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I Trailer 0.1 di Radio Quindinononvatuttobene

Cominciamo con questo film, che m i appassionò… lo vidi in cassetta, tra quelli che l’Unità regalava come “Grandi classici del cinema americano”. E’ un film facile facile lo chiameresti “di cassetta”… ma è così dolce, delicato e struggente… che ai dodici anni di mio figlio, in VHS, glielo regalerei. Vabè, pure in DVD o in quel che sarà.
Prima però si legge il libro!

Per un po’ di post mi perdonerete se vi ricordo di visitare anche il nuovo blog della Karashò e seguirlo!

Stand By Me – Ricordi di una estate (trailer recut)

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Radio – Quindinononvatuttobene FRNCPL1

Svegliati, forza, fuori da questo sonno che ti asciuga le lacrime.
E’ oggi, è ora!
Scappiamo… io e te!

Prendi la tua roba, vestiti. Forza, prima che lui ci senta. Prima che si scateni l’Inferno. Ed ora respira, non smettere di respirare. Non perdere il controllo. Cazzo, respira, continua a respirare, così, brava… Io non ce la faccio, da solo.

E adesso canta, ti prego. Canta una canzone… ci riscalderà.
Non lo senti? Non senti che freddo che fa?

Ridi, ridi pure… anche se di questa risata debole fiacca… non smettere di ridere. Ti prego, non smettere.
Sapete che c’è di nuovo? Spero che tutta la vostra saggezza ed il vostro potere vi soffochi!

Hai visto? Ora siamo una cosa sola… una cosa sola, ma nella pace, nella pace eterna. E sapete che vi dico? Spero, lo spero davvero, che tutti voi soffochiate, che tutti voi, nessuno escluso, crepiate senz’aria.

Continuo con le uscite – con le canzoni uscite – da quel CD esoterico che è sbucato fuori da sotto il sedile della mia PoloCross mentre cercavio la bottiglia d’acqua. Certe epifanie vanno festeggiate.

Questo è un pezzo sruggente, ma struggente per davvero.
E chi ha pensato di accostarlo ad un video così struggente ha fatto una cosa bella per dvvero…
Perchè questa, quella che vedete, è la tragedia d’amore forse più struggente di tutte… persino più della versione pavesiana (non pavesina) del mito di Orfeo… che c’ha per nome “L’inconsolabile”. Visto che qua crepano tutti per amarsi.
E struggenti così di storie tragiche d’amore non ce ne possono essere. Punto. Però è pur vero che ognuno si strugge dei cazzi suoi pensando siano i più struggenti del mondo!

Questi sono i Vampire Weekend che coverizzano il capolavoro dei Radiohead Exit Music – for a film

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Radio Quindinononvatuttobene – FRN CPL1

E niente continuiamo così, con  cose trovate e prese. Questa canzone su questo CD ci è finita perchè a me quel film “Vallanzasca” piaceva a manetta, o meglio, prima ancora di vederlo sapevo mi sarebbe piaciuto a manetta… e ficcai un piccio, nel senso di diventare capriccioso, mille volte, per vederlo. E andai a vederlo. E andammo a vederlo… e quel film era bellissimo e ci sconvolse… che dietro ci stava pure la mezza storia d’amore con la calabrotta… e quella storia a noi due ricordava per come era iniziata tante cose che… beh vabbè, era un bel momento.

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E questo è “Voglio molto di più” dei Negramaro, colonna sonora di “Vallanzasca” di Michele Placido

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Recensione – Cinema Quindinononvatuttobene. “Gli ultimi saranno ultimi”

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Luciana vive ad Anguillara Sabazia e lavora in fabbrica. Fa parrucche. Una bella rottura di coglioni. “E però è lavoro…”. E quindi – per quanto incredibile sia – Luciana a quel lavoro c’è attaccata. E lo fa bene, sempre. Stefano è un bravo meccanico, “sarebbe stato il migliore”. Però non c’ha “voglia di tornare sotto padrone”. Forse perchè, sotto sotto, non c’ha voglia di fare un cazzo. Luciana mantiene Stefano e divide con se stessa, gelosamente, una intimità di ricordi legati alla figura d’un padre, Mariolone, volitivo e deciso – che nella vita però ha quagliato poco e pagato fino all’ultimo la sua “testa calda” – e di una madre sempre lì a fare l’agnello… ad aspettare il lupo che se la mangi. Luciana e Stefano sognano un bambino. E questo bambino sembra non arrivare mai. Proprio quando Luciana rimane incinta, cominciano i casini: l’azienda la licenzia “per via della crisi” o solo perchè non si può dire che la licenzia a causa della sua maternità, Stefano dilapida i pochi spiccioli rimasti in un future su una intermediazione da mezzo rigattiere e tutto, ma proprio tutto, nel dimesso ed ordinario mondo di quella “felicità con poco, comunque felicità” comincia ad andare a rotoli.
Proprio in quei giorni, Antonio, poliziotto veneto, finisce trasferito pure lui ad Anguillara. Per disonore. Si adatta stanco al mondo grottesco in cui le radiazioni dei ripetitori di Radio Maria trasmettono dai cessi, dai lavandini, dai citofoni e dagli alberi di Natale le messe ed i rosari, come se nulla fosse. D’altronde non gli resta altro da fare, a lui, sbirro trasferito per disonore, incapace di disntinguere una donna da un trans, tutto stretto tra il dolore ed il rimorso per “la cazzata fatta”, una madre lontana ma fin troppo presente, le angherie dei colleghi ed il bisogno, insopprimibile, di venir fuori. Da tutto. Antonio e Luciana incrociano i loro sguardi solo per un attimo, nel riflesso di una vetrina. Per poi trovarsi, a pochi passi dal finale, occhi negli occhi, sull’orlo del precipizio… lì dove tutto scivola giù, ci si butta o si ricompone.

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Massimiliano Bruno è il regista di questa bella pellicola, un film che dimostra ancora una volta che il cinema italiano è vivo e, lontano da certi insopportabili cliche nazionalpopolari, ha ancora qualcosa da dire. E da direr bene. “Gli ultimi saranno ultimi” è la trasposizione cinemaografica di quella che originariamente è stata anche una efficace piece teatrale. Non è null’altro che uno dei tanti banali drammi familiari cui questa italia minuscola e triste ai tempi della “crisi” ci ha abituato.
Di quale crisi poi si stia parlando è difficile dirlo. Quella economica, col lavoro che manca sempre di più? O quella normativa, che legge come ordinario il licenziamento di una donna per maternità. Quella di una coppia, in cui una donna umile ma piena di bella dignità si scopre mamma, tutrice e responsabile di un uomo che ama incondizionatamente ma che è poco più che un cialtrone da bar? O quella di un uomo solo, divorato dai sensi di colpa e convinto che, sempre e comunque, la sua scelta sarà sbagliata.
“Gli ultimi saranno ultimi” è una storia semplice, quasi scontata. Una storia che racconta ogni attimo una “roba” già ascoltata mille volte, cambiando i dettagli, modificando i nomi, glissando su particolari millesimali. Eppure è la dimostrzione di come ad una storia così non serva molto per essere ben raccontata, per emozionare e per stupire. Nel trionfo educato del semplice concetto “Less is more”, allora, la fotografia si fa dimessa, per gli amanti del dolly, sciatta, i movimenti di camera elementari, ad un occhio disattento ed ineducato, scontati, i dialoghi quotidiani, farciti di quel cialtroneggiare romanesco senza mai cadere banalmente nel triviale. “Di meno è meglio” però! Perchè se si sceglie come registro la quotidianità, la traccia giusta è quella di una semplicità che riesce sempre a non essere banale. E la regia di Massimiliano Bruno, banale, non lo è. Punto.
Sul casting credo sia giusto spendere qualche parola. Paola Cortellesi porta in scena l’umiltà e la dignità di una donna che sa di caricarsi addosso il peso di alcuni sbagli. Nello stesso momento, però, con la stessa dignità, li rivendica. Un ruolo complicato, lontano dalle prove di commedia cui ci aveva finora abituato. E lo fa bene, con remissione e con rabbia, gioia e sconforto, emozionando e commuovendo. E’ una bellissima prova di maturità e di maturazione, la sua. Alessandro Gassman appare perfetto nel ruolo di Stefano, un uomo che vive “per scommesse” e sopravvive grazie ad una moglie fin troppo paziente ed indulgente. Alle prese con la parte meno drammatica della storia, regge perfettamente il ruolo mettendo in scena il prototipo italico dell’uomo senza qualità. Fabrizio Bentivoglio, dimesso e depresso, giganteggia mantenendo sempre a galla il suo personaggio su quel triste crinale che separa il suicidio eroico dal baratro di uno sconforto denso.

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Massimiliano Bruno è stato davvero bravo, non c’è che dire. Ed il film, così, semplicemente, funziona in modo efficace. Funziona bene. “Gli ultimi saranno ultimi” è un bel film che fa bene al cinema italiano e, senza pretenderlo, ci porta un attimo appena a riflettere su quanto distruttiva, fin dentro la carne, possa essere l’esperienza di un licenziamento.
Anche “da un posto di merda… che era comunque il lavoro mio!”.

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Per restare in tema di kisses…

… una scena splendida da un film splendido!
Il radicalismo spesso lo abbiamo avuto – e tristemente lo abbiamo – ancora in casa.
Il potere di quel che dico su questa tragedia sta tutto nella cultura del buio, dello scuro, della negazione del piacere!
Per dire… anche i nostri bei parroci, nei cinema, certe immagini le censuravano.
E potessero, lo farebbero ancora!

Finchè c’è brazzers, c’è speranza!
E credetemi postare questa sequenza per me è proprio difficile! Per cui… forza… con garbo… baciatemi! E poi baciatevi!

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Video – Quindinononvatuttobene: Kinski Paganini

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Non un capolavoro del cinema erotico ma la summa della cazzaraggine, molto seminale, molto cult e molto “tres chic” a sentire gente come il Mereghetti, del cinema di un pazzo criminale scatenato come Klaus Kinski… che per strombazzare qua e là si fece un film zozzolercio sulla vita di Paganini, producendosi.

Ecco… io sarò Caravaggio… o Rocco Postumo…
…o visto la faccia e le fisikdurol Trentalance!

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… stare così!

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Invece della Radio quindinononvatuttobene… il Cinema quindinononvatuttobene…
Con un pezzo di rara maestria grottesca che descrive quasi perfettamente il mio stato della giornata passata… che adesso lo sapete era ucronico il post di stamane e io potrei essere deceduto… oppurte molto più semplicemente potrei essere già in giro a dispetto di quel che avevo detto ieri!
Il pezzo è questo… e lo amo! Perchè mi descrive alla perfezione!

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L’importante è che non ci sia il sole…

… perchè il sole manda sempre tutto a puttane. A conti fatti pure durante un concerto a Terlizzi che ‘mo ti ricordi che ballavi zompavi e cantavi in coppia… e ti ricordi che qualche mese prima eravate nello stesso posto mentre gli stessi Ministri suonavano questo nuovo pezzo e tu gli avevi detto a Sabino… “Ma è nuova? Ma com’è bella ‘sta canzone!”.
… perchè il sole manda sempre tutto a puttane. Con questo fatto che devi ridere sempre. Io protesto il diritto di non ridere. Perchè sia chiaro… avete mai visto due che si fanno una goduta e ridono? Sì, d’accordo, qualcuno… Per dire, in Tinto Brass succede. Ma lì si usano i falli di scena, mica i membri veri! Le sante scopate sono all’arrabbiata… e sono sveltine che senò si va via di maniera! senò è ginnastica ed un inutile sfoggio di stile e resistenza che fa del male innanzitutto a te stesso che lo pratichi. Bastati… che godi!
#perdire… guardatevi Ultimo Tango a Parigi… e non la santa scena del burro che ha rotto il cazzo… ma la prima trombata, quella davanti alla finestra… che nemmeno si conoscono. Come? Non si conoscono davvero per tutto il film? Bravo Pierino che lo hai pensato… quasi sicuramente una Pierina… 7+
E lo so, il senso è quello… di tutto il film… e ce lo cachi che l’hai pensato prima che io lo dicessi! Ma, vedi, in quella prima non sanno nemmeno di che puzzano!

Le sante scopate sono all’arrabbiata. Come la vita ed una delle razze di pasta da me preferita.
Perchè ridere fa bene ma il troppo storpia… e perchè se ridi per tutto poi finirai a non piangere per niente. E’ come quando si dice “Tagli le zampe ad un cane? Pena di morte”. E quando muore un bambino? Pena di morte!”. E alla fine la parola pena non significa più niente e la pena stessa non esiste più… che per sua stessa ontologia la pena è solo un modo per spaventarti e divenire inutile. E se tu hai paura che t’ammazzino per tutto alla fine non ci pensi più e ti risolvi a fare per davvero la cosa peggiore… male che ti va ti sarai divertito sicuramente più che con la meno peggio.

E allora io rido… e so di far ridere. Me lo hanno detto. E non ho smesso di farlo. Ed altri ed altre ridono delle mie barzellette. Ridono con me e non di me… e non è magra consolazione. Ma io al fatto che si debba ridere sempre non mi arrendo. Io non voglio ridere sempre. Voglio giornate uggiose in cui ricordare che l’Importante è che non ci sia il sole! Perchè così saranno più belle quelle meno buie, quelle col sole per davvero… ed allora potrò dire che non smetto di “ballare quello che c’è” ma prendo a ballare anche altro. Perchè chi rincorre il volere non pensa ai suoi orgasmi… chi anela viaggi e futuri possibili, chi spasmodicamente desidera ogni sera la pancia indolenzita di risa ha un vuoto dentro che mi fa tenerezza, paura… chi idealizza muore e fa morire i suoi orgasmi…
…chi si abbandona se li vive!


(io in quel katz daily ci sono stato… ma non ho potuto farlo perchè c’erano i miei… se mai tornassi a Nuova York)…

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Radio Quindinononvatuttobene – Eh sì tipo che qualche giorno fa vi avevo lasciato con questa cosa in sospeso.

Era il giorno in cui parlammo di salvavite e io postai un estratto di un film molto bello e molto significativo. E poi vi dissi che la radio c’era già stata. Così ve lo riproduco intatto qui… in tutto lo splendore della musica di questo compositore che è davvero magniloquente, a volte intimista a volte educatissima a volte sfrontata. Ma sempre tremendamente emozionale.

E ve lo rirpopongo nella speranza che il 25 aprile sia un giorno bello per me. Un giorno sereno. Che succeda qualcosa di bello. Ma guardate che basta poco… anche pochissimo. Come l’anno passato… ma magari un pochino di più. Una incertezza, un brivido, un cenno. L’anno scorso Gesummaria e Biondoddio mi hanno ascoltato… quest’anno spero di nuovo! Perchè nel film il commento sonoro è triste… qui invece no la musica oggi vorrei fosse felice!

Buon ascolto cari!

Questo autoscatto (cit. Morandi) è stato fatto il 15 maggio del 2014… a questa espressione serena vorrei tornare… e pian piano ci stiamo tornando! Si aggiusta tutto… i salvavite tornano a posto… io lo so! Che poi proprio proprio da buttare non sono… anche se per molti con quegli occhiali sono “uno sbirro della narcotici” (cit.).

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Certe volte uno nemmeno pensa a quanto l’espressione “salvavite” sia davvero salvifica…

Ci sono persone che credono che la storia del “salvavite” sia superflua. Sono le persone che di solito poi, senza pensare a quanto sono teneramente comiche, ti dicono che non dovrebbero parlare al cellulare perchè “fuori c’è il temporale”. Sono le stesse persone che dimenticano di staccare l’antenna e la presa della corrente dove c’è il televisore… quando fuori piove e c’è il temporale. Ma dio buono… no, al cellulare non si deve parlare. Se fuori c’è il temporale.

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E così rifletti un pochino per caso su quante volte devi ricordare alle stesse persone che quelle calzature domestiche antiestetiche che tutti chiamano “crocs”, poi, tanto antiestetiche non sono. E comunque sono di una assurda funzionalità… soprattutto e mille volte di più quando devi asciugarti i capelli con il phon – con cui io personalmente non faccio un cazzo perchè sono skin – ma che, voglio dire, se fuori c’è il temporale e non si può parlare al telefono cellulare… forse non è nemmeno il caso di mettersi lì ad asciugarsi i capelli coi piedi nudi direttamente per terra… o peggio, convinti di essere isolati, con le ciabattine di stoffa o le infradito. E qui potrei aprire un capitolo sull’atavico odio per quel perizoma da piede che è l’infradito… massimamente il modello havajanas – quello che all’epoca mia si comperava al mercato – che ti abbandona nel momento del bisogno con il pernetto che salta. Io, che voglio dire gho ricevuto sani valori tipo la maglietta della salute in lana l’inverno ed in cotone in primavera ed autunno, pur detestando l’uscir di casa anche in estate coi piedi di fuori, tollero e comprendo, anzi incoraggio, l’uso di calzature corrette per utilizzi salvifici. Il top per asciugare i capelli sono le dottor scholls o comunque gli zoccoli in legno, da che si sa… il legno isola. Se proprio non si possiede una calzatura del genere, il suggerimento è quello di indossare scarpe o ciabatte con una suola in materiale isolante che abbia uno spessore consistente. Asciugare i capelli con i piedi in terra… o peggio, convinti di essere isolati, con ciabattine in spugna – che belle belle si sono prese la loro bella dose di acqua e quindi non solo vi tengono a contatto con la terra… ma a contatto con la terra con un bel conduttore tra voi e la terra… è di gran lunga più rischioso di parlare al telefono cellulare sotto la pioggia.

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Voglio dire… soprattutto se in casa uno non ha il salvavite!

Io a questa cosa c’ho pensato oggi, mentre collaboravo alla riorganizzazione del quadro elettrico del mio pub birreria. Guardavo e mi rendevo conto della “non” ridondanza di determinate protezioni. Se i salvavite esistono… se i salvavite li hanno inventati… un motivo c’è. E se scegli di proteggere ogni singola linea con un sistema di protezione salvavite… un motivo esiste… ed è solitamente quello di non saltare per aria se uno dei singoli elettrodomestici fa le bizze. Guardavo il fatto che il blocco che alloggia il forno ha un suo sistema di protezione e ne consideravo la assoluta utilità, visto che è una macchina che ha il suo bel da fare ed il suo bell’assorbimento. Poi consideravo i frigoriferi e le celle… stesso discorso. Valutavo come importantissimo il rimuovere un blocco – quello del motore dell’impianto di spillatura birra – dal blocco frigoriferi. Ad ognuno la sua protezione. Ad ognuno il suo sistema di sicurezza. Perchè non è ridondanza, si tratta semplicemente di un intelligente accorgimento per evitare che un danno alla cella frigorifera impedisca anche di spillare e viceversa. Quindi ogni cosa col suo sistema… ogni cosa con un sistema tarato per le esigenze di quella cosa che protegge… che non è in definitiva la vita tua, ma quella dell’eletrodomestico e per transfer la tua. Il frigo non sfiamma e tu non ci rimani attaccato morendo a tua volta in una fiammata.

Questo discorso, ovviamente, in senso metaforico, va esteso anche a quei salvavite emozionali che non permettono agli scossoni ed ai corto circuiti emozionali di prendere il sopravvento e farti sfiammare come un cerino spento per terra. Cioè, tipo, di fronte ad una emozione forte… scatta il relais ed il sistema, come si dice in gergo, va in protezione. E quando il sistema va in protezione la macchina non funziona più. E si spegne. Ma non è morta… tutt’altro. E’ viva, vivissima. Sta solo riposando per evitare danni maggiori. Esistono sistemi di blocco più o meno sensibili. Sistemi che prevengono solo il corto circuito ed anche sistemi che prevengono la dispersione ed il danno a terra. Ovviamente più cose prevengono più sono sensibili. Può capitare che due elettrodomestici vicini, magari giustapposti, magari cooperanti, vivano uno scatto doppio. Cioè prima scatta uno e la protezione di quello fa scattare il salvavite del secondo. Due scatti in rapida successione. Uno causato dallo scatto dell’altro. E si blocca tutto… e sembra una tragedia. Niente sembra andare più bene, tutto è fermo, tutto è spento. Ci sono solo due levette azzurre su due punti del quadro elettrico, che prima erano su e adesso sono giù.

Mi viene in mente un frammento del film splendido e tragico “La Stanza Del Figlio” con Nanni Moretti. Non so se riesco a trovarlo su youtube… (siamo tornati alla scrittura in presa direttissima)(e niente siccome non ce la trovo ve la racconto ma poi ho trovato un’altra scena bellissima che avevo dimenticato e mi ha fatto esplodere a piangere e dopo la postiamo per stasera!).
C’è Moretti che non si da pace perchè il figlio gli è morto e cazzo non gli è morto come tutti gli adolescenti stronzominchioni ci si aspetta che muoiano avvinazzati schiantati vicino al paraito con la macchina… ma no, facendo una cosa bellissima, facendo immersione che è il suo hobby… e becca un incidente del cazzo… e c’è Moretti che non si da pace e comincia a cercare un perchè… e quanto lo capisco Moretti ed il suo perchè… e scopre che il perchè è tutto in una valvolina di sicurezza… una valvolina, un pezzo che doveva garantire sicurezza… e invece ha funzionato male… e s’è portato suo figlio. E ripete alla Morante che nel film fa sua moglie: “Capisci? Una valvolina di sicurezza… un pezzetto piccolo così, un pezzetto di gomma e plastica piccolo così…”. Sì, la storia dei salvavite che scattano incrociati e fanno scattare via tutto e sembra che tutto si è rotto è una storia di pezzettini di plastica che vanno su e giù all’apparenza… e tu piangi, urli e strepiti… perchè un pezzettino di plastica o di gomma ha fatto quel casino. Poi ti siedi un attimo, rifletti… e capisci che cosa è successo davvero. E digerisci. E rielabori. Ed alla fine Moretti ci riesce… anche ad un dramma enorme come la morte del figlio trova una ragione, un perchè… non una serenità, certo.

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Bel casino, in questo caso, direte voi, i salvavite che scattano incrociati! No… niente di più falso. Ottimo, invece, ottimo ed abbondante… perchè questo significa che esistono sistemi di blocco in tutti e due i macchinari, che si garantiscono a vicenda. Certo è un bel cazzinculogravissimo sulle prime… perchè si sono bloccati non uno ma entrambi i macchinari. Ci vuole solo un po’ di pazienza… bisogna individuare il guasto del primo, poi mettere mano al primo, riavviarlo e ritarare il secondo. E’ del tutto evidente che il secondo macchinario richiederà più tempo del primo a riattivarsi… ma si riattiva… e tutto riparte come prima… meglio di prima. Perchè il guasto ha fatto capire che tutto funzionava esattamente come avrebbe dovuto.

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Non esistono sistemi esenti da incidenti di sorta. Non esistono sistemi eterni ed infallibili. Per questo esistono in elettrica i salvavite… e tornando fuor di metafora ai sistemi di sicurezza così chiamati… consiglio a tutti, caldamente, di installarlo nelle vostre case qualora non lo abbiate. Soprattutto per non risultare idioti quando poi durante un temporale dite “No, a telefono non posso stare… c’è il temporale!”.

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