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(1/2) Abilità conversazione sopravvivenza ++ lingua francese e Voyager attrezzato caravvaning campeggio cercasi

Allora, c’era una volta uno scrittore, W. Gibson, parente stretto di Nostradamus, che in alcuni suoi romanzi di sci-fi, fantascienzi un bel po’ ma pure parecchio sociologici (poi passati al secolo, per gli amici, come romanzi cyber-punk) descriveva un mondo, dominato da megacorporazioni (le multinazionali… ma pure roba tipo G&S che non è il GS ma quelli che dicono che i tuoi titoli sono cartastraccia) nel quale la gggente, quella proprio comune, nel cervello c’aveva un host di microchip che veniva usato per ampliare la propria conoscenza ed il proprio bouquet di abilità cognitive ed esecutive. Dovevi pestare uno di botte? Ti riempivi di chip con dentro tutta l’enciclopedia del Kung-fu o di qualche altra potente arte marziale ed il gioco era fatto. A meno che quell’altro, più ricco e più potente, di host non ne aveva due e dentro c’aveva l’eniclopedia del kung fu ed il grande almanacco delle combinazioni di boxe. Lì lui ti fotteva.

Questa vicenda del comprare le abilità descriveva un mondo di strada che uno dice: “Fantascienzo, non esiste questo mondo!”. Tecnicamente non ancora. Ci arriveremo. Ma c’è una stirpe rara, una razza folle ed invidiabile, che ha fatto di qualcosa di molto simile uno stile di vita. I giramondo sono così. Io li chiamavo punkammerda… ma sbagliavo. Mia cugina, di cui ho scoperto di essere ogogliosissimamente cugggino, ha scelto di rifiutare la logica dei tempi imposti dal mondo e dare lei, i tempi, non al mondo ma alla sua vita. Vive NON arrangiandosi ma svolgendo una serie di attività in giro per l’orbe terracqueo. In una comunità si fa questo progetto? Bene.. è in Colombia? Meglio! Volevo vedere la Colombia. A Barcellona puoi aprire una compagnia di teatro di strada e far soldi con una tua passione? Ottimo! Barcellona l’ho sempre amata. IN trentino questo autunno un consorzio paga per raccogliere le mele… Figata! Vado in Trentino. Per fare questo, oltre ad una grande forza di volontà, un vaso molto capiente dove travasare ogni volta le tue radici e un enorme spirito di adattamento, serve una capacità molto autocosciente di definire per se stessi programmi e tabelle di marcia compatibili coi propri tempi a breve e medio termine. Per fare questo occorre rinunciare al lungo termine, negarlo, tenerlo così sullo sfondo che è come l’orizzone: “Fighissimo ma… se non posso sapere ora bene come funziona l’orizzonte che ci penso seriamente a fare?”…
(vi stavate appassionando vero? Ci vediamo domani! siamo già a 400 parole poi non leggete!)

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The concrete boxer!

Primo set di una serie di fotografie scattate con Miriam al Betonificio abbandonato tra Molfetta e Giovinazzo (BA) nel settembre del 2011. Anche in questo caso la tecnica usata è quella lomografica, su pellicole da 135 scattate con Holga 135 ed esposizioni singole spinte avanti a casaccio. L’intento era quello di un fotomovie sulla boxe e di un gioco di installazioni uomo metallo edificio.

Spero vi garbino!

 

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E niente… una bella pausa adesso…

Dalla dipendenza da Inchiostro di China e simili… che poi China scritto così sembra Cina e il tatuaggio potrebbe sembrare rifaldo, zaraffo o fasullo… tarocco… invece no…
… come avevo annunciato siamo passati alla fase siberiana…
… e questo tatuaggio lo chiami se vuoi “Ovunque Proteggimi”… Perchè sta messo sulla schiena… poco sopra il culo. E c’è la mia cagnona Maggie che veglia su di me come una icona bizantina… che ci stanno piure due lettere sulla tonaca come nella migliore tradizione iconografica bizantina che è da dove tutta l’arte del tatuaggio siberiano si è ispirata… E le lettere sono la Chi e la Ro… e niente dietro di Maggie (riconoscibile dal suo orecchio destro basso per le sue ricorrenti otiti) dietro Maggie ci sta la Cupola… che lungi dall’indicare anni di galera indica semplicemente la casa, il tetto sotto cui si è sicuri. Poi ci sta il gesto di Maggie che è il saluto serbo – popolo di cattivoni che stimo moltissimo – ma è anche una benedizione che ricorda quelle curiose forme di threesome che si chiamano trittici – politici, religiosi, filosofici, sessuali. E poi ci sono le tre passioni e professioni: la birra, la boxe ed il crimine. Non perchè io sia un criminale ma perchè lo studio. E c’è il muso disegnato come fosse una serratura… che non vuol dire omertà… ma non dico esattamente cosa. Ah, sì… qualcuno sta cercando un segnetto recondito… Non è in questa serratura. O forse sì…
E comunque tutto sta ad indicare me e la mia Maggie… ed un Amore tutto particolare che confini non ne sa!

Ciao grazie zii!

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E quindi niente… niente davvero… Pacquiao ha perso ed ha vinto Mayweather… Non si può sempre vincere!

Io continuo a non sapere bene se sia vera e reale l’intuizione che ho del fatto che l’esito dell’incontro avrebbe deciso l’esito delle prossime cose nella mia vita. E’ del tutto evidente che non è così… cioè… non ci sono eventi esterni così lontani che possano influenzare la vita di altri esseri umani. Per dire è come dire: “Se Putin riesce a farsi la nipote di qualche presidente di uno stato africano… io mi laureo”. Non si può pensare davvero così.

Però questo non vuol dire che io abbia smesso di sospettare che la sconfitta – ancora per me inaccettabile perchè davanti ad eventi del genere tutti torniamo bambini ed io come un bambino non voglio accettare che Manny abbia perso sebbene il verdetto sia giustissimo – del mio pugile preferito significhi anche che io stesso sarò sconfitto nella mia prossima piccola enorme epopea. Boh non lo so.

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Di certo c’è una cosa di fondamentale importanza: quella a cui il mondo ha assistito è stata in modo indiscusso una vera e propria scioccante e distruttiva battaglia. Una battaglia tra due boxe molto diverse, pur se nella stessa categoria. Due modi differenti di vivere la vita e di vivere la nobile Arte. In tutti e due i casi, come nelle splendide storie di boxe, al fondo di tuto c’è un bisogno innegabile di autoaffermazione attraverso i pugni presi ed i pugni dati. Una voglia incredibile di prendere la vita a pugni e sfondare le difficoltà. E tutti e due si sono affermati ed affermati davvero a cazzotti.
Il problema è quando il modo di boxare è il modo di vivere. Floyd Mayweather mette sempre tutto e tutto su una questione di tecnica totale… Floyd è la tecnica in ogni categoria in cui ha militato – perchè chiaramente se cambia la categoria e cambia la struttura fisica cambia anche il modo di boxare. Floyd è il prog-rock della boxe, Floyd è la tecnocrazia totale. E come tutti i tecnici e come tutti i grandi della chitarra prog o della batteria prog… Floyd adora far vedere che lui è “er più”… il migliore nello schivare, il migliore nel combattere in difensiva e ripartire… il migliore nello scegliere quando colpire per essere sicuro di colpire… ed obiettivamente di far male.

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Pacquiao invece ha una boxe completamente diversa, pur militando nella stessa categoria… e figuriamoci, figuriamoci, è un modo altrettanto giusto e corretto di combattere, sia chiaro. Pacquiao la mette tutta sul confronto fisico. Come negli scachi è abituato a prendere militarmente il centro del quadrato con una velocità davvero incredibile e con una energia che non ci si aspetterebbe comunque da un superwelter. Pacquiao picchia e quando picchia picchia durissimo. Pacquiao è uno che velocissimamente non le manda a dire. Proprio per questo si è trovato a perdere alcuni incontri. A differenza di Mayweather che in carriera non ha mai perso… dico mai.. 48 incontri tutti vinti. Il problema è che quando combatti come Pacquiao devi mettere in conto che un po’ di pugni dei tanti che tiri non vadano a segno e le tue statistiche crollino. Devi considerare che se sei concentrato a colpire colpire e colpire… alle volte un cazzottone lo puoi pure prendere. Se sei lì tutto carico per tentare di buttare a terra l’avversario, beh magari tu non cadi ma ne hai prese proporzionalmente di più… e perdi. E comunque, in tutto questo, devi considerare che chi la mette sulla tecnica e sulla riflessione, sul ghiaccio… col fuoco solitamente il ghiacio vince.

Alla fine nella mia vita va sempre così… ecco perchè io adoro Pacquiao tra lui e Mayweather. Io alla fine sono uno che non ci sta lì a pensare, che parte testa bassa, prova a prendere il quadrato, non si risparmia mai. Certo, è assolutamente vero… io alla fine non mi ci metto mica poi tanto a riflettere. Non mi piace essere “pulito”. Non mi piace essere quello che “io non sbaglio un colpo”. Non mi piace essere quello che “io non sono mai caduto”. Per cui… alla fine, ok… Pacquiao ha perso un altro incontro, Mayweather ha allungato la sua linea di imbattibilità con un incontro che era tutto da scrivere. Ed io?
Voglio cambiare modo di combattere nella vita? Voglio fermarmi un pochetto e diventare quello tecnico? No… non mi ci troverei a mio agio. Io sono quello che il basso lo suona solo con due corde. Io sono quello che adora essere un ariete. Io sono quello che non riesce a giocare in contropiede…

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Va bene così… solo, sincermanete… al posto di Pacquiao, quando il match non si capiva se si sarebbe fatto o no, per cinque lunghi anni, per le continue richieste di Mayweather… non lo so se sarei rimasto lì ad aspettare… Per loro è stata anche e soprattutto questione di soldi, tanti, tantissimi… questione che con la nobile arte purtroppo centra ma con lo spirito della nobile arte centra poco…
… io sono anche uno di quelli che… una volta fato tutto… in ginocchio non è che ci posso stare sempre. Se basta poco… se basta poco… se basta un buongiornonotte…    o quel poco c’è… oppure niente… proprio come combatto, con la stessa follia e con la stessa furia, sono capace di andare via.

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Catarsi è una parola che non si comprende… fino a quando non si sferra per bene un cazzotto… contro un muro innocente, contro una porta incolpevole, contro un sacco che è fatto apposta.

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Il tatuaggio è un linguaggio che si cuce sulla pelle ed accompagna fino alla tomba. Anche quando perde colore, rimane lì a dire qualcosa di te. In molti sapete tanto di quel che porto cucito addosso… e questo lo sappiamo, lo abbiamo detto mille e mille volte nelle settimane passate, giusto? Sì, giusto. Ci sono soggetti che dovrebbero trovare spazio su di me… ma che per una ragione o un’altra rimarranno non scolpite, non vergate sulla mia pelle. A ben guardare la ragione è una sola: lo stile old-school non mi piace per niente, non riesco ad immaginarmelo addosso. Ed il soggetto di cui parlo principalmente, quello che avevo in testa oggi prima di sedermi di fronte alla tastiera del PC è uno ed uno solo: la lametta da barba.

La lametta è uno dei simboli più usati da pugili, carcerati ed appassionati dello stile antico del tatuaggio. C’è molta disinformazione sul significato di questo disegno. In molti associano la lametta al suicidio, al tagliarsi le vene. No, siamo decisamente fuori strada. Come pure siamo fuori strada se parliamo di droga – specificatamente eroina. Non c’entra nulla… ma proprio per niente. Più o meno la storia delle pere è assimilabile ad un soggetto differente, il rasoio… per le ragioni di cui sopra. Alla fine la scelta dell’eroina è quella di un suicidio delegato ad altra mano… o altro strumento dal rasoio. La lametta con tutto questo non c’entra. La lametta è un disegno che si adatta specificamente al pugile… in senso esteso al guerriero. Perchè un guerriero è solitamente un pugile… che combatte le sue battaglie metaforiche fuori dal quadrato del ring.

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Storia breve della lametta da barba a bordo ring. Che cazzo ci fa la lametta da barba a bordo ring? Semplicissimo. Guardatevi Rocky I e II (min.2.00 ma guardatelo tutto perchè è un momento lirico della mia infanzia ed un video cui il mio cuore per mille ragioni anche molto vicine è legatissimo) per capirlo. Ok vi tolgo l’impiccio, pigroni: la lametta da barba si usa per incidere leggermente le palpebre quando sono talmente gonfie da non riuscirsi più ad aprire. Diciamoci la verità fino in fondo: non è una leggenda metropolitana, questa, ma una storia che affonda le radici in una boxe che non esiste più. Perchè ormai da decenni,quando si sanguina e si sanguina tanto, quando le ferite non si rimarginano, l’incontro viene interrotto per sanguinamento e chi sanguina perde a tavolino. Si chiama KO tecnico… ed è una gran rottura di palle. Quindi tranquilli: nessuno più fa cose splatter a bordo ring. Anche perchè solitamente con gli occhi chiusi interviene la stessa sospensione dell’incontro… quindi non esistono ragioni di usare la lametta.

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Nella boxe dei tempi che furono, invece, la lametta si usava eccome. E non era un gran bello spettacolo.
Visto e considerato che il tatuaggio è un linguaggio antico, che parla spesso di un mondo che non esiste più e ne parla sempre per metafora cercando un simbolo o un segno che descriva un tratto… la lametta indica lo spirito così indomito da essere pronto a soffrire e soffrire e soffrire, fino alla mutilazione, pur di rimanere in piedi e non vedersi o farsi raccontare sconfitto.

Non fatelo voi, non fatelo mai… salvo non ne sentiate davvero drammaticamente il bisogno… ma vi assicuro che tirare un pugno contro un muro è una esperienza liberatoria, catartica. Ecco, non mi è mai stato chiaro il termine catarsi finchè non ho tirato io per primo un pugno contro un muro. Un muro non lo rompi con facilità. Un muro a mani nude non lo rompi… credo avrebbe faticato anche Lennox Lewis a sfasciare un muro con un cazzotto. Molto più probabilmente a dire ciao sono non tanto le nocche quanto le complicate ossa del metacarpo ( e presto vi vorrò raccontare di quando con il settore V del metacarpo destro sfasciato, trovai il tempo di recitare la parte di Giovanni dalle Bande nere che si fa amputare la gamba dicendo al segaossa “Tranquillo, le faccio luce dottore” con la dotoressa di ortopedia e mi misi anche in testa di provarci). Molto meglio il sacco, ve lo garantisco. Molto meglio il sacco che è fatto a bella posta per essere riempito di pungi. Il sacco è duro, non immaginatevi una cosa morbida da prendere a pugnetti. No! Il sacco è tostissimo. Prendere a pugni il sacco stanca, accascia. Ci si ritrova sudati. Ci si ritrova senza fiato. E se metti il paradenti perchè ti piace avere contatto fisico con il sacco, ti piace abbracciarlo, beh potete trovare anche sangue nel paradenti se avete le gengive fragili – come le mie.
Nella preparazione pugilistica efficace le ripetute al sacco – che sarebbero una scarica di pugni tirati in rapida successione senza mai fermarsi e con un ritmo altissimo ed una buona dose di forza – sono pane quotidiano. Servono a condizionare la velocità articolare e a far irrobustire la fibra. Ma il dolore dopo poco ti fa bruciare le spalle e le braccia. Dopo un po’ se non sei davvero allenato, le nocche ti dolgono parecchio e i pungi non li senti più. Senti solo la voce del maestro… o se sei solo senti solo la tua voce in testa che ti dice: “Ancora uno ancora uno ancora uno ancora venti secondi ancora trenta secondi non mollare dai dai dai dai tieni il ritmo…”. E se sei solo ad allenarti di solito parli molto di più e inciti molto di più se stai davvero male e ti sei messo al sacco perchè stai male, perchè soffri, perche c’hai un dolore che vuoi mandare giù, un vuoto da colpamre, una solitudine da spegnere.
E poi senti la campanella della fine dell’esercizio e se l’hai fatto bene ti inginocchi un attimo e… ti mangi e ti bevi quel dolore.

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Allora ci sei stronzo… allora ci sei… allora sono vivo!“.
Un sacco di persone inutilmente sostengono che la boxe aiuti a scaricare i nervi per il semplice fatto che tirare pugni farebbe diminuire la tensione. Non è un procedimento meccanico che associa il cazzotto tirato alla sfogata di nervi: picchio dunque mi scarico. Niente ergo cartesiani. No… colpisco, colpisco e colpisco quindi avverto la fatica, lo stress muscolare, la sofferenza. Nel frattempo sudo e produco endorfine. Le endorfine si vanno a impastare con il dolore che sento e che mi regala la percezione del vivere… perchè sono le emozioni e le sensazioni forti a farci sentire vivi… e quel benessere chimico regalato dalle endorfine nel nostro cervelo si salda alla sensazione di vitalità regalata dal dolore… e ci convinciamo che la boxe ci fa bene. Ci rilassa. Ci libera dalle tensioni.

Tutto questo non vale, ovviamente, se il pugno è uno solo e lo schiantate contro muri o superfici dure incolpevoli. Sapete perchè? Non c’è produzione di endorfine… e la sensazione di dolore, impetuosa ed in unica soluzione, vi darà solo il piacere di distogliervi dalla preoccupazione o dalla sofferenza che vi ha fatto scagliare il pungo. Omeopatia. Che non serve a parere dello scrivente, ad un cazzo di niente.
Don’t try this at home… anche perchè le fratture al metacarpo sono di solito dure a passare completamente. E non sempre l’ortopedica è una donna sui quaranta bellissima, con un profumo delicatissimo, con delle mani tenere di una gentilezza comprensiva, che cercando di fare di tutto per rimetterti a posto la mano senza farti soffrire, ti sussurra “Gioia mia calma… scusami se ti fa male ma dobbiamo fare così… ma come hai fatto gioia mia? Dai resisti, piano piano che ho quasi finito… madonna povero quanto starai soffrendo…”. No, non va sempre così. A volte ho avuto culo nella vita lo ammetto. Ma questa ve la racconto domani… ve la racconto domani così un po’ ci ridiamo… su!

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Ho trovato il tempo di riaffezionarmi ai guantoni, ai paradenti, ai sacchi. Ero fermo da tempo per colpa di una brutta disavventura di strada di cui poi vi parlerò un giorno… tra qualche giorno… giusto perchè adesso non voglio mischiare sofferenza, rabbia e disillusioni (che spero di deludere) nobili, con qualcosa di terra-terra.
Non lo so perchè sempre nella mia vita sessioni di quel mondo fantastico che è la mia passione coincidano con la terza decade di aprile, con la riapertura di Fronte del porto, con tutto questo. Ma anche l’anno passato negli stessi giorni, reagivo alla vita nello stesso modo. Mentre cominciava qualcosa di importante, tanto importante, troppo importante, infinitamente importante. C’è un sogno bellissimo: risvegliarmi il 25 aprile e scoprire il piacere di un ciao.

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Gianni e Francesca – delle elaborazioni progressive alle otto di sera…

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Sputò il paradenti. Sputare si dimostrò essere una parola grossa. La gomma venne fuori molle. La saliva gli scivolò tra i peli della barba e gocciolò in terra mentre quasi al rallentatore il mezzo guscio di caucciù invece di rimbalzare si accomodava sul tatami senza troppi rimbalzi. Capì di non avere nemmeno le forze di sputare. Poggiò gli avambracci incrociati sul pilastro. La testa gli cadde molle in avanti, sbattendo nel punto in cui si disegnava la x di carne e muscoli sfatti. Le ginocchia, flesse leggermente, tremarono. Cercò dentro la forza di serrare i denti attorno alle guaine di velcro che avvolgevano i polsi e serravano i guantoni. Anche il verbo serrare sa dimostrarsi inadeguato, quando i denti tremano… e sbattono uno sull’altro tintinnando sordi. Cercò i respiri in un ingorgo di singhiozzi. Scoppiò a piangere.

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“Tu oggi sul ring non dovevi nemmeno salire, coglione…” ma il tono non sapeva essere greve… forse appena paterno, di sicuro cameratesco. La mano pesante ma gentile di Mimmo gli si poggiò sulla spalla. “Non si fanno i guanti se non ci stai con la testa… al massimo ti metti al sacco… ma salire e farsi pestare, no!”. Quelle parole, Gianni le sentiva, le sentiva bene. Scorrevano veloci dalle orecchie al cervello. C’è sempre una dignità in tutto. Alzò la testa, con gli occhi pieni di lacrime. Non una scena di tutti i giorni in un posto che puzza di sudore, di botte prese, di botte date, di gomma e cuoio. Non una scena di tutti i giorni in una palestra di pugilato. Non parlava di nuovo più bene. “Cazzo, avantieri sera non balbettavo a telefono” si disse senza inciampare nelle sillabe – che non si tartaglia pensando. Già, a telefono… con tutta la rabbia e la disperazione in corpo, non aveva balbettato promettendo, poi chiedendo, poi estorcendo. Cercò tutta la forza che aveva per lasciar andare poche parole in risposta: “Avevo bisogno di farmele suonare…”. Mimmo sorrise e scosse il capo. Lo girò, gli prese i polsi. Lo aiutò senza imbarazzo a sfilare i guantoni. Gianni scoppiò a ridere e senza bisogno di dare una spiegazione a quel gesto isterico ritrovò rassicurante la risposta del suo amico: “Non ti preoccupare, non ci vede nessuno, non ci scambiano per froci…”. Le palestre di boxe non sono proprio il luogo in cui si declina la miglior risposta all’omofobia. Mimmo aveva una battuta buona per ogni momento. Anche la più greve, per il momento più triste. Mimmo sapeva cosa significava un lutto. Mimmo sapeva cosa significava un addio come quello che Gianni aveva preteso – pentendosene – solo due giorni prima. E Mimmo sapeva quanto era seducente e pesante la forma del dolore. Lo sapeva perchè l’aveva provata qualche mese prima. Resistendo a quella sirena fatta di colpi, di spezzate di fiato, di tuoni che ti scuotono la testa, di scosse lungo la colonna vertebrale. Chiudendosi in casa senza allenarsi per venti giorni… un tempo incredibilmente lungo per lui. “Farsi uccidere di botte non ti aiuta a trovare le risposte, lo sai vero? Anche perchè mi sa che le domande sono tante…”. Gianni annuì. Annuire è il verbo che meglio poteva descrivere quel movimento incerto, di chi non è nemmeno sicuro che quelle domande siano tante o non siano semplicemente poche, ma troppo pesanti. “Mi… mi vo… mi volevo…”. Mimmo lo stoppò con il palmo della mano a pochi centimetri dalla bocca. C’è sempre una dignità in tutto. “Ti volevi solo sentire vivo… – e Gianni tirando su il naso annuì di nuovo – … perchè tutto il dolore che senti dentro ti avvolge come un caschetto e non ti fa sentire le mazzate… e ti senti morto… eh? Non senti il dolore eh?”. Col polsino si pulì il naso facendo ancora sì con la testa.

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Coi suoi trentanove anni Mimmo distanziava Gianni appena di una dozzina di stagioni. Eppure quel gesto infantile e quelle parole sussurrate misero Gianni seduto sulle ginocchia di Mimmo, come il nipote col nonno.
“Ascoltami bene, tu lì sopra non ci sali più per un bel po’… qui non stiamo a giocare coi masochisti… e tu non sei un masochista. Qui non si insegna sadismo e piacere per il dolore. A nessuno qui piacerebbe trattarti come un sacco… e tu con i nervi a fior di pelle e queste braccia sei potenzialmente molto pericoloso in un combattimento.”. Mimmo lo fissava. Non era severo. Il tono pacato. Gli occhi fermi. “Da oggi, ogni sera, io ci sono. Guarda, ti metto prima di tutto… perchè sei sempre stato un ragazzo che ho ammirato… ce ne veniamo qui, lontano da tutto e ci sfoghiamo, al sacco. Questi li fanno apposta per noi…”. Un sospiro fece breccia nell’ingorgo di mezze parole, venne fuori rompendo gli argini. Le spalle caddero giù sfinite, che sembrava i pugni pesassero quintali. “Vatti a fare una doccia, ora… poi vai a casa e piangi, piangi, piangi, piangi…”. Gianni mosse passi incerti verso la porta degli spogliatoi. “Credi che io non abbia pianto qualche mese fa? M’è morta mia madre… credi non abbia pianto? Credi sia salito subito sul ring a farmi prendere a sberle o a rompere l’anima a qualcuno? Solo perchè stavo male, ma male da cani? No…”. Gianni rimase fermo; i puntini di sospensione riesci a riconoscerli dietro un no. “E come se non bastasse il mese prima la donna che amo se n’era andata da casa senza una spiegazione… e ancora non so niente di lei… ti basta?”. Voltò la testa verso Mimmo, gli occhi smarriti per una confessione che non era stata richiesta, per un incrocio simile e beffardo. “Cos’è? Credi non si riconosca in faccia che c’è altro? Che non è solo il lutto a pesarti? Sì… ti do una bella notizia: ce l’hai scritto in faccia che sei solo…”. Gianni abbassò gli occhi e stava tornando a girarsi quando le parole di Mimmo tornarono ad abbracciarlo.

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“Guarda che noi pugili siamo una razza infame… siamo costretti sempre a fingere di non crollare… è il nostro lavoro rimanere in piedi sempre, anche quando fa male, anche quando vorremmo andare giù. E lo sai perchè ci piace? Lo sai perchè non riusciamo a fare altrimenti? Lo sai perchè quando soffriamo di più corriamo qui a prenderle e a darcele? Perchè ci fa male sapere che non è vero, sapere che vorremmo cadere, che vorremmo sapere quant’è bello cadere perchè ci si spegne la luce e non si soffre più… ma non siamo capaci. Noi siamo quelli che a terra non vogliono finire mai. Noi ne facciamo una questione di vita o di morte… giù non bisogna andare mai! E invece adesso devi, devi andare giù. Buttatela da solo la spugna… se senti che all’angolo non c’è nessuno che ti aspetta. Buttala da solo a terra la spugna e cadi. Lasciati andare che il tappeto è morbido. E’ fresco il tappeto. Buttati giù che non hai niente da rimpiangere. E buttati giù ancora di più se hai dei rimpianti! E piangi… soprattutto perchè ora ti senti solo e sai che hai dovuto gettare tu la tua spugna. E’ umiliante farlo. Piangi, arrabbiati col mondo, arrabbiati con chi ti ha lasciato solo, anche se avevi mille colpe, anche se erano le persone che amavi di più, anche se sono andate via senza colpa. Anche se sono morte. Soprattutto! Io mia madre l’ho odiata perchè era morta. L’ho odiata finchè non le ho voluto ancor più bene, anche se non c’era più. Arrabbiati e sentiti umiliato… ma buttati a terra e piangi.”.

Poco prima di entrare nella doccia, nudo, prese il telefonino. Cercava una conferma a quel gioco della telepatia per cui “…se apro whatsapp tu sei lì, online… o ci sei passata un minuto fa”… “o dopo un po’ riaprendo scoprirò che ci saresti passata il minuto dopo”. Se Mimmo avesse parlato solo un minuto di meno… si sarebbero scoperti assieme online. Quanto avrebbe voluto sbagliarsi in quello… quanto avrebbe voluto non ritrovare più quella telepatia. Quanto avrebbe voluto vedere quella regola violata e violata e violata mille volte. E invece, no! E sempre! E non gli stava bene per niente. Perchè quello di due sere prima era stato un’addio. Un addio preteso. Un addio desiderato, minacciato… forse estorto. E adesso ne sentiva tutto il peso, di quell’addio che raccontava di vuoto, di solitudine, di freddo. Si pentì di quell’addio. Si arrabbiò con se stesso e si ripetè che doveva arrabbiarsi ancor di più perchè “…indietro non si torna mai, nemmeno per la rincorsa…”. Ma quanto ci credeva davvero in quella frase? Nemmeno un po’!

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Poi s’arrabbiò con lei che quell’addio l’aveva pronunciato senza volerlo pronunciare, l’aveva detto senza opporre un arrivederci, un ciao. Ebbe un brivido. Sentì il viso rovente. Ci mise sopra lo smartphone e schiacciò l’altra guancia contro le piastrelle mentre l’acqua della doccia cominciava a diventare almeno tiepida. Mimmo entrò nello spogliatoio. Lo guardò. Nudo, schiacciato contro il muro, col cellulare premuto sulla guancia, la faccia sfatta, gonfia. Sorrise in un misto di severa comprensione. “Lascialo il cazzo del telefonino… tanto non ti risponde nessuno… funziona sempre così. Se vuoi, dopo la testa di pianti che ti devi fare tra la doccia e casa, esci con noi, stasera. Una pizza e una birra…”. Gianni sorrise, pur non dandosi mezzo grammo di credibilità. Si voltò con gli occhi gonfi. “Eh, Madonna che faccia, non ti stare a preoccupare, non ti facciamo pagare tanto… siamo pochi!”.

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Sì perchè mi da profondamente al cazzo scrivere motivational… mi da di quei link idioti che si condividono su FB…

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… quei Link fatti per le persone depresse che condividendo i link fatti per persone depresse messi in giro da persone depresse non fanno altro che moltiplicare parole, parole, parole, soltanto parole (nemmeno) d’amor!
No… motivational come parola mi sta sulle palle!
Perchè io non ho bisogno di motivarmi in questo percorso. Io conosco il concetto di colpa per averlo sperimentato addosso più e più volte, spesso immotivatamente. E conosco il concetto di responsabilità. Non avrei mai pensato di arrivare a citare il “comandante nero” Pierluigi Concutelli, perchè mi separano da lui ben più dei famosi sette gradi… Il problema è il concetto che questo personaggio della nostra storia “criminale” e “politica” italiana esprime, comunque. Qualcosa di molto, forse troppo importante. Parla della differenza tra il concetto di Responsabilità e Colpa: io sono Responsabile di determinate azioni compiute, che hanno un riverbero, hanno avuto e avranno riverberi nelle vite altrui. Io ho responsabilità per quei riverberi, non ho colpa, perchè la colpa è un retaggio della cultura cristiana del battersi il petto e dimenticare… elaborare un senso di responsabilità, comprendere che dalle proprie azioni scaturiscono reazioni è altro. E’ un procedimento più profondo che non ha fine se non con l’elaborazione e con il perdono, la comprensione della persona coinvolta, lo scendere a patti con quella spinta che, dentro di noi, ha elaborato l’azione di cui parliamo.

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E’ tutta nel mio senso di responsabilità la mia motivazione. Tutta lì… e nell’idea di felicità e di futuro che ho!
Credo di aver perso troppo tempo nella mia vita a guardarmi vivere… e troppo poco a sentirmi vivere, percepirmi vivere, ascoltare ed apprezzare, nel bene e nel male, le emozioni che il vivere mi procurava.
Ho ignorato per tanto, troppo, quelle emozioni. E per questa incapacità di ascoltare che sono responsabile di tanto. E’ questo mio continuo cedere alle paure, alle elaborazioni… che ho smesso di essere felice… o forse felice fino in fondo non lo sono mai stato. E’ per colpa di questa incredibile ansia di sbagliare… che non ho mai scelto… ma sempre accettato.

Ho deciso che devo cominciare a lavorare per far saltare il banco, consapevole che sarà un percorso difficile, aspro, a volte doloroso. Ma di sicuro, alla fine, oltre a scoprire cosa sarà la felicità – che non è eterna ma fatta di momenti che vale la pena vivere – potrò guardarmi indietro e dire di avere davvero vissuto. Con te che ancora leggi di nascosto… lo so!

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Il settimo giorno… che potrebbe essere tutta una serie di cose, tipo una bellissima che fa rima e cit. di una canzone degli afetrhours che mi stanno sulle palle… e che fa più o meno così: Porno quando non sei intorno…

E quindi, niente, il titolo dovrebbe essere “Il settimo giorno… porno quando non sei intorno”. Che ci stanno tre rime in croce ma inchiodate bene davvero… con enorme dignità.
E invece no! E no perchè gli Afterhours mi sono saliti sulle palle da un po’… esattamente da quando mi illusero di abbracciare uno stile con “Ballate per piccole iene” e poi tornarono alle cose schizzate anni ’70 alla Dulli che a me sono sempre state sulle balle perchè sanno di inutilmente virtuose, inutilmente elitarie, inutilimente distanti. Che a me sanno come “Guarda quanto ce l’ho grosso e bello… che ce l’ho solo io così”… ma questo forse perchè suono un basso con la stessa cagnesca attitudine di Tory Lane che in teatro legge “Il cantico delle creature” o di Monica Bellucci alle prese con un ruolo qualunque in un film qualunque in cui debba dire 7 battute in croce.

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Quindi niente… pure se è bella la cosa del porno quando non sei intorno non se ne fece nulla il giorno in cui scegliemmo il titolo… perchè non sto scrivendo live! Ah, già, è mercoledì!

Quindi niente ci vuole qualcosa che parli della domenica, che chiuda un ciclo iniziato lunedì scorso con un post vecchio di qualche giorno. Perchè oggi è uscito… ed oggi – present day in cui scrivo – non è lunedì! Ci vuole qualcosa che rimetta ordine. Solo che parlare quand’è ancora mercoledì di “domenica” è una cosa stonata. E’ una cosa che non ha senso. E dovrei imparare che l’ordine lo da l’essere davvero live di una cosa, non l’ucronia (eh che cazzo di termini si imparano qui, vero stronzi incolti?) di scrivere oggi parlando come se fosse dopodomani che è il giorno in cui il post esce! Anzi tecnicamente dopo.dopo.dopo.domani… che dalle mie parti ha un nome e si chiama “pscrodd”. Ma c’ho l’ansia del fare oggi quello che puoi fare domani per aver tempo domani di far quello che potrai fare la settimana prossima che siccome oggi c’ho tempo ho fatto tutto quel che avrei dovuto fare nei 4 giorni a venire!
O forse dovrei farmi meno seghe mentali e dare a voi meno importanza… scrivendo quando ne ho voglia del giorno di cui voglio scrivere! Perchè le cose che stanno scritte qui sono così futili e così poco importanti che voi ne avreste sicuramente di più… di importanza e dignità… ma voi non vi scrivo io… quindi… passate dietro nella fila e saltate giro come la famosa casella del gioco dell’oca!

Allora mettiamola così…credo possa bastare per saziare la curiosità di voi lettori che ritengo indispensabile – rispetto al giorno di domenica, che è quello che è e per me ora è quello che verrà – che voi sappiate che…

“Il settimo si riposò”
Questo la dice lunga a sufficienza, credo, sul mio ego. Vi basta?

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No? Ok… potrei cominciare a prendere in considerazione sul serio di citare a memoria il Professore di Vesuviana… (qualcuno sa cos’è!)(mi auguro…)
Mi state per chiedere se mi sento Dio o un suo stretto parente tipo suo figlio in quello strano “threesome” che chiamano Trinità e che come tutte le orge mi appare sempre disorganizzato e ansiogeno tipo che ti giri e si sbagliano e prendono te al posto di quella lì…

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Alla domanda: tu sei Dio o suo figlio o qualche suo lontano parente…
… oggi, dopo avervi detto che “Il settimo si riposò” parlando della domenica… non so rispondere in altro modo se non con un “Tu l’hai detto…” buttato lì con sufficienza.

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So, però altresì, che nell’arco di queste 24 ore metterò su un filmato di Brenda James. Brenda James in quella che è la mia personalissima cinquina delle “biondoddio” e compagnia cantante, però, non ci entrerà. Serve solo oggi che è domenica… prestissimo perchè come al solito dormirò pochissimo, a ricordarmi che è domenica perchè ha un viso domenicale ed un flow scopereccio domenicale e…
…Oh cazzo… sì quello di sopra sarebbe tecnicamente spoiler! I’m so sorry!
(devo imparare che sono celebre e bravissimo e quindi vengo seguito come un serial e in testa mi deve entrare che la suspance per i miei appassionati è roba da rispettare più di quei cazzoni dei panda che invece meriterebbero di estiguersi perchè non sanno utilizzare correttamente i film porno e questa però è un’altra storia di un altro post quindi tecnicamente un altro spoiler e basta…)
Vi stupirà sapere che le prime esperienze di recitazione di quella donna sono state quelle della Madonnina nel presepe vivente della sua scuola cattolica negli States… e disse che l’aveva trovata una esperienza eccitante. E lo disse dopo che era già famosissima e seguitissima come “nextdoor milf”… e credo non si rendesse nemmeno conto della involontaria comicità del doppio senso ingenerato dalla sua figura che parla di quanto “exciting” fosse stata quella esperienza dopo che il mondo  e una mano ciascuno di tutti gli abitanti biologicamente M del mondo sapevano già benissimo in cosa fosse bravissima a recitare!

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Non vi stupirà più di tanto sapere qual’è stata la mia prima esperienza di recitazione… perchè sono stato anche attore navigato e consunto alle prese con un ruolo denso di responsabilità, impatto emotivo e devastanti sensi di colpa… ma questa è un’altra storia che vi racconterò.
Oggi è domenica… quindi, si riposò!

E con tutta probabilità se non mi danno buca un paio di persone… affronterò un lungo e periglioso viaggio in Salento per vedermi i campionati italiani di boxe!

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Una lavatrice di cazzotti… oppure due ore in chat porno a prendere per il culo il solito maschiaccio!

Oggi, pomeriggio e sera, devo scegliere se:
– Malmenare con una violenza inaudita una persona che da una quindicina di giorni sta riempiendo di botte in potenza un salvadanaio ormai prossimo all’esplosione
– Fare qualcosa che mi distragga e mi rimetta in pace col mondo.

Non posso allenarmi oggi… la palestra è normalmente chiusa il sabato.
Devo menarlo! Devo. Un imperativo categorico kantiano. Devo perchè devo!
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Oppure…

Oppure devo rinverdire un vecchio passatempo sviluppato negli anni di corso in criminologia e criminalistica. Quello dell’infilrazione nelle chat erotiche per beccare i pedofili. Che poi, diventi veramente bravo non quando fingi con un pedofilo (soggetto debolissimo, insicuro, credulone e raggirabilissimo) di essere un bambino pronto a condividere materiale pedo-pornografico… ma quando convinci una donna certificata come vera donna a fare cybersex con te, con lei che ti schiude la stanza delle meraviglie delle sue fantasie.
Breve digressione sul tema, poi ne parleremo meglio in un post apposito. Con un uomo non ci vuole niente a fingersi donna. Entrare nelle semplicistiche, infantili e non articolate corde di un maschietto infoiato in chat è semplicissimo. E’ solo un pelo più malizioso di un pedofilo segaiolo qualsiasi. Quello che è complicato non è nemmeno cominciare a chattare con una donna. Quel che è davvero difficile è entrare nella sua fantasia e sistemarsi a proprio agio… perchè solitamente si tratta di fantasie che travalicano i normali confini del buon senso, della verosimiglianza, della possibilità
In un uomoni versus donne in tema di fantasie sessuali nel campionato della semplicità e della veridicità l’uomo vincerebbe a mani basse. In quello della creatività irreale trionferebbe la donna. Fin qui tutto bene se non fosse per l’insulsa pretesa femminile tutta sintetizzabile nell’espressione “La tua è banale come fantasia, la mia è verosimile!”. Nella fattispecie si mettevano a confronto la classica fantasia “idraulico-casalinga” contro “attuale fidanzato delinquente e spregiudicato che mi ricatta perchè ha scoperto foto zozze mie fatte da un mio ex e mi minaccia di divulgarle se non mi concedo gratis ad una serie di personaggi anche a lui sconosciuti in situazione e contesti degradanti”.

Non ho una fantasia così articolata. A chattare con una donna ci riesco… a soddisfare le sue peccaminose e fantasiose voglie no… solitamente mi stufo per eccesso di puttanate inverosimili.

Fingersi donna però è divertentissimo! E di colpo… quando sai che il lui dall’altra parte è folle di te e di tutti quegli incoraggiamenti solitamente triviali e quelle descrizioni al limite dell’anatomico che gli fai… “Ciao deficiente, sono Marco, ho 37 anni e grazie per la splendida ora di risate che mi hai regalato… non credevo che la media maschile fosse così bassa… c’è chi sta peggio, davvero peggio di me!”… arriva quello che mai avresti voluto leggere. Anche solo per conservare minimamente preservata l’idea che ci fosse spranza per il genere maschile. Arriva impietosa la sua risposta: “Ok si d’accordo ma scrivimi ancora quelle zozzerie… dimmi ancora che lo vuoi… ci sono quasi!”.

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In una chat con 7800 utenti medi attivi… è lecito chiedermi se sono davvero così UP nella classifica dell’amorproprio?

Ok… lo meno. Mi sa che lo meno… anche perchè quando gioco in chat mica me lo meno!
Oppure mi chiamerò Carmela, avrò 47 anni… e sarò una zia porca e incestuosa in cerca di un nipotino che mi faccia sentire ancora giovane, bella desiderata! Però… siccome così, come donna in chat, io non mi crederei…
“io lo stuzzico il nipotino ma poi deve fare tutto lui, scatenando le mie voglie lubriche ma anche i miei timori, i miei sensi di colpa, le mie ansie… fino ad una scopata liberatoria, ma interrota(sic!) tre volte perchè la prima devo piangere (ma tu non smettere di fare quello che stai facendo anche a rischio di soffocarmi) la seconda devo urlarti No (ma sono poco convinta quindi tu continua che mi ecciterà moltissima(ri-sic!)) la terza devo giurarti eterno amore salvo poi respingerti nel peggiore dei modi cacciandoti di casa e andando a finire nel bagno piccolo a toccarmi rannicchiata sul water (tranquillo che te lo descrivo… tu mi chiedi cosa faccio e io lo scrivo)” (eh, già… l’avevate capito… CIT.).

Vada per Carmela47… posso sempre menarlo stasera!

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Washing the pipes: ovvero la boxe e quella sensazione di pace col mondo

Provate a seguire un programma di allenamento serio di pugilato – di quelli non agonistici per carità – e vi accorgerete che di colpo, dopo quelle quasi due ore tre volte a settimana il mondo vi sembrerà un luogo più bello. Vi sentirete capaci di comprendere e giustificare più o meno “l’Universomondo” per le sue cappellate. Ogni cosa vi apparirà di colpo chiara nella sua assoluta semplicità. Anche i rapporti più ingarbugliati diventeranno di colpo semplici.

…e Credete a me! Saprete di colpo quale strada prendere anche di fronte al bivio più notturno.

Questo avviene perchè il coinvolgimento ad altissimo tasso fisico del vostro corpo durante l’allenamento vi permetterà di espellere dai pori, oltre ad una enorme quantità di sudore e tossine, anche tutte quelle ansie e quei nervosismo raggrumati che con la loro confusione impediscono la comprensione dei meccanismi di ciò che vi avviene attorno. E poi l’impareggiabile catarsi del colpire e ricevere, del dare e e avere (botte condizionate e contenute, ma sempre e comunque, immaginificamente, botte) sublima nel controllo completo della propria aggressività anche quella interiore. E ci si accorge di colpo che se si riesce a controllare quel che di più distruttivo abbiamo, come la violenza fisica, che gestire le proprie emozioni senza lasciarsi travolgere è un “mestiere semplice”… basta, appunto, osservare le cose libere da legaci. Nella loro semplicità. Nella semplicità di cazzotti dati e ricevuti.

Esiste una categoria anche per questo nell’ipermercato del porno: il wash the pipes, letteralmente risciacquare le tubature. Nella traduzione espressiva italiana suona un po’ come “Non ci fosse un domani!”.
Sono i filmati spesso non amatoriali… ma pure home made, volendo, in cui due esseri solitamente di sesso maschile e femminile, si scambiano non effusioni, ma veri e propri passionalissimi martellamenti, in un accoppiamento incontrollato, feroce e selvaggio, senza alcuna tattica ed alcun fine se non quello di avere un effetto catartico. Non ci sono schemi predefiniti, non c’è la solita alternanza bipartisan di posizioni nè il solito cursus honorum del cazzo che sostanzialmente si disvela nella sequela “bocca-figa-culo-viso” con variazioni sul tema “fronte-retro” e “sopra-sotto”. Eh, no! Qui semplicemente lo si fa ” a quel biondo Dio” senza troppe riflessioni sull’inquadratura, sul kamasutra, sulla gestualità. I dialoghi, lasciati alla libera improvvisazione dell’artista, sono di solito monotoni, parecchio ripetitivi, ma con qualche chicca di raro lirismo a violare i comandamenti circa nomi di Dio invano, Madonnine, Pastorelli e presepi annessi.

Il sudore, la sensazione di fatica fisica, il trucco che cola, i capelli che vanno a farsi benedire assieme alle messe in piega, il fiatone – tutte cose che per una produzione commerciale non amatoriale sono fondamentali dettagli da evitare e che dimostrano come il porno, fuor da ogni uso metaforico, sia la più grande bugia raccontata all’essere umano – sono presi e sbattuti lì con osceno ed orgoglioso vanto… a testimoniare non solo il carattere true life ma anche e soprattutto l’assoluto stato di catarsi che solitamente l’attore maschile raggiunge (la donna credo un po’ meno… o meglio, credo che la sua sia solo una catarsi nel fastidio) attraverso un accoppiamento fuori dagli schemi e fuori da ogni “esigenza di copione”.

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Sono filmati veri. Come un diretto sul naso. Durano spesso meno di 7/8 minuti… a testimonianza del fatto che poi, senza montaggio, tu ragazzino che ti fai le pippe e sogni di durare trenta minuti, già non sei da meno di quello che sta recitando!

E sono filmati che lasciano l’uomo medio desideroso di raggiungere uno stato del genere. Di farlo una buona volta “a quel biondo Dio”… di farlo come non ci fosse un domani. Non per farlo… ma perchè sembra che dopo tu e il mondo non abbiate mai litigato… e che il suddetto mondo per te non abbia segreti! Proprio come dopo una scazzottata. Proprio come dopo una ripresa di guantoni con uno molto più forte di te che ti ricorda che “la boxe è contatto…”

…ma pure un poco di amore, forse!

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