Italia.
Io Interista lo ero molto ma molto prima di tutte queste brutte storie. All’epoca ero già interista sfegatato. Ed avevo visto lo scudetto dei record del 1988, con Trap in panchina. Lo scudetto dei record perchè con il campionato a due punti a vittoria, noi avevamo il punteggio più alto mai accumulato a fine anno. E c’erano Zenga, Bergomi Brehme, Matteoli Ferri Mandorlini, Bianchi Berti Diaz, Matthaus Serena. Un anno da incornicaire. Un anno da record. Poi… poi più nulla… tipo per due lunghi decenni bui. Cioè, no, ed è indicativo… dopo Trap Orrico… cioè un allenatore che leggeva Il Manifesto. Cioè una scelta azzardata, incomprensibile… cioè dire… buttiamo tutto per aria per paura di ripeterci. Per paura di dirci che possiamo farcela. Per paura di dimostrare che ce la facciamo!
Due decenni bui. Se si eccettua una coppa Uefa vinta nel 1995. Ma le coppe Uefa sono le coppette di consolazione europea e quindi fanno più male che bene al morale. Tipo che ti dici: “Dai, almeno la coppa Uefa…” mentre tutti festeggiano la Coppa dei Campioni.

Nessuno ha mai capito perchè quella alchimia magica del 1988 non si sia più ripetuta. Eppure c’erano soldi soldi e soldi investiti. Eppure c’erano fior fior di campioni che arrivavano all’Internazionale Football Club. E invece niente. Niente di niente. Nessun risultato. “Il ragazzo ha potenzialità per essere il migliore… ma è come se avesse paura di esserlo!”. E tutti giù a parlare di Inter Pazza, di Pazza Inter… come di quella squadra capace di perdere misteriosamente uno scudetto nel 2002, il 5 maggio, buttarlo, anzi, no, peggio, regalarlo nelle mani della Juventus così, con noncuranza, mentre il mondo calcistico guardava dalla finestra con le mani nei capelli. E con lo schifo di aver vinto scudetti e sentirsi dire dagli Juventini “Eh ma noi eravamo in B” oppure peggio “E ma ci avevate mandati in B” o ancora peggio “Eh ma noi risalivamo dalla B”… Come dire: Ti IMpegni e ti squagli alla fine per paura di farcela… oppure quando ti impegni e ce la fai… “che cazzo ci voleva a farcela?”. Atroce, scoraggiante. Ma non è solo questo, c’è di peggio.

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Noi interisti siamo quelle brutte bestie abituate talmente tanto a soffrire, talmente tanto a fallire – spesso grazie alla nostra stessa paura – che quando abbiamo in mano tutte le carte per vincere e convincere e quindi stravincere, premiamo il tasto “Psicodramma collettivo” e inseriamo un pilota automatico programmato sulla modalità kamikaze. Noi siamo quelli che stravincono al Celtic Park per tre a due e finiscono per prendere un goal al 93’… d’accordo quella sera qualcuno mentre si attivava quel tasto non finiva nemmeno di dire “Ah ma sta vincendo l’Inter!”. Noi siamo quelli che il 5 maggio, con lo scudetto in tasca, sul 2 a 2 (risultato che ti fa vincere lo scudetto ma manca un tempo intero e quindi chiudersi vuol dire perdere) mandano in campo un difensore per un attaccante, coscienti che con una sola punta bisogna comunque insistere e il difensore è solo una cautela in più… e invece di continuare comunque a spingere si chiudono in difesa e fatalmente ne prendono uno… e invece di ributtarsi in attacco per pareggiare e vincere ancora lo scudetto ne prendono un altro perchè sono sotto shock, sono impossessati dalla paura. Noi siamo quelli che danno la fascia del Capitano Javier Zanetti ad un capitano che è il più psicologicamente fragile dei giocatori che io conosca… e siamo tutti con lui mentre a venti secondi dalla fine del secondo tempo, coi supplementari eventuali ancora da giocare visto che sei sullo 0-0, decide scientificamente di fare tutto il contrario di quel che deve fare un difensore che si chiami difensore su rimessa laterale avversaria di fronte ad un Higuain che è uno che si sa… non perdona. Dovremmo tagliare su di lui e stringerlo sul piede debole invece che facciamo? Ci allarghiamo sul lato contrario… sapendo che è la cosa più sbagliata da fare. Pazzi. Come Pazza è l’Inter.

Ma non siamo gente che non sa vincere. Siamo stati i primi in Italia a vincere due coppe dei campioni di fila… ’63-’64 e ’64-’65… contro il Real ed il Benfica… mica “pizz’e fichi”. Siamo stati i primi in Italia a fare il Triplete, 2010, Scudetto – Coppa Nazionale – Champions League. In panchina due persone che di calcio giocato, di calcio vero, non è che ne sapessero poi così tanto, eh… ma che erano grandi motivatori. Helenio Herrera e Josè Mourinho. Il primo lo battezzarono “Il Mago” perchè sembrava incredibile, ma, inspiegabilmente sembrava sapesse sempre e perfettamente cosa fare e quando farlo. Con lui l’Inter vinceva, vinceva, vinceva. Poi si scoprì, tempo dopo, che l’unica cosa che urlava era “Movimiento, Movimiento!”… cioè una sonora stronzata. Ma era lì, era lì col cuore… era lì capace di urlare, sudare, sgolarsi, soffrire con la squadra. Poi venne Mourinho. Uno che aveva capito che all’Inter serviva motivazione, serviva cuore, serviva non tanto la mano sul cuore di Hector Cuper (un perdente patentato) ma il cuore tra le mani… il suo cuore tra le mani dei giocatori… uno che dicesse “Siete voi che mi rendete speciale!”. Uno capace di toccare le corde del cuore e far capire ad un ragazzone sanguigno e ruvido… ma carico di gentili sentimenti, un samurai fortissimo capace di piangere come una geisha, uno come Marco Materazzi, che lui poteva essere speciale, decisivo, anche se nemmeno suo padre aveva creduto in lui come calciatore!   Marco era l’Inter… e imparò con Mourinho che poteva essere il migliore. E quell’anno lo fu! Determinante, sempre! Campione.

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Noi interisti siamo pazzi. Noi interisti siamo quelli che vincono e a dieci minuti dal fischio finale buttiamo via tutto, tanto da farci odiare dai tifosi, dai cuori che battono per noi. Ma bisogna essere interisti fino in fondo per capire che abbiamo bisogno non tanto del tifo, quanto di qualcuno che ci motivi, che ci dia una strada, un percorso e soprattutto un obiettivo. Che giorno dopo giorno ci sappia non incoraggiare ma far vedere perchè non abbiamo bisogno di quell’incoraggiamento. Perchè dentro lo sappiamo tutti che di quell’inconraggiamento noi non abbiamo bisogno… ma abbiamo bisogno non di sentircelo dire… ma di qualcuno che ce lo faccia vedere.

Ho perso Herrera e Mourinho a pochi giorni di distanza… o meglio forse ho solo enorme difficoltà a sentirli vicini… hanno lasciato la panchina, così mi sembra, perchè sto giocando malissimo alcune partite, perchè una partita molto importante poco tempo fa l’ho persa in modo incomprensibile, in modo folle. Da buon interista, proprio come fossi l’Inter, sono in ritiro. Se non possono risedersi sulla panchina… magari, che dire… potrebbero almeno fare una conferenza stampa e dire cosa serve per tornare sulla panchina e vincere. Sarebbe davvero una gran cosa! Perchè senza motivatore… è difficile farcela. Dico sul serio! Anche perchè ai quarti di finale dela Champions del 2010 io ebbi l’opportunità di comprare il biglietto per la finale… e mi dissi “Finale il cazzo… non ci vado a vedere altre due squadre che giocano se io sono uscito… sai che rottura di cazzo!”… e invece quell’anno avrei visto l’Inter distruggere il Bayern con le magie di Milito. Questa volta io il biglietto lo faccio… non per la champions, è chiaro… ma il biglietto lo faccio… anche se non è domani la finale… ma tra un po’ di tempo. Credo proprio che il biglietto lo farò! Occasioni così non dovresti farle mai scappare!

Vengo meno ad una questione di programmazione… questo video parla più di tutto il resto. Per come è andata a finire la storia raccontata da questo video. Voglio crederci… voglio credere a quella conferenza stampa di quel motivatore! Io però vi avviso… è possibile arrivi una esegesi di questo video, del testo di questo video!

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Di samurai, ronin ed altre metafore significative che alle orecchie di tanti appaiono “stupidaggini” (cit.)

E poco importa se il termine stupidaggine è utilizzato in senso materno o maternalistico… stupidaggine con me non si deve proprio permettere nessuno. Con me o con i miei sentimenti. Vabbè… questa cosa l’ho chiarita, però! E’ molto probabile che in assenza di minimi segnali concreti entro e non oltre il 25 aprile, questo blog diventi privato… ossia accessibile solo da chi ha allestito un profilo wordpress ed è stato preventivamente accettato dal sottoscritto. Ho tempo, abbastanza, non solo per rimediare (SE) ma anche per capire come funziona. Sono convinto che qualche caro affezionato o qualche cara affezionata saprà spiegarmi come fare!
Il perchè di questa scelta è presto detto… se non riesco a ritornare agli antichi ed usati lidi della satira… e tutto si riduce sempre un po’ troppo nella introspezione… dedico il momento della lettura della mia introspezione a chi lo merita… ed in buona sostanza a chi mi merita. Meritarmi significa anche accettare di prendersi un pochetto cura di me. E la cura è un sentimento che prescinde la rabbia e prescinde le draconiane punizioni. Se questa cura non arriva… non esiste merito possibile… ora o più tardi, per poter decidere di sapere che mi passa nella vita… e ultimamente grazie a dio i cazzinculogravissimi luttuosi o meno non mancano! Per cui, sì, è molto probabile che il 26 aprile tutto si apparecchi a che questo blog diventi privato. Ma anche no… non lo so. Tutto dipende molto da come continueranno ad andare avanti le cose… perchè se c’è una cosa che mi da fastidio sono da una parte le promesse non amntenute, dall’altro la costante di pruriginare qua dentro per poi non parlarmene e modificare il proprio atteggiamento a seconda degli umori! Ed è chiaro che parlo di questioni e persone diverse che mescolo qui a bella posta… perchè nessuno si senta chiamato in causa ma chi lo è lo sa!
Ovvio, non muterà la programmazione ed i contenuti… semplicemente essi saranno accessibili a chi dico io e basta… a chi decide di prendersi cura di me almeno un po’… a chi non disdegna una buonanotte o un buongiorno… che sono elementi basilari di affetto e buona educazione prima ancora che di altro. Perchè io sono un essere umano, ho diritto di sbagliare, è possibile che i miei errori facciano del male, anche del male cane… lo so e me ne prendo fino in fondo ogni responsabilità… ma l’oblio è forse una punizione troppo grassa grossa e greca per quel che ho fatto.

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Ad onor del vero… le cose viaggiano in modo positivo in questi giorni… ma avevo il bisogno di essere chiaro… perchè io che sono una persona che alle promesse ci tiene molto… ho sempre un po’ paura che qualcuno si dimentichi di quelle che mi fa… per questo sono stato molto puntiglioso sopra. Spiegatemi in commento comunque come si fa… spero proprio di dovervi solo ringraziare e di non doverlo fare… sarebe comunque una scelta molto sofferta!
Ciò detto e proprio parlando di tematiche come la cura… torna l’etica del samurai. Il samurai serve un padrone, finchè il padrone non lo rinnega. Oppure finchè il padrone non muore. E quando il padrone è un sentimento… come quello della cura? Beh se il padrone è un sentimento… anche il samurai è un sentimento… sempre lo stesso, quello della cura reciproca! Chi stabilisce se il padrone è morto o se il padrone ha rinnegato? Di solito lo stabilisce il tempo… perchè ai sentimenti è dato ogni potere fuorchè quello della parola parlata o di quella scritta. Ed in questo caso… il samurai deve fae seppuku o diventare ronin? Fino a quando al samurai è lecito, consentito o sostenibile interrogarsi sulla natura della fine di quel rapporto di servizio? Fin dove si spinge un samurai? Il samurai può dirsi semplicemente: qua non è morto il padrone… qua il padrone mi ha rinnegato? O viceversa qua è morto il padrone e siccome il padrone è morto a me sembra che mi abbia rinnegato, ma è semplicemente morto? Perchè la cosa è dirimente: o il samurai muore per sua stessa mano… oppure si mette a servizio di altri dopo un periodo di vagabondaggio in cui cura se stesso e si prende cura di se stesso.

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Cazzi seri… tutti cazzi che hanno strettamente a che fare con quel SE che io ho messo tra parentesi prima, quella forma dubitativa per cui c’è sempre tempo per rimediare… SE. Metti che il daimo (il padrone) è malato, così tanto malato da sembrare morto… metti che il daimo è così incazzato da sembrare pronto a rinnegare, deciso a mandare a fare in culo il samurai… quest’ultimo potrebbe sempre e comunque rimediare… cercare la cura per il suo padrone, cercare di riconquistare la fiducia dello stesso… provare a rimediare. Quel se io ce l’ho   stampigliato bene sul mio Wakizashi… eppure non ho mai pensato di farlo pesare quando nella mia vita i rimedi dovevano trovarli altri ai cazzi che mi avevano combinato o avevano combinato nella loro vita e implicitamente se ne doglievano con me o chiedevano a me una mano. Io sono sempre stato certo che quel SE non avrebbe mai trovato asilo per gli altri. Tutti gli altri con me hanno sempre saputo che di tempo ce n’era… e che una soluzione si sarebbe sempre trovata. Io ho sempre avuto per me quel SE stampigliato bene di fronte. Adesso credo solo che sarebbe il caso che quel SE fosse esplicitato. Non foss’altro che per insegnare a quel samurai se deve fare seppuku o trasformarsi in ronin! So essere paziente, però… credo molte cose lo stiano dimostrando!

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Catarsi è una parola che non si comprende… fino a quando non si sferra per bene un cazzotto… contro un muro innocente, contro una porta incolpevole, contro un sacco che è fatto apposta.

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Il tatuaggio è un linguaggio che si cuce sulla pelle ed accompagna fino alla tomba. Anche quando perde colore, rimane lì a dire qualcosa di te. In molti sapete tanto di quel che porto cucito addosso… e questo lo sappiamo, lo abbiamo detto mille e mille volte nelle settimane passate, giusto? Sì, giusto. Ci sono soggetti che dovrebbero trovare spazio su di me… ma che per una ragione o un’altra rimarranno non scolpite, non vergate sulla mia pelle. A ben guardare la ragione è una sola: lo stile old-school non mi piace per niente, non riesco ad immaginarmelo addosso. Ed il soggetto di cui parlo principalmente, quello che avevo in testa oggi prima di sedermi di fronte alla tastiera del PC è uno ed uno solo: la lametta da barba.

La lametta è uno dei simboli più usati da pugili, carcerati ed appassionati dello stile antico del tatuaggio. C’è molta disinformazione sul significato di questo disegno. In molti associano la lametta al suicidio, al tagliarsi le vene. No, siamo decisamente fuori strada. Come pure siamo fuori strada se parliamo di droga – specificatamente eroina. Non c’entra nulla… ma proprio per niente. Più o meno la storia delle pere è assimilabile ad un soggetto differente, il rasoio… per le ragioni di cui sopra. Alla fine la scelta dell’eroina è quella di un suicidio delegato ad altra mano… o altro strumento dal rasoio. La lametta con tutto questo non c’entra. La lametta è un disegno che si adatta specificamente al pugile… in senso esteso al guerriero. Perchè un guerriero è solitamente un pugile… che combatte le sue battaglie metaforiche fuori dal quadrato del ring.

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Storia breve della lametta da barba a bordo ring. Che cazzo ci fa la lametta da barba a bordo ring? Semplicissimo. Guardatevi Rocky I e II (min.2.00 ma guardatelo tutto perchè è un momento lirico della mia infanzia ed un video cui il mio cuore per mille ragioni anche molto vicine è legatissimo) per capirlo. Ok vi tolgo l’impiccio, pigroni: la lametta da barba si usa per incidere leggermente le palpebre quando sono talmente gonfie da non riuscirsi più ad aprire. Diciamoci la verità fino in fondo: non è una leggenda metropolitana, questa, ma una storia che affonda le radici in una boxe che non esiste più. Perchè ormai da decenni,quando si sanguina e si sanguina tanto, quando le ferite non si rimarginano, l’incontro viene interrotto per sanguinamento e chi sanguina perde a tavolino. Si chiama KO tecnico… ed è una gran rottura di palle. Quindi tranquilli: nessuno più fa cose splatter a bordo ring. Anche perchè solitamente con gli occhi chiusi interviene la stessa sospensione dell’incontro… quindi non esistono ragioni di usare la lametta.

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Nella boxe dei tempi che furono, invece, la lametta si usava eccome. E non era un gran bello spettacolo.
Visto e considerato che il tatuaggio è un linguaggio antico, che parla spesso di un mondo che non esiste più e ne parla sempre per metafora cercando un simbolo o un segno che descriva un tratto… la lametta indica lo spirito così indomito da essere pronto a soffrire e soffrire e soffrire, fino alla mutilazione, pur di rimanere in piedi e non vedersi o farsi raccontare sconfitto.

Non fatelo voi, non fatelo mai… salvo non ne sentiate davvero drammaticamente il bisogno… ma vi assicuro che tirare un pugno contro un muro è una esperienza liberatoria, catartica. Ecco, non mi è mai stato chiaro il termine catarsi finchè non ho tirato io per primo un pugno contro un muro. Un muro non lo rompi con facilità. Un muro a mani nude non lo rompi… credo avrebbe faticato anche Lennox Lewis a sfasciare un muro con un cazzotto. Molto più probabilmente a dire ciao sono non tanto le nocche quanto le complicate ossa del metacarpo ( e presto vi vorrò raccontare di quando con il settore V del metacarpo destro sfasciato, trovai il tempo di recitare la parte di Giovanni dalle Bande nere che si fa amputare la gamba dicendo al segaossa “Tranquillo, le faccio luce dottore” con la dotoressa di ortopedia e mi misi anche in testa di provarci). Molto meglio il sacco, ve lo garantisco. Molto meglio il sacco che è fatto a bella posta per essere riempito di pungi. Il sacco è duro, non immaginatevi una cosa morbida da prendere a pugnetti. No! Il sacco è tostissimo. Prendere a pugni il sacco stanca, accascia. Ci si ritrova sudati. Ci si ritrova senza fiato. E se metti il paradenti perchè ti piace avere contatto fisico con il sacco, ti piace abbracciarlo, beh potete trovare anche sangue nel paradenti se avete le gengive fragili – come le mie.
Nella preparazione pugilistica efficace le ripetute al sacco – che sarebbero una scarica di pugni tirati in rapida successione senza mai fermarsi e con un ritmo altissimo ed una buona dose di forza – sono pane quotidiano. Servono a condizionare la velocità articolare e a far irrobustire la fibra. Ma il dolore dopo poco ti fa bruciare le spalle e le braccia. Dopo un po’ se non sei davvero allenato, le nocche ti dolgono parecchio e i pungi non li senti più. Senti solo la voce del maestro… o se sei solo senti solo la tua voce in testa che ti dice: “Ancora uno ancora uno ancora uno ancora venti secondi ancora trenta secondi non mollare dai dai dai dai tieni il ritmo…”. E se sei solo ad allenarti di solito parli molto di più e inciti molto di più se stai davvero male e ti sei messo al sacco perchè stai male, perchè soffri, perche c’hai un dolore che vuoi mandare giù, un vuoto da colpamre, una solitudine da spegnere.
E poi senti la campanella della fine dell’esercizio e se l’hai fatto bene ti inginocchi un attimo e… ti mangi e ti bevi quel dolore.

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Allora ci sei stronzo… allora ci sei… allora sono vivo!“.
Un sacco di persone inutilmente sostengono che la boxe aiuti a scaricare i nervi per il semplice fatto che tirare pugni farebbe diminuire la tensione. Non è un procedimento meccanico che associa il cazzotto tirato alla sfogata di nervi: picchio dunque mi scarico. Niente ergo cartesiani. No… colpisco, colpisco e colpisco quindi avverto la fatica, lo stress muscolare, la sofferenza. Nel frattempo sudo e produco endorfine. Le endorfine si vanno a impastare con il dolore che sento e che mi regala la percezione del vivere… perchè sono le emozioni e le sensazioni forti a farci sentire vivi… e quel benessere chimico regalato dalle endorfine nel nostro cervelo si salda alla sensazione di vitalità regalata dal dolore… e ci convinciamo che la boxe ci fa bene. Ci rilassa. Ci libera dalle tensioni.

Tutto questo non vale, ovviamente, se il pugno è uno solo e lo schiantate contro muri o superfici dure incolpevoli. Sapete perchè? Non c’è produzione di endorfine… e la sensazione di dolore, impetuosa ed in unica soluzione, vi darà solo il piacere di distogliervi dalla preoccupazione o dalla sofferenza che vi ha fatto scagliare il pungo. Omeopatia. Che non serve a parere dello scrivente, ad un cazzo di niente.
Don’t try this at home… anche perchè le fratture al metacarpo sono di solito dure a passare completamente. E non sempre l’ortopedica è una donna sui quaranta bellissima, con un profumo delicatissimo, con delle mani tenere di una gentilezza comprensiva, che cercando di fare di tutto per rimetterti a posto la mano senza farti soffrire, ti sussurra “Gioia mia calma… scusami se ti fa male ma dobbiamo fare così… ma come hai fatto gioia mia? Dai resisti, piano piano che ho quasi finito… madonna povero quanto starai soffrendo…”. No, non va sempre così. A volte ho avuto culo nella vita lo ammetto. Ma questa ve la racconto domani… ve la racconto domani così un po’ ci ridiamo… su!

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Ho trovato il tempo di riaffezionarmi ai guantoni, ai paradenti, ai sacchi. Ero fermo da tempo per colpa di una brutta disavventura di strada di cui poi vi parlerò un giorno… tra qualche giorno… giusto perchè adesso non voglio mischiare sofferenza, rabbia e disillusioni (che spero di deludere) nobili, con qualcosa di terra-terra.
Non lo so perchè sempre nella mia vita sessioni di quel mondo fantastico che è la mia passione coincidano con la terza decade di aprile, con la riapertura di Fronte del porto, con tutto questo. Ma anche l’anno passato negli stessi giorni, reagivo alla vita nello stesso modo. Mentre cominciava qualcosa di importante, tanto importante, troppo importante, infinitamente importante. C’è un sogno bellissimo: risvegliarmi il 25 aprile e scoprire il piacere di un ciao.

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Le persone grandi, importanti, dovrebbero smettela di credere che dalla mia vita possono uscire in punta di piedi…

Se ne idolatrano tanti, troppi di Idoli. Mi chiedo in questo momento se Maradona è morto… è uno dei papabili. No, Maradona non è morto… ho dovuto controllare su wikipedia però, non ero sicuro. Per dire: Che Guevara è morto tempo fa. Lui non se n’è andato in punta di piedi. Un bel botto sancito in diretta dagli scatti di un detestabile – non c’è nulla di politico – fotoreporter che era lì a certificare la morte del rivoluzionario con tanto di dito indice ben premuto nella ferita… e tanto di occhi vitrei dell’argentino. Morti importanti per persone importanti. Kurt Cobain non c’entra. Kurt Cobain non ha patito una morte importante. Forse non la voleva e tanti gliel’hanno stupidamente tributata. Sono stupidi quelli che fanno di quel suicidio una faccenda di interesse. Che comprano i libri su quella disgrazia umana. L’adolescenza non scusa in questi casi, detestatemi pure. C’è chi mi detesta per altri motivi e ne aggiungerà uno alla lista. Lo faccia pure! Per dire: detesto i dreadlock e me ne vanto… e con una coi dreadlock non ci uscirei nemmeno pagato. Sebbene avrei potuto innamorarmi di lei in un passato… quando ancora non m’erano saliti sul cazzo il reggae, i dread, i tossici. Kurt Cobain non ha fatto una morte importante perchè non era importante.

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Di sicuro l’importanza è sempre proporzionata al destinatario delle nostre vite e delle nostre emozioni. Per dire… ci sono sicuramente persone che lasciano questo mondo in punta di piedi… ma che per me non cambia un cazzo. Non era me che non dovevano lasciare in punta di piedi. E probabilmente questo post scende troppo dal generale al particolare per essere vissuto e sentito a pieno. Vi prego, staccate se non seiete interessati… mi serve a scrivere e razionalizzare. Il problema è che a me stanno sul cazzo le sofferenze trascinate… se c’è qualcosa che mi fa soffrire sono le sofferenze trascinate. E se ne sono trascinate troppe di mezze assenze convinte che avrei creduto alla favola della “punta di piedi”. Ma con me si finisce sempre alle uscite in punta di piedi, con code di sofferenze ed assenze del momento mal digerite. E Tornano stasera, tutte stasera… che sono fragile, vulnerabile, solo!

Il tempo si ovatta quando si soffre. Potrei svegliarmi e dire che mi manchi da secoli… e manchi solo da mezz’ora o da qualche giorno. O da anni. Guardate non fa differenza la tempistica. La meccanica nemmeno, mi interessa. Oggi voglio ragionare di quella chimica strana che attiene ai parallelismi ed ai ricordi. E non è garantito che in questo mancarmi ci sia solo una connotazione luttuosa. Perchè in questo momento avverto un senso di mancanza generalgenerico che sta frammistando tutto. Cosa inneschi la reazione io non lo so…
… ma so che di colpo avverto una serie di spinte contrastanti e vengo meno alla regola non scritta su questo blog per cui non si fanno le liste e le liste non vanno fatte e allora faccio una lista… perchè un discorso organico sui sentimenti quello non si può fare.

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Mi manca la cura che avevo di te quando dovevo prendermi cura di te restituendo quella cura che tu avevi avuto di me quando io piccolo cura di me non potevo averne. E di colpo mi manca quella mano sul petto a fermarti quando eravamo in macchina e io frenavo e la cintura ti opprimeva e non la mettevi e io mettevo la mano sul tuo petto per non farti andare in avanti. Sì, mi manca quella mano… era ed è stato sempre il mio gesto di cura per te. Piccolo, certo. A tanti insignificante… a me troppo importante. Perchè era lo specchio di quel che avevo ricevuto… e restituivo con tutto l’Amore che c’è. E mi manca il conforto dell’esperienza, di chi ne ha viste una e centouna in più di me, di chi a denti a tirato su palazzi e intraprese e di un quadro elettrico non sa avere paura… di chi ha fatto trottare e messo in riga, da carabiniera, da generale, che ne sapeva mille di più, che s’era fatto da solo che s’era fatta da sola che di donne in famiglia ne hai tre e tutte laureate e son figlie ad un pescatore e di figli cresciuti a baci e battipanni e tutti vincenti e però mai mi sarei sentito come oggi, di terza generazione di incrollabili ed io niente. No, non mi c’avresti fatto sentire, non m’hai fatto sentire che sei ancora qui a chiedermi di libri scritti e concorsi e dei miei anni.
Mi manca l’idea che avevo di te e mai ho avuto realmente di te… mi mancano i discorsi sulle ragazzine, sulle compagne di scuola, su quella che mi piaceva e ci stetti 4 anni a sperare di confidarle il mio amore e lei se n’era andata e io rimasi col groppo in gola e tu mi avevi sempre detto che non si scimmiottano i grandi senza capire che tutti sotto i dieci anni si fidanzano ma mica per davvero. Mi manca non aver mai giocato a tennis contro di te eppure a tennis mi ci hai mandato e ad un certo punto ero pure diventato bravino ma poi basta più nulla più niente… e però a calcio non mi avevi mandato e il perchè non s’è mai capito. E mi manca non saper andare in bicicletta perchè invece che te provarono a insegnarmici altri, un’altro… e che nervi ‘sti giorni quell’altro… e a me non è mai andato bene… che di famiglia non abbiamo mai avuto pazienza… e infine in bicicletta non sono mai voluto andare ed anzi mi ci son saliti sul cazzo i ciclisti. E dopo aver visto “La stanza del figlio” mi chiedo soffrendo perchè mai alla scena di ieri in cui lui ricorda i momenti col figlio mi son detto stasera “E se muoio lui di me, di noi assieme, che ricordi avrà?” Ed ero io a morire, non tu… e ne voglio di ricordi e senza paura vorrei una mano a cercarli perchè sicuro ce n’è.

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Mi manca l’idea di una figlia, di una vita insieme, di un viversi, amarsi, sposarsi. Mi manca la penna per cancellare di cui parlavo ieri ma mi manca pure il foglio per riscriverci sopra giorni neri e rossi nuovi e felici… tutti, senza razzismi e distinzioni politiche e cromatiche. E quel foglio mi manca perchè non me lo dai tu… che mi pare proprio non voglia capire… quel foglio non me lo dai tu che corri a letto senza la buonanotte… guardandomi e voltando la testa. Mettendomi in croce per una paura di troppo, per un crollo d’un attimo, per un costume da superman che ho tolto a martedì grasso finito. Mi manca quel che a parole si regala a mani piene, mi manca l’amore per quella fragilità che tutti s’apprezza e tutti si sputa…
Stasera io sono così, prendere o lasciare… e volgere il viso e andare, senza prendere o lasciare… è un silenzio che solo le fredde burocrazie battezzano assenso… e le burocrazie, per dirla non proprio con Weber, son nate per metterlo in culo alle brave persone!

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Qui 00:27 22 aprile 2015 (mi manca anche la voglia di non farmi mancare una ucronia)
Le foto sono tutte mie: scatti sperimentali in bianco e nero. Il primo è stato realizzato durante un set fotografico ad un amico, Alex. Il secondo ed il terzo sono esperimenti di scatti in tradizione primo 900 con l’aggiunta del movimento su scatto multiplo senza cavaletto… la fantasmina è ben evidente, credo. Il quarto è un tentitivo di scatto con tecnica 900 a soggetto fisso senza cavalletto… il senso di precarietà di questi scatti era quello che volevo!

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