Clockwork Orcas 4.2

Clockwork Orcas 1 – Di Domenico Mortellaro.
Il primo romanzo di una saga a cavallo tra mythpunk, clockpunk e dieselpunk.

Fu una voce altrettanto grave ma pacata a rispondere a quelle parole. “Eppure, vedi Silvia? Vive. Vive ancora. Libero dall’orrore del metallo, quest’uomo ancora vive. Cosa resta, al netto di pistoni e connettori, viti e bulloni? Resta la carne. Ed è carne viva, quella…”. Questa volta i suoni non si muovevano come elastici fendendo l’aria e mutando ad ogni passo. No. Era un’onda lenta e uniforme che arrivava a dilavare le imperfezioni e la confusione scompigliata dei suoni di un attimo prima. Nel tremolare incomunicabile di quel buio squarciato dalle prime parole, un suono tiepido a portare ordine e quiete.

Di cosa parlavano? Della carne e della pelle di chi si contendevano il destino? Sulla vita di chi pretendevano l’ultima parola? Fece uno sforzo, cercò di aprire meglio gli occhi, schiudere le palpebre… ma tutto fu vano. Riuscì a spalancare gli occhi solo per pochi istanti, . Una fitta improvvisa lo costrinse a lasciare che si chiudessero ancora. Faceva fatica anche solo a tenerli aperti. Dovette accontentarsi di una fessura appena dischiusa per cercare di strappare al buio altri dettagli. Fortuna che, lì dov’era, aveva il viso rivolto verso la sorgente di quella voce pacata ed inquietante, quella voce maschile che blaterava di carne viva e di orrori di metallo. L’uomo che doveva aver parlato indossava una lunga tonaca nera. Calzava in testa un cappuccio puntuto. Aveva le braccia conserte poco sopra lo sterno. Immobile, regalava alla sua vista un’orbita unica, nera, sotto le falde lasche del copricapo. La luce gelida e fastidiosa dell’ambiente non valeva a rubare nessun dettaglio del viso. Lo immaginò giovane, comunque, ricordandosi al tempo stesso che una voce poteva mentire. L’onda calda tornò a spandersi aprendo il suo fronte proprio dal fondo di quell’antro di stoffa.

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Vetriolo 19 – Romanzo di azione e fantascienza di Domenico Mortellaro

C’erano deficienti, nel suo ambiente, tra i ragazzacci napoletani vissuti a pane, morte e camorra, che i contratti li accettavano via Whatsapp, si facevano spedire foto ed indirizzi dell’obiettivo condividendo file su Telegram, convinti che “questa conversazione si autodistruggerà dopo trenta secondi dalla tua lettura…”. Peccato che i coglioni non avessero ancora capito che nei server i loro messaggi transitavano e si fermavano, registrati ad uso e consumo degli sbirri all’ascolto. Applicazioni che andavano bene al massimo per scaricarsi pacchi di corna tra mogli e mariti… niente di più. Nella busta da lettere c’era un indirizzo con la dicitura casa, uno con la dicitura ufficio, la foto di una palazzina nobiliare coi fiori al balcone e un portone di quelli antichi, in legno, tutto intagliato e la foto di un ufficio postale soffocato da un casermone residenziale da sessanta appartamenti. Un altro foglio aveva sopra l’immagine di quello stesso condominio ripresa dal retro – come recitava la didascalia scritta in uno stampatello da lettering da fumetto o da analfabeta di ritorno – con la dicitura “Ingresso secondario direttore”. Seguivano due foto sicuramente ricavate dal profilo Facebook dell’obiettivo. Giacca e cravatta, foto da ufficio, di quelle da incorniciare se diventi Presidente della Repubblica. Poggiò il plico su una gamba e tirò fuori con la sinistra, libera, il pacchetto di sigarette dal marsupio. Lo fece cadere sul tappetino dopo aver sfilato una Chesterfield a doppia capsula, menta e mora. Schiacciò tra i denti i due ovuli di plastica stretti nella spugna del filtro. Un profumo dolciastro da Arbre-Magique gli dilavò le dita e riempì il naso. Continuando a tenere tra i denti il filtro, girò con la destra la rotella dell’accendino e fece fuoco al primo colpo. Tirò una boccata generosa rinfrescandosi il palato col sapore chimico della menta addizionata. “Guarda che quella merda uccide più del catrame…”. Come si chiamava il vecchio saggio che gli aveva regalato quella massima irrinunciabile? Va a ricordarlo, ora… L’occhio gli cadde sul tappetino, quasi a cercare la scritta “Il fumo uccide” listata a lutto. Riconsiderò gli ultimi trent’anni e tornò a ripetersi, come faceva ogni volta che si chiedeva se non fosse arrivato il momento di smettere, che di certo le sei o sette sigarette al giorno che fumava erano un dettaglio negli ultimi trent’anni di esperienze solo un po’ più chimiche ed elettrizzanti.

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Clockwork Orcas 4.1

Clockwork Orcas 1 – Di Domenico Mortellaro.
Il primo romanzo di una saga a cavallo tra mythpunk, clockpunk e dieselpunk.

“… gli hai strappato pistoni e connettori, hai scavato nella sua carne putrida per tirare via viti e bulloni… e cosa resta adesso? Un pezzo di carne che forse nemmeno respirerà più tra qualche ora… ”. La profondità fastidiosa di una voce rimbalzava nel buio denso, cambiava tono e velocità. Rallentava per poi rincorrersi e tornare normale. Si tendeva elastica e tremolante per tornare abissale e lasca, come una molla tirata che avesse terminato il suo momento.

Gli occhi si schiusero debolmente. Giusto quel poco che permetteva alla luce dei neon di filtrare, accendere una candela fioca e grigiastra su quella stanza che sapeva di rancido. Verdi. Le pareti erano verdi. Di un verde slavato, scalcinato. Qua e là cedevano il passo ad un bianco sporco, polveroso di calce. Muri scrostati di quella che sembrava una vecchia scuola. Riuscì ad intravedere la punta di un piede dalla sua posizione. Forse il suo, inguainato in uno stivale militare. Poco più in là, oltre la punta lucida di quell’appendice, che non era sicuro di sentire sua, la sagoma slavata di una donna, avvolta in una mantella mimetica scura. Capelli neri corvini che, credette, dovevano incorniciarle appena il viso per poi finire a seguire i contorni della mandibola e del mento. Non più lunghi di tanto. Non era sicuro, però. Mettere a fuoco quel che vedeva attraverso gli occhi ridotti a due fessure era impossibile. Più che contorni, le sagome si distinguevano per macchie di colori. Era una voce di donna, quella che aveva sentito prima, che lo aveva senza volere richiamato da un limbo fatto di buio e silenzio, un limbo che puzzava di pelo di cane bagnato e di fiato fetido. La luce si spense di nuovo, passando di colpo una pennellata di nero su quel riquadro confuso. Le palpebre, pesanti, dovevano essersi richiuse. I suoni, invadenti, continuarono a muoversi confusi lì dove non c’era luce, confondendo i pochi riferimenti che era convinto di aver guadagnato poco prima.

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Vetriolo 18 – Romanzo di azione e fantascienza di Domenico Mortellaro

Il bic impolverato, pescato fuori a fatica tra sedili impolverati e binari di sedile incrostati e ingrassati di briciole, lubrificante e terreno, scattò con la sua fiammella al terzo o quarto tentativo. Portò l’ugello accanto alle labbra. Soffio due colpi forti e intensi per liberarlo da un batuffolino di lanugine incastrato lì chissà come. Le case andrebbero tenute pulite. Anche le case estive. Vincenzo considerò questo guardando i ciuffetti azzurrini sparsi sull’ampio cruscotto nella luce del tramonto. L’idea di una casa su ruota, che non fosse una necessità ma un’abitudine, però, gli restava densa proprio dietro il pomo d’Adamo, senza voler scendere. Si sentiva soffocare all’idea di una esistenza così zingara. Le precauzioni, cazzo, le precauzioni. Cercò il bigliettino negli scomparti vuoti delle carte di credito. L’aveva piegato ed infilato lì dentro. Lo aprì: il numero di telefono di Valeria. Dal borsello appeso al poggiatesta del sedile anteriore del passeggero tirò fuori un vecchio Nokia modello badante. Un GSM da museo, di quelli con la cover verde acido intercambiabile. “Cazzo è cambiato da allora? Prima ti vendevano la scocca, ora il guscio della scocca… a conti fatti i finlandesi stavano più avanti di Steve Jobs e cominciarono vendendo carta da culo…”. La batteria del telefonino finiva sempre troppo infondo alla tasca del marsupio, per essere presa con facilità. Si rigirò il fogliettino tra le dita della sinistra, indeciso se montare il telefono e chiamare la ragazza oppure no. Una sprovveduta strafatta come lei, di sicuro, era una di quelle persone da chiamare per non più di trenta secondi, il tempo minimo perché chiunque all’ascolto potesse intercettare la chiamata ed agganciare la cella. Le precauzioni, cazzo, le precauzioni. Poggiò tutto sul tappetino sotto il sedile, ci avrebbe pensato dopo. Aprì il portaoggetti del cruscotto, vinse la resistenza del giornale spiegazzato e lo tirò fuori riportandolo a grandezza naturale. Aprì e tirò fuori la busta da lettera bianca. “Facciamo un po’ di compiti…”.

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