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Escher e lo stereo di casa

Escher e lo stereo di casa

Succede che non si faccia vedere per giorni e giorni, a volte anche settimane… e poi invece ricompaia quando meno ce lo si aspetta. A volte basta così poco, al contrario di quando, per colpa di un semplice modulo di termosifone, comparve nel mio gabinetto.A volte basta davvero una piccola azione quotidiana, ancora meno insolita dello sdraiarsi a letto… a volte basta accendere lo stereo di casa. Oppure fare come me. La sera/notte/quasi-mattina prima, scegliere che un disco, una cassetta, una canzone su supporto sia la propria sveglia per il giorno dopo. Scelto il supporto, posizionare il disco o qualsiasi cosa sia nello stereo…e programmarlo come sveglia. Può capitare, come è avvenuto solo pochi istanti fa… che il simpatico signore con il cappello ed il monocolo si presenti al vostro cospetto, magari alle spalle, senza far rumore mentre si avvicina. Non per essere furtivo e spaventare, no… semplicemente per la voglia di essere una bella sorpresa. E capita che stranamente sia di poche, pochissime parole. “Piccolo Kuntz apparecchi il banchetto per i timpani, vero?”… e Kuntz poverino fa fatica a capire certe parole, certe metafore, certe espressioni… e magari annuisce così, senza ben sapere. Ma del Mastro Escher ci si può fidare… non è persona da approfittarsi! “Ed allora devi sapere che tutta questa storia dei dischi e delle cassette è tutta, tutta una bugia. Come si può pensare di chiudere la musica, le note e le parole su una pellicola specchiata o su un nastrino nero di calamita?”. E Kuntz ci pensa un po’ su. Guarda Scrivente, mi guarda… perché cerca sempre prima in noi una conferma. E fosse per me Scrivente vorrei tanto spiegargli che si tratta di una nuova tecnologia capace di imprimere sul nastro magnetico, sul vinile o sul supporto digitale, proprio come nei file del computer, la magia della musica.

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Ma sgrano gli occhi ed indico Mastro Escher… per Kuntz, perché si metta all’ascolto.

“Vedi Piccolo Kuntz… è solo una piccola magia… e funziona solo con il tuo stereo, solo con la tua musica”… e detto questo, come suo solito, cava dalla sua borsa da lavoro una sfera di quello che sembra cristallo volgare.

Tutto si deforma… e quando la sfera si sofferma sullo stereo, sulle casse… Kuntz ed io possiamo vederle da dentro. Avevamo scelto i RadioHead.

Non posso credere ai miei occhi:

Sul CD che gira, una pedana al centro, ferma ed immobile: la batteia ci sta sopra… e Phil la suona. Immobile, proprio al centro di quel disco che è diventato una piccola pista di pattinaggio su ghiaccio. Lì attorno Ed e Colin girano, girano, girano… senza numeri troppo particolari. Ma è come se le lame dei loro pattini fossero le puntine immaginarie che danno forma e vestono i suoni sistemandoli in canzone. Kuntz sgrana gli occhi. Mastro Escher passa la sfera davanti alle casse. Nella prima c’è Jonny Greenwood, chitarra alla mano… che suona senza mai stancarsi. Nell’altra Tom Yorke. In pigiama. Davanti allo specchio, piegato sul lavandino. Canta “Creep” mentre si fa la barba. Sorride ed educato chiude la porta.

Kuntz salta di gioia… non vede l’ora di dire a tutti che nel suo stereo c’è Tom Yorke che canta anche quando si rade…

Io gli sorrido e gli scompiglio i capelli. Mastro Escher è già lontano!

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Radio Quindinononvatuttobene -I testimoni di GeNova

Che poi stanno ‘ste cose… che non capisci che cosa dica una canzone perchè arrivi tardi e le parole “commissario” e “polizia” ti fanno pensare che parli di un femminicida testimone di geova!

Max Gazzè – Sotto casa

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Ogni promessa è un debito! Il Messy!

Ogni promessa è un debito e quest va per Ysingrinus che me l’aveva chiesta tempo fa!

C’è gente che non la capirò mai. Gente che pretendedi portare nella tua vita ordine. E pure la pulizia. Ora… fino a che parliamo di concetti sociali tipo “Ordine! e Pulizia!” belli gridati in piazza magari con una scopa che al posto del bastone c’ha un manganello ed al posto del flaconcino di ACE un sulcedaneo di Olio di Ricino… a me la cosa garba tantissimo esteticamente e sgrezzata da tutte quelle cazzate che hanno trasformato una filosofia vincente quanto il Toyotismo, come il totalitarismo, in una boiata come il fascismo d’operetta… io ci sono. Io sono fermamente convinto che i totalitarismi siano l’unica soluzione al disagio nel mondo e nella sfera privata. Ognuno dovrebbe essere Dittatore di se stesso… possibilmente io anche di tutti voi!

Nel mondo sociale… e pure un poco nell’universo dei social… ho sempre sognato di fare il dittatore, ergo… nell’Universo Social, dite con fiducia sì a slogan quali “Ordine e Pulizia!”… lasciate fare a me, lasciate fare ai Professionisti che, come sapete: “Mortellaro fa le cose per bene!”.

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Altro discorso, mannaggia, è l’ordine e la pulizia nella vita propria di tutti i giorni, Cioè dentro il giardino di casa del cuore tuo, che tu chiami vita mia propria e che dentro l’insieme c’ha il tuo corpo e le dirette emanazioni dello stesso, ossia i luoghi fisici in cui declini la tua vita, tipo: lavorare, scopare, sbronzarti, farti di caffeina, cazzeggiare, studiare il possimo romanzo breve, programmare i post del blog, farti la barba e acconciarti i baffi, farti le seghe, fumare sigarette estere, bere amari nazionali, spostarti in auto, sedurre le donne… Tutte queste cose sono le pertineze del giardino di casa della tua vita. Lì, chi entra per portare “Ordine e Pulizia!” dovrebbe essere massimamente messo alla porta come fecero i gloriosi partigiani comunisti stalinisti e pure un po’ titini con i totalitaristi da operetta che andavano sotto il nome di fascisti e con qualche papista attendista e finto-azionista della prima ora, tipo con la strage di Porzus e con le foibe. A totalitarismo da operetta, ancora una volta, si risponda coi sani metodi del Mortellaro Cortese e pure un pochetto Erode. O Beria. Perchè nel giardino di casa del cuore della tua vita e nelle sue pertinenze… l’ordine ce lo metti tu. La pulizia magari ti fai consigliare… vuoi mai che non ti lavi da un po’ visto che hai sempre altro da fare tipo le cose elencate sopra tra le quali c’è farsi la barba e i baffi ma non c’è farsi la doccia. Tipo, c’è farsi le seghe ma non c’è farsi il bidet dopo essersi fattio le seghe.
Oh… per la pulizia fatevi suggerire dai professionisti: sveglia di buon mattino, caffè sul cesso ed avviate il soffione della doccia… finito caffè, finita la cacca, carta igienica e doccia bollente. Ah seh! Un’altra persona! Non dimenticate per esempio, massimamente se andate a donnine, che spesso talune (le migliori, quelle da frequentare se vi piace pagare per fottere… che non c’è giudizio morale, è una perversione e ognuno ha le sue… perdire c’è gente che va in chiesa…) pretendono espressamente nell’annuncio che non siate stranieri e che siate puliti. Ora, è vero che a casa delle donnine c’è il bidet e potete farvelo… ma io sconsiglio di farvelo lì… secondo me ne uscite ancora più zozzilerci. Dunque pulizia, mi raccomando, quella sì.

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Ma ordine… ordine?! Chi cazzo ha detto che qualcuno può sindacare sulla entropicità dell’ordine dei vostri luoghi di declinazione della vita? Allora… sepolti in casa è il caso limite che analizzeremo alla fine ma attualmente è solo l’eccezione che conferma la regola. I sepolti in casa avrebbero bisogno di ordine e pulizia: cioè mazzate di mazza violentissime, benzina e fiammiferi. Il casino fa bene ai creativi. E se ne facciano una ragione i razionalisti razionali dell’ultim’ora che non hanno ancora capito che le formule matematiche non spiegano il mondo e che le formule chimiche non svelano gli arcani dell’amore… lo dica pure con fiducia il fotografo che incontra la biologa: “Ah cosa, nunn’è vero pe’ gnieeeente che è tutta ‘na cosa de chimica! Se ce la pensi così vattelappiglià a quel sacro indirizzo che conosci!”. Fotografo e biologa sono tranquillamente sostituibili con scrittore ed ingegnera, drammaturgo e avvocatessa, creativo grafico pubblicitario e matematica, cialtrone hipster e statistica (le categorie peggiori, ciascuna nel proprio macroinsieme attitudinale di riferimento). Il casino fa bene ai creativi e se glielo scombinate succede un ’48… un ’48 come quello del 1848 in giro per l’Europa, coi pupazzetti della plebaglia che girano per strada facendo un casino. Tipo il G8 di Genova, ma planetario. E senza estintori creativi, senza sbirri che sparano e spariscono e danno la colpa ad altri sbirri che poi finiscono per fare incidenti mortali e simili! Il casino ci aiuta.

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Il casino è il messy. Il messy è una cosa che le persone di una certa età, tipo le mamme dei coetanei miei, non dovrebbero guardare nè conoscere. Mia madre inclusa. Pure mio padre e pure i padri in genere. Mamma, papà… sappiate che non vanno scombinati i posti in cui un creativo come me declina la mia vita ed arrivederci.
Dopo questa sostanziale premessa…l messy è la quintessenza della creatività. E’ un fantastico gioco che vale da installazione artistica in cui cose splendide e solitamente deliziose (una non lo so ma se tantissime donne e – pare – tanti uomini ne conoscono il sapore, proprio di cacca della morte non deve sapere) vengono usate per inzaccherare letteralmente i corpi di desiderabili ed avvenenti modelle (il desideraile e l’avvenente come al solito va tarato a seconda della sottocategoria “chi?” prescelta: tranquilli se vi piace skinny cioè pelleossa c’è, se vi piace chubby cioè cicciotta c’è, se vi piace BBW cioè grassona c’è, se vi piace mature cioè atempata c’è e c’è pure se vi piace barely legal, cioè appena 18enne oppure class cioè di classe) che poi con tutto quel bordellone unto e bisunto e appiccicoso addosso se lo spalmano e si spalmano in ogni dove sul set. Cos’è questo se non il protestare, attraverso qualcosa di comunemente definibile come “un casino addosso” e basta, una enorme esplosione di creatività?! Art Attack meets Brazzers! Via i bambini e facciamoci aiutare solo da adulti o da “almeno diciottenni”, ovviamente. Cos’è se non l’estremizzazione carnale di un concetto come quello della tettutissima Kira Ayn Varszegi, che dipinge cole mammelle. O la Lilibeth Cuenca Rasmussen che ci mette davvero tutta la sta. O il folle Kazuo Shiraga che dipinge coi piedi… ma anche con tanta dignità. Il messy è questo: spingere il proprio corpo, la declinazione della propria esistenza di pornostar ad un livello superiore, trasformando il corpo in tavolozza per imprimere sulla tela della vita… o sul pavimento del set, il proprio concetto di arte. Poi, cazzo, lì su quei corpi c’è di tutto: nutella, ketchup, cocoina, amore maschile… lo sperimentalismo creativo davvero non ha limiti. Altro che Ordine! Altro che pulizia (in questo caso!).

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Risvolto della medaglia: non tuo quel che è incasinato, tipo, è messy e luccica. Prendete il bukkake… che è quella pratica di incasinare SOLO la faccia della modella con amore maschile… senza che esista un dopo… ma con il puro ed unico intento di degradare. Quello non è arte. Quello non è ordine entropico. Quella è dominazione spiccia e se non ti piace come concetto… la trovi anche un bel po’ disturbante. Ecco perchè dicevo che nel mare magnum del disordine, i sepolti in casa (che sono i bukkakisti cioè quelli che in tanti fanno il messy sulla faccia di una donna e il video finisce lì) sono una eccezione: troppi e sconclusionati, senza un fine. Come il casino dei sepolti in casa, come l’amore maschile sulla faccia delle modelle: serve a un cazzo e per mandarlo via ce ne vuole… e non riesci nemmeno ad aprire gli occhi!

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Prima gloriosa uscita di quello che fu in nuce il collettivo foto-lomografico “Ordine e Pulizia”. Ci furono altre uscite, poi finì l’estate e “facemmo grandi” e ci si perse di vista. Questo è materiale misto non ritoccato in alcun modo. Nikon d60 e Holga135.

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Prospetto con grandangolo e dettaglio frontale di un lavatoio. La desolazione del secondo scatto mi ha sempre – non so perchè – trasmesso enorme pace!

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Una porta, in una stanza completamente buia, che si apriva su altre case abbandonate. Un abbandono ciclico e ricorrente. Mi piaceva la cosa…
In una stanza diversa, scoprii che addentranomi avrei avuto altra luce, differente, completamente differente.

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1di5: La tua casa è per sempre(?)…

Comincia oggi la pubblicazione in pillole del set “La tua casa è per sempre(?)…”. Diluisco i 17 (diciassette?) scatti in cinque post per essere più incisivo e meno ridondante. Questo mi permette anche di spendere qualche parola in più sulle immagini, volta per volta.
Benedetta e maledetta deformazione professionale del sociologo! Pensiamo troppo, scriviamo troppo, parliamo troppo e ci guardiamo dentro… troppo e troppo spesso…
Per accompagnarvi suggerisco un adeguato sottofondo idoneo (cit.)
[youtbe=https://www.youtube.com/watch?v=MysLknjxlRY]

22 Dicembre 2015, esterno ed interno giorno. Modugno, provincia di Bari… Showroom Aiazzone, abbandonato dal 2005. Lo spazio dello showroom si presenta enorme e labirintico dall’inizio. A tratti la sensazione che si percepisce è quella del saccheggio, a tratti del bombardament. In alcuni luoghi, i più speciali, semplicemente di una rassegnata solitudine. Un vecchio detto dice che “chi fabbrica martelli vede solo chiodi”. E’ vero. In un posto abbandonato che narrava di case, promesse di una vita, sogni ed aspirazioni che ruotano attorno al focolare… io ho guardato lo specchio infranto di quelle promesse e la mia immagine, nuova, restituita.
Delle ore trascorse a scattare non sono riuscito a selezionare meno di 65 fotografie. Passerò ad una scrematura ma… ho notato alcuni temi ricorrenti. Per cui ho deciso di dividere il set in maniera emozionale andando per temi e sensazioni. Il primo su cui ho deciso di lavorare era quello dell’abitare, suggestionato da parole e slogan che saturavano l’aria. E molto ispirato da uno dei primi “modelli” in cui mi sono imbattuto: una “casa” informale ricavata in mezzo a sporcizia e immondizie con un matrimoniale attrezzato attaccando due materassi, un fornellino di fortuna fatto coi mattoni ed una scrivania con sopra sigarette, portacenere e portagioie. E’ quello che vi presento ora di seguito, nell’ordine in cui l’ho pensato e pubblicato.Ho scelto il registro del bianco e nero… mi pareva desse più incisività ed avesse più robustezza ed autorevolezza per narrare una storia.

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Come fosse una copertina la facciata sbilenca con l’imperante logo. Erano quelli di Biella, quelli che ci dovevi andare per forza “in auto o in torpedone, in bici o in carrozzella”. Perchè ti sarebbero piaciuti. Perchè avrebbero vestito la tua casa. Dei mobili promessi io ho trovato poco e niente. Ho visto pareti nude e sbrecciate più che case vestite. Certo, non mi sono pentito… ma questa foto l’ho chiamata Reclame, perchè come in ogni pubblicità, dietro una facciata scintillante… la fregatura!

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Politica aziendale? Regalare sogni, rassicurare l’ottimismo celato dietro ogni parola, dietro ogni promessa, dietro ogni futuro immaginato e possibile. Le parole non dovrbbero mai essere eterne… oppure semplicemente dovrebbero accettare il peso della propria fallacità ed avere il coraggio di dire sempre “FORSE”. Perchè di fronte a questo sfacelo che a me, ma non solo a me, dice tanto, c’è solo l’inopportuno di ognuna di quelle parole, virgola inclusa.

03 - Bedroom explosion

Ed in una esplosione confusa, come uno sguardo allucinato che si sposta su un dettaglio impossibile e non riesce ancora ad accettarlo come reale, ho cercato di congelare sentimenti come stupore e profonda compassione. Lo stupore nel constatare con mano e naso che la disperzione, la solitudine e la tristezza sono sempre e comunque capaci di mettere tenda anche in mezzo ad un trionfo di merda di piccione. E la compassione per quelle anime che, rassegnate, hanno diviso quello spazio adattandosi a chiamarlo casa, nella ricerca di quella “intimità” che si declina nelle camere da letto delle case di tutti.

 

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Capita di ricredersi e far pace con certi tipacci

Tipo… tipo Fedez, no? C’ho fatto pace da un mesetto. Da qualche parte ci deve essere traccia. Con fiducia scorrete indietro, c’erano dei timidi segnali di avvicinamento. Resto sempre fermamente convinto che i suoi tattoo dietro nascondano le stesse misteriose verità di ogni affermazione degli illuminati, quindi, come dire, epic fail grandiosi e vuoto pneumatico. Come quello di certe macchine che fanno degli apocalittici e dolorosissimi ciuccioni alle tettine delle starlette del sadomaso spinto spirandole e deformandole… Però immaginatevi quelle macchine vuote.

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Solo gli idioti – o i molto molto poveri – non si possono permettere il lusso di cambiare opinione. Io che quel lusso posso regalarlo e spanderlo in giro a tonnellate, visto primariamente il mio profondo acume, ho ascoltato con attenzione il prodotto culturale assemblato dal signore scarabocchiato di cui sopra. Satana andrebbe apprezzato, se esistesse, perchè con una cosa banalissima come il male c’ha scritto una serie televisiva lunghissima che dura da migliaia e migliaia di anni e continua ad appassionare tutti e si chiama “Storia dell’Uomo”. Non a fumetti come quella di Enzo Bagi (che era bella ed anche se per bambini non ti nascondeva le nefandezze e le frecazze… tipo la scena degli Ozi di Capua che si vedevano tutti i soldati che a quel Biondoddio selo e melo e glielo a tutti e tutte… ed era Per Bambini!). Satana andrebbe apprezzato se esistesse. In realtà voi ancora non capite che per queste cose c’è da venerare solo lui, il vero signore del male, quello “the original”, ossia Krugg impersonato da David Hess in “Ultima casa a sinistra” di Wes Craven (l’originale non il remake). David Hess con tutto quello stuprammazza di quel film ha fatto fiorire un genere che ancora appassiona milioni di persone. E vorrà pur dire qualcosa: con una cazzata che senti ogni giorno al telegiornale riuscire a non sfavare e portare camionate di gente al cinema!
Fedez ha fatto lo stesso, di maniera: con cose semplici e banali, al limite dello smaronamento di coglioni ci tira su soldi a palate e si fa conoscere. Racconta sempre le solite vecchie storie in croce… eppure… eppure lo fa bene, con buona padronanza di un robusto vocabolario (che per uno che fa l’MC è pane quotidiano) e poi ci mette sempre molta ricerca nell’espressione ritmica (anche questo discorso non va assolutamente spostato in secondo piano!).
Quindi, riconosciuta la bravura di vendere copie e diventare famoso facendo bene cose semplici e banali… c’ho fatto pace. Anche perchè non sono più interessato a possedere nè carnalmente nè psicologicamente una che ad un certo punto della sua vita aveva detto: “No, guardate che Fedez è proprio un figo da paura!”. E adesso lo ascolto e ogni tanto lo cito… che fa tanto postadolescenza che è uno stato anagrafico e non dell’anima comune a tanti che come me sono stati inculati dall’Italia Peggiore e dalla Puglia Peggiore e si inventano i lavori e scrivono e aspettano concorsi pregando Biondoddio e Gesummaria che non siano truccati!

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Andiamo avanti. Proprio per questa ragione ho dovuto ricredermi su altri che dicono e suonano cose banali e semplici. Ho dovuto ricredermi su “Lo stato sociale”. Quantomeno sul primo album. Io ho capito che ce li avevo sulle palle per una sola e semplice ragione: scrivevano cose che io scrivevo e dicevo tempo fa senza aver fatto la furbata di registrarle prima alla SIAE. O all’ufficio Brevetti e Marchi. LO zio di mia madre ci lavorava nell’ufficio apposito al Comune di Giovinazzo. Erano tempi belli. Inventavi una cosa e correvi a farti certificare il fatto che era tua e che nessuno poteva usarla senza il tuo permesso… o senza cagare quattrini.
Lo stato sociale aveva copiato quella mia a brillante idea di fare situazionismo d’accatto parlando di quanto era brutta ma inguaribilmente emozionante la condizione dei post-adolescenti nel mondo illiquidito di questa contemporaneità da FB, COCOPRO e crisi dei valori, sistemi, tutto. Anche crisi dei bulli della mia età che erano bulli nell’età in cui si faceva i bulli e che ora si rammaricano di vedersi rubata la scena da copie sbiadite e malriuscite di bulli che diventano celebri solo perchè siamo in un villaggio globale e ci sono i telefonini.
Se non ci fosse stata una telecamera, Rodney Kig sarebbe stato solo uno dei tanti stronzomerdoni negri massacrati da sbirri bianchi. E nessuno avrebbe rotto il cazzo. Provate a darmi del fascista prima di andarvi a ripescare il cit… Perchè io lo so chi l’ha detta e scritta ‘sta cosa, vendendoci un botto di libri e diventando guru di certa sinistra.

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E niente, tutto questo pippone per dire che – oltre ad essere bravissimo a scrivere coi registri stilistici che passano dall’aulico all’incasinato ed all’infantile – ho fatto pace coi ragazzi de Lo Stato Sociale e credo li ospiterò spesso qui… Perchè leniscono e curano la noia… e si sa, citandoli…
Niente come la Noia sa uccidere  Cromosomi (che è una metonimia per dire che la Noia uccide i geni… ed è un gioco di parole tra i geni biologici ed i geni come me cioè le persone appartenenti ad Intelligenze superiori… se non ve le spiego ste cose…).

Au revoir!

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Certe volte uno nemmeno pensa a quanto l’espressione “salvavite” sia davvero salvifica…

Ci sono persone che credono che la storia del “salvavite” sia superflua. Sono le persone che di solito poi, senza pensare a quanto sono teneramente comiche, ti dicono che non dovrebbero parlare al cellulare perchè “fuori c’è il temporale”. Sono le stesse persone che dimenticano di staccare l’antenna e la presa della corrente dove c’è il televisore… quando fuori piove e c’è il temporale. Ma dio buono… no, al cellulare non si deve parlare. Se fuori c’è il temporale.

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E così rifletti un pochino per caso su quante volte devi ricordare alle stesse persone che quelle calzature domestiche antiestetiche che tutti chiamano “crocs”, poi, tanto antiestetiche non sono. E comunque sono di una assurda funzionalità… soprattutto e mille volte di più quando devi asciugarti i capelli con il phon – con cui io personalmente non faccio un cazzo perchè sono skin – ma che, voglio dire, se fuori c’è il temporale e non si può parlare al telefono cellulare… forse non è nemmeno il caso di mettersi lì ad asciugarsi i capelli coi piedi nudi direttamente per terra… o peggio, convinti di essere isolati, con le ciabattine di stoffa o le infradito. E qui potrei aprire un capitolo sull’atavico odio per quel perizoma da piede che è l’infradito… massimamente il modello havajanas – quello che all’epoca mia si comperava al mercato – che ti abbandona nel momento del bisogno con il pernetto che salta. Io, che voglio dire gho ricevuto sani valori tipo la maglietta della salute in lana l’inverno ed in cotone in primavera ed autunno, pur detestando l’uscir di casa anche in estate coi piedi di fuori, tollero e comprendo, anzi incoraggio, l’uso di calzature corrette per utilizzi salvifici. Il top per asciugare i capelli sono le dottor scholls o comunque gli zoccoli in legno, da che si sa… il legno isola. Se proprio non si possiede una calzatura del genere, il suggerimento è quello di indossare scarpe o ciabatte con una suola in materiale isolante che abbia uno spessore consistente. Asciugare i capelli con i piedi in terra… o peggio, convinti di essere isolati, con ciabattine in spugna – che belle belle si sono prese la loro bella dose di acqua e quindi non solo vi tengono a contatto con la terra… ma a contatto con la terra con un bel conduttore tra voi e la terra… è di gran lunga più rischioso di parlare al telefono cellulare sotto la pioggia.

Piedi-nudi

Voglio dire… soprattutto se in casa uno non ha il salvavite!

Io a questa cosa c’ho pensato oggi, mentre collaboravo alla riorganizzazione del quadro elettrico del mio pub birreria. Guardavo e mi rendevo conto della “non” ridondanza di determinate protezioni. Se i salvavite esistono… se i salvavite li hanno inventati… un motivo c’è. E se scegli di proteggere ogni singola linea con un sistema di protezione salvavite… un motivo esiste… ed è solitamente quello di non saltare per aria se uno dei singoli elettrodomestici fa le bizze. Guardavo il fatto che il blocco che alloggia il forno ha un suo sistema di protezione e ne consideravo la assoluta utilità, visto che è una macchina che ha il suo bel da fare ed il suo bell’assorbimento. Poi consideravo i frigoriferi e le celle… stesso discorso. Valutavo come importantissimo il rimuovere un blocco – quello del motore dell’impianto di spillatura birra – dal blocco frigoriferi. Ad ognuno la sua protezione. Ad ognuno il suo sistema di sicurezza. Perchè non è ridondanza, si tratta semplicemente di un intelligente accorgimento per evitare che un danno alla cella frigorifera impedisca anche di spillare e viceversa. Quindi ogni cosa col suo sistema… ogni cosa con un sistema tarato per le esigenze di quella cosa che protegge… che non è in definitiva la vita tua, ma quella dell’eletrodomestico e per transfer la tua. Il frigo non sfiamma e tu non ci rimani attaccato morendo a tua volta in una fiammata.

Questo discorso, ovviamente, in senso metaforico, va esteso anche a quei salvavite emozionali che non permettono agli scossoni ed ai corto circuiti emozionali di prendere il sopravvento e farti sfiammare come un cerino spento per terra. Cioè, tipo, di fronte ad una emozione forte… scatta il relais ed il sistema, come si dice in gergo, va in protezione. E quando il sistema va in protezione la macchina non funziona più. E si spegne. Ma non è morta… tutt’altro. E’ viva, vivissima. Sta solo riposando per evitare danni maggiori. Esistono sistemi di blocco più o meno sensibili. Sistemi che prevengono solo il corto circuito ed anche sistemi che prevengono la dispersione ed il danno a terra. Ovviamente più cose prevengono più sono sensibili. Può capitare che due elettrodomestici vicini, magari giustapposti, magari cooperanti, vivano uno scatto doppio. Cioè prima scatta uno e la protezione di quello fa scattare il salvavite del secondo. Due scatti in rapida successione. Uno causato dallo scatto dell’altro. E si blocca tutto… e sembra una tragedia. Niente sembra andare più bene, tutto è fermo, tutto è spento. Ci sono solo due levette azzurre su due punti del quadro elettrico, che prima erano su e adesso sono giù.

Mi viene in mente un frammento del film splendido e tragico “La Stanza Del Figlio” con Nanni Moretti. Non so se riesco a trovarlo su youtube… (siamo tornati alla scrittura in presa direttissima)(e niente siccome non ce la trovo ve la racconto ma poi ho trovato un’altra scena bellissima che avevo dimenticato e mi ha fatto esplodere a piangere e dopo la postiamo per stasera!).
C’è Moretti che non si da pace perchè il figlio gli è morto e cazzo non gli è morto come tutti gli adolescenti stronzominchioni ci si aspetta che muoiano avvinazzati schiantati vicino al paraito con la macchina… ma no, facendo una cosa bellissima, facendo immersione che è il suo hobby… e becca un incidente del cazzo… e c’è Moretti che non si da pace e comincia a cercare un perchè… e quanto lo capisco Moretti ed il suo perchè… e scopre che il perchè è tutto in una valvolina di sicurezza… una valvolina, un pezzo che doveva garantire sicurezza… e invece ha funzionato male… e s’è portato suo figlio. E ripete alla Morante che nel film fa sua moglie: “Capisci? Una valvolina di sicurezza… un pezzetto piccolo così, un pezzetto di gomma e plastica piccolo così…”. Sì, la storia dei salvavite che scattano incrociati e fanno scattare via tutto e sembra che tutto si è rotto è una storia di pezzettini di plastica che vanno su e giù all’apparenza… e tu piangi, urli e strepiti… perchè un pezzettino di plastica o di gomma ha fatto quel casino. Poi ti siedi un attimo, rifletti… e capisci che cosa è successo davvero. E digerisci. E rielabori. Ed alla fine Moretti ci riesce… anche ad un dramma enorme come la morte del figlio trova una ragione, un perchè… non una serenità, certo.

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Bel casino, in questo caso, direte voi, i salvavite che scattano incrociati! No… niente di più falso. Ottimo, invece, ottimo ed abbondante… perchè questo significa che esistono sistemi di blocco in tutti e due i macchinari, che si garantiscono a vicenda. Certo è un bel cazzinculogravissimo sulle prime… perchè si sono bloccati non uno ma entrambi i macchinari. Ci vuole solo un po’ di pazienza… bisogna individuare il guasto del primo, poi mettere mano al primo, riavviarlo e ritarare il secondo. E’ del tutto evidente che il secondo macchinario richiederà più tempo del primo a riattivarsi… ma si riattiva… e tutto riparte come prima… meglio di prima. Perchè il guasto ha fatto capire che tutto funzionava esattamente come avrebbe dovuto.

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Non esistono sistemi esenti da incidenti di sorta. Non esistono sistemi eterni ed infallibili. Per questo esistono in elettrica i salvavite… e tornando fuor di metafora ai sistemi di sicurezza così chiamati… consiglio a tutti, caldamente, di installarlo nelle vostre case qualora non lo abbiate. Soprattutto per non risultare idioti quando poi durante un temporale dite “No, a telefono non posso stare… c’è il temporale!”.

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Il problema annoso della scelta dei sanitari e della rubinetteria in un mondo in cui le cose che possiedi non è che ti possiedono, ma pretendono di dire tanto, troppo di te!

Ristrutturare una casa significa inanzitutto ripensare gli spazi. E io voglio un bagno grande. Stile centro benessere. Perchè visto che mi scappa da cacare molto spesso… voglio farlo con tutti i comfort del caso. Non esiste purtroppo un ritrovato di domotica che pulisca il mio culo in mia vece… per cui dovrò comunque avere un porta-cartadaculo. E dovrò sceglierlo attentamente. Intonandolo alla parete in ardesia. Ai colori del tortora degli altri rivestimenti. E dovrò tenere bene a mente che quel porta-cartadaculo esattamente come quella cartadaculo pretenderà di dire tanto di me.

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Palahniuk è un poeta minore, al mio cospetto. Perchè lui ha il privilegio di aver trovato delle brillanti intuizioni nel modo in cui descrive e decostruisce la società americana trasformandola in un grottesco carnevale. Ma in itaglia questo metodo non va bene. Non siamo posseduti dagli oggetti che possediamo. Non foss’altro che non abbiamo ben chiara la differenza tra proprietà e possesso. Non fosse che non siamo ancora esattamente capaci di scrivere la parola proprietà con la corretta proprietà di linguaggio. Le cose che possediamo essendone divenuti proprietari non ci possiedono… visto e considerato che l’acquisto a rate e l’utilizzo costante delle carte di credito è ancora poco diffuso nel nostro paese. Eppure, quel che noi possiediamo essendone divenuti a giusta ragione e con giusto diritto proprietari finisce per voler dire tanto, a volte troppo, di noi. Con l’oscena pretesa di poterlo fare. Perchè tutti noi non riusciamo a smettere di ascoltare quello che gli oggetti ci dicono di chi li possiede con giusta ragione.

E così oltre al rivestimento in ardesia che canterà del mio amore per un certo primitivismo di lusso, oltre al tortora che parlerà di un mio gusto per i toni tenui e dell’odio profondo che provo per i contrasti eccessivi – soprattutto in un luogo deputato al cacare, quindi un luogo già di per sè profondamente caratterizzato dalla sofferenza, tipo una sala parto qualsiasi – c’è un mini-hammam di enorme dignità rivestito in limestone che parla in mia vece della mia smodata passione per il sesso all’interno di strutture lusso, prima o dpo i trattamenti rigeneranti tipo il bagno turco. Le poltroncine in legno stile “sceslong” (cit.) protestano a viva voce il mio gusto per una certa estetica della comodità.

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Ma voi nell’hammam non ci salirete stronzomerdoni. A meno che non siate delle strafighe del Pianeta, tipo una qualsiasi delle “Biondoddio che ci farei con quella”. E quindi tutte queste cose non le saprete. Non incontrerete gli oggetti che potrebbero raccontarvi queste cose. Al massimo incontrerete i lavandini a colonna, con i miscelatori a parete che costano di sicuro di più di quelli a mensola… ma sono inguaribilmente più fighi e vi parleranno del mio gusto per le forme piene e squadrate… confermandovi il fatto che entrando nel mio regno dovete sempre sentirvi in soggezione, voi maschi, del fatto che io incontestabilmente possa avercelo più grosso. Anche per voi le donne… ma qui non è una questione di concorrenza… deve essere proprio curiosità, fear and desire.
Poi potreste incontrare il cesso… che educatamente vi ricorderà il mio profondo amore per l’essenziale e lo squadrato. Il mio odio profondo verso tutte quelle finocchiate che si declinano per linee curve e per osceni ghirigori. E’ solo una profonda forma di rispetto quella che mi muove a non lasciare le pareti con il cemento facciavista. Perchè comunque sono altruista e non mi va che pensiate che voglio costringervi in una oscena segreta quando vi invito a casa e vi scappa da cacare.

E poi c’è lui… il bidet. Quello che paradossalmente continua a tenermi sveglio la notte.
Quale bidet mi caratterizza meglio come persona? Perchè quello che meglio mi caratterizzerebbe come persona non è più in commercio in itaglia? Vi starete chiedendo come mai uno che è così attento solo alla fase esplettiva sia tenuto sveglio la notte da una insonnia da sanitario. Infondo basterebbe risolvere la questione del cesso. E scegliere quello che meglio vi parli di me. No, non è così. Perchè cacare è solo metà del problema. Poi devi pulirti. Perchè un asciugamano da ospite in tela di lino, bianco essenziale e immacolato può dirvi tante cose di me… finchè è immacolato. Se lo lascio sporco di merda di me vi racconterà solo falsità… vi dirà cose che si chiamerebbero menzogne… e che si estendono ad ogni singola parola, virgole incluse. E quindi paritariamente e nel rispetto assoluto di ogni differenza di genere, vaso e bidet devono parlare di te con la stessa dignità.

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Quale bidet mi caratterizza meglio come persona? Questo non lo so bene ancora. Squadrato. Essenziale. Con rubinetteria dotata di erogatore direzionabile. H scelto. La stessa serie del gabinetto. Un unico rimpianto… ma questo saprà spiegarvelo bene lui quando, esattamente come me, vi siederete lì sopra e come rispetto ad ogni bidet dell’orbeterraqueo italiota – che gli altri barbari non lo conoscono, il bidet – vi chiederete come al solito senza risposta: “Perchè cazzo li hanno ristretti così tanto che sedendomici di culo ho le palle sul freddo bordo ed il pisello impiccato di fuori e sedendomici di faccia ho mezzo culo di fuori e tutto il risciacquato cola giù sulle piastrelle del pavimento, o peggio sulle mutande, le calze e i pantaloni?”.

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Quello che qui non ti aspetti cioè un Instantpost… che non è un nuovo social ma solo un post postato postando, cioè sul momento… e senza il tasto programma perchè certe cose van dette!

Allora ci stanno delle patologie strane che si chiamano accumulo compulsivo e simili… che mia nonna chiama “la malattia delle pittrine lorde” che verrebbe più o meno “il male psichiatrico che affligge donne che non sono buone in nulla che riguardi igiene personale ed economia domestica”… e tutta sta splendida cosa si chiama “parole dialettali che esprimono da sole concetti interi”!
Perchè mia nonna identifica l’accumulo compulsivo con “Sepolti in casa“, format che una volta sola sono riuscito a propinarle di nascosto in uno dei miei pomeriggi con lei… poi però niente più: “Non mettere il programma delle pittrine lorde!”. Santo Real Time!

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Nella mia famiglia l’accumulo compulsivo è un problema serissimo. Solo che noi ci siamo fermati un passo prima della soglia della porta che si chiama “Ingresso dello studio di uno psichiatra” oppure “Sala d’aspetto dell’ufficio per i Servizi Sociali del Comune”. E l’accumulo compulsivo è un problema proprio perchè siamo legati compulsivamente ai ricordi che quegli oggetti trasmettono e regalano. Non, per fortuna, come le pittrine o i pittrini lordi di Sepolti in casa che c’hanno il terrore dell’abbandono e della solitudine… è solo che ci sembra sempre che un pezzo vada via! Capita pure a me coi vestiti… solo che quello si chiama “affezionarmi ai capi d’abbigliamento che ho usato e customizzato”.

E quindi in una vita familiare abbiamo accumulato in garage e stanze NON della nostra casa roba per tre case e sette vite. Come i gatti. E ora che alcune stanze servono perchè tecnicamente dovrei andarci ad abitare… il problema più grande era diventato cosa fare di tutta quella roba che ci stava stivata dentro quelle stanze. Che c’erano mobili e ricordi di due case e tre persone diverse. Complicata come cosa, no?

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Alla fine no… ma lo dico ora che queste stanze sono finalmente vuote. Complicata come cosa, no? No… ma lo dico ora che in quelle stanze e tra quelle mura c’è una eco assordante e c’è un vuoto che farebbe paura davvero… se non fosse che a me da di liberazione, di gioia, di serenità. Le cose vecchie hanno fatto posto alle cose nuove… le cose non mie hanno fatto spazio a quel che di mio in quel posto entrerà. Le mura presto faranno posto a nuovi muri. Che che se ne possa pensare dei vecchi infissi, le finestre cambieranno! Che che se ne voglia dire del parquet… la cucina avrà un pavimento diverso… e pure il cesso! Che un cesso non sarà… Alla fine non possiamo sempre pensare e credere che la roba contenga le vite – sebbene spesso le cose contengano viti. Non possiamo sempre pensare che le persone entrino nelle cose. Alle volte dobbiamo accettare che il ricordo passi da un esercizio costante compiuto anche a corpo libero, senza attrezzi. Perchè la nonna non è il tavolino, la zia non è il suo armadio… la trisavola di cui nemmeno conosci il profumo o l’odore non è la credenza – seppur dell’800 – che ti ha lasciato (non lei ma tipo la nonna che non era ovviamente a conoscenza del fatto che presto o tardi lo stile ed il design qualche passo in avanti l’avrebbero fatto e la mobilia (da non confondere con memorabilia) avrebbe avuto di certo prezzi al dettaglio più accessibili!). Ecco, nonna non è un tavolino… e devo ricordarmi di non infelicitare la gente con doni troppo ingombranti che narrino alle futurissime generazioni del mio tempo e della mia persona. Basterà uno splendido autoscatto, bello, minchione come me… e la solenne promessa da farmi che obblighi le futurissime generazioni della mia stirpe – se mai dovessi pensare di riprodurmi – a BUTTARE tutto quello che dovessi lasciare per far spazio a quel che sarà loro. Perchè è il più bel modo di essere ricordati… per quello che si è stati, non per quello, alla fine, che si è posseduto!

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Credo che a nessuno faccia piacere, una volta spicciate le proprie faccende terrene, sapere di essere un intralcio con mobili tipo quelli industriali – e dunque non proprio da ricordare – di una cucina anni ’60 semplice, discreta e quindi a guardarla ora anche un po’ brutta. Ovvio, dal salone di mia nonna porterò via uno specchio per la mia camera da letto. Non c’entrerà nulla con la camera da letto minimal che sogno per me… ma proprio per quello vorrò salvarlo! Perchè il ricordo, il possesso di un oggetto, ha un senso… la vita e le stanze piene, da non poterci entrare, di tutto quel che di un tempo fu… sono solo una confusione ed un peso incredibile. Che non lascia spazio al futuro e che chiude lo sguardo e la gola al respiro. Che mette ansia… più di quanta non ne metta una splendida camera vuota, pronta ad essere piena di te!

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Io canto il terrore d’un atroce risveglio! Che poi sarebbe un post che parla di abbigliamento osceno, Grand Canyon di carne, accenti agghiaccianti e di quello del sistema di depurazione dell’acqua…

L’omino del sistema di depurazione dell’acqua che ho nella casa dove abito finalmente da solo – e che governo da solo a meraviglia e che non c’ho davvero bisogno di nessuno che mi dica cosa fare tranne che di qualche tecnico che risolva quel che eccede l’ordinaria e analogica manutenzione – ha detto che sarebbe arrivato a casa stamattina alle ore 9:30

Il sistema ucronico che governa questo blog vi sta sicuramente facendo pensare che non è – come sembrerebbe – domenica il giorno in cui scrivo mentre è sicuramente domenica il giorno in cui leggete. Quando sia successo sono cazzi miei… sappiate che era un giorno feriale! Chi azzecca in commento che giorno fosse ha una settimana di commenti/pompino gratis sul suo blog!

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Alle 9:24 squilla il citofono. Io ero in bagno che sul serio stava per scapparmi da cacare.
Stava per scapparmi, preciso!
Rinforco i pantaloni, mi ridò una sistemata, rispondo: “Manutentore del sistema di depu – apro interrompendo quell’inutile recita delle generalità prima che arrivi al codice fiscale e gli faccio: Primo Piano!”. Apro la porta, attendo educato. Lui fa le scale a tre a tre. Arriva un po’ paonazzo con la cassetta degli attrezzi. Ha le sopracciglia fatte da pochissimo, forse la mattina stessa. Ad ali di gabbiano. Sono fatte di fresco perchè ha tutta la pelle scottata. Il suo sorriso a 48 denti si trasforma in una espressione ordinaria.  A me starebbe per scappare da cacare a quella vista… poi penso…

Vuoi mai che i manutentori chiavano la mattina quando entrano nelle case degli italiani a manutenere gli impianti di depurazione dell’acqua? Eh… questo mi vede e fa la faccia delusa manco si aspettasse Tory Lane dietro la porta! Vai a vedere s’è fatto a bella posta le sopracciglia. Non è quello solito. Questo non l’ho mai visto. Entra. Mi chiede dove sia l’impianto. Lo accompagno. Ho modo di valutare:

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– la ricrescita di almeno due centimetri – nera sotto biondo ossigenato, dovrei dire quasi albinizzato – nascosta da un imbarazzante doppio taglio di quelli che non si portano più da tempo immemore… e con due tirabaci di differente lunghezza tenuti a roccia credo con della cera…
– il jeans fintissimamente sdrucito, con strappi fatti ad arte qua e là ed uno strappo più profondo e rovinoso sotto ciascuna delle tasche posteriori… a scoprire un boxer bordeaux attillato…
– una croce di paillettes sulla gamba sinistra, al lato… grande grossa ed evidente…
– delle finte DocMart con la mascherina e sotto una para zeppa di almeno 4 centimetri distaccate dal risvolto del jeans di almeno 7/8cm. Gamba depilata. Calzino giallo fluo da sotto. Ma di quelli quasi a fantasmino.
– un profumo imbarazzante… sembra Minotaure di Paloma Picasso.

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Vorrei mangiare il suo fegato con un bel piatto di fave ed un buon Chianti.

Si china… e qui si apre l’osceno baratro che separa il Bene ed il Male in forma di due chiappe glabre tenute ciascuna sulle sue dal Grand Canyon. Il buon gusto è la saltellante figuretta che danza sulla lama del rasoio proprio al limite di quel sorriso verticale… che tecnicamente dalle nostre parti soliamo definire spaccazza.
Io sono la saltellante figuretta al centro di quel gorgo osceno. Il problema è che non mi scappa da cacare. Nemmeno quando mi si volta e con fare ricercato propompe in un “C’è un problema molto grave!”. Mi chiedo cosa possa esserci di più grave di dover assistere a questo intervento ed a questa scena. “La Manometra perde!”. Sic. Et Simpliciter. La Manometra… oscena da dire quasi quanto un hipster mezzo metrosessuale mezzo trucido nella mia cucina che cerca di fare il ricercato e si infila nella merda da solo. “Che fa me la cambia?” chiedo con aria disperata… non dalla spesa o dall’intervento… ma dall’essere esposto a tutto quello scempio senza scampo. “Eh ma costa 70 euro!”. Mi guarda interrogativo. Ancor più interrogativo gli chiedo “Ho forse una scelta?” – “No!” ed è categorico ma sorridente. Cazzo si rida non lo so! “Cambiamo sto manometro!”.

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Corre giù… torna su… tira su i pantaloni e li sistema meglio sul culo. Lavoro inutile. Il Gran Canyon torna a mostrarsi in tutto il suo osceno splendore. Fortuna ci mette poco… poi mi guarda e fa: “Vede, gliene ho messo uno meglio… questa manometra – cazzo, andava bene quell’uno meglio… perchè torni al femminile? – ha due orologi!”. Non sorride quando lo guardo… non sorride più. Credo si stia ancora chiedendo cosa ho contro gli orologi.

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Io non dico nulla. Pago, lo accompagno alla porta. Accetto e ricambio sorridendo i suoi auguri di “Un Buon Natale e pure l’anno” (sic.) poi richiudo fuori di casa quell’osceno risveglio… che non fai in temopo a felicitarti che sta andando via… e subito ne tira fuori una nuova. Tipo mal di denti: pulsante, ad intermittenza. Se n’è andato? No, è tornato peggio di prima!
Mi scappa da piangere. Mi scappa da vomitare. Non ho ancora cacato… e nemmeno adesso ho ancora cacato… che sono le 17:46. Credo il mio organismo per riflesso condizionato, adesso, tema quel che può succedere a tornare in bagno e sedermi sul gabinetto.

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