Archivi categoria: Incipit improbabili

Dopo di Noi – 4.4

I pugni e i calci li sento distintamente adesso. Cazzo, vibrano le pareti. Se si scompensa al piano, sono cazzi. Abbiamo un protocollo d’intervento molto chiaro e preciso per questi casi. Cose che, tecnicamente, voi non vorreste nemmeno sapere. Cose che ci tengono al riparo, ci permettono di lavorare in sicurezza. Comincio ad aprire le porte. Comincio dalla suite cinque e afferro Riccardo, l’anziano smemorato, per il polso. Lo tiro via dalla camera con fare spiccio: “Dai, Riccardo, dai… le pantofole gliele porto giù io, adesso, ok?”. Credo non si ricordi nemmeno dove sono. Poi apro la suite di Enza, l’ultima a destra. Enza sa già cosa sta succedendo. Enza è depressa, non stupida. Enza quel che succederà a breve non lo vuole vedere. Ci sono persone così lucide nel loro modo di soffrire che non hanno bisogno di parole. Enza corre via. Come Marina, appena le apro la porta. Mi fissa, prima di sparire lungo le scale: “Guarda, credimi, non sai cosa pagherei per darti una mano… stavo sognando di farmi, cazzo…”. La guardo severa: “Credo che lo psichiatra sarà contento di sapere che non sei riuscita a goderti il viaggio…”. Non riesco a essere tollerante con quella testa di cazzo di Marina. La detesto. Finta, stucchevole, come tutte le sociopatiche: bambine viziate in cerca di attenzione. E’ la volta di Alberto, che continua a sventolare quel coso in mano senza smettere di urlare il mio nome. Resta basito quando entro: è la prima volta che glielo guardo. Non posso fare diversamente. Per chi se lo stia chiedendo: niente di diverso da una persona con i cromosomi a posto, nel menarselo. Sgrana gli occhi. “Al’ finisci dopo, ok? Adesso fila giù oppure resta qui e magari la puntura ci scappa anche a te… forza!”. Alberto si rinforca i pantaloni del pigiama alla bell’e ‘meglio. Dell’alzabandiera gli frega poco; vuole solo scansarsi una bella dose equina di calmanti. Lo vedo corrermi davanti mentre faccio uscire Donato e gli indico la strada, mentre richiudo la porta alle mie spalle e mi volto per essere sicura di serrare la chiave. Un botto, violentissimo. Sobbalzo sconvolta. Vorrei vedere voi con una porta che finisce proiettata sulla parete opposta, smontata dai cardini. Vincenzone si lancia fuori, verso la suite quattro, dove giace cadavere la signora Buozzi. Che si fotta lui e la sua maledettissima mistica del guaritore miracoloso: gli sparo un narcolettico triplo e vediamo come la prende! Si avventa contro la porta davanti alla sua camera. Prova ad aprirla. Ci si poggia contro, spinge. Io corro giù, corro giù a preparare il boccione di aloperidolo. Marco è sconvolto, cerca di gestire gli ospiti, i pazienti, i cinque pazzi rimasti. “Andate nella stanza della televisione e metti su qualcosa… attacca Rai yo-yo, male non gli fa…” – “Sonia, sicuro che non vuoi che…” – “No, sta qui, resta con loro, se quello vede una divisa…”. Sì, tecnicamente è così: è sempre bene non far vedere divise o cose del genere a una persona in evidente scompenso psichiatrico. Meglio dire questo a Marco e non: “Resta giù caro, non vorrei ti sparassi su un piede…”. Preparo la boccia velocemente, infilo la siringa in tasca, tolgo il cappuccio. In questo momento non so chi ringraziare, non so perché; chiamatela una voce. Qualcuno o qualcosa mi ha sussurrato: “Ricordi la mazza da baseball che tenete sempre nella portineria? Prendila, magari ti serve…”

“Dopo di noi” è una serie di racconti che posto su questo blog, nel quadro di un più ampio progetto di blog noveling, tipico della formula della scrittura creativa. In questa serie seguiremo le avventure di Sonia, dipendente della clinica per dabilità psichiche “Dopo di Noi” alle prese con l’invasione dei Morribondi, una forma molto aggressiva di terribili zombie.

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Dopo di Noi – 4.3

Salgo i gradini lentamente. Non ho preso il caffè. Sono in piedi da tre minuti e le urla di Vincenzone non smettono di rimbalzare tra le mura. Sono in piedi da tre minuti e non ho nemmeno avuto lo stomaco oltre che la testa di sorridere a Marco. Sono in piedi da tre minuti e sono le sei praticamente e dieci ed io non dovrei adesso essere stata catapultata giù dalla brandina per gestire le crisi mistiche di quell’enorme omone. No, se non avessi scelto di fare l’infermiera e non avessi accettato senza starci a pensare, il contratto di lavoro offerto dalla clinica presso cui ero stata tirocinante. Sono in piedi da quattro minuti e un minuto di grida belluine di quella sottospecie di sedicente cugino di primo grado di Gesù – ma a sua detta molto più bravo – hanno risvegliato e piombato nel panico tutto il primo piano. Tutto, tranne la signora Linda Buozzi, suite numero quattro, che tecnicamente non fa un fiato perché è all’altro mondo. Così penso, mentre con le chiavi faccio scattare la serratura della porta di sicurezza al piano delle stanze e percepisco, di colpo, il frastuono che cinque pazzerelli – disabili psichici come abbiamo disposizione di chiamarli – riescono a produrre quando qualcosa li sveglia col quarto storto, esplodere in tutto il suo insopportabile clangore. “Puttana della madonna che mattino di merda!”. No questa non sono io; la bestemmiatrice incallita è Marina, suite numero uno, la sociopatica. “Ma guarda tu se uno stronzo di bifolco deve svegliarci così… sì, sì non moriamo più Vincenzone di ‘sto cazzo! Non si muore più! Finché non riesco a metterti le mani addosso!” E poi c’è la voce gracchiante di quel mongoloide di Alberto: “Sonia, Sonia…” e i suoi ansimi, non appena mi sente cercare di tranquillizzarli ad alta voce. Lo sa che sono qui, il bastardello. Lo sa! E non perde un attimo per prodursi in quel suo solito, stancante rituale della sega mattutina in mio onore. “Entra Sonia, vieni a vedere il pisellone!” – sì gli articoli ce li aggiungo io, non parla così bene. Poi c’è Donato, c’è Enza. Strepitano tutti. Strepita pure Riccardo, con la sua voce stridula da vecchio rincoglionito. Mi fermo un attimo. Credo sia il caso di tornare giù. I colpi che sento provenire dalla suite numero tre, quella di Vincenzone, non mi dicono niente di buono. Il ciccione si è scompensato. Non so cosa stia colpendo, ma non accenna a fermarsi. Continua a pontificare del papa pazzo – credo sia lui – continua a sferrare pugni e calci ovunque. Deve aver rovesciato la branda, lo fa sempre quando non si presta ascolto a quella che lui chiama la sua parola. Con la P maiuscola. Vincenzone comincia a colpire la porta.

“Dopo di noi” è una serie di racconti che posto su questo blog, nel quadro di un più ampio progetto di blog noveling, tipico della formula della scrittura creativa. In questa serie seguiremo le avventure di Sonia, dipendente della clinica per dabilità psichiche “Dopo di Noi” alle prese con l’invasione dei Morribondi, una forma molto aggressiva di terribili zombie.

 

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Dopo di Noi – 4.2

Quando stamattina le urla di Vincenzone ci hanno risvegliati la prima volta, l’orologio batteva le sei e dieci circa. E’ da un po’ che io e Marco scopiamo serenamente in medicheria. C’è una coppia di barelle, che evitiamo di giustapporre perché non sono componibili, una poltroncina e un lettino da spiaggia ben nascosto nel piccolo sgabuzzino dei prodotti per l’igiene delle superfici. Ci si scopa discretamente, su queste superfici. Sulla barella, fidatevi, soprattutto quella cosiddetta a cucchiaio, certificazione ISO 9001:2008 per il trasporto di politraumatizzati con sospetto interessamento della colonna vertebrale ci si scopa da dio ed è pure bella eccitante come cosa. Dondola se ci si sa muovere. E i rumori in questo posto non sono mai stati davvero un problema, quando i pazienti dormono beati e sedati. Sulle altre superfici si dorme decisamente peggio. La barella va bene per mezz’ora. Quindi io e Marco scopiamo un po’ dove e come viene, poi tiriamo fuori il lettino da spiaggia e ci corichiamo lì. Porte esterne chiuse a chiave, grate chiuse a chiave, a turni di ogni due ore ci diamo il cambio. Non è servito il risveglio di Marco, nemmeno un grido emergenza. Era sveglio, non siate malpensanti. Semplicemente, vi sfido con il sonno leggero che ci abituiamo ad avere tutti noi paramedici da turno di notte, a non sobbalzare preoccupati all’urlo di Vincenzone: “Le trombe hanno suonato! E’ arrivato il papa pazzo! Non si muore più!”. Solo il tempo di mettermi seduta e stropicciare gli occhi che mi sono trovato Marco sulla porta che mi fa: “Sonia, quello sta dando di matto lì su.”. Inforco i ciabattoni per nulla sexy in gomma antistatica e antisettica. Mi avvolgo nel plaid che uso come coperta – il riscaldamento entra in funzione alle seietrenta per assicurare, col massimo del risparmio, un ambiente confortevole a tutti gli ospiti durante la fase del risveglio. Agguanto gli occhiali di sicurezza e li inforco.

“Dopo di noi” è una serie di racconti che posto su questo blog, nel quadro di un più ampio progetto di blog noveling, tipico della formula della scrittura creativa. In questa serie seguiremo le avventure di Sonia, dipendente della clinica per dabilità psichiche “Dopo di Noi” alle prese con l’invasione dei Morribondi, una forma molto aggressiva di terribili zombie.

 

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Dopo di Noi – 4.1

Punti di criticità

Gridare non è stata la classica cazzata da film horror visto e rivisto. Conosco i termini, quelli appropriati. Io non sono una screaming queen del cazzo come Sally Hardesty e quello che vi apprestate a vedere non è Sonia Carelli che corre da un cubicolo all’altro di questo gabinetto con piastrelle antiscivolo certificate ISO 9001:2008 urlando e aprendo e richiudendosi alle spalle una porta per poi gridare più forte quando il morribondo Vincenzone di turno avrà distrutto anche questa porta e sgusciargli tra il fianco e il muro di piastrelle per infilarmi in un altro cubicolo e ripetere le operazioni. Senza alcuna valida ragione per cui io non debba inforcare la porta di uscita e correre lungo il corridoio. Non è quello che farò. Mordo più forte il pugno e al primo colpo, ancora non troppo violento, contro la porta mi spingo velocemente in avanti. Guadagno l’angolo cieco a destra. Aderisco al muro, perfettamente. Tolgo la mano dalla bocca e faccio scendere il palmo in aderenza al muro. Dall’altra parte, libera da impedimenti, la mazza scende lungo la gamba. Provo e riprovo, mentre lì fuori Vincenzone morribondo continua a colpire la porta. Provo a verificare che un bel colpo ruotato non incontri ostacoli. Niente: via libera. Quello stronzo obeso ce ne metterà un po’ di più, di tempo, a buttare giù questa, di porta. Ce ne metterà un bel po’ di più: questa è di quelle antipanico, spesse, in metallo e plastica. Non chiedetemi perché contravvenga le normali regole di antinfortunistica; dovreste essere abbastanza intelligenti da averlo capito. Le strutture psichiatriche hanno regole leggermente difformi dai normali ospedali e dalle comuni case di cura: qui ci sono persone non equilibrate sotto nostra assoluta e stretta responsabilità. E’ il caso siamo sempre noi. Dall’esterno, a intervenire. Tecnicamente non è il caso di lasciare a persone disturbate la facoltà di aprire o no una porta per sfuggire dal o nel fuoco. Questo aiuta molto, in casi di emergenze come tentati suicidi, aggressioni, crisi epilettiche da sovradosaggio, scompensi. Questo aiuta molto di meno quando chi bussa energicamente a pugni e calci fuori dalla porta, per il solo compulsivo e irrefrenabile desiderio di divorarti le viscere, sta bussando e colpendo proprio nel verso giusto. Fossimo in una normale struttura pubblica, saprei di avere ancora un paio di minuti di respiro e vita serena. Purtroppo siamo in una Residenza Dopo di Noi, precisamente a Villa Sole. E qui le porte degli ambienti non comuni si aprono tutte e solo verso l’interno: ho qualcosa come trenta secondi per prepararmi a rendere l’anima a un dio in cui non credo o farmi venire una brillante idea.

“Dopo di noi” è una serie di racconti che posto su questo blog, nel quadro di un più ampio progetto di blog noveling, tipico della formula della scrittura creativa. In questa serie seguiremo le avventure di Sonia, dipendente della clinica per dabilità psichiche “Dopo di Noi” alle prese con l’invasione dei Morribondi, una forma molto aggressiva di terribili zombie.

 

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Dopo di Noi – 3.4

No, la prima volta non l’ho fatto apposta. Giuro! La prima volta che ne abbiamo parlato era perché in TV, su un’entusiasmante emittente locale, passavano “Avere vent’anni” ed io, che il cinema degli anni settanta italiano lo adoro, mi ero messo a parlare di Lilli Carati. Avrei voluto essere come Lilli Carati, ve lo giuro. Almeno fino ad un certo punto della sua carriera. O come Moana, almeno fino a un certo punto della sua vita. Non ho mai pensato che il corpo di una donna non possa essere la sua arma vincente. Nel porno, nel film erotico, io non ci ho mai visto una donna che si fa mercificare… piuttosto una che ti dice: ce l’ho ma è mia e se ci muori cazzi tuoi! Anche perché, se non mi andava, nella vita, non m’è mai andata. Quindi, niente, alle prime battutine sul tema vedo Marco diventare paonazzo, abbozzare qualche risposta imbarazzata, studiarmi, sempre con la mano sul coltello. Non voleva farmi paura; rassicurarsi era quello che gli serviva. La cosa ha preso a divertirmi, anche perché, alla fine, dai, brutto Marco non lo è per niente e quella sensazione di tenere io le redini del gioco anche di fronte ad un pistolero palestrato e col coltello in tasca mi arrapava sinceramente. E’ un momento in cui non ho maschi intorno, non ne voglio e Marco, diciamo, fa al caso. Quindi dopo le battutine comincio a stuzzicargli la fantasia: “Pensa se un giorno vieni qua e invece che con questo camicione verde da portantina mi trovi con una di quelle divise che si vedono sui giornaletti? Con le autoreggenti bianche e il reggicalze? Con la crocetta rossa sul berretto bianco modello SS fatta col nastro isolante rosso?” A Marco la cosa è cominciata a piacere. L’ho visto farsi sicuro di quel gioco che tanto sarebbe sempre rimasto sui lidi confortevoli del pensa se, giochiamo che, immagina un po’. Il gioco mi ha stufato dopo un paio di settimane. Così mi ci sono fatta trovare, in modo curioso. Non pensate all’infermiera cosplay hot. No, niente di tutto questo. Semplicemente niente intimo sotto il camicione verde e le autoreggenti nere. Gli ho chiesto di accompagnarmi in bagno; ci sono le telecamere in tutte le aree comuni della struttura, veniva male. Almeno la prima volta. Gli ho chiesto di farmi la guardia in bagno perché la luce fulminata mi faceva paura. E’ rimasto voltato tutto il tempo, che tenero. Che bacchettone: l’ho dovuto prendere in giro dicendomi che mi ero rivestita, per farlo girare e lasciarmi guardare. Ok, è andata così. E sto faticando, almeno, stavo faticando fino ad oggi, per fargli capire che dovrebbe dismettere un po’ di queste fobie e paure e necessità di protesi psicologiche. Perché è tutto, perfettamente, nella norma in lui. Quel che mi fa faticare di meno, ovviamente, è convincerlo che non è il caso la nostra relazione si strutturi a un livello diverso. Ma ho la sensazione che ci riuscirò. Oppure, che sarà inutile riparlarne. Perché lo schianto della porta di quella che temo sia la suite numero quattro mi fa saltare a piè pari e lanciare un urlo. Sì, cazzo, un urlo. M’infilo il pugno in bocca, serro i denti per non urlare ancora. Se mi concentro non urlo, se mi concentro i passi biascicati e pesanti di Vincenzone non mi spaventano. Se mi concentro forse non faccio più un fiato. Difficile, cazzo difficile… Uno schianto come quello precipiterebbe nel panico incontrollato chiunque. A me rimette nelle orecchie lo schianto che mi ha svegliato nemmeno un’ora fa, quello prodotto da un Vincenzone ancora vivo che scaraventa la porta della sua suite, la numero tre, in mezzo al corridoio con una spallata… Brutto risveglio, cazzo.

“Dopo di noi” è una serie di racconti che posto su questo blog, nel quadro di un più ampio progetto di blog noveling, tipico della formula della scrittura creativa. In questa serie seguiremo le avventure di Sonia, dipendente della clinica per dabilità psichiche “Dopo di Noi” alle prese con l’invasione dei Morribondi, una forma molto aggressiva di terribili zombie.

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Dopo di Noi – 3.3

Ok, dov’ero e cosa facevo ieri sera? Ero giù in portineria. Guardiola o come diavolo volete chiamarla. Gli ambienti al piano terra sono tutti quanti adibiti alle attività comuni in questa struttura. Politica della Residenza Dopo di Noi – Villa Sole, è quella di praticare quotidianamente attività d’inclusione che occupino almeno i due terzi della giornata. Considerando che i pazzerelli sono anche sotto stretta terapia farmacologica e che l’effetto di sedazione li porta solitamente a dormire tranquilli per otto o nove ore, sì, potete ben dirlo: qui da noi nessuno resta solo. Anche quando non gli andrebbe di dividere del tempo con altri. La portineria, guardiola o come volete chiamarla, insomma il mio ambiente di lavoro fuori dalla medicheria, si affaccia sulla zona d’ingresso, una sala comune, ampia, con poltroncine e divanetti comodi per i visitatori che siano in attesa dell’arrivo di un congiunto ospite. Quando sono qui seduta, ho anche compiti di buona rappresentanza e accoglienza. La storia con me e Marco è cominciata così un paio di mesi fa. Sì, in sostanza subito dopo il suo arrivo qui in struttura come guardia giurata che tenesse ladri, tossici e cattivoni fuori dai piedi. Tecnicamente Marco ha proprio il fisico del supereroe buono che salva i deboli dalle ingiustizie e dalla malvagità del mondo, lì fuori. Come il cacciatore di Cappuccetto Rosso ha il suo fucile: una beretta 92F che lui stesso ha più volte definito un residuato bellico degli anni ’80. Quasi come i tromboni con cui disegnano il Cacciatore, roba da brigante calabrese. Ha anche un coltello, ma quello non è tecnicamente in dotazione, quello è più un suo vezzo personale. Il problema di Marco? Presto detto: pistola, bicipiti gonfi, pettorali robusti, coltellaccio a scatto e la Nissan Quasquai lì fuori sono tutte protesi psicologiche in sostituzione di un cazzo, il proprio, che il vigilante non sente all’altezza. Una bella, cinica stronza queste cose le capisce, ma di volata. Diciamo che mi sono bastate due notti di fila per capirlo. Quel machismo spudorato, l’ansia da super-controllo che spesso si traduceva in uno zapping compulsivo sul telecomando della sua auto: “Ma ho chiuso la macchina?”. Ah, sì, sommate anche il bisogno ossessivo di toccare il coltello, guarda caso ben sistemato nella tasca davanti e non nella fondina, a confondersi col pisello, ogni volta e ripeto, credete a me, ogni volta che nei primi tre o quattro giorni gli allungavo una battutina su quanto quella situazione di forzata convivenza mi facesse tornare alla mente le commedie all’italiana di serie Z su le infermiere di notte, i marmittoni alle manovre, la clinica in collina.

No, la prima volta non l’ho fatto apposta. Giuro! La prima volta che ne abbiamo parlato era perché in TV, su un’entusiasmante emittente locale, passavano “Avere vent’anni” ed io, che il cinema degli anni settanta italiano lo adoro, mi ero messo a parlare di Lilli Carati. Avrei voluto essere come Lilli Carati, ve lo giuro. Almeno fino ad un certo punto della sua carriera. O come Moana, almeno fino a un certo punto della sua vita. Non ho mai pensato che il corpo di una donna non possa essere la sua arma vincente. Nel porno, nel film erotico, io non ci ho mai visto una donna che si fa mercificare… piuttosto una che ti dice: ce l’ho ma è mia e se ci muori cazzi tuoi! Anche perché, se non mi andava, nella vita, non m’è mai andata. Quindi, niente, alle prime battutine sul tema vedo Marco diventare paonazzo, abbozzare qualche risposta imbarazzata, studiarmi, sempre con la mano sul coltello. Non voleva farmi paura; rassicurarsi era quello che gli serviva. La cosa ha preso a divertirmi, anche perché, alla fine, dai, brutto Marco non lo è per niente e quella sensazione di tenere io le redini del gioco anche di fronte ad un pistolero palestrato e col coltello in tasca mi arrapava sinceramente. E’ un momento in cui non ho maschi intorno, non ne voglio e Marco, diciamo, fa al caso. Quindi dopo le battutine comincio a stuzzicargli la fantasia: “Pensa se un giorno vieni qua e invece che con questo camicione verde da portantina mi trovi con una di quelle divise che si vedono sui giornaletti? Con le autoreggenti bianche e il reggicalze? Con la crocetta rossa sul berretto bianco modello SS fatta col nastro isolante rosso?” A Marco la cosa è cominciata a piacere. L’ho visto farsi sicuro di quel gioco che tanto sarebbe sempre rimasto sui lidi confortevoli del pensa se, giochiamo che, immagina un po’. Il gioco mi ha stufato dopo un paio di settimane. Così mi ci sono fatta trovare, in modo curioso. Non pensate all’infermiera cosplay hot. No, niente di tutto questo. Semplicemente niente intimo sotto il camicione verde e le autoreggenti nere. Gli ho chiesto di accompagnarmi in bagno; ci sono le telecamere in tutte le aree comuni della struttura, veniva male. Almeno la prima volta. Gli ho chiesto di farmi la guardia in bagno perché la luce fulminata mi faceva paura. E’ rimasto voltato tutto il tempo, che tenero. Che bacchettone: l’ho dovuto prendere in giro dicendomi che mi ero rivestita, per farlo girare e lasciarmi guardare. Ok, è andata così. E sto faticando, almeno, stavo faticando fino ad oggi, per fargli capire che dovrebbe dismettere un po’ di queste fobie e paure e necessità di protesi psicologiche. Perché è tutto, perfettamente, nella norma in lui. Quel che mi fa faticare di meno, ovviamente, è convincerlo che non è il caso la nostra relazione si strutturi a un livello diverso. Ma ho la sensazione che ci riuscirò. Oppure, che sarà inutile riparlarne. Perché lo schianto della porta di quella che temo sia la suite numero quattro mi fa saltare a piè pari e lanciare un urlo. Sì, cazzo, un urlo. M’infilo il pugno in bocca, serro i denti per non urlare ancora. Se mi concentro non urlo, se mi concentro i passi biascicati e pesanti di Vincenzone non mi spaventano. Se mi concentro forse non faccio più un fiato. Difficile, cazzo difficile… Uno schianto come quello precipiterebbe nel panico incontrollato chiunque. A me rimette nelle orecchie lo schianto che mi ha svegliato nemmeno un’ora fa, quello prodotto da un Vincenzone ancora vivo che scaraventa la porta della sua suite, la numero tre, in mezzo al corridoio con una spallata… Brutto risveglio, cazzo.

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Dopo di noi 3.2

Guardate, davvero, se proprio non vi va di ascoltare questa digressione personalissima, vi prego, saltate a piè pari al capoverso successivo. Che ci crediate o no, guardate, sono sensibile a questo discorso del trovare il nome per collocare qualcosa nel posto giusto della mia esistenza e del mio sentire. Ah sì, inoltre, non so a voi, ma a me decisamente questo esercizio regala una sensazione di distensione. Non ci credete? Provate a sentire il mio respiro adesso? Prima era così forte, ricordate? Forte da non riuscire neppure io a cercarlo, forte da non sentirlo e dover far rincorrere ogni inspirata dalla successiva, fregandomene di quando espirare, che l’aria nei polmoni sembrava sempre troppo poca. Adesso, meditabonda sul nome e cognome proprio di questi moribondi ciabattanti, vedete, il respiro si è proprio calmato. Mi sudano meno anche i palmi delle mani e questo, di sicuro, tra qualche minuto potrà tornarmi utile. A scuola ero brava, bravissima con i giochi di parole, col giocare con le parole. Non ci credette nessuno quando dissi: “Scienze infermieristiche”. Nessuno. I primi sconvolti furono i miei genitori, che forse mi sognavano creativa e vincente, per raccontare al supermarket o al bar – rispettivamente pa’ e ma’ – che la loro pargoletta era: “Quella che si è inventata la storia dei tappi del campari, mettendoci dentro i nani… nani, tappi, sai?”. Io volevo fare grana. Subito. Proprio per non dover stare a spiegare ogni giorno a pa’ e ma’ cosa avevo fatto quel giorno o quell’altro con uno squallido contrattino a progetto oppure curando a nero la comunicazione di una decina di localini serali che prendevo per il culo programmando post-fotocopia qua e là sui social. Volevo un lavoro disgustoso da raccontare. Con le parole, con i giochi di parole, però, non ho mai smesso. Sono uno dei pochissimi modi che mi sono rimasti di ripetermi che so ancora emozionarmi, so ancora giocare e divertirmi con poco, non sono poi la bella stronza inacidita che cambia cateteri ai vecchi e pulisce il culo alle vecchie con la stessa candida dolcezza con cui nega qualsiasi attenzione a un povero ragazzo down follemente innamorato di lei. Senza dargli nemmeno il gusto di potergliela dedicare fino in fondo, quella quotidiana sega mattutina, restando almeno un attimo a dirgli: “Bravo!”. Cristo, non so nemmeno se tecnicamente non sia quest’ultimo pensiero, così come l’ho formulato, il segno più tangibile di che bella cinica stronza io sia diventata. Comunque m’è venuto, il nome, per quei cosi. Tanto complicato quanto spaventoso, ansiogeno. I morribondi: i moribondi che errano. Morribondi. Mi piace. Caga sotto abbastanza.

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Dopo di Noi 3.1

Dov’ero e cosa facevo la notte scorsa?

Rispondere a questa domanda è molto semplice: ero e facevo tutt’altro. Di certo non ero lì a cercare di trattenere il respiro dietro una semplicissima, banalissima porta di legno, chiusa in un bagno per disabili certificato ISO 9001:2008, con la sensazione per nulla confortevole che da qualche parte, al mio piano, dietro questa porta, un coso di unmetreottanta per unquintaleventi con la gola squarciata sia tornato in vita per divorarmi e trasformarmi in qualcosa di molto simile a lui: un non proprio morto che cammina. Aspetta: non si chiamano zombie quelli che tecnicamente non sono proprio morti, camminano e agognano alla tua carne? Sì, ma chiamarli zombie non mi viene proprio. E so benissimo perché non mi viene: mi sembra tutto così finto se penso alla signora Linda Buozzi come uno zombie. Certo, il tutto mi regala l’allettante prospettiva di essere una Milla Jovovich della mutua. E della mutua, tecnicamente lo sarei già. Ma assieme a galvanizzare il mio ego estetico, m’impone sottilmente la strana e curiosa sensazione di essere in un videogioco, con tentativi infiniti, possibilità di salvare la partita e riprendere quando voglio, assentandomi dalla vita reale. Zombie e tutta questa roba qui non fanno rima. E se non trovo immediatamente un nome diverso per chiamare questi non proprio defunti che ciabattano in lungo e in largo per i corridoi di Residenza Dopo di Noi – Villa Sole, ho la sensazione di essere davvero fottuta. Non proprio morti ciabattanti? Troppo lungo. Mentre penso alle parole non, troppo, morti e ciabattanti, per quanto lenti e scomposti, mi hanno già preso e divorato. Moribondi ciabattanti? Beh sì, decisamente sì, ma posso fare di meglio.

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Dopo di Noi – 2.6

Quando hanno finito, apro la porta del disimpegno sulle scale e li accompagno al piano superiore. Donato mi si avvicina, quasi mi poggia la testa sulla spalla mentre sussurra: “Non chiudere le porte, stanotte, ti prego non chiuderle, non farlo, non quella di Vincenzone, non quella di Vincenzone, lui ci protegge, lui è grande e grosso ci protegge, non era mai successo, non doveva succedere, non oggi, non qui, loro me l’hanno detto, non chiudere la porta di Vincenzone, non farlo, te ne prego Sonia, te ne prego…”. È la prima volta che mi chiama Sonia, che non usa la formula “Infermiera” o “Signorina”. La cosa mi stupisce. Lo guardo: “Donato, ma di che parli?”. È già lontano, parla con uno dei battenti della porta, la mano a far da scudo al labiale e proteggere la voce debole perché nessuno senta. Mi guarda fisso, vuole essere sicuro non lo stia spiando, non riesca a capire. “Donato, dai, la miseria, muoviti… – e mentre si avvicina regalandomi una smorfia di disappunto – Con chi avresti parlato di quello che è successo?”. La voce di Vincenzone scoppia spaventando tutta la compagnia appena giunge sul pianerottolo dov’era adagiato il corpo di Linda Buozzi, mentre la rianimavano: “Signora, tornerai, te lo prometto… “ – “Vincenzone, smettila!” – “Tornerai signora Linda, perché io lo voglio!”. Annuisco sospirando con un mezzo sorriso. Stabilisco uno dei contatti fisici di rassicurazione che il Dottor Giunti ha preteso imparassi: i palmi delle mani sulla schiena, poco sopra la cintura, quasi a sospingere delicatamente: “Vincenzone, basta, dai… andiamo a letto.”. Apro la porta di sicurezza, spingo il battente e lascio entrare i sei. Li seguo entrare ciascuno nella sua stanza, richiudersi la porta alle spalle. Dal corridoio do voce: “Forza, cinque minuti e facciamo il giro della buonanotte… tutti a letto, avanti!”. Aspetto, controllo stanza per stanza: inferiate chiuse, abiti e armadio in ordine, niente di pericoloso in giro, paziente a letto. Chiudo la porta, la serratura scatta. Ripetere l’operazione per sei. Non mi allungo alla fine del corridoio, suite numero quattro. Non guardo dentro nemmeno quando serro la porta di Vincenzone, di fronte, suite numero tre. A che vuoi che serva? Barella, Linda Buozzi vestita con l’abito buono, finestra aperta per evitare i cattivi odori: niente di nuovo o di entusiasmante.

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Dopo di Noi – 2.5

E sulla promessa di rivederci alla prossima puntata, Carlo Cracco fa andare i titoli di coda. “Che ti avevo detto Sonia? Visto? Quella vecchia puttana l’hanno sbattuta fuori a calci in culo, visto?”. Le parolacce di Marina sono uno dei sintomi della sua inguaribile sociopatia. Io adesso dovrei intervenire come ha spiegato il dottor Giunti. Tono fermo e severo, nessun compiacimento: “Marina, tutto quel che vuoi dire, puoi dirlo senza usare questo linguaggio!” e poi dovrei proporle una frase differente, socialmente accettabile. Ci sono momenti, però, in cui proprio non mi viene naturale correggerla: hanno sbattuto fuori Marzia e a me va benissimo… al netto del giudizio morale, due calci in culo a quella vecchia rompipalle li avrei dati anch’io. “Sì, Marina, sì… – ho il tono svogliato di chi sa di doverti riprendere ma proprio non ci riesce – adesso però ce ne andiamo tutti a nanna, eh? Avanti! Igiene e a nanna, tutti.”. Aspetto sulla porta che gli ospiti siano tutti usciti. Spengo la tv tirando fuori il telecomando dalla tasca del camice, nemmeno fossi Billy the Kid, disattivo meccanicamente le luci con la destra e mi chiudo la porta alle spalle. Loro entrano negli spogliatoi e si preparano ad andare in bagno per le faccende serali: lavare i denti, liberarsi, procedere all’igiene intima. Fare la guardia, anche in questi casi, mi annoia più che imbarazzarmi o altro. Le provocazioni volgari di Alberto, che non perde occasione per mostrarmi il “pisellone”, l’obbligo di vigilare su Riccardo perché non si dimentichi di lavarsi i denti e farsi il bidet, un occhio a Enza perché pisci nel water piuttosto che trattenerla e liberarsi a letto, durante la notte, con la scusa di stare più calda. Voglio dire, regola non scritta, l’infermiera di notte è quella che sbaglia e paga, se i letti finiscono pisciati. E c’è da diventare strabici. O pazzi.

“Dopo di noi” è una serie di racconti che posto su questo blog, nel quadro di un più ampio progetto di blog noveling, tipico della formula della scrittura creativa. In questa serie seguiremo le avventure di Sonia, dipendente della clinica per dabilità psichiche “Dopo di Noi” alle prese con l’invasione dei Morribondi, una forma molto aggressiva di terribili zombie.

 

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