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Solitamente…

Solitamente non mi chiedo mai che effetto possa fare dar la mano a qualcuno. Solitamente non mi chiedo mai come do la mano o come stringo o come mi muovo o come bacio. Dovrei? Non lo so… non lo so davvero… mi sembrerebbe tutto poi così finto, così irreale. Mi sembrerei diverso da me se stessi a guardare a come faccio o non faccio qualcosa. Poi, figuriamoci, ansie del genere ti vengono regolarmente quando hai di fronte azioni che sono tutte collegate alla sfera dell’emotività… non rifletti sul come compi il gesto di scrivere o di stare acciambellato a guardare la TV o simili.

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E niente… mi era venuto questo pensiero… meglio, questa paranoia. Più che altro perchè spesso comunico o troppa respingenza o troppa affettività e quindi… boh, magari ci sta che la gente mi dica: “Così non mi piace” o “così ti viene bene”. Però un conto è saperlo, un conto è finire per arrivarci per vie sghembe. E… credo sia normale, alla fine, farsi venire un minimo di ansia.

Eppure mi sono informato: c’è gente che gradisce jogurt bianco e pompelmo… mah!

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Ci andrò con te, in Giappone! Che poteva anche chiamarsi: Le ansie sono gabbie dorate… ed i pezzi dei puzzle hanno incastri precisi

Io non sono cattivo, mi verrebbe da dire… è solo che mi disegnano così. Mi disegnano come un pezzo di puzzle da mille tasselli. Sono mille lì dentro. E nessuno è uguale all’altro. I pezzi del puzzle da ventiquattro pezzi sono grandi, enormi. Sembrano tutti così grandissimi che metterli insieme è facile, sempre. Eppure anche loro, con i loro spigoli e con le loro anse, sono unici. Semplicemente, in una scatola da ventiquattro pezzi facili facili, trovare la combinazione è un gioco da ragazzi. O da bambini di quattro anni. Io a quattro anni facevo i puzzle della Disney in confezione da ventiquattro pezzi. Mille è più facile da scrivere di ventiquattro. Mille è un numero rotondo. Eppure le confezioni millepezziravensburgerfacilifacili non lo erano per niente. I pezzi sono più piccoli. I concetti di grande e piccolo sono relativi. Io sembro grande a tutti, grandissimo. Non è così. Se fossi un pezzo grande di un puzzle sarei facile, ma facile davvero. Invece sono piccolo, piccolissimo. Esistono puzzle da duemila pezzi? Duemila è più difficile di mille. Da scrivere. Da assemblare.

Ed io lo so che è difficile, così difficile da credere e da chiedere, ma non esiste posto più bello, per me, da dividere con chi ha spigoli compatibili, che il Giappone. Non esiste nulla di più bello che i Macachi delle Nevi di Hokkaido, che sono come me, teneri, sonnacchiosi e pagliacci. Vorrei vederli con te, se sei all’ascolto ed hai spigoli compatibili, proprio con te che come me hai gli spigoli… a differenza loro, che sono così morbidi e possono giocare nella neve tutto il tempo.

Io ho troppi spigoli. O forse un solo spigolo ed una sola ansa. Non simmetriche. Il mio spigolo è grosso grosso e pronunciato. Il mio spigolo è di quelli enormi. Non è ansia da dimensioni, ma mera constatazione che quella precisa protuberanza, quel promontorio così bello e seducente del mio essere creativo, inafferrabile, sfuggente, terribilmente sulle sue o terribilmente sui palchi al centro dei palchi al centro dell’occhio di bue che si piazza al centro dei palchi… poi proprio come i cazzinculogravissimi… trovare un posto dove metterlo senza far male diventa complicato. Anse così capienti intorno non ne vedo.
E la mia ansa è piccinapicciò, come la signorina Minù dei cartoni animati. Come la Balena Giuseppina che stava nel bicchiere sul comodino a fianco al letto. Quell’ansa stretta stretta si chiama “disponibilità nei confronti dei compromessi col mio tempo e modo vita”. Quell’ansa si chiama disponibilità a rispondere al telefono, ai contatti col mondo, alle richieste di appuntamento, alla precedenza non tanto agli incroci stradali quanto a quelli delle vite. E la mia ansa si chiama ansia altrui che sono disposto ad accettare. Per essere più precisi “livello dell’ansia altrui che sono disposto ad accettare”.

E ti sembrerà ancora più strano, ma, se sei all’ascolto, se stai guardando… fatti un bagnocon me in quei colori. Ci andiamo… se scegliamo di dividere un bel po’ di tempo è lì che andiamo, dall’altra parte del mondo, dove lo sciacquone del cesso gira comunque in senso antiorario… ma i colori sono tutti diversi. Non ci credi che voglio scattare a colori? Sì, perchè mi piacerebbe metterci anche i tuoi, lì dentro.

Un ingegnere vive di certezze granitiche, di tempo e spazio che sono cose chiare e inconfondibili… chi crea, chi inventa, chi scrive, chi esprime attraverso mille canali possibili, non può vivere di certezze. E’ l’incertezza per dogma, è l’irrazionale per principio. Perchè si mette in discussione ad ogni virgola, ad ogni scatto, ad ogni passo sull’asse del palcoscenico… e dal mettersi per se stesso in discussione riceve nuovi spunti e nuovi stimoli. Chi crea non si bagna due volte nello stesso fiume. Chi crea è il fiume. Chi vive di ispirazioni, momenti, lampi, non ha tempo per chi chiede tempo, non ha sicurezze da donare, non ha programmi da scrivere. Non ha ampolline indistruttibili dove riporre ansie da “Dove sei finito? Che vita fai? Perchè non rispondi?”.  Chi crea va afferrato come l’aria che egli stesso cerca, come il respiro che sembra sfuggire a chi crea. Non si può mettere l’aria in scatola. L’acqua che sgorga e che metti sottovetro è morta nel momento stesso in cui la tappi. Ed io non so morire. Non ora.

E se ancora stai leggendo e ci credi, se credi che gli spigoli che abbiamo siano compatibili, vieni a chiudere gli occhi con me in quei tramonti dove il tempo non esiste. Ti leggerò una favoletta antica e nera, ti leggerò “La più grande balena morta della Lombardia”, tutto d’un fiato. E ti accorgerai che la storia della “tutina della chicco per uscire nel nulla assoluto” è tutto fuorchè una leggenda. Che quella tutina è la verità… è lo spigolo di cui ti parlavo. Hai un’ansa, un cassetto, dove conservarla per me quando mi fermerò da te?

Io non sono cattivo, è che mi sono ritrovato a disegnarmi così. Io sono un pezzo di puzzle mille pezzi. La Ravensburger, azienda leader nel settore del puzzle, garantisce la assoluta combaciabilità dei suoi pezzi ed assicura che esiste sempre un incastro corretto corrispondente Si tratta di trovarlo. E di cucirmi addosso un bel cartello: “Accetta, accetta che io sia aria. Accetta che ci siano giorni di bonaccia morta, accetta la Bora che potrà spirare. Accetta di dovermi cercare e trovare come nelle giornate estive e dopo accetta di non volermi tra i capelli in ogni momento. Prendimi – se ci riesci – e trattienimi inafferrabile come sono. Posso scegliere di fermarmi ad accarezzarti… e posso scegliere di farlo per tanto e tanto tempo… ma davanti alle gabbie, alle pareti, all’aria che manca nel petto, accetta che io fugga via, terrorizzato e lasciami andare Perchè compresso puzzo di stantio, di chiuso. Perchè stretto tra quattro pareti fuggirò, appena avrai bisogno di aprire una finestra, per cambiare un po’ l’aria!”.

Li vedi quei colori? lo senti dentro questo invito al viaggio? In Giappone le cose vanno via veloci, anche, se cen’è bisogno. In Giapoone la vita sa correre inafferrabile come le luci e sa fermarsi a farsi mangiare, senza grandi sapori, per carità… esclusivamente con lo sfizio dei colori, ordinati, pezzettiniquadratinibellissimi
ed assieme a loro i sapori decisi nascosti nei colori pastello dello zenzero e del wasabi… che sono così delicati che mai diresti!

Una sola cosa, ti prego… i miei spigoli.
Perdonami… i miei spigoli.
Non perdonare loro, perdona me…

Accettali… sono quelli che mi mi fanno pezzettino… millepezziravensburger tra novecentonovantanove altri.
Oppure fammi un sorriso, scusa… e va bene così!

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Le rane (quel giorno ho sentito…)

E non mi vergogno a dire che son dovuto arrivare a trentatre anni suonati, quel giorno, per dirmi che era la prima volta che sentivo davvero, tutt’attorno, il gracidare delle rane.
Mi chiesi dove ero stato, fino ad allora. Mi chiesi che fine avessi fatto.
Perchè ero terrorizzato, dall’ idea e dal terrore del senso. Il senso che m’avrebbero fatto. E il senso in pischiatria è disagio, ansia, panico.

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Mi chiesi se era il caso di avere paura… ma volevo scattare questa foto. Mi chiesi dov’era lei… quasi servisse a farmi coraggio. Ma lei che già le aveva viste e sentite da piccola, nelle scorribande corsare delle domeniche lontane dal nostro paese senza le rane, lei s’era attardata indietro. Era lei ad avere paura(?).

Non so perchè questa foto fosse più forte della paura del senso che avrei provato nell’incamminarmi tra le rane che gracidavano e saltellavano. Non lo so davvero. Ma la scattai!

 

 

?

Mi dissi che ero stato
Affermativo.
Avevo vinto io ed ero un punto.
Esclamativo.
Sorrisi… sorrisi di gusto
Mi chiesi quante domande avessi in testa
Mentre nell’acqua lo vedevo
E desideravo portarlo disegnato con me:
?

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La Big Conspiracy Theory degli oggetti che spariscono e ricompaiono…

Ed esiste una Teoria da me elaborata secondo la quale gli oggetti – motu proprio – lasciano la tua abitazione e ci rientrano per mille ragioni diverse. Tipo, prendi a caso, le tronchesine tagliaunghie che, ingelosite perchè prendi di colpo ad usarne una diversa, in vibrante polemica con la tua scelta, scompaiono. E non le trovi più. E, bastardo, ti ricordi di loro solo quando rimembri che c’avevano loro e solo loro quella particolare limetta che ti serviva per quel particolare e differente uso creativo per una volta non sessuale. E loro sono già andati via – gli oggetti dico, non gli usi sessuali. E stai lì a rivoltare i cassetti del bagno. E non li trovi quegli oggetti. Ed a Chi l’ha visto la Sciarelli non è d’aiuto. E non servono i manifestini A4 strappalacrime in cui prometti ricompense. Nessuno li ha visti. Volatilizzati. Scappati di notte. A comprare le sigarette. A cert’altri succede – poveri, loro con una sola tronchesina per unghie – che avviano una convivenza o una coabitazione temporanea e come degli stupidi cominciano ad usare la tronchesina del/della convivente/coabitante. E della loro proporia non c’è più traccia. E cominciano i sospetti di sabotaggio. Cominciano i sospetti di sciatteria. Cominciano i sospetti di furto e cleptomania. E della tua tronchesina nessuna traccia. E chi vive in casa co te si giustifica in mille modi, ci scherza, diventa canzonatorio… poi si incazza e ti accusa di paranoie. Poi si incazza e ti minaccia di querela per calunnie. E poi tipo finisce la convivenza o finisce la coabitazione, quasi sempre per altre ragioni… e misteriosamente ritorna la tua tronchesina. La ritrovi sul mobile dove hai guardato milleuna volta e milleuna notte… E Li’ NON CI STAVA! Ed ora è lì. Come Robert De Niro in “Angel Heart Ascensore per l’Inferno”. Seduta in poltrona con un uovo in bocca. E ti guarda con la faccia stupita di chi dice “Ehi tu, io non mi sono mai mossa di qui!”.
E ti rendi conto che gli oggetti hanno una vita propria. Che è più bello e comodo pensarla così piuttosto che dirsi, ahimè, che esiste la teoria del complotto sulla sparizione degli oggetti e che tu sei vittima di una cospirazione planetaria che per farti credere pazzo ti fa sparire e ricomparire gli oggetti… tipo una tronchesina per unghie con su scritto Paolucci… una tronchesina per unghie come questa qui.
Almeno abbiamo risparmiato i soldi del riscatto!

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Ne riparleremo ma… i Baustelle sono un romanzo di formazione ben riuscito!

Tasche sfondate, pungi chiusi… avrei bisognoi di scopare con te!

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Ora…

… come tutti sicuramente ricordate, da qualche parte, cioè tipo qui, vi spiegai cosa volevo chiedere in dono a Babbo Natale. Deve avermi ascoltato con qualche mese di ritardo, ma come al solito, come tutte le cose che arrivano tardi ad eccezione dell’orgasmo, qualcosa non è andato per il verso giusto.
Credo mi siano arrivate le mie cose. Ho una sensazione di profondo ed insostenibile gonfiore… ma non è orchite. Tutta raggrumata “nei miei cosi”… che più o meno per transfer sono “le mie cose” di una donna. Ed il possesso di beni indistinti non c’entra. Ce l’ho tipo oggi che è martedì ma voi lo saprete mercoledì. Credo di aver bisogno di un buscofen emozionale… ma soprattuttp credo di aver voglia di testare quante di voi le donne sono disposte a riconoscere “i miei cosi” come alibi per comportarmi da perfetto pezzo di merda esattamente come io sono costretto a credere che “le vostre cose” siano un alibi piuccheperfetto per essere stronze nel midollo!

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Alle volte ci sono cose complicate per essere scritte…

Ed allora quelle cose vanno poi dette… e credo si attenda e sia normale attendere con tanta ansia il momento in cui quelle cose verranno dette, verranno comunicate. Ed allora adesso mi guardo in attimo dentro e vi racconto una cosa… vi racconto come ci si sente, vi dico di quando l’ansia acchiappa e fa fare cose strane. Perchè e solo perchè spesso ci si dimentica qual’è stata la prima volta di una di quelle esperienze… ci si dimentica come le cose cominciano, ci si dimentica il perchè… oppure ancora non lo si conosce!

attacchi di panico

Si potrebbe cominciare dalla sala d’aspetto di una grande stazione italiana, tipo, che so, fate voi… immaginatevi Roma. Ecco, immaginatevi Roma di marzo, a pomeriggio… però d’inizio marzo. Piovoso oltretutto, ma poco… mettiamola così, piovigginoso. E mettete che c’è uno che sente piano, molto piano, una scossa di ansia mentre esce dal policlinico di Roma su Viale Regina Elena… dalle parti del dipartimento di psichiatria. Ma non è paziente, no, studia lì.

Cammina lentamente, quasi godendosi la pioggerellina che cade sottile. Sì, è uno allergico agli ombrelli. Non li porta con se. E allora tira su ul bavero dell’impermeabile da sbirro non proprio della narcotici, calza il cappuccio che quell’impermeabile curioso ha abbottonato dietro e cammina. E sente quella stretta nello stomaco ma si dice che passerà, basta stare tranquilli, camminare un pochetto e tutto si aggiusta. Invece…
…invece no! Perchè quell’ansia cresce, invece. Quella stretta allo stomaco da essere gentile diventa sempre più forte. C’avete presente quando bussate e sapete che chi cercate è in casa? Beh, cominciate a bussare più forte. L’ansia fa così, fa la stessa cosa: bussa prima con una stretta gentile, poi strizza sempre di più e diventa un casino gestirla. Perchè comincia a far male, comincia ad essere onnipresente quella stretta, comincia a diffondersi pian piano all’intestino ed all’esofago. E così si comincia a tossire, tossire con qualcosa che preme e sembra volersi far largo: conati di vomito.

panico

Adesso sotto il cappuccio, tra la pelle e il tessuto impermeabile del bavero del colletto, sente imperlarsi la pelle di goccioline di sudore freddo. Il sudore freddo lo senti molto più di quello caldo, accende immediatamente una spia dentro di te… nella tua consapevolezza che quei brividi che senti te li sta donando proprio quel sudore che normalmente dovrebbe comunicare caldo. E sei arrivato nei pressi della galleria della stazione… e sai che tra poco passerai nel grande piazzale, dovrai raggiungere l’ultima piazzola e sarai finalmente sul mezzo che ti riporta a casa. Invece…
…invece no, perchè quella stretta si sta fa  cendo insopportabile. Ed allora decidi che la cosa migliore da fare è farla passare guardando le vetrine. Guardando le vetrine, fumando una sigaretta, magari guardando la vetrina della Libreria che c’è lì nell’androne delle biglietterie. Cerca un libro, uno solo, molto, troppo importante… chissà se lo ha finito, poi di leggere… cerca “Amore Mio Infinito” di Aldo Nove. Invece non si trova quel libro nella vetrina. La copertina la riconoscerebbe tra mille e quella non c’è. C’è la balena di plastica di “La più grande balena morta della Lombardia”… ma i due bambini pupazzetti che si guardano, quelli no, non ci sono. E di colpo la stretta sta diventando insopportabile. Ed allora si concentra… e fissa le copertine. Tutte, quelle dei thriller italiani, quelle dei noir italiani… in cerca di qualcosa di nuovo uscito. Così, per distrarsi.

Invece piomba tra tutte quelle copertine. Finisce ubriacato dalle lettere, finisce sommerso dai nomi e cognomi. E in quei nomi e cognomi non ritrova più il suo… non sa più come si chiama, non sa più chi è non sa più dove si trova, non sa che ore sono… niente. Vuoto, buio… e paura. Una paura totalizzante. La paura di avere paura. Si rifugia così nella prima caverna sicura che trova: la sala d’aspetto. Si siede. Mette a terra la ventiquattr’ore. Resta fermo, immobile. Essere lì seduto lo tranquillizza. In una sala d’aspetto si aspetta, infondo. Che cosa vuoi che succeda? Chi vuoi che ti fermi e ti chieda qualcosa che ti costringe a ricordare che non ricordi? Resta lì fermo, immobile. Adesso non sa nemmeno perchè.

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A salvarlo, dopo un pochetto di tempo, per l’esattezza 2 ore e 20 minuti… secondo più secondo meno, è il trillo del suo telefonino, la suoneria che indica la chiamata in arrivo. Apre la giacca, cerca il telefonino. Sente la rassicurante vibrazione, guarda il display: “Mamma”. Apre la comunicazione, sente la voce… di colpo utto va a posto. Di colpo il circolo dell’ansia e della paura e del panico si spezza. Parla… ricorda. Chiude normalmente la comunicazione. Si alza… si ricorda il suo nome, ricorda dov’è, ricorda perchè… si alza in piedi… il tempo dell’attesa è finito. Esce nel piazzale, senza curarsi di riguardare la vetrina della libreria. Lo farà domani, magari. Esce e sta piovendo. Piove forte ora. Non calza il cappuccio… perchè sente le lacrime invadergli gli occhi, debordare sul viso. La pioggia val bene a mascherare… Ancora a tutt’oggi, ad anni di distanza… pur rimanendo gli stessi i sintomi… le ansie e le loro motivazioni cambiano. Se dovessero chiedere oggi il perchè di quello scatto di panico – il primo – credo non saprebbe darvi una risposta!

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Fate DA bravi… C’avete presente i culdèsacc? Cioè quelle situazioni a buco di culo, anoidi, dalle quali non riesci ad uscire? Eh, appunto… Aiuto!

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Le definiscono benedette o maledette spirali dell’ansia: tipo sono in ansia perchè non riesco a parlare bene e questo non palrare bene mi fa rimandare una chiacchierata che mi mette ansia fare e quindi l’ansia crescente per la telefonata fa crescere l’ansia del parlare e l’ansia del parlare fa parlare male e fa crescere l’ansia perchè si allontana il momento in cui puoi parlare bene e quindi monta anche l’ansia della telefonata che si rimanda e tutto il resto appresso? Sì ecco… mi sono spiegato. E vi ho fatto venire l’ansia. Mal comune mezzo gaudio! Fai DA bravo, Domè (io me la posso accentare la E… pochissime persone lo possono fare!)… statti quieto e vedi che le cose si sistemano. Non è che ti fucilano a giorni… cioè, più o mneo… e nemmeno tu ti fucili! Lascia che le cose siano un po’ naturali…
Vabbè ‘sta canzone mi fa piangere…

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Oggi è il giorno più di Merda dell’Anno! Che poi dovrebbe essere un post in cui si parla di buoni propositi prima della scadenza…

Di cosa sia la vigilia e della sua valenza ne abbiamo già parlato il giorno 24 dicembre e dovrei mettere un richiamo alla pagina ma non lo faccio eppure è di questo che parleremo oggi.

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Oggi che è Antivigilia… quindi un giorno in cui si attende un giorno in cui si attende. Quello che aspettava Godot, quando si è inventato la storia di quelli che aspettavano Godot, pensava al 30 dicembre.
Il 30 dicembre è un giorno di Merda. Se poi voi siete anche di quei pervertiti che vanno in chiesa come perversione e che quindi guardano il calendario per sapere a chi fare gli auguri, sappiate che nel 30 dicembre è stato concentrato un elenco di cosi dai nomi inutili… per cui difficilmente oggi romperete il cazzo a qualcuno costringendolo in uno dei 364 giorni a seguire a ricordarsi che dopo aver cercato il vostro giorno fortunato deve farvi pure gli auguri. E questa è una cosa che si chiama Onomastico.

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Il 30 dicembre non è buono nemmeno a fare gli auguri-pompino (che hanno la stessa funzione dei commenti-pompino ma non solo dentro i social bensì nella vita di ogni giorno). Il 30 dicembre non serve proprio a un cazzo. Anche perchè i buoni propositi, che sono il sale di ogni fine anno… che se arriva l’anno nuovo e devi ancora trovare i buoni propositi cominciamo proprio male, i buoni propositi si scrivono il 31.

A me però quelli che non servono a un cazzo mi stanno simpatici… a meno che non mi pesino sul portafogli o non si droghino o cose così. Quindi ho deciso che i miei buoni propositi per l’anno venturo li scrivo oggi e traccio oggi una riga… che domani sai che palle farlo? Domani so già che scrivervi.

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Allora: i miei buoni propositi, cioè quello che tecnicamente da un cinico di merda ome me non ti aspetteresti perchè dice che io non credo in niente nemmeno nel nichilismo sono quelli di:
– Spiegarvi domani cosa significa “Annonoviano” e “Annonoviesimo”… perchè giustamente si fanno gli auguri se si crede in qualcosa… e io credo molto nell’anno nuovo, appartengo a questa religione… solo che sono un pessimo praticante molto credente. Ah sì questo non vale perchè domani non è anno nuovo…
– Scrivere e completare: “Volevo vivere felice… poi m’è scappato da cacare”.
– Scrivere e completare una raccolta di racconti brevi, stronzi, surreali, cattivisti e pure un poco zozzi… dal titolo ancora non lo so…
– Controllare lo sfintere anale e farmi scappare da cacare il meno possibile.- Imparare a dire No! (e qui si sputtana quell’aura di cinismo? boh forse sì ma essere sinceri è un buon proposito che ho fatto e che sto rispettando più o meno sempre).

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– Aumentare la viscosità di questo blog, cioè mettere il link quando cito un post precedente così gli stronzi che passano a leggermi incuriositi cliccano ed uamnetano il numero di pagine visitate e questo diventa un blog vendibile anche come prodotto commerciale… non provateci a copiarmi, stronzi, i vostri blog commerciali non lo sono nemmeno per il cazzo.
– Scrivere con meno parolacce e con uno stile più aulico (per ricordasrmi di essere un pessimo praticante dell’Annonoviesimo” devo sempre mettere cose che non farò,. tipo quando dici “Essere sempre preparato all’interrogazione, non fumare più le canne, smettere di fare i bocchini a tutti quelli che mi fanno gli occhi dolci nel bagno del bar dove vado…”).
– Tenere educatamente lontane le persone nocive.
– Spiegare educatamente che sono un essere umano e come tale vado trattato senza troppi scossoni. Se uno lo hai spiegato bene e non capisce, scuoterlo forte tipo calci pugni pietre e mazze e questo si chiama legittima difesa.
– Scoprire il segreto di quella cosa che si chiama felicità, senza dare le chiavi dell’auto che hai guidato per arrivare lì a nessuno… che finisce sempre che ti ci lasciano solo in quel posto, senza nemmeno la tua macchina e tu che non ci sei mai stato ti spaventi perchè a casa non sai tornare.

Niente, in buone parole e in poca sostanza… ecco tutto.

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Ah, sì… il collegamento alla pagina del 24 non lo trovate. Non ora… vale dal prossimo anno!

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