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Clockwork Orcas 5.1

Clockwork Orcas 1 – Di Domenico Mortellaro.
Il primo romanzo di una saga a cavallo tra mythpunk, clockpunk e dieselpunk.

Cigolio e sferragliare di serratura. Una mandata, due, tre. I cardini della porta di ferro cigolarono sinistri, la penombra quasi impenetrabile invasa da una lama di luce verdastra e affilata. Aveva gli occhi aperti da un pezzo, ormai abituati al timido baluginare delle lampadine fioche lungo il perimetro esterno, proiettate a strisce dall’ombra delle grate contro la finestrella, in alto. Strinse le dita compattando i pugni, le rilasciò, strinse ancora, per risvegliare la circolazione e far passare quell’insopportabile formicolio. Aveva ancora il ferro gelato e pesante delle catene a fermargli il polso destro e l’avambraccio sinistro. Piegò il ginocchio, ruotò la caviglia per distendere diversamente l’unica gamba libera, la destra, visto che un fascione metallico stretto in bendature di lana gli teneva la coscia sinistra serrata al materasso. I pochi cenci che aveva addosso potevano strizzarsi per quant’erano sudati. In quel cubicolo di cemento il sole batteva a picco senza riuscire ad asciugare via l’umidità stantia che risaliva dalla vasca di raccolta delle acque proprio sotto il pavimento. I muri della stanza, che non avevano mai conosciuto la cortesia di un battiscopa, si erano visti la vernice corrosa e ammuffita già pochi giorni dopo la riapertura della cisterna. Quel cordolo verde maleodorante era solo uno dei segnali della insalubrità assoluta di quella cella. Dava bene l’idea di quanto valesse la sua vita ed il suo benessere per i suoi carcerieri.

Mentre la porta di ferro pesante si schiudeva del tutto, si stagliò nella luce dei neon del corridoio la sagoma algida che aveva imparato a conoscere. Braccio e mano destra di quella silouhette si mossero lungo tracciati che già conoscevano, rapidi come uno stiletto. Le dita ossute cercarono sul lato sinistro della porta l’interruttore e con il solito ticchettio i neon della stanza si avviarono lampeggiando prima, poi stabilizzandosi. Oggi i capelli rossi, lunghissimi, aveva deciso di portarli stretti in una coda molto bassa, adagiati su una spalla. Strinse le palpebre per proteggerle da quella luce così prepotente. Dalle fessure cui aveva costretto il suo sguardo, vide il volto di fronte al suo sorridergli in modo gentile e gli occhi abbassarsi come per pudore. “Come stai? Le ferite vanno meglio o il prurito è sempre insopportabile?”.

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Clockwork Orcas 4.5

Clockwork Orcas 1 – Di Domenico Mortellaro.
Il primo romanzo di una saga a cavallo tra mythpunk, clockpunk e dieselpunk.

“Arshile l’hai sentito anche tu, vero? E’ stato fin troppo chiaro: lasciate che sia Ulvyn a scegliere del futuro dell’uomo di latta. Ed Ulvyn ha scelto. Vuoi forse contraddire la lupa?” – “Metti da parte le fesserie, Gevorg, con me non attacca… so bene cos’hai in mente. Tu hai bisogno dell’uomo di latta. Tu hai voglia di vedere se gli ingranaggi con cui poniamo rimedio agli errori della natura e dell’uomo possono rimpiazzare pulegge e pistoni. Già… hai solo voglia di sfidare la Meccanica e provare a vedere se pelle e muscoli ricresceranno, se tornerà un uomo, un uomo e non la carcassa di latta e carne in cui siamo inciampati. Lo sai meglio di me, Gevorg: la Meccanica rifugge lo sporco, il grasso, il ferro. Non funzionerà!”.

Serrò le dita sul pagliericcio dov’era adagiato. Vedeva la luce del neon farsi più tenue, i suoni di quelle parole, quelle voci, farsi distanti ed ovattate. Confuse. Quel che sentiva lo scuoteva. Aveva il cuore che martellava sotto lo sterno impazzito: carne, latta, ingranaggi… pelle e muscoli che dovevano ricrescere- Non era curiosità, piuttosto terrore di non sapere.- Provò ad aggrapparsi alla realtà, a quel momento, con tutte le forze. Ma ogni dettaglio si fece di colpo ancor più confuso. Poche parole, mentre le voci si sovrapponevano e non riusciva più a capire chi fosse a parlare.

“Tu credi che Arshile disapproverà questo tentativo. E più forte ancora, tu credi che la Meccanica stessa si rifiuterà di adattarsi alla sua pelle nuova ed alla sua volontà. E questo solo perchè ha ancora del grasso che lo ricopre e qualche scheggia da cui ripulirlo. Sei cieca, Silvia. Mi fai tristezza, enorme tristezza. L’odio ti ha resa cieca. Al netto di viti e bulloni, strappati pistoni e connettori, questo corpo resta vivo, non puoi negarlo. Questa carne è viva. E ovunque ci sia vita, lì ci può essere la Meccanica. Rassegnati.”.

Il rumore di tacchi secco, sul pavimento, per un attimo lo richiamò dal limbo denso dov’era ricaduto invischiato. Non aveva più forze. Fece appena in tempo a sentire le ultime, confuse parole. Mentre, cercando la sagoma di quella donna sprezzante, riuscì solo a scorgere la parete verdastra infondo alla stanza e molto più vicina, la punta di uno stivale, nera, una volta lucida. “Se davvero ci tieni, Orologiaio, questo pezzo di carne putrida è tuo. Fanne quel che vuoi. Ho fiducia che Arshile stesso si ricrederà. L’ordine di abbatterlo arriverà a momenti, fidati di quel che ti dico. La tua è una bestemmia, Gevorg.”.

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Clockwork Orcas 4.4

Clockwork Orcas 1 – Di Domenico Mortellaro.
Il primo romanzo di una saga a cavallo tra mythpunk, clockpunk e dieselpunk.

“Silvia, sei giovane e hai sete di vendetta. Tu covi un odio feroce per tutti loro e posso capirlo, ma…” – “Taci, Gevorg, non vedi? Si sta risvegliando. Vuoi forse che muoia di paura nel sapere…” ed ora la voce elastica della donna aveva una nota ironica, sadicamente ironica.
“Non ricorderà nulla. Guarda tu stessa: non ha neppure la forza di aprire gli occhi. Vero? Vero, uomo di latta? Tu stai sognando, è solo un incubo, uomo di latta, torna a dormire, forza.”. E di colpo la voce dell’uomo si fece quasi leggera, paterna. L’onda arrivò calda, sciogliendo il gelo delle parole della donna, il freddo acuminato della sua minaccia neppure così velata. Eppure non era bastata a lenire le punture feroci che alcune di quelle parole gli avevano morso addosso. L’aveva sentito bene: morire di paura nel sapere… Cosa? Che cosa non sapeva? Cosa avrebbe potuto atterrirlo a tal punto da regalargli la morte? Perché ormai era chiaro: era di lui che stavano parlando. Era lui l’uomo di latta. L’uomo di latta al quale avevano strappato via pistoni e connettori, viti e bulloni, lasciando solo la carne viva. O fetida di morte, a sentire la voce gelida della donna nella mantella mimetica.

Parlavano di lui. Parlavano del suo corpo, della sua carne. Avevano dei progetti per le sue membra. E nulla di quel che sentiva lo rassicurava. Chi erano? Chi erano la donna così feroce e l’uomo così scostante che con un disincanto disarmante si contendevano la sua vita e la sua morte? E soprattutto, soprattutto chi era lui? Continuava a chiedersi terrorizzato il perché di quel nome: uomo di latta. Fece uno sforzo che gli apparve titanico. Cercò fiato a sufficienza per spezzare quel dialogo. Provò a parlare, protestare, farsi sentire vivo e cosciente. Nulla. Non un suono. Solo un flebile rantolo e le labbra e la lingua troppo asciutte per vincere l’attrito con quel poco di forze che riusciva a richiamare.

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Vetriolo 21 – Romanzo di azione e fantascienza di Domenico Mortellaro

Rimise tutto a posto: i fogli nella busta, la busta nel giornale, il giornale nel cruscotto, piegato meglio, questa volta, perché il cassettino si richiudesse facilmente. Scarrellò fino a fine corsa il sedile, appoggiò i piedi sul mascherone di plastica che copriva l’airbag passeggero e tirò fuori dal tascone dello sportello l’atlante Michelin. Sì, aveva colleghi capaci di accendere il Tom-Tom ed impostare come destinazione il luogo preciso dell’agguato che dovevano fare, in trasferta. Lui no, non lavorava così. Più di duecento chilometri tra Gallipoli e Canosa. Tre ore per andare, tre per tornare… oppure spostarsi altrove, tanto, per il saldo, c’era tempo e c’erano modi differenti. Sarebbe rimasto ad arrostire sulla spiaggia ancora qualche giorno, si sarebbe spostato per il sopralluogo e l’azione tra qualche giorno, senza fretta, per essere sicuro che nessuno, lì, a tenere un occhi aperto sullo zio e sulla sua organizzazione avrebbe potuto collegare la sua faccia, la sua storia e farsi venire qualche sospetto. Aveva tenuto sempre contatti a voce e preteso che nessuno gli si avvicinasse con un telefonino, soprattutto smartphone, per accennare anche minimamente all’operazione: “E’ una cosa di sicurezza mia e vostra: questo qui, il vostro amico, non è un morto di fame… le indagini, se crepa uno che sta bene a denari, la polizia le fa!”. Mentre risistemava l’atlante nel tascone gli capitò sotto gli occhi il bigliettino col numero di Valeria. Dov’è che ha detto che abitava? Barletta o Molfetta? Guardando l’atlante aveva visto che entrambi i paesi erano nell’arco dei 50 chilometri. Alla fine, se qualcuno gli avesse chiesto che ci faceva, per un controllo o qualsiasi altro inciampo, tirare fuori la storia dell’amichetta estiva non era una cattiva idea. Ovvio, con tute le accortezze del caso. Montò la batteria al telefonino, lo accese, attese che il software caricasse e prendesse linea. Digitò il numero, avviò la comunicazione… attese sette squilli, rimise giù. Nessuna risposta. “Tanto meglio, il mare stanca”. Due scatolette di tonno, una di mais, un paio di birre al fresco della sera, in quell’uliveto che nel viola del crepuscolo si faceva spettrale

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Clockwork Orcas 4.3

Clockwork Orcas 1 – Di Domenico Mortellaro.
Il primo romanzo di una saga a cavallo tra mythpunk, clockpunk e dieselpunk.

“Tu lo sai, Silvia. Ulvyn ha deciso che quest’uomo doveva vivere. Lo abbiamo abbandonato qui, dopo avergli strappato ogni traccia di sporco e peccato. Dopo averlo mondato dal ferro e dal grasso. Ulvyn avrebbe potuto divorarlo, sfamarsi per proseguire l’allattamento… ma ha rischiato la morte pur di non mangiarlo. Guardala, lì, ridotta pelle e ossa… pur di sfamare i suoi cuccioli lasciandolo in vita” – “Quella lupa ha sentito puzza di morte sudare da quella pelle, Gevorg. Ha sentito che quella carne puzzava di fetido, di impuro… per questo non l’ha mangiata, brutto pazzo…”. Cuccioli? Allattamento? Di cosa parlavano le due figure. Chi era Ulvyn, la lupa. Non c’erano altri suoni oltre quelle la molla e l’onda di quelle due voci, null’altro che potesse fornire il minimo indizio. Nel silenzio che parve interminabile, tra quei suoni che s’erano fronteggiati e l’onda che di nuovo giunse a dilavare le nuove increspature, ebbe modo di sentire altro, in modo diverso, concentrandosi sulla sua pelle. Rubando dettagli attraverso la pelle e non più i timpani. Sentì umido e freddo sotto di sé, attraverso qualcosa che ricordava un giaciglio scomodo, fatto di stoffa e paglia. Sotto la nuca uno strato quasi insignificante di tessuti lanosi copriva quello che sembrava essere un cuscino fatto di pietra.

La voce della donna s’era fatta cupa, sprezzante. Di chi stavano parlando? Di cosa? Provò ad alzare la testa, provò a tendere i muscoli del collo per sollevare il capo quel tanto che sarebbe bastato ad osservare meglio, anche solo a distinguere le sagome. Gli sforzi furono vani. I capelli non respirarono neppure, dietro la nuca. La testa non si staccò nemmeno un attimo dal fondo del giaciglio. Semplicemente, il suo corpo tremò nello sforzo e non trovò nemmeno un istante le energie che gli servivano. Non ricadde indietro, semplicemente non si mosse. Gli sforzi, accompagnati da un rantolo flebile a sporcare il silenzio, servirono ad attirare l’attenzione dell’uomo dal cappuccio di tenebra.

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Radio Quindinononvatuttobene – Quel che porto con me (10)

E la chiusura del cerchio è questa…

Vetriolo 20 – Romanzo di azione e fantascienza di Domenico Mortellaro

Riprese in mano i fogli e li guardò attentamente. Mettere una palla in testa a qualcuno, per tanti, era diventato un hobby, nemmeno più un lavoro. Precarietà e flessibilità avevano cambiato anche nel mondo dei killer le regole. La concorrenza albanese e slava si era fatta così spietata sui prezzi che, adesso, c’erano suoi colleghi disposti a risolvere il problema alla radice per cifre a due soli zeri. Ovvio, compravi quel che pagavi: lavori fatti male e spiate dietro ogni angolo. Le precauzioni, cazzo, le precauzioni. Il collega medio aveva già di per sé il vizio innato di trascorrere sui social un buon terzo della sua vita. Si accordava via whatsapp… se non gli avessero spiegato che era proprio sbagliato, sarebbe stato capace di taggare la committenza nella foto Instagram della scena del crimine, col sangue ancora fresco. Magari con la didascalia : “Lavoro fatto, passo a saldo!”. Ciccio Marino, la bestia a cui, suo malgrado, doveva la vita e qualcosa di più, lo definiva “L’ultimo dei romantici”. Del resto, il personaggio che aveva tirato fuori quel soprannome, era un eccentrico nel suo ambiente. Non ci avrebbe mai creduto nessuno ad un capobastone della camorra napoletana che prima di spegnere la luce sul comodino, prima della preghiera alla Madonna delle Grazie, indugiava sulle righe di Melville, Hemingway e Marquez. Sorrise, in quella ridda di pensieri sconclusionati, gli occhi fissi in quelli dell’uomo nella foto. “Io ti devo mettere una palla in testa entro dieci giorni… qualcosa me la devo inventare per odiarti… qualcosa…”. Tirò ancora dalla sigaretta, due boccate rapide. Ricapitolò le informazioni che aveva. Fulvio Naglieri, direttore dell’ufficio postale centrale di Canosa. Fiduciario dei libretti di risparmio dei detenuti del vicino carcere di Lucera. Un paio di operazioni ballerine e qualche migliaio di euro di troppo che cominciano a muoversi indemoniate da un conto all’altro. Diventando sempre meno. E chi lo controlla uno così? U paio di partite a poker perse, forse qualcuna di troppo. I creditori a casa. La macchina a fuoco. I conti sui libretti che non tornano. “Diretto’, rimetti tutto a posto… dieci giorni…” – “Certamente, non vi preoccupate, è stato un errore…”. Ma i soldi non ci stanno. I conti continuano a non trovarsi. “Vincenzo, questo non solo ha mancato di rispetto a questo signore di Gallipoli, che è un buon amico, ma ha messo nei guai pure qualche amico nostro nell’avellinese… “ Ciccio Marino, l’aveva creato lui il contatto, qualche settimana prima, al fresco della sera sul porto di Torre Annunziata “Qua gli ammanchi sono sempre di più, non ci si trova più ai conti… ‘Na cosa facile facile: tu ti buschi i soldi tuoi e noi tutti ci facciamo una bella figura con gli amici dell’Irpinia, eh?”. Tirò le ultime boccate con la stessa noncuranza con la quale aveva detto sì quella sera, all’aria salata del porto. Tempo per farselo salire sul culo l’avrebbe trovato.

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Radio Quindinononvatuttobene – Quel che porto con me (9)

Questa è un bel po’ speciale… ora per due motivi in più!