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Escher e il termosifone

Mi inventai un ciclo di cose che scrivevo e facevo raccontare a Mastro Escher… sì quello che avete capito voi. Misteriosamente a dieci anni di distanza, le ritengo ancora valide!

Nel mio di termosifone, oggi, non ci si può entrare. Normalmente è solo un vecchio termosifone, funzionante ed anziano. Ma oggi, da quando ci sto pensando… mi sembra ancora più antico, ancora più strano, ancora più incredibilmente impenetrabile. Stacco la presa elettrica del portatile, disconnetto da internet il mio LapTop e mi sposto in bagno. Voglio guardarlo mentre scrivo. Voglio capirlo, leggerlo e scriverci su.
Una breve, violentissima epifania, al solo guardarlo:
Sento una mano che si poggia sulla mia spalla: “Buonasera signore… voleva vedermi?”. E’ un signore distinto a parlare. Indossa abiti di un epoca che non conosco… la sua figura è virata in sepia, o filtro fotografico marrone. “Sono il progettista disegnatore del suo termosifone… non riuscirà mai a penetrarne i misteri: l’ho concepito come ogni mia opera…”. Mi chiedo chi sia quello strano signore d’un vecchio tempo che fu… glielo chiedo.
“Mio caro signore… Sono Mauritius Cornelius Escher… e lei sa benissimo che non penetrerà i misteri della strana creazione che ho voluto porre nel suo gabinetto…(una lunga pausa, volge lo sguardo e attira il mio in direzione del termosifone, si china un po’ per poi indicarmi un punto preciso tra il secondo ed il terzo modulo da destra e porgermi un binocolo…)”…guardi pure coi suoi occhi…”… un koala di taglia piccola salta di modulo in modulo… terrorizzato! “Quello, mio educato signore, è il Rapporto di Minoranza del suo Successo… è il solo convinto della possibilità concreta che lo Scrivente e Kuntz vincano tenendosi per mano…”… (il mio sguardo è stranito, sconvolto) … “…Finchè il suo rapporto di minoranza resterà segregato in questo termosifone, mio caro… lei non riuscirà a parlarne in modo coerente e soddisfacente…”, alza il berretto per salutare e si infila nel piatto doccia scostando solo per lo stretto necessario la tendina.
Escher-Drawing-hans.jpg“La saluto signore… e ricordi… quel termosifone l’ho progettato io!”… Mauritius Cornelius Escher.

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Del cazzinculo gravissimo di usare con la gente cui vuoi bene espressioni tipo “Non farmi questo!” o peggio “Perchè mi hai fatto questo?”… quando non sono consone!

Voi nemmeno avete idea di che casino inenarrabile combinate nella testa delle persone. Io a questa cosa ci ho pensato molto quando ho visto in TV lo scorso Natale “Natale in casa Cupiello” che è un’opera teatrale magistrale che dovrebbero trasmettere ogni giorno dell’anno, mica solo a Natale. Perchè non parla di Natale ma di famiglie. Perchè non para di presepi che non piacciono, parla di serenità familiari che non esisteranno mai. Perchè dio non esiste e quel presepe è solo una costruzione che non rappresenta niente. E le famiglie sono posti problematici… e come ho già detto non rompete il cazzo se pensate di avere una famiglia disfunzionale… le famiglie sono tutte psicotiche!

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Io non voglio perderci troppo tempo su questa cosa perchè un concetto deve essere chiaro. Nel rapporto tra persone esistono sgarbi, violenze e scortesie. Per dire… se uno mi pesta un piede o mi da un sonoro calcio in mezzo alle palle, io lo guardo e gli dico “Perchè mi hai fatto questo?”. Se uno mi strattona e minaccia di darmi un cazzotto sul muso, io ho tutto il diritto di guardarlo e dirgli: “No, ti prego – eventualmente se di solito usate l’espressione ti prego, se vi viene naturale – Non farmi questo!”. Ma a voi sembra normale che una madre, di fronte alla figlia che giustamente e santamente rotta di ovaie per un matrimonio che è stato combinato, per una convivenza forzata con un gran rompicoglioni, che protesta la sua voglia di fuggire via lontano con l’uomo che ama, beh vi sembra normale che una madre per farla ragionare o per provare a richiamarla ed incastrarla ai suoi doveri di figlia (prima, è evidente) e di moglie (dopo, è altrettanto evidente da quel che sto per dirvi) risolva tutto con un “Giuralo su di me, fallo per me! Non mi fare questo giura sulla testa mia che non lo fai!”.

Come quei genitori che vai male a scuola, non chiedi aiuto, magari nascondi i compiti e ti dicono: “Perchè mi hai fatto questo?”… ueh, Totò… guarda che il danno a non chiedere aiuto eventualmente io l’ho fatto a me… tu non c’entri un cazzo! Cioè… sia chiaro. Come pure… magari becchi tuo figlio a fumare e gli dici: “Giurami che smetti, lo devi fare per me!”. E’ evidente che se lo chiedi sei un coglione o uno stronzo in malafede. Più probabilmente una persona che ha ricevuto questa educazione e ripete pedissequamente quel modello. Sbagliato. Perchè se un figlio deve smettere… lo deve fare per sè. I polmoni sono i suoi, non quelli di qualcun’altro. Men che meno della madre o del padre. Smetti per me?! Ma sei stronzo! Tu devi dire a tuo figlio: “Smetti, che ti fa bene!”… non smetti per me. Perchè va bene tutto… ma poi nella testa di un ragazzino si creano delle confusioni incredibili. Come nella testa di Lina Sastri che è la figlia di Luca Cupiello nel dramma teatrale di cui sopra… che dice “Non posso vivere perchè l’ho giurato a mammà!”.

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Si tratta in estrema, estremissima sintesi, della più stupida e diffusa delle battute nel cinema Hollywoodiano. Quando un coprotagonista simpatico ed efficiente muore, di solito il protagonista mentre lo tiene abbracciato e lo consola e cerca di dargli conforto prima dell’arrivo della morte ed in attesa dei paramedici che in America saranno efficienti ma spesso sul più bello preferiscono ritardare perchè si dica questa battuta, il protagonista lo guarda e con volto davvero convinto gli dice: “Ti prego, non puoi farmi questo! Non farmi questo!”…
No dico sei stronzo veramente? Guarda che c’è un uomo che sta morendo… e se muore il cazzinculo se lo fa a manico d’ombrello, lo fa a se stesso… e gravissimo pure. Tu resti in vita stronzo d’un protagonista. Resti in vita e sei pure uno stronzo egoista se  in questo momento pensi a quel che ti farà quella morte… perchè t assicuro che crepare in un film è peggio!
Ecco perchè apprezzo Tarantino che nel suo “Le Iene” in una scena simile, fa dire ad Harvey Keitel “Si ok, ti tengo stretto… ma non chiedermi di farti una sega ok?” al tizio che sta morendo. Ecco perchè apprezzo i fratelli Cohen ne “Il grande Lebowsky”… “Donny tranquillo, stai andando benissimo, ecco così, i soccorsi sono già per strada… forza…” anche davanti all’amico morto.

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E tutto questo cazzinculogravissimo si chiama “Famiglia che costruisce i suoi rapporti sui sensi di colpa incrociati” ed in ultima estrema analisi “Famiglia che costruisce i sanissimi presupposti per l’autostima dei figli al minimo storico”. Non cominciate a sindacare… non è la mia famiglia. Ne ho parlato solo perchè una serie di stimoli televisivi mi ha convinto a spiegare in pillole ed in estrema sintesi questa cosa che appartiene tremendamente alla cultura meridionale. Anche come memorandum a farmi prendere a calci tra le palle qualora dovessi riprodurmi e dovessi utilizzare un registro del genere con mio figlio o mia figlia…

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