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Solitamente…

Solitamente non mi chiedo mai che effetto possa fare dar la mano a qualcuno. Solitamente non mi chiedo mai come do la mano o come stringo o come mi muovo o come bacio. Dovrei? Non lo so… non lo so davvero… mi sembrerebbe tutto poi così finto, così irreale. Mi sembrerei diverso da me se stessi a guardare a come faccio o non faccio qualcosa. Poi, figuriamoci, ansie del genere ti vengono regolarmente quando hai di fronte azioni che sono tutte collegate alla sfera dell’emotività… non rifletti sul come compi il gesto di scrivere o di stare acciambellato a guardare la TV o simili.

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E niente… mi era venuto questo pensiero… meglio, questa paranoia. Più che altro perchè spesso comunico o troppa respingenza o troppa affettività e quindi… boh, magari ci sta che la gente mi dica: “Così non mi piace” o “così ti viene bene”. Però un conto è saperlo, un conto è finire per arrivarci per vie sghembe. E… credo sia normale, alla fine, farsi venire un minimo di ansia.

Eppure mi sono informato: c’è gente che gradisce jogurt bianco e pompelmo… mah!

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Biondoddio con quella che ci farei 2.5

E siamo arrivati alla fine… ed ora c’è lei. Che si pomicia i rottweiler nei film schock e tutti lì a dire:”Ma guarda che quella s’è pomiciata un molossoide labropendente tecnicamente molto sbavante!”. Ed io mi dico Karashò! Cazzo se fa sangue… tanto voglio dire, da allora la bocca se la sarà lavata.

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Io per lei c’ho una fissa da quando non sapevo nemmeno che era figlia d’arte, in una delle sue recitazioni più belle e acerbe di sempre: Palombella rossa. Quant’era bella in Palombella rossa, con le scarpe di tela, le converse… e Moretti padre comunista che ti attacca un pippone sulle converse che mi ricorda mia madre quando non voleva comprarle e diceva: “Che devi andare facendo con le scarpe di tela…” e mio padre credendo fosse come al solito pedagogico usare parole altrui autoriali mi fece ascoltare “El purtav e scarpe tennis…” di Jannacci – quanto mi manca Enzo! Sì, lì recita proprio lei, Asia Argento!

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Poi la ritrovai, ma non tanto in Opera, che faceva cacare… quanto ne “La sindrome di Stendhal” che a me piacque un sacco e a mio parere come film non fu capito. Mi piaceva quel fascino conturbante, quel fascino torbido. Già si diceva in giro un sacco di maldicenze: drogata, sballata, schizzata, tossica. Fanculo!

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L’arte se la mangiano e la sputano un po tutti i provinciali ed i perbenisti, i moralisti che non vogliono essere scandalizzati. Ok, lei magari tanto normale non sembrerà… lo sappiamo tutti… ma c’era questa splendida modella molto molto truccata e molto molto sexy che camminava nel video di This Picture dei placebo… e mi sono sempre entusiasmato sessualmente per quel film, per la definizione di ashtray girl, ragazza portacenere… basta basta doveva essere mia… dovevo dirlo che Biondoddio…

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Invece sono cortese ed educato… e continuo ad andare al Mavu a sentirla quando capita a mettere dischi. La saluto da lontano, le rubo un bacino bacetto e sto buono buono… lei lo sa che sto buono buono… e il bacino non me lo nega mai. E ci vado e ci andrò mille e mille altre volte al Mavu a sentirla suonare. E se mi chiedesse chiudiamoci lì lo farei mille e mille volte, come la leggenda metropolitana che lo fece davvero col cantante dei Placebo di chiudersi a Capri in un albergo. Io lo farei… ma butterei via la chiave. Per sempre!

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Scarpe (rotte) eppur bisogna andare! Che è come dire, Calzoni di frutta secca o frutti secchi di Natale… o baci perugina eppur devi baciare…

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… ed io potrei morirne. Potrei morire come quelle adolescenti che baciano quegli adolescenti che mangiano sandwiches al burro d’arachidi e non sanno di essere allergici agli arachidi, anche solo alla buccia degli arachidi o all’olio degli arachidi. E Muoiono baciandosi. Triste prospettiva.

Morì baciando labbra che avevano sulle labbra tracce di bacio perugina. Perchè lui, poveretto, lui era allergico alle nocciole.

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Nessuno si chiese per più di cinque anni come mai io fossi allergico alle nocciole ma non alla Nutella. Io sono allergico a tutte le nocciole, meno quelle selezionate per fare la Nutella. Perchè qualcosa di buono e non stupido come la Nutella non può derivare da prodotti allergenici. Se baci una bocca che ha sulle labbra tracce di Nutella sei felice. Non puoi morire. Ti sembra di non poter morire mai. Sono quelli, i baci da rincorrere, andando con le scarpe, quandanche scarpe rotte. Altro che i baci dati a labbra che hanno sulle labbra il bacio perugina: un cioccolatino con la stronzata attorno. E dentro roba a che potrebbe farti morire al solo assaggio. Anche prima.

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C’è puzza di sasanelli nel mio portone, stasera. Mia madre direbbe profumo. A me le cose natalizie stanno sulle palle. Anche i sassanelli, che sono dolci novembrini “dei morti, che dentro c’è la mandorla e il vincotto di fichi. Per quello mi fanno pensare al Natale. Per quello c’ho sul cazzo il Natale. Per i sasanelli dei morti ed il vincotto. E c’erano dolci del paese suo che a guardarli e sentirne l’odore mi ricordavano i sasanelli. E sapevo che non mi sarebbero piaciuti. Credevo, non mi sarebbero piaciuti. Divenni allergico così, ai dolci del paese suo che sembravano dal profumo sasanelli. Divenni allergico così… da un giorno all’altro seppi in cuor mio che sarei potuto morire con un solo bacio dato a quei dolci. “E li facciamo con le mandorle… sono buoni uguale!”… ed io credo che fu allora che seppi che ero allergico alla buccia di tutti i frutti secchi. O di tutta la frutta secca. Nocciole, mandorle, noci sono Ermafroditi. La buccia tanto il sesso non ce l’ha.

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Come si chiamavano quei dolci? Non lo so, non mi ricordo. Divenni allergico anche al nome, al nome proprio di dolce proveniente da murgia barese con vincotto e impasto alla frutta secca… o ai frutti secchi… perchè i frutti sono rossi e la frutta è secca? Secca, sentite? Non ti viene di mangiarla! No, lo so, mi avete scoperto. Sbuggerato, qui su whatsapp, nel villaggio globale. Il re è nudo ed anche io non mi sento tanto pudico. Spogliato di quella fantastica corazza che era la mia allergia scoperta per caso. O per necessità. Mai vera. Sì, quel giorno inventai l’allergia. Non trovai mai il coraggio di dire quel che tutti avevano capito. Ma la prospettiva che qualcuno togliesse la frutta secca o i frutti secchi per me da dentro un dolce mi atterrì. Mi sentii in colpa. “Grazie, grazie ma non si disturbi… al vincotto non sono allergico ma non mi piace proprio… grazie davvero, però… come se avessi…”.

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Adesso mi andrebbe solo di dirti che, come dire… che tu ci creda o no… anche se non ha senso a fronte delle barilate di Nutella che mi hai lasciato ingurgitare al cucchiaio, ho paura di morire, a Natale, baciando labbra che abbiano sulle labbra il vincotto o la mandorla o la nocciola.
Mi si romperebbero le scarpe,quel giorno. E morirei. Ed all’esame autoptico scoprirebbero che non ero allergico. Che era stato il cuore. Come Jimi Hendrix. Il cuore, affogato in un rigurgito di dignità.

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Non posso baciare labbra che abbiano sulle labbra il sapore dei Calzoni di frutta secca della comunità murgiana… si chiamano calzoni. E la frutta è femmina. Ed è secca. Non posso. Correrei dopo a farmi un bagno come Jim Morrison. Mi troverebbero la mattina dopo, il sorriso sul viso, l’espressione di un coglione che si chiede: “Perchè l’hai fatto? Visto? Qualcosa di allergico lì dentro c’era… che dignità è pure orgoglio… lo dicono loro, i matti, che hanno sempre ragione!”.

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Per restare in tema di kisses…

… una scena splendida da un film splendido!
Il radicalismo spesso lo abbiamo avuto – e tristemente lo abbiamo – ancora in casa.
Il potere di quel che dico su questa tragedia sta tutto nella cultura del buio, dello scuro, della negazione del piacere!
Per dire… anche i nostri bei parroci, nei cinema, certe immagini le censuravano.
E potessero, lo farebbero ancora!

Finchè c’è brazzers, c’è speranza!
E credetemi postare questa sequenza per me è proprio difficile! Per cui… forza… con garbo… baciatemi! E poi baciatevi!

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Gianni e Francesca: di funerali e di dissolvenze al nero…

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In un funerale i dettagli sono sempre importanti. Esiste un momento per il pianto, uno per la riflessione, uno per la compostezza. Gianni ci credeva profondamente. In un senso di enorme dignità… anche in quel momento. Attimi, mezz’ore, due giornate di sofferenza fatta di piombo e lacrime. Quella della notte prima era stata la veglia cui si era costretto, mentre tutti gli dicevano che no, non era il caso, non doveva. “Riposa, non sei stato bene… dormi un po’ almeno, provaci…”. E giù un pugno violentissimo. Uno dei più violenti che avesse mai tirato. Contro il muro. Nel mezzogiorno assolato della Puglia le case antiche, i “palazzi di famiglia” hanno fondamenta scavate nella pietra. E mura portanti spesse un metro. Eppure la finestra di quella camera da letto, rischiarata dai lumini funebri messi a croce attorno al feretro, tremarono. Gianni sentì forte, fortissimo, un calore spandersi dalle nocche al polso. Sentì vibrare la mascella. Serrò le palpebre. La sinistra a stringere il destro. “Cazzo… me lo sono rotto un’altra volta…”. Ma fu un pensiero non condiviso. Gli occhi di chi gli aveva consigliato di dormire si strinsero come due fessure cariche di un risentimento misto alla pietà per tutta quella sofferenza. Quella sofferenza che si era moltiplicata, andando dal cuore alle nocche e rimbalzando nel polso. Un abbraccio, soffocato: “Fai come vuoi, ma basta. Smettila! E’ meglio così, per tutti… prima di tutto per lei… che ora non soffre più!”.

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Era sfatto mentre raccoglieva le condoglianze sorseggiando quei visi, quelle parole di circostanza, quelle strette di mano che continuava ostinatamente a ricambiare con presa ferma, incurante di quel dolore che invece lo dilaniava. Forte. Era tutta parte di una liturgia assurda ed incomprensibile. La liturgia del dolore. Era come se, per magia, ogni stretta data da quella mano che la sera prima si era schiantata contro la carta da parati e l’intonaco e le pietre lì sotto, sottraesse dolore a lei, che aveva smesso di soffrire, e lo regalasse a lui. Avrebbe potuto rilassare la mano, lasciarsela stringere, sussurrare un grazie biascicato… guardarsi da fuori, astrarsi da quel momento. Lo avrebbe dovuto a tutti, prima di tutto a se stesso, quel senso di sottrazione dal dolore. Invece no. No e poi no. Doveva viverlo. E viversi in quel momento. Per un senso innato di dignità.

Fu allora che confusamente lei gli apparve di fronte. Visione impossibile. Aveva stampato il volto di Francesca sull’indistinto ovale di una giovane collega di suo zio. Stesso taglio di capelli, stessa fisionomia. “No, non sei tu… non puoi essere tu!”. Si rese conto solo allora del significato di quello stringere la mano così forte. Si rese conto solo allora del perchè, dopo aver sferrato quel pungo ed essere rimasto immobile, seduto, davanti al feretro, tutta la notte precedente, solo all’alba si era ritrovato su un divano che aveva 70, 75 anni, con una coperta di pile serrata tra i denti a piangere senza lacrime, soffocando le urla. Soffocando grida disperate che gli avevano scoppiato i capillari negli occhi, arroventato gli zigomi, raschiato la gola. Facce del genere le aveva viste solo quando pestava allo stadio, dietro il casco e il manganello da playmobil. Sembrava lo avessero sfondato di schiaffi. Non aveva più voce. Per un’ora. Tanto nessuno poteva sentirlo. Che il sonno in un feretro è molto più che profondo. E le orecchie di Francesca erano lontane, troppo lontane.

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Si attardò a guardare la donna sulla quale aveva cucito il volto di un’altra, il volto di lei.
“Che cazzo mi torni a fare in mente, tu, oggi?”… e la risposta era tutta nel senso enorme di solitudine, incolmabile, di fronte al feretro che veniva preso a spalla dai becchini.
“Che cazzo mi torni a fare in mente, tu, oggi?”. E la risposta era tutta stretta in una semplice constatazione: il suo era l’unico abbraccio che gli era mancato. Il suo era l’unico profumo che non aveva sentito… e lui lo riconosceva tra mille. Sempre. Perchè non era mai cambiato, in quei mesi estivi in cui s’erano visti, amati, avuti, una volta al giorno. Per un solo giorno. Una volta al mese.
“Che cazzo mi torni a fare in mente, tu, oggi?”… e non smise di ripeterselo, con una stizza ed un veleno acido in gola, mentre il feretro gli sfilava di fronte… ed era il momento di un saluto a mezza bocca, di un cenno, di un bacio lanciato. L’ultimo, prima del saluto ultimo l’indomani, all’inumazione. Invece no… e per questo si odiò, si odiò forte; perchè continuava a ripetersi e ripeterle quella domanda, invece di dire un ciao, di mandare un bacio, uno sguardo, una carezza al legno che sfilava via.
“Che cazzo mi torni a fare in mente, tu, ora?”. E la risposta è che avrebbe voluto scacciare via quella tristezza, quel senso di vuoto raddoppiato. Dall’assenza che ormai si faceva concreta di quel feretro che lo salutava nella navata della chiesa. Dall’assenza di quell’abbraccio, l’unico che avesse davvero desiderato, l’unico che non c’era. E la risposta è che avrebbe voluto scacciare via quel vuoto correndo a casa, con gli occhi pieni di lacrime… a fare l’amore, Gianni. Con lei, Francesca. Per sentirsi al caldo. Per sentirsi al sicuro. Per sentire un abbraccio, il suo, che lo proteggeva… come sempre aveva saput   o fare… che lo poteva far sentire vivo.

Non era un gesto dignitoso, non era un gesto decoroso… non era il modo di stare ad un funerale, quello. Ma frugò la tasca della giacca, prese il telefonino, scorse whatsapp e digitò veloce sullo schermo.
“Che cazzo mi vieni a fare in mente tu, oggi, ad un funerale? Come ti permetti? Tu, che dalle mie foto sei uscita prima ancora di entrarci, da sonnambula, da bella addormentata… senza svegliarti nemmeno… e senza darmi l’onore delle armi di una dissolvenza al nero?”.

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Sorrise di quella metafora… sorrise amaro. Non riusciva a non usare le metafore. Le amava. E ci credeva. Lui che amava le foto, di lei, ne aveva di splendide. Pochissime ma bellissime. Ed in quelle foto, lei, dormiva sempre. Lui, che amava il montaggio, aveva sempre creduto che fosse crudele lo stacco senza dissolvenza al nero. Crudele e drammatico. Come la morte che ti strappa via a poche ore di distanza da un bacio, dal selfie di giornata, da un sorriso che non arrivava da mesi. Come gli addii minacciati, biascicati sotto torture da questura “a seguito di ripetute ed intimidatorie domande”. Quelli detti per fuggire dagli arrivederci che pesano. Quelli detti senza crederci e portati avanti perchè si pensa facciano soffrire di meno. Quelli di Francesca, poco prima che quel pugno si schiantasse sul muro, di fronte a quel feretro triste.

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I baci che sono minoreditre non sono perfetti… e nemmeno Cremonini…

In questa storia nessuno è perfetto… partiamo da questo presupposto.

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Non lo sono i baci per prima cosa, anche se una carissimissima amica virtuale che non ho mai visto in faccia e non ho mai sentito per telefono e giusto ogni tanto ci scriviamo qua sostiene che “no i baci sono perfetti”. I baci non sono perfetti… e infatti se guardi bene, Facebook per farti scrivere il cuoricino, che è il prodromo del bacio – e infatti le puttane non baciano – ti fa scrivere minoreditre cioè a dire < 3 cioè poi viene <3. Perchè tre è il numero perfetto, ma i baci che non lo sono e forse ci si avvicinano soltanto, sono per forza minori del primo numero perfetto vero e proprio che è il tre. Che i numeri servono per contare e se si è in uno si è tristi, se si è in due si è una coppia che non vuol dire che si sia per forza felici e perfetti… ma in tre è davvero una festa (a gusto mio soprattutto due F ed un M cioè io… due M ed una F è un casino disordinato e pure un poco pericoloso!).

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E purtroppo ho dovuto citare un gruppo di cialtroni come “Lo stato sociale” che va tanto di moda tra gli hipster del cazzo più o meno di una certa sinistra contemporanea – che tipo è una cosa che io odio – e che hanno avuto un paginone sul Fatto Quotidiano che è il Male dove stava spiegato e commentato il testo di una canzone che possiede come titolo “Io, te e Carlo Marx”. E che è un roveto di banalità allarmanti e preconcetti triti e ritriti che se c’è bisogno di spiegarli allora abbiamo capito perchè siamo così rovinati. E tutto questo si chiama impoverimento del sistema musicale alternativo italiano.

Vabbè, nessuno è perfetto. Non lo è nemmeno il padre del mio caro amico che di cognome fa Turbato. Lui perfetto non lo è per niente. Nemmeno ci si avvicina come il bacio che infondo è solo < 3 perchè per profondo ed incrollabile rispetto verso la figura del suocero… e per pareggiare il gesto di profondo ed eterno rispetto verso la figura del suo proprio padre, col cui nome aveva battezzato suo figlio maggiore, non ha nemmeno italianizzato il nome del suocero quando lo ha trasnesso come una malattia al suo secondogenito maschio. E purtroppo per lui Thomas ha quel cognome. Perchè il nome Thomas, purtroppo, non pesa tanto se di cognome metti Rossi o Doe o Schultze. Ma se di cognome fai Turbato, perfetto tuo padre non lo è proprio. E nemmeno tua madre… che meritava due ceffoni solo per averci pensato a farti chiamare col nome di suo padre. E tutta questa cosa si chiama ragioni del bullismo e di una adolescenza infelice.

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Vabbè nessuno è perfetto. Nemmeno Cremonini Cesare. Io su alcune canzoni di Cremonini Cesare per un periodo c’ho tanto creduto. In Cremonini Cesare depositavo enormi speranze. Erano mesi intensi della mia vita quelli scanditi da Vespa50 o da C’è qualcosa di grande tra di noi… ecco su quest’ultima canzone mi ci sono proprio strutto, participio passato di struggere in italiano…. e nel dialetto delle parti mie vuol dire consumato e questo significherà pure qualcosa! E questo si chiama dialettologia spicciola… ma proprio quella fatta coi ramini da 5 e 2 centesimi.

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Cesare Cremonini non è perfetto. E soprattutto non è perfetta la fiducia che lui ha nel signore che gli fa da shopping assistant e gli dice quali marche citare per farsi dare qualche lira o centesimo di euro. E io lo avevo capito dalla canzone “Un giorno migliore” perchè diceva di farsi riscaldare dal calore di una B&H bensonendegge. Un demente! O uno che vuol fare il figo. Le due categorie succitate spesso si confondono. E non sa che una bensonendegge è il modo migliore per surriscaldarsi talmente tanto le vie repsiratorie da morire di enfisema triplo carpiato alla prima stecca consumata. Ma vabbè, all’epoca adolescenziale dei soldini della paghetta che non bastano mai e non ti fanno arrivare alla sesta, intesa come sesta giornata della settimana, devi fare le tue economie e siccome sui profilattici non ti va di fare economia che un figlio è sempre peggio di un cancro ai polmoni… disprezzi chi fuma Marlboro per esclusiva invidia di un pene molto particolare che si chiama portafogli e sta dietro e non davanti.
Nessuno è perfetto e lo scusai per la bensonendegge… ma quella canzone non l’ascoltai mai più. Il problema arriva oggi, present day, quando scopro che Cremonini Cesare, III C, ha pure cantato una canzone che possiede come titolo “Grey Goose”… ed allude proprio a quella bevanda “tipo vodka” che tanto va assieme alla Belvedere tra i giovani avvinazzati aranciameccanicisti che di vodka e di beverage non capiscono un cazzo. Che è come dire che la birra “moneta” o “eurocheride” che trovi alla coop è birra e non bevanda “tipo birra”. Il problema, ora, è che non è che la Belvedere e la Grey Goose siano alternative valide dal punto di vista economico allo svenarsi per acquistare che so io una Beluga o una Kauffmann o peggio ancora una Gran Khan. Differenze minime. E quindi nessuna invidia del pene pieno di soldi retrostante al pene vero che tenga. Pidocchiare per un euro è roba atroce. Soprattutto se da Vespa 50 in poi i soldi li hai fatti e dovresti poterti permettere qualcosa di meglio di una Grey Goose. Ma si sa nessuno è perfetto… e spiace che uno che passa come opinion leader non dica parole chiare sulle tendenze serie del buon beverage. E tutto questo si chiama fare la figura del pezzente arricchito.

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Il problema è che poi i tuoi stronzi di fan vengono nei locali e ti chiedono la Grey Goose. E se non la trovano non si chiedono perchè, vanno altrove a bere benzina alla vodka. E la qualità, che è l’unica cosa a cui dovremmo tendere per uscire dalla merda del provincialismo culturale e della merdintesta dei ragazzetti dei tempi nostri, la qualità resta una chimera sullo sfondo, annebbiata dal fumo delle bensonendegge e da quattro oche grige che passano all’orizzonte… e non sono nemmeno le quattro anatre di Guccini, che sarebbe già qualcosa.

Niente è perfetto, vero. Nemmeno i baci che sono appena minori di tre che è il numero perfetto.
Ed è vero che la perfezione è di quel mondo che non esiste che si chiama Dio.
Però cazzo, nemmeno cadere così in basso… tipo chiamarsi Thomas Turbato o bere Grey Goose. Le bensonendegge l”e hanno, come sa, purtroppo abolite…    ” che è un cit clamoroso che se sapete cos’è 100 commenti-pompino omaggio!

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