Archivi categoria: Ingegnerie dell’uomo

Solitamente…

Solitamente non mi chiedo mai che effetto possa fare dar la mano a qualcuno. Solitamente non mi chiedo mai come do la mano o come stringo o come mi muovo o come bacio. Dovrei? Non lo so… non lo so davvero… mi sembrerebbe tutto poi così finto, così irreale. Mi sembrerei diverso da me se stessi a guardare a come faccio o non faccio qualcosa. Poi, figuriamoci, ansie del genere ti vengono regolarmente quando hai di fronte azioni che sono tutte collegate alla sfera dell’emotività… non rifletti sul come compi il gesto di scrivere o di stare acciambellato a guardare la TV o simili.

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E niente… mi era venuto questo pensiero… meglio, questa paranoia. Più che altro perchè spesso comunico o troppa respingenza o troppa affettività e quindi… boh, magari ci sta che la gente mi dica: “Così non mi piace” o “così ti viene bene”. Però un conto è saperlo, un conto è finire per arrivarci per vie sghembe. E… credo sia normale, alla fine, farsi venire un minimo di ansia.

Eppure mi sono informato: c’è gente che gradisce jogurt bianco e pompelmo… mah!

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Susanna dove sei?!

Non c’entra molto, se non a livello onomastico, il pezzo di Celentano con quel che voglio scrivere oggi. Non è tecnicamente un omagio, il mio… quanto più un ricordo, perchè è partita tra le ricerce questa canzone e io non so proprio come, mi sono ricordato di una cosa stranissima.

Chiunque mi frequenti lo sa bene: odio i gechi. Ho una paura fottuta dei gechi. I Platidattili muraioli, così si chiamano tecnicamente, mi fanno un ribrezzo tale che – non fate i friendly a cazzo perchè risulterò nemmeno troglodita, che lo sapete come la penso – divento veramente una checca isterica quando ne vedo uno. Stridii, schiamazzi, urla, saltelli… scappo via estroflettendo… NON RIDETE!

Oh, allora adesso voi mi diete: certe paure devi conviverci, sono fobie innate, le hai dalla nascita. Bugia! Non è così. Io da piccolo non avevo IN CASA animali domestici. Non c’erano cani IN CASA. Nemmeno gatti, tranne quando tenemmo in stallo in una parte off limits della casa il gatto di mia nonna, un persiano di nome Pommy. Mia madre era convinta che i gatti portassero malattie allucinanti. Mia madre non è una credulona ignorante… allepoca di toxoplasmosi prenatale si moriva a motopompa.

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Oh… io da piccolo, tipo sotto i 4 anni, avevo un animale domestico, un pet: Susanna. Era un geco, mai capito se maschio o femmina, ovviamente, che per un anno intero visse sul soffitto del salotto muovendosi qua e là. E mangiando insetti e altre cose tipo zanzare. Io ero fiero di Susanna. Ogni giorno verificavo che fosse ancora lì. Figurati se si muoveva, quella, coi termosifoni accesi, il cado e tutto il resto. Susanna morì nascosta tra i battenti delle persiane. Credo fu lo shock per il corpicino nella paletta a farmi cambiare radicalemente prospettiva verso i platidattili muraioli. Che adesso mi fanno letteralmente ribrezzo. Scusa Susanna ma la vita a volte va così.

Oh, sia chiaro… casa mia, come la casa del film The Others, è dotata di zanzariere. Mai uscire da una stanza senza aver chiuso la zanzariera immediatamente alle proprie spalle!

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Escher e il ferro da Stiro

Capita di cercare sulla sedia, tra i panni puliti da passare sotto l’amorevole ferro da stiro, una maglietta, un pantalone, una camicia. Sempre, irrimediabilmente stropicciate, con troppe, troppe pieghe. Tutta roba che indossarla non si può. Kuntz solitamente va nel pallone: quell’attrezzo per davvero non ha mai saputo usarlo. E poi gli fa paura… quell’enorme piastra pesante che di colpo si fa bollente, sputa fuoco e fumo… la bocca d’un drago. Ed ecco arrivare in soccorso Mastro Escher. Monocolo al destro, mano sinistra nel panciotto a cercare l’orologio. “Fortunato Piccolo Kuntz… e tu Scrivente, per cortesia… impara!”. Il simpatico azzimato vecchino afferra il piccolo drago a rotelle per la nuca. Muove delle levette e delle rotelle, quasi a caricare quell’animale di tutta la forza… e poi chiede a Kuntz cosa ci sia da stirare… a quale delle sue magliette o camicie lui debba far sparire le pieghe e le increspature. Il piccino sorride ed indica. Io Scrivente sono nel panico: quali levette avrà mosso? Quali rotelle avrà girato? E se… bucassi o incendiassi qualcosa usando il ferro da stiro senza la giusta attenzione?

“Ed è tutta una fesseria piccolo… vedrai!” La mano corre sicura… e in poche passate la mogliettina è stirata. “Guarda tu stesso piccino…” e come suo solito fa passare tra gli occhi del piccolo Kuntz e la maglietta appena stirata… ancora bollente… quella sua sfera strana, magica. Kuntz sgrana gli occhi sorpreso! “Ma allora per davvero è tutta una bugia!”. Perché le pieghe sono rimaste dov’erano… ed anche le macchie. “Questa stropicciatura qui sulla spalla, piccino… ricordi cos’è?”… e il piccolo ci pensa un po’ su e… dopo qualche secondo sospira “L’abbraccio di nonna stretto stretto.,..”. Il vecchio si limita ad annuire. Ed indicandone un’altra attende risposta… scoprendo che è il risultato d’una zuffa tra ragazzi.

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“Ma questa piccino… questa è davvero la più bella da vedere. Sembra l’onda del mare… che è capitato qui?”… e Kuntz ricorda d’essere stato seduto in riva al mare, da solo, a guardare i fuochi d’artificio nella notte della Madonna. E ricorda per un momento d’essersi sentito lontano da tutto e tutti… ed aver detto che da grande avrebbe voluto scrivere. Ed aver scoperto un sogno! “Belle le pieghe vero?” “Sì Mastro Escher ma senza la tua lente non riesco più a vederle…”

“Ma sai che ci sono…” e calcandosi il cappello in testa, volgendo le spalle, sospira ancora “Lascia ai grandi qualche piccola illusione ogni tanto. Tu sai che… quelle pieghe non sono mai andate via dentro di te!”. Kuntz si gira felice… “Le vedi?”… e vorrei tanto essere sincero quando gli dico di “Sì”

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Escher e… il letto

Ricompare. Monocolo al destro, cappello a cilindro, abito di foggia elegante. Ha un bastone tra le mani. Il pomello è una sfera di vetro… non credo sia cristallo. Il mondo ci si specchia dentro. E si deforma. Proprio come le sue case, le sue scale. I suoi improbabili saliscendi. Le sue prospettive surreali. Prospettive surreali, proprio come le mie. Qui il discorso si trasforma in fiume. Non si lascia più controllare. Diviene vasto… e rischio d’affogarci, di perdermici dentro. Ci rinuncio…non comprenderò le sue prospettive. Le lascio lì, prendendole per buone. Considerandole come le uniche possibili in quella sfera che fa magico il mondo! “Un tempo non lontano … Lunedì 15 maggio … qualcuno nel teatro dei tuoi sogni, dietro la spalliera in pezza del tuo letto… ha inscenato un concertino per basso, chitarra e voce. Ricordi?”… Paul, mi ricordo. Paul McCartney. Il teatro dove si esibiva era davvero la spalliera del mio letto. Quel giorno tutto era ammantato da una tenda giallina, color sabbia chiara. “Bene, figliolo… come ogni buon teatro che si rispetti… prova a indovinare… dove sarà la botola del suggeritore? Perchè lo sai, esiste la botola del suggeritore, per ogni tuo sogno!”. Kuntz è solo un bambino… e non sa come rispondere. Così ci provo io… alzandomi dalla scrivania e sistemandomi ai piedi del letto. “Cosa fai? Sei solo lo Scrivente… non è con te che sto parlando…” ma protesto che io ed il piccolo Kuntz da tempo stiamo cercando di divenire una cosa sola… e non me la sentoo di lasciarlo da solo di fronte a domande cui non sa rispondere… col gusto amaro in bocca e nello stomaco del non saper dare una risposta. “La botola è qui sotto, Mastro Escher.”… sollevo il telaio del letto che scorre… prodigio dell’inventiva di qualche arredatore moderno… verso l’alto restando ancorata a testa, proiettandosi come la rampa di lancio dei miei pensieri, pronti a schiantarsi contro il muro che, supino, ho di fronte. “Mastro Escher… ecco la botola!” Toglie il monocolo, lo pulisce col bordo del suo gilet. “Come al solito, Scrivente, come al solito. Presuntuoso, freddo e razionale… non ci arrivi proprio?” e la sua è espressione di sfida. Stringo i pugni. Odio quest’uomo supponente. Il carceriere del mio rapporto di minoranza… rinchiuso, piccolo koala, nel termosifone del mio gabinetto! “No, Mastro Escher – l’educazione e la deferenza sono sempre state materia obbligata nei miei studi – non c’arrivo proprio!”.

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Srotola un poster, antico… un vecchio progetto. “Questo schizzo non è opera mia… troppo razionale, troppo poco profondo… non c’è voglia di leggere un po’ meglio tra le righe delle Prospettive, le mille possibili. Diciamo pure che si tratta di un teatro… come lo vedresti normalmente piccolo Kuntz. Ora guarda – ed indica il palcoscenico – questo grande spiazzo è questa spalliera, nel tuo lettino.”. Kuntz annuisce col faccino pensoso… ci si sta impegnando… lo conosco. “Allora piccolo Kuntz, dov’è la botola? Dov’è questo buco simpatico da dove si suggerisce cosa dire sul palcoscenico?”. Kuntz sorride. Kuntz si sfila le scarpe… e si stende supino sul letto. Kuntz fa aderire la testa, la calotta cranica alla stoffa della spalliera giallo sabbia del nostro lettino. Kuntz si tocca la fronte. “E’ qui Mastro Escher?”… e il vecchio si risistema il monocolo, volta le spalle sorridendo ed uscendo dalla porta per sparire nel buio del corridoio sentenzia… con voce in dissolvenza…”Bravo piccolo Kuntz… la semplicità di uno sguardo attraverso è sempre voce di verità… impara Scrivente, impara…”… ma sull’ultima frase nessuno, nè Kuntz nè Scrivente… è davvero sicuro!

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Escher e il termosifone

Mi inventai un ciclo di cose che scrivevo e facevo raccontare a Mastro Escher… sì quello che avete capito voi. Misteriosamente a dieci anni di distanza, le ritengo ancora valide!

Nel mio di termosifone, oggi, non ci si può entrare. Normalmente è solo un vecchio termosifone, funzionante ed anziano. Ma oggi, da quando ci sto pensando… mi sembra ancora più antico, ancora più strano, ancora più incredibilmente impenetrabile. Stacco la presa elettrica del portatile, disconnetto da internet il mio LapTop e mi sposto in bagno. Voglio guardarlo mentre scrivo. Voglio capirlo, leggerlo e scriverci su.
Una breve, violentissima epifania, al solo guardarlo:
Sento una mano che si poggia sulla mia spalla: “Buonasera signore… voleva vedermi?”. E’ un signore distinto a parlare. Indossa abiti di un epoca che non conosco… la sua figura è virata in sepia, o filtro fotografico marrone. “Sono il progettista disegnatore del suo termosifone… non riuscirà mai a penetrarne i misteri: l’ho concepito come ogni mia opera…”. Mi chiedo chi sia quello strano signore d’un vecchio tempo che fu… glielo chiedo.
“Mio caro signore… Sono Mauritius Cornelius Escher… e lei sa benissimo che non penetrerà i misteri della strana creazione che ho voluto porre nel suo gabinetto…(una lunga pausa, volge lo sguardo e attira il mio in direzione del termosifone, si china un po’ per poi indicarmi un punto preciso tra il secondo ed il terzo modulo da destra e porgermi un binocolo…)”…guardi pure coi suoi occhi…”… un koala di taglia piccola salta di modulo in modulo… terrorizzato! “Quello, mio educato signore, è il Rapporto di Minoranza del suo Successo… è il solo convinto della possibilità concreta che lo Scrivente e Kuntz vincano tenendosi per mano…”… (il mio sguardo è stranito, sconvolto) … “…Finchè il suo rapporto di minoranza resterà segregato in questo termosifone, mio caro… lei non riuscirà a parlarne in modo coerente e soddisfacente…”, alza il berretto per salutare e si infila nel piatto doccia scostando solo per lo stretto necessario la tendina.
Escher-Drawing-hans.jpg“La saluto signore… e ricordi… quel termosifone l’ho progettato io!”… Mauritius Cornelius Escher.

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Viste le mie paure dovete anche sapere che…

Se siete F o M e state pensando di venire a trovarmi a casa… come dire… sono molto ma molto felice della cosa. Lo so che c’è la fila ma… con le giuste e dovute prenotazioni non c’è problema.

So che siete gente previdente e avrete visto perfettamente che non ho nessuna ragione di avere un phon in casa, giusto? Bene!

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Se state pensando di approfittare della mia ospitalità per farvi la doccia e lo shampoo… o se siete delle zozzone di sesso femminile che vogliono rascinarmi sotto la doccia per vedere di nascosto l’effetto che fa… accomodatevi pure: non abusate della mia generosità visto che sono ben felice che voi lo facciate, è chiaro… ma ricordatevi:

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HO IL TERRORE delle scosse elettriche dopo la doccia… quindi se avete pensato di bagnarvi i capelli, avete pensato di portare un phon e vi siete dimentocati/e le adeguate protezioni per i vostri piedi (alias spidirozzi di tavola e/o scarpe con suola consona) sappiate che non vi permetterò di asciugare i capelli con strumento elettrico ma dovrete provvedere con i vecchi e medioevali metodi del calore naturale. Altrimenti mettetevi le mie crocs e potete andare avanti ad asciugare i capelli. Con tutta quella gomma un phno non basta ad ammazzarvi!

Non transigo… sappiatelo. C’è chi dice che questa fobia mi abbia portato a rasare tutto!

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Le paure… come ieri ma una puntata nuova

Se mi volete bene non mettetemi in condizioni del tipo:
Strette vicinanze a mamma con pancione in evidenza o comunque in evidente stato interessante. Sto male, sudo freddo, mi allontano, scappo… mi viene addosso una paura forte ma forte proprio

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Se mi volete bene non azzardatevi mai e poi mai a darmi in braccio un bambino, un poppante, un lattante, un affare che abbia meno di un paio d’anni. Io non lo dico per me che finisco scosso dai tremori, dalle paure, dalle ansie, dai sudori. Lo dico per lui: perchè nel terrore e nell’ansia di farlo cadere o potergli fare del male finisco per stringerlo, stritolarlo – ma forte proprio… e senza comunque farlgi male cazzo si vede che non so prenderlo e il piccino è proprio a superdisagio!

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Oh quindi: se siete incinta alla larga (e mi avevano detto che era bello farlo con una incinta… io mi sa che cambierei anche letto e mi sposterei sul divano)… se avete pupi teneteveli in braccio per conto vostro!

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Le nevrosi, le paure, le fobie e ci scherzo su

Allora: se volete avere a che fare con me sappiate che massimamente io come scritto qualche post indietro: ho una fobia costruita e stratificata per i platidattili muraioli anche definiti gechi. Di loro conosco tutto, mi sono ampliamente documentato coprendo – meglio, facendo corpire, le immagini sui testi di scienza. Dispongo a casa di una nutrita bibliografia sulla bestiola in questione. Tutto si è – come sapete – sviluppato con il mio primo contatto con un essere morto: Susanna. Poi le evoluzioni sono state incomprensibili e strutturate a cazzo loro. So solo che se li vedo fermi su una parete sono inquieto e passo molto tempo a guardarli per essere sicuro non si muovano di lì. Anche perchè quando si muovono, come dire, sto malissimo, li sento camminare addosso… una roba da non dire!

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Temo si tratti di una fobia alle mie latitudini invalidante a livello proprio sociale… nel senso: non esci d’estate andando in quei locali con le rampicanti o i muri di tufo… e simili. Non ti accoppi in casotti di campagna perchè vuoi mai che te ne trovi uno sullo stipite della porta entrando… e simili. Cazzinculogravissimo!

Era giusto lo sapeste. Prima che cerchiate in buona fede di rendervi utili, sappiatelo: non c’è cura non c’è rimedio.

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2005 di notti fuorisede a Bari

Ho ripescato post da un passato venturo… non ci crederete ma ho rimesso mano ai testi del mio primissimo blog: alekskuntz.splinder.com (non cercatelo non esiste più). Feci bene ad appuntare tutte le cose che ci scrivevo… era come se sapessi che c’era il rischio di perderle. E oggi, ritrovandolo nel fondo di un hard disk di quelli beceri… beh mi è venuta voglia di ricordare cosa scrivevo e come lo scrivevo.

Troppi puntini di sospensione, una scrittura volutamente infantile. Erano anni complicati, anni in cui non accettavo esistesse spazio per la creatività, che bisognava solo lavorare, scrivere, saggiare (nel senso di scrivere saggi che di creativo hanno ben poco). Mi firmavo con pseudonimo… un po’ perchè avevo questa fissa che il mio nome non mi piacesse, un po’ per fare il maudit al cazzo, un po’ perchè mi sembrava rendesse bene la dicotomia che c’era tra il bambino che immaginava e lo Scrivente che trascriveva… (Es e Superio, no?) ed in mezzo me medesimo che un nome non ce l’aveva. Mi è piaciuta ‘sta cosa… mi va di metterne qualcuno qui e condividerlo… così… anche perchè pescherò solo cose che abbia un senso tenere per una o l’altra ragione qui sul blog ora… perche dicono tanto di me, ancora.

Questa è una rilfessione che venne fuori dopo una notte trascorsa a casa di una persona all’epoca – per altri versi ancora – davvero speciale. Fuorisede a Bari. In anni di vita politica attiva, più o meno per entrambi, a intensità variabile.

La foto a corredo fu scattata quella sera, da quella persona. Tanti, negli anni, da quel 2005 ad oggi, sostengono che quella foto abbia avuto più di mille altre il potere di rubarmi l’anima. Sempre pensato che il tocco fondamentale lo dia l’occhio di chi guarda e sceglie quando scattare. Io, di quella foto, non sapevo nulla finchè mesi dopo non la trovai in posta elettronica… che whatsapp non esisteva ancora. 1058581_10208428106650760_98301062_n.jpg

 

 

Fumetti di Andrea Pazienza… li leggo sempre con molto gusto.
E sono Penthotal… Zanardi… Fiabeschi.
Pazienza ha disegnato, scritto, sul Nonno d’Italia, Pertini, Sandro Pertini. Per me così importante!

Bologna. E le suggestioni del ’77. Bologna, quella che sa di Autonomia Operaia.

Bologna, e dici assemblee, occupazioni, cortei, fumo di sigaretta e lacrimogeni, dalla casa alla strada, dal privato al pubblico. Una nebbia, una cortina… nella quale perdersi era piacevole o spesso terribile. C’è chi c’è morto, nelle strade invase dal fumo. Chi s’è ricreduto. E chi in qualche casa invasa dal fumo di una (?) sigaretta o di uno (?) spinello… si è magari innamorato. Per il “sempre” dell’epoca. Per un periodo brevissimo e terribilmente dilatato che avremmo chiamato “eternità”, chiameremmo “lungo, chiameremo “qualche giorno, non di più…”!

Case di fuorisede. Pazienza… radio e facoltà occupate. Ma dal pubblico si vira al privato…
…alle case di fuorisede che non ho mai vissuto.
Che avrei sempre voluto vivere.

Che in una pagina di una smemo vecchissima… devo aver anche raccontato.
Spostandole a Bari. Ancora dal Pubblico al Privato…
…dal ’77 al ’05.

Che ne sarà?

Sul muro bianco di una vita
proietto istantanee di una memoria
che forse m’appartiene
ma non ricordo d’avere vissuto…

Camere che profumano di una
Bologna mai conosciuta di inizio ’80.
Si aprono dopo scale malferme
nel centro di Bari… in una casa fuorisede.

Lo sguardo bicolore di Bowie
dal muro benedice la scena
tra cicche spente male, fondi di caffè
e tavoli che parlano di filologia romanza.

E poichè i battiti di un cuore possono stracciarci via
2 corpi si studiano, 2 cuori si chiedono
se sarà lo stesso tornati ad adesso
fuori da quella piccola Bologna nel centro di Bari.

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Grazie Zia…

Grazie Zia è il titolo di un film zozzissimo di quando io tipo o ero appena nato, oppure tipo stavo nascendo… oppure mi stavano programmando… tipo, poi non lo so…

wpid-fb_img_14461094764481Grazie Zia è zozzissimo ed incestuoso, vabbè, si sa… però oltre che il titolo di questo zozzissimo film è anche il modo in cui ringrazio sempre e sempre ancora Liza di Chezliza, cioè Zia Liza per esserci, per commentarmi, per dirmi cose belle… pure per cazziarmi, a volte… E porcoddiosassone (che a me viene sempre di accentare porcoddiosassòne) alle volte le sue cazziate sono state tanta roba. Ora, però… io post di fellationes o equivalenti femminei che però finiscono in lungui non ne faccio e lo sapete…

Nemmeno questo post contravviene… solo che c’è da riconoscere un merito. Qualche giorno fa, precisamente nel riconoscere un dettaglio (peraltro pesantemente sfocato) di una foto che ritraeva un oggetto di archeologia zozzolercai… l’unica persona che fu in grado di rispondere immediatamente al “Cos’è” fu proprio lei…

donna-wcInchinatevi alla potenza della grande shogunessa “Mitsukunimitu” Chez Liza che per prima e prima di tutti ha riconosciuto in uno scoppio di bianchi e neri “Supersex” “Ifix Tcen Tcen” e per favore… tutti a pecora. Non si azzardi più nessuno a dire che ne sa di più… temo addirittura di scoprire che ne sa più di me…

Grazie zia! E’ un anno, quasi… Grazie!

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