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Clockwork Orcas 3.1

Clockwork Orcas 1 – Di Domenico Mortellaro.
Il primo romanzo di una saga a cavallo tra mythpunk, clockpunk e dieselpunk.

L’operazione di ripulitura è quasi terminata, con il Cavalleggero che sgasa affrontando l’ultima buca prima della torretta. Tutto talmente routinario e semplice che, guardando dall’esterno, parrebbe un’operazione da tutti. Così, come rapito, mentre sente le urla dei nemici che arrostiscono e la mano sinistra rilascia il pomello del combustibile spegnendo le lingue di fuoco, chi guida la Cavalcatura si scopre a fissare quel che accade alla Torre di Guardia degli Imperiali, il vero obiettivo del raid. La loro azione serviva esclusivamente a impegnare in un primo momento le linee difensive dei nemici, coprendo l’avanzata dei due Corazzati – di sicuro solidi ma meno agili di un qualsiasi contingente umano – e soprattutto del primo Guastatore. Quest’ultimo ha già raggiunto la metà del muro scalandolo a mani nude, sorretto solo da un rampone e da un cavo di acciaio ricoperto di tessuto tattico. Dalle feritoie e dalle bocche di fuoco nessuno riesce a vederlo o colpirlo, le soluzioni di tiro sono tutte con munizionamento pesante dirette verso i due Corazzati.

Il raggruppamento di fanteria che arriva si divide: una parte meno consistente si occupa della ripulitura delle trincee, mentre la parte più numerosa, più di trenta uomini, danno l’assalto alla porta d’ ingresso della torretta, dove le ultime resistenze sono asserragliate. I due esoscheletri si sistemano ad una cinquantina di metri l’uno dall’altro, tengono la torre nemica come ideale vertice di un triangolo. Il suono dei pesanti ingranaggi e del sistema di contrappesi certo si sentirebbe bene se l’aria non fosse così satura ancora di urla, schiocchi di mitragliatrice e rombi di mortaio. Entrambi hanno una soluzione di tiro possibile sulla struttura, non sparano solo per evitare di colpire il Guastatore, che ormai ha quasi raggiunto le feritoie. E perché il costo di uno solo dei loro proiettili a carica dirompente è ancora proibitivo per non essere una extrema ratio nelle battaglie più difficili.

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Clockwork Orcas 2.5

Clockwork Orcas 1 – Di Domenico Mortellaro.
Il primo romanzo di una saga a cavallo tra mythpunk, clockpunk e dieselpunk.

La visione non si interrompe. I suoni, dilatati ed a tratti poco comprensibili che fuoriescono come per magia dal becco del falco, continuano a riempire la stanza mentre la voce dell’Alta Uniforme compare a invadere lo spazio gelido sul tavolo. “Fino a qui tutto mi pare un normalissimo assalto delle truppe speciali dei Domani ad una trincea degli Imperiali. Non capisco dove sia il prodigio di cui volevate…” – “La prego Generale, ancora un attimo di pazienza. Quel che finora ha visto non giustifica tutta questa segretezza e tutta questa fretta ma…”. Ad interrompere il dialogo è la voce roca e ultimativa della donna coperta dal mantello nero: “Vogliamo augurarcelo Miriam, che tu e Gevorg, l’Orologiaio folle, abbiate davvero qualcosa da farci vedere che giustifichi l’aver distratto la nostra attenzione dal campo di battaglia. LO sapete che sul fronte orientale, attorno al delfinario, siamo sotto uno degli attacchi peggiori dall’inizio di questa guerra? Voi sapete quanto…” – “Silva sono stufa! Mostra un po’ di rispetto per chi ti ha rimessa in piedi più di una volta! E mostra un po’ di rispetto anche per la mia pelle bianca…” La voce algida di Miriam s’era fatta di colpo glaciale. Sulla sala ricadde il silenzio. Mentre le immagini confuse sfumavano fu l’Orologiaio Gevorg a prendere la parola: “Questa visione risale a quasi tre anni fa… osservate vi prego la coda dell’evento, poi passeremo a dettagli più importanti e potrete capire perchè riteniamo di avere per le mani qualcosa di troppo prezioso per essere liquidato come un semplice prigioniero di guerra”.

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Clockwork Orcas 2.4

Clockwork Orcas 1 – Di Domenico Mortellaro.
Il primo romanzo di una saga a cavallo tra mythpunk, clockpunk e dieselpunk.

Il Guastatore tira su la gamba destra. L’imbottitura di cuoio e doppia lana cotta protegge il suo polpaccio dal fuoco e dal calore insostenibile che ormai arroventa la bocca da cui sputano lingue rosse impazzite. Il piede scavalca la Canna, la suola dura vi aderisce perfettamente mentre con l’altro piede il soldato si pianta fermo a cercare un appiglio sicuro. “Rallenta!” – con due botte di nocche decise sul casco del conduttore – “… io scendo qui!”. Al secondo colpo il Cavalleggero ha già capito e molla leggermente la manopola del gas senza invece diminuire nella maniera più assoluta l’intensità del fuoco. Con un balzo felino all’indietro il compagno  si lancia sul campo di battaglia. Atterra con il ginocchio sinistro piantato nel fango ed il piede destro pronto allo scatto, arma il fucile d’assalto, una PPSh41, fa scattare il carrello, arma il cane e si lancia in direzione della prima buca, quella risparmiata dalle fiamme. Corre tra i corpi dei nemici che si lanciano avvolti dalle fiamme fuori dalle buche, cercano di salvarsi rotolando in terra, provano a spegnere nel fango e nella polvere le fiamme che quel liquido denso e viscoso sembra aver appiccicato loro addosso.

È tutto vano, il Guastatore lo sa. Forse è per questo che con una certa soddisfazione passa tra di loro senza curarsi di finirli: che brucino pure! Il caricatore che è scattato col primo colpo in canna ha trentacinque colpi. “Basteranno!” pensa sicuro a pochi metri dalla buca. Gli Uomini di Latta alla mitragliatrice cercano di puntare sul Raggruppamento che ormai incalza e solo uno si volta cercando di coprire proprio dal Guastatore il lato sguarnito. Operazione inutile. Lo sa il soldato che con la pistola fa fuoco disperato, lo sa il Guastatore, che in corsa, schivato il proiettile, apre il fuoco. Falciato dalla raffica, il giovane imperiale guarda in faccia la morte rassegnato, mentre gli altri cadono in avanti, crivellati alle spalle, terminati prima ancora di riuscire a girarsi, a difendersi. Non è per etica se il Guastatore pare restare un po’ con l’amaro in bocca. Non è certo per il fatto di averli colpiti alle spalle. Forse semplicemente perché tutto, davvero tutto in questo assalto, è sembrato troppo facile.

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Clockwork Orcas 2.3

Clockwork Orcas 1 – Di Domenico Mortellaro.
Il primo romanzo di una saga a cavallo tra mythpunk, clockpunk e dieselpunk.

È con l’esperienza di tanti altri assalti riusciti che il Cavalleggero inquadra  uno dei varchi tra le buche della trincea nemica. E’ lì che bisogna attraversare. Questa manovra permetterà al conduttore ed al Guastatore di varcare la linea di fuoco entrando quasi dall’estremità sinistra della stessa. Indietro rimarrebbe solo una buca, che peraltro non sembra dotata di chissà quale armamento e probabilmente ospita solo due o tre soldati con armamento leggero. Sarà forse l’ultima che inceneriranno, sempre che non se ne occupi qualcuno dei fanti che sopraggiungono. Il passaggio si avvicina, ormai è questione di secondi. Il Cavalleggero stringe la sinistra attorno al pomello mancino, serra i denti, le ultime pallottole indirizzate a loro pare schivarle con la forza del cuore e del pensiero – sebbene qualcuna rimbalzi contro la carena corazzata con qualche schiocco metallico.

Un colpo di freno appena l’anteriore ha superato la linea di fuoco, ganasce si stringono contro il battente della ruota anteriore mentre due pistoni controllano la forza impressa dal retrotreno del mezzo che preme. L’apparato metallico entra in funzione evitando che la Cavalcatura impianti sull’anteriore e sbalzi i due soldati, assorbe l’energia e tramite un sistema di scarico sbuffa una nube di vapore. Le gambe destre dei due incursori che si piantano in terra per fornire un perno, la frenata costringe alla sterzata tutta la Norton… poi un colpo di gas, il freno viene rilasciato di scatto mentre la manopola a destra ruota decisa per tornare a correre ed una sgasata continua sulla sinistra da finalmente vita alla Canna di Fuoco.

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Clockwork Orcas 2.2

Clockwork Orcas 1 – Di Domenico Mortellaro.
Il primo romanzo di una saga a cavallo tra mythpunk, clockpunk e dieselpunk.

Le pallottole fischiano intorno, sempre più decise e sempre più vicine. È la velocità il segreto con cui Cavalleggero e Cavalcatura riescono ad evitarle. Non sono già dissolti nel tempo solo perché questo conduttore fa qualcosa che nessuno si aspetta: punta dritto contro le trincee, va contro il bersaglio senza girarci intorno. Le modifiche nella traiettoria sono minime, le sterzate quasi inesistenti, eppure questo bersaglio che sempre più si avvicina scarta ogni volta di quel tanto che basta a costringere chi spara a riadattare la mira. E poi c’è la fanteria che avanza dietro, ci sono i Corazzati, esoscheletri in metallo pesante mossi da complicati meccanismi a contrappeso, che si muovono solitari ai lati della formazione. Gli avversari, nelle trincee, non possono certo pensare solo al Cavalleggero.

Le parole della ragazza dalla chioma rossa, Miriam, coprono i suoni intellegibili ma comunque confusi della battaglia che il becco socchiuso del falco lascia magicamente uscire. Il mosaico di immagini continua a dipingersi e cambiarsi sulla superficie del tavolo. “Il corso per le truppe d’assalto comincia a dieci anni. Solo alcuni, scelti dopo attenta osservazione e la certezza che abbiano naturalmente il talento per il combattimento, vengono avviati ad apprendere la via del Guastatore. Gli altri, dai riflessi più pronti, l’indole meno indomita ma l’occhio più vigile, vengono istruiti alle arti della Cavalcatura. Cavalleggero e Guastatore sono una delle punte di diamante dell’esercito dal vessillo lunare, l’esercito dei Domani.”. Dal buio dell’altro capotavola, come un sibilo, la voce scostante della donna in uniforme e mantello punteggia un “Cominciamo con la lezione su come quei traditori imparano a combattere e fregarci?” – “Silenzio, Silvia! Aspetta, voglio capire dove vanno a parare con questa visione…” le fa eco severo l’uomo in alta uniforme.

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Clockwork Orcas 2.1

Clockwork Orcas 1 – Di Domenico Mortellaro.
Il primo romanzo di una saga a cavallo tra mythpunk, clockpunk e dieselpunk.

La trincea è a poche centinaia di metri dagli schizzi rabbiosi di fango che la ruota anteriore spande tutt’intorno. Le mani sono strette sul manubrio. La destra sgasa furiosa, senza controllo, ruotando e tirando sul pomello dell’acceleratore. Sembra quasi di sentire, lì sotto, il cavo di ferro tendersi senza alcuna grazia, tirarsi dietro aria e benzina, spararla giù nel motore con decisione. La posteriore vortica impazzita sul terreno sconnesso. Eppure chi è davanti non fa alcuna fatica a tenere salda in piedi la Cavalcatura, una Norton WD16. Neppure mentre dalla trincea nemica i mitragliatori pesanti MG42 sputano il loro munizionamento rinforzato contro l’avanzata dell’esercito dal vessillo blu scuro con una luna bianca disegnata al centro. Sono bocche che si aprono e vomitano fuori lingue di fuoco e ogive di piombo, in un martellare ininterrotto di scoppi gravi e tintinnii acuti, quelli dei bossoli che si sperdono nell’aria lì intorno e ricadono nel fango, sbattono contro i solai delle torrette, rimbalzano sulle canne arroventate degli stessi mitragliatori. La prima cosa che un Cavalleggero deve saper fare è correre, anche quando intorno è l’Inferno. Subito dopo, un secondo concetto impresso a caratteri cubitali nella mente dei soldati che guidano quelle saette brune: restare in piedi!

E’ la mano del passeggero, un Guastatore, a poggiarsi, ora, poco sopra il tubo di scarico del lato destro della Cavalcatura. “Bocca di fuoco pronta… quando vuoi!”. Il Cavalleggero scuote la testa senza speranza: “Aspettare di arrivare più sotto la trincea delle teste di latta era chiedere troppo, vero? Se sbaglio ne inceneriamo una cinquantina di nostri…” – “Ma tu non sbagli mai!”. Il meccanismo attivato apre poco sopra il collettore di scarico sinistro una nuova apertura, dalla quale è possibile lasciar uscire una miscela infiammabile ad altissimo potenziale con pressioni sostenute. Un lanciafiamme semovente. Certo: una pallottola sola, ora che il “bruciatore” è attivo e la Cavalcatura si trasformerebbe in una pira impazzita.

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Clockwork Orcas 1.2

Clockwork Orcas 1 – Di Domenico Mortellaro.
Il primo romanzo di una saga a cavallo tra mythpunk, clockpunk e dieselpunk.

La porta si aprì, al lato della stanza. Passi decisi e sicuri, svelti. Nessun tremore nel finire avvolta da quel gelo affilato, anzi. Sguardo fiero puntato verso il tavolo. Costretta dietro il tavolo, la donna in uniforme e mantella arricciò la narice mirando con le bocche di fuoco dei suoi occhi dritto in faccia alla nuova arrivata. Scossa da un tremito non nascondeva affatto un desiderio intenso di saltarle al collo e sbranarla senza pietà. La ragazza appena entrata sostenne lo sguardo, senza cedere apparentemente ad alcun sentimento. Capelli rossi tenuti stretti da una coda alta e marziale che si muoveva ondeggiando proprio al centro, lì dietro. Il braccio sinistro piegato all’altezza del gomito e sull’avambraccio, ben saldo con gli artigli su un manicotto di feltro spesso, un giovane falcone dal piumaggio bruno e dalla fronte spiumata a disegnare un cerchio di qualche centimetro di diametro al centro, poco sopra gli occhi.

La ragazza dai capelli color del fuoco si avviò spedita verso l’altro capo del tavolo afferrando un capo del trespolo ed invitando con un gesto delicato del viso il falcone a salirci su. Quando il rapace si fu sistemato, al centro del rebbo e perfettamente di fronte al tavolo, la ragazza si frugò nella tasca del camice bianco che indossava, tirando fuori, assieme alla mano, una cuffia di cuoio chiaro con una lente trasparente di vetro spesso su una delle facce ed una scatolina di metallo con un meccanismo a carica poggiato sul lato destro del piccolo copricapo. Senza che il falcone rendesse l’operazione complicata, calzò lo strumento sulla sua testa, sussurrando parole che lo rassicurassero e ne lenissero la tensione mentre il copricapo veniva assicurato attorno alla sua calotta cranica. Solo un serrare più forte gli artigli ed una impercettibile contrazione all’altezza delle scapole avrebbero raccontato ai più attenti che si era trattato di una operazione fastidiosa per l’uccello. Una volta sicura che la cuffia fosse in posizione, la ragazza avviò il meccanismo di carica con una serie di giri completi. Quando rilasciò la chiave un singolo scatto metallico annunciò l’avvio di un qualche meccanismo interno alla scatolina. Il falcone pestò il rebbo due o tre volte, cercando la posizione più comoda, poi, come con un ampio e deferente inchino, abbassò la testa puntando la lente che svettava al centro della cuffia verso la superficie liscia del tavolo di fronte.

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Clockwork Orcas 1.1

Clockwork Orcas 1 – Di Domenico Mortellaro.
Il primo romanzo di una saga a cavallo tra mythpunk, clockpunk e dieselpunk.

C’era una temperatura quasi polare nella stanza. Forse l’ampiezza delle volte, lo spazio negativo, tanto, tra il lungo tavolo al centro, le sedie tutt’attorno e le pareti così distanti. Più probabilmente le finestre lasciate aperte sulla notte gelida. Il centro della stanza pareva fumare: la condensa che disperdevano nell’aria le figure sedute in attesa che qualcuno, tra loro, decidesse di rompere il silenzio e cominciare.

Ad un capo del tavolo l’alta uniforme nera dell’esercito distingueva immediatamente il vertice della catena di comando. Capelli brizzolati che cedevano al grigio ed al bianco ampie praterie di quello che una volta doveva essere un mare calmo di nero corvino. Alla sua destra, la giubba mimetica stretta di una giovane ufficiale, coperta sulle spalle da un mantello nero. Il basco amaranto a celare gran parte della chioma tagliata corta, acconciata a caschetto. Si sarebbe detto un viso da occhi grandi e profondi, se non fosse che in quel momento erano strette bocche di fuoco puntate sugli altri presenti. Al fondo, due iridi che nel verdino elettrico della luce al neon quasi sembravano colorate di viola.

Di fronte si era accomodato placido e impassibile un uomo in abito talare, nero anch’esso. Un cappuccio aguzzo nascondeva il viso. Le mani intrecciate proprio sotto il mento, a sorreggerlo, non erano quelle di un anziano. Accanto due uomini in abiti civili, scuri. Uno di loro aveva occhiali tondi da orologiaio, l’altro, di fronte ad un vecchio stenografo, ingannava l’attesa e zittiva un nervosismo galoppante lisciando insistentemente un baffetto da sparviero rossiccio, unica traccia di peluria sotto una testa glabra e lucida. Infondo al tavolo, a segnare l’ennesima postazione, un trespolo da rapace sistemato al posto di una sedia. “Se ci siamo tutti… – dal capo del tavolo, l’uomo in alta uniforme prese la parola – Gevorg, procediamo!”. L’uomo dal cappuccio puntuto annuì, disegnando con il suo copricapo un tratto corto e rapido. Premette con indice e medio della sinistra il tasto di un interfono sistemato sul tavolo: “Miriam, prego entra e porta con te il Visore.”.

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Clockwork Orcas 4

L’operazione di ripulitura è quasi terminata, con il Cavalleggero che sgasa affrontando l’ultima buca prima della torretta. Tutto talmente routinario e semplice che, guardando dall’esterno, parrebbe un’operazione da tutti. Così, come rapito, mentre sente le urla dei nemici che arrostiscono e la mano sinistra rilascia il pomello del combustibile spegnendo le lingue di fuoco, chi guida la Cavalcatura si scopre a fissare quel che accade alla Torre di Guardia degli Uomini di Latta, il vero obiettivo del raid. La loro azione serviva esclusivamente a impegnare in un primo momento le linee difensive dei nemici, coprendo l’avanzata dei due Corazzati – di sicuro solidi ma meno agili di un qualsiasi contingente umano – e soprattutto del primo Guastatore. Quest’ultimo ha già raggiunto la metà del muro scalandolo a mani nude, sorretto solo da un rampone e da un cavo di acciaio ricoperto di tessuto tattico. Dalle feritoie e dalle bocche di fuoco nessuno riesce a vederlo o colpirlo, le soluzioni di tiro sono tutte con munizionamento pesante dirette verso i due Corazzati. Il raggruppamento di fanteria che arriva si divide: una parte meno consistente si occupa della ripulitura delle trincee, mentre la parte più numerosa, più di trenta uomini, danno l’assalto alla porta di ingresso della torretta, dove le ultime resistenze sono asserragliate. I due Corazzati si sistemano ad una cinquantina di metri l’uno dall’altro, tengono la torre nemica come ideale vertice di un triangolo. Il suono dei pesanti ingranaggi e del sistema di contrappesi certo si sentirebbe bene se l’aria non fosse così satura ancora di urla, schiocchi di mitragliatrice e rombi di mortaio. Entramie hanno una soluzione di tiro possibile sulla struttura, non sparano solo per evitare di colpire il Guastatore, che ormai ha quasi raggiunto le feritoie. E perché il costo di uno solo dei loro proiettili è ancora proibitivo per non essere una extrema ratio nelle battaglie più difficili.

La velocità con cui il Guastatore scala la torretta è impressionante. Divora i metri come non pesasse nulla. Lo zaino sulle spalle parrebbe tirarlo giù, invece sballonzola verso l’alto ad ogni poderoso colpo d’anca con cui il soldato si issa, facendo forza su mani di acciaio e dorsali poderosi. Il fuoco di copertura dell’armamento leggero della fanteria costringe gli assediati a rimanere all’interno, tentando una difesa strenua che con pesanti armi anticarro cerca di seguire i movimenti comunque veloci dei nemici a terra. Gli Eso-Scheletri dalla loro posizione tengono sotto tiro l’ingresso della Terre di Guardia continuando a martellare la base dell’edificio con proiettili anticarro che le mitragliatrici a nasro montate sugli avambracci destri di ciascuno di loro continuano a sparare.

Come sincronizzato, mentre vede ormai il Guastatore raggiungere la vetta, il Cavalleggero si sposta a velocità sostenuta verso la Torre di Guardia, puntando il lato sul quale il suo compagno si sta arrampicando. Quando, praticamente disturbato, il Guastatore ha raggiunto la bocca di fuoco superiore, quella dell’antiaerea, nessuno degli assediati si aspetta di avere di fronte agli occhi il crepitio di un mitragliatore leggero come ultima immagine prima di disciogliersi nel Tempo. Il Cavalleggero con la Cavalcatura sono a destinazione, aderenti al muro, di modo da non essere visibili da parte degli assediati. E’ quando il drappello dell’antiaerea è stato neutralizzato, che il Guastatore pianta con violenza  le rocce un rampino, infila un moschettone al cinturone da guerra, sfila lo zaino mantenendosi al muro con la sinistra e facendo perno coi piedi sulla bocca di fuoco. Ne strappa un lato, armeggia, lascia andare l’ingombro all’interno, si lascia cadere giù con una fiducia inumana nel fatto che il rampino piantato lo sorreggerà o ne attutirà la caduta. Mentre vola giù sembra un corpo morto. Senza volontà, senza controllo. Non ha neppure toccato il suolo che un boato secco e sbuffante e una nuvola di fumo bianco spruzza fuori denza dalle feritoie e dalle aperture. Fosforo.

Il portone della Torre si spalanca. Alla rinfusa, in preda al terrore ed al dolore delle ustioni, due dozzine di uomini di latta si riversano nel piazale antistante. Carne e bersagli buoni per le mitragliatrici leggere della fanteria, che in sequenza, li buttano giù con raffiche secche e brevi. Ilk Cavalleggero nel frattempo raccoglie il Guastatore. Nessun cenno verbale tra loro, solo l’intesa dei due rintocchi sull’elmetto come a dire “Io ci sono…”. La Cavalcatura impazzita sfreccia via, verso il retro della Torre di Guardia. Alcuni fanti dell’esercito del Domani si attardano a finire i rivali con colpi singoli sparati a distanza ravvicinata, mentre avanzano senza rispetto sul mucchio di cadaveri ammassati. E’ in questo preciso istante che dalla Torretta saetta fuori una figura ammantata di fuoco. Pezzi interi del suo corpo avvolti dalle fiamme dense e chimiche dell’esplosione. Saetta all’esterno reggendo contro tutte le leggi dell’umana comprensione un mitragliatore anticarro. Con un solo braccio, meccanico. Non si cura della perdita di carburante che dalla spalla spruzza nafta arroventata sul suo corpo ravvivando le fiamme. La gragnuola di colpi sputati fuori con cadenza impressionante dall’arma falcia molti dei fanti, impreparati ad una sortita del genere. Gli Eso-Scheletri si mettono in posizione lenti, provando a centrare il bersaglio ma possono poco contro quell’essere uscito dall’inferno che con una velocità pazzesca prende a muoversi verso lo sterrato distante poche decine di metri, il piazzale che fa da parcheggio per i mezzi leggeri e corazzati in forze ai soccombenti. Lascia cadere il mitragliatore. Si ferma, evidentemente dolorante, malfermo sulle gambe. Si accascia inginocchiandosi. Armeggia con la mano di carne, la sinistra, sull’arto bionico, il destro. Armeggia all’altezza del polso e la sua mano meccanica cade in terra. Poi serra la sinsitra sull’avambraccio, puntandolo come fosse un cannone sulla Cavalcatura che si sta manovrando per tornare indietro, allertata dagli spari. E’ un attimo. Dal braccio puntato un’esplosione sorda, il corpo del soldato che ruota violentemente in senso orario, facendo perno sul piede sinistro piantato a terra e schiantandosi al suolo dopo un mezzo giro. Pochi attimi e la Cavalcatura viene centrata da un proiettile esplosivo a basso potenziale. Sufficiente a trasformarla in una palla di fuoco. Immagini confuse. Sfocate. Fumo nero e denso. Quan la Visione torna nitida, la scena, ripresa dall’alto, ritrae la enduro corazzata ridotta ad un ammasso di ferraglia infuocata. Poco più in là il corpo del Cavalleggero irriconoscibile, deturpato. Accanto, mutilato su tutto il lato sinistro, quello apparentemente esanime del  Guastatore.

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“Eroico da parte sua, davvero eroico… Miriam… e con questo? Conosciamo bene l’arte della guerra dei Guastatori dell’Esercito di Domani… niente di nuovo, insomma…” – “Silva…” e con un gesto ultimativo l’Alta Uniforme zittisce la soldatessa alla sua destra. “Eppure Silva ha ragione, Gevorg… che altro c’è?”. L’uomo con il cappuccio si volge alla algida rossa accanto al falcone. Con un gesto disteso e molto compassato della mano la invita a procedere ulteriormente. Mentre la ragazza, sollecitata, torna a dare alcuni colpi di carica al meccanismo dietro la nuca del falcone, la sua voce invade quello che è divenuto un tesissimo silenzio fatto di gelo e agitati sbuffi di respiro. “Conosciamo l’identità dell’Uomo di Latta che in questa Visione ha massacrato l’intera guarnigione d’assalto dei Domani. E’ una nostra vecchia conoscenza: Ermal Ordui, uno di quelli che chiamiamo per comodità Piombo Nuovo. E’ un Domani, uno delle mie genti, ma appartiene ad un clan rinnegato. Lui e i suoi hanno combattuto da sempre per gli Uomini di Latta. Hanno saltato il confine poco dopo la fine dell’ addestramento. Chi ha seguito la sua formaizone lo definisce uno dei migliori Incursori in circolazione. Ha fama di avere un qualche talento strettamente collegato al recupero delle ferite. Tanto da essersi guadagnato la fama di Immortale. Ed è l’uomo che ha guidato la spedizione degli Uomini di Latta contro la Selva di Nolavara. In prima persona era alla testa delle Serpi di Piombo che sono per prime entrate in città. Inutile ricordare la portata di quel massacro. Bene, come avrete capito l’uomo che abbiamo recuperato a Nolavara, quello su cui discutiamo, è il Guastatore di questa Visione”.
Ad interrompere la spigazione di Miriam, questa volta, è uno degli assistenti, quello con gli occhiali da vista rotondi che, dopo aver chiesto la parola con un cenno ed aver ottenuto il consenso dell’Alta Uniforme: “Questo Guastatore, Miriam, non è il primo delle tue genti che troviamo ricondizionato nell’esercito degli Uomini di Latta. Perchè tutta questa urgenza e soprattutto, perchè dovrebbe essere di vitale importanza per noi non giustiziarlo, ma curarlo e farlo nascere a nuova vita attraverso la Meccanica?” – “Già, spiegalo anche a me Miriam, guardami e dimmi perchè dovremmo concedere la Meccanica ad un essere contaminato dal putrido del metallo e del grasso… guardami e dimmelo”. Era stata ancora una volta Silva a parlare. Miriam cercò lo sguardo di Gevorg, quasi intimorita dall’esplosione della soldatessa. Cercò gli occhi dell’Alta Uniforme ed al suo assenso, rispose. “Tu ci odi, odi tutti quelli delle mie genti, odi i Domani. Posso quasi capirlo, visto quel che è successo a Novalara… ma adesso ti prego di tacere e di osservare attentamente… perchè se guarderai la Visione con cuore sincero, anche tu capirai che abbiamo per le mani una occasione irripetibile…”. “Irripetibile? Per cosa, esattamente, Gevorg?” e la voce dell’Alta Uniforme, cupa, si rivolse direttamente all’Orologiaio, riconoscendogli evidentemente una autorevolezza che non ritrovava nella ragazza dai capelli rossi e dal volto bianchissimo. “Irripetibile per la conquista di Marinburg… – di colpo l’aria nella sala s’era fatta così densa da poterla prendere a pugni e rimanerci invischiato – … lo strumento per riconsegnare le Orche alla Meccanica e rimetterle in mare.”.

 

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Clockwork Orcas 3

Nella sala c’è una temperatura bassissima. Ad un capo del tavolo siede nell’ombra un uomo bardato con alta uniforme. Il colore scuro della divisa non lascia alcun dubbio sulle scelte cromatiche del suo esercito: il nero è il colore di questi soldati. Al suo fianco, a destra, una donna in uniforme mimetica, avvolta in un mantello nero. Ha occhi feroci, appena due fessure. L’iride, d’un colore poco definito, alla luce dei neon appare quasi viola. Ha capelli corvini che ricadono corti sui due lati del viso, simulando quasi un elmetto. Di fronte, alla sinistra dell’alta uniforme, siede una figura puntuta, stretta in un abito nero talare. Sulla testa un cappuccio che disegna una protuberanza aguzza e svettante e nasconde completamente ogni lineamento del volto. Al fianco dei due, proseguendo, due uomini in abiti civili scuri. Uno dei due ha degli occhiali da vista rotondi, l’altro – ordinario e senza alcun dettaglio degno di nota che lo distingua – di fronte a sè ha un registratore dittofonico, alcuni fogli, una penna. All’altro capo del tavolo, una sedia adagiata vicino all’angolo destro ed al centro, in bella mostra, un trespolo da rapace.
E’ la voce dell’Alta Uniforme, dal capo del tavolo, a rompere il silenzio gelato nella stanza. “Procediamo, Gevorg?”. A quella richiesta, la figura ossuta attiva un interfono posto sul tavolo: “Miriam? Puoi entrare… porta con te il nostro Visore.”.

Nella stanza compare dopo pochi attimi una donna. Pelle diafana, dello stesso colore del latte o della risacca del mare. Capelli lunghi d’un rosso acceso acconciati in una treccia che le ricade sulla spalla destra. Sul braccio sinistro, sospeso a mezz’aria di fronte al suo viso, un falco adulto di taglia media con il capo rasato. La donna dai capelli rossi si dirige verso il trespolo, lascia che il falco vi si accomodi, poi dalla tasca tira fuori una specie di cuffietta con una protuberanza trasparente applicata sul cuoio. Calza la strana macchina sul capo dell’uccello, poi delicatamente attiva un qualche meccanismo attraverso uno strumento di carica laterale. Come mosso da una forza non propria, alla quale è incapace di resistere, il falco direziona la testa ed il becco verso il centro del tavolo. Sul lucido di quella superficie, alcune immagini cominciano ad animarsi, andare a fuoco, prendere forma. tumblr_nnmjeq1Yf71qa6vr1o1_1280.jpg

La trincea è a poche centinaia di metri dagli schizi rabbiosi di fango che la ruota anteriore spande tutt’intorno. Le mani sono strette sul manubrio. La destra sgasa furiosa, senza controllo, ruotando e tirando sul pomello dell’acceleratore. Sembra quasi di sentire, lì sotto, il cavo di ferro tendersi senza alcuna grazia, tirarsi dietro aria e benzina, spararla giù nel motore con decisione. La posteriore vortica impazzita sul terreno sconnesso. Eppure chi è davanti non fa alcuna fatica a tenere salda in piedi la Cavalcatura. Neppure mentre dalla trincea nemica i mitragliatori pesanti  sputano il loro munizionamento rinforzato contro l’avanzata dell’esercito dal vessillo blu scuro con una luna bianca disegnata al centro. Sono bocche  che si aprono e vomitano fuori lingue di fuoco e ogive di piombo, in un martellare ininterrotto di scoppi gravi e tintinnii acuti, quelli dei bossoli che si sperdono nell’aria lì intorno e ricadono nel fango, sbattono contro i solai delle torrette, rimbalzano sulle canne rotanti degli stessi mitragliatori. La prima cosa che un Cavalleggero deve saper fare è correre, anche quando intorno è l’Inferno. Subito dopo, un secondo concetto impresso nella mente dei cavalleggeri a caratteri cubitali: Restare In Piedi!

Il corso per le truppe d’assalto comincia a dieci anni. Solo alcuni, scelti dopo attenta osservazione e la certezza che abbiano naturalmente il talento per il combattimento, vengono avviati ad apprendere la via del Guastatore. Gli altri, dai riflessi più pronti, l’indole meno indomita ma l’occhio più vigile, vengono istruiti alle arti della Cavalcatura. Cavalleggero e Guastatore sono una delle punte di diamante dell’esercito dal vessillo lunare, l’esercito dei Domani.

E’ la mano del Guastatore a poggiarsi, ora, poco sopra il tubo di scarico del lato destro della Cavalcatura. “Bocca di fuoco pronta… quando vuoi!”. Il Cavalleggero scuote la testa senza speranza: “Aspettare di arrivare più sotto la trincea delle teste di latta era chiedere troppo, vero? Se sbaglio ne inceneriamo una cinquantina di nostri…” – “Ma tu non sbagli mai!”. Il meccanismo attivato apre poco sopra il collettore di scarico sinistro una nuova apertura, dalla quale è possibile lasciar uscire una miscela infiammabile ad altissimo potenziale con pressioni sostenute. Un lanciafiamme semovente. Certo: una pallottola sola, ora che il “bruciatore” è attivo e la Cavalcatura si trasformerebbe in una pira impazzita.

Le pallottole fischiano intorno, sempre più decise e sempre più vicine. È la velocità il segreto con cui Cavalleggero e Cavalcatura riescono ad evitarle. Non sono già dissolti nel tempo solo perché questo conduttore fa qualcosa che nessuno si aspetta: punta dritto contro le trincee, va contro il bersaglio senza girarci intorno. Le modifiche nella traiettoria sono minime, le sterzate quasi inesistenti, eppure questo bersaglio che sempre più si avvicina scarta ogni volta di quel tanto che basta a costringere chi spara a riadattare la mira. E poi c’è la fanteria che avanza dietro, ci sono i Corazzati, eso-scheletri in metallo pesante mossi da complicati meccanismi a contrappeso. Gli avversari, nelle trincee, non possono certo pensare solo al Cavalleggero.

È con l’esperienza di tanti altri assalti riusciti che il Cavalleggero inquadra  uno dei varchi tra le buche della trincea nemica. E’ lì che bisogna attraversare. Questa manovra permetterà al Conduttore ed al Guastatore di varcare la linea di fuoco entrando quasi dall’estremità sinistra della stessa. Indietro rimarrebbe solo una buca, che peraltro non sembra dotata di chissà quale armamento e probabilmente ospita solo due o tre soldati con armamento leggero. Sarà forse l’ultima che inceneriranno, sempre che non se ne occupi qualcuno dei fanti che sopraggiungono. Il passaggio si avvicina, ormai è questione di secondi. Il Cavalleggero stringe la sinistra attorno al pomello mancino, serra i denti, le ultime pallottole indirizzate a loro pare schivarle con la forza del cuore e del pensiero – sebbene qualcuna rimbalzi contro la carena corazzata con qualche schiocco metallico. Un colpo di freno appena l’anteriore ha superato la linea di fuoco, ganasce si stringono contro il battente della ruota anteriore mentre due pistoni controllano la forza impressa dal retrotreno del mezzo che preme. L’apparato metallico entra in funzione evitando che la Cavalcatura impianti sull’anteriore e sbalzi i due soldati, assorbe l’energia e tramite un sistema di scarico sbuffa una nube di vapore. Le gambe destre dei due incursori che si piantano in terra per fornire un perno, la frenata costringe alla sterzata tutta la cavalcatura… poi un colpo di gas, il freno viene rilasciato di scatto mentre la manopola a destra ruota decisa per tornare a correre ed una sgasata continua sulla sinistra da finalmente vita alla Canna di Fuoco.

Il Guastatore tira su la gamba destra. L’imbottitura di cuoio e doppia lana cotta protegge il suo polpaccio dal fuoco e dal calore insostenibile che ormai arroventa la bocca da cui sputano lingue rosse impazzite. Il piede scavalca la Canna, la suola dura vi aderisce perfettamente mentre con l’altro piede il soldato si pianta fermo a cercare un appiglio sicuro. “Rallenta!” – con due botte di nocche decise sul casco del conduttore – “… io scendo qui!”. Al secondo colpo il Cavalleggero ha già capito e molla leggermente la manopola del gas senza invece diminuire nella maniera più assoluta l’intensità del fuoco. Con un balzo felino all’indietro il compagno  si lancia sul campo di battaglia. Atterra con il ginocchio sinistro piantato nel fango ed il piede destro pronto allo scatto, arma la sua pistola mitragliatrice leggera, fa scattare il carrello, arma il cane e si lancia in direzione della prima buca, quella risparmiata dalle fiamme. Corre tra i corpi dei nemici che si lanciano avvolti dalle fiamme fuori dalle buche, cercano di salvarsi rotolando in terra, provano a spegnere nel fango e nella polvere le fiamme che quel liquido denso e viscoso sembrano aver appiccicato loro addosso. È tutto vano, il Guastatore lo sa. Forse è per questo che con una certa soddisfazione passa tra di loro senza curarsi di finirli: che brucino pure! Il caricatore che è scattato col primo colpo in canna ha 35 colpi. “Basteranno!” pensa sicuro a pochi metri dalla buca. Gli Uomini di Latta alla mitragliatrice cercano di puntare sul Raggruppamento che ormai incalza e solo uno si volta cercando di coprire proprio dal Guastatore il lato sguarnito. Operazione inutile. Lo sa il soldato che con la pistola fa fuoco disperato, lo sa il Guastatore, che in corsa, schivato il proiettile, apre il fuoco. Falciato dalla raffica, il ragazzo guarda in faccia la morte rassegnato, mentre gli altri cadono in avanti, crivellati alle spalle, terminati prima ancora di riuscire a girarsi, a difendersi. Non è per etica se il Guastatore pare restare un po’ con l’amaro in bocca. Non è certo per il fatto di averli colpiti alle spalle… forse semplicemente perché tutto, davvero tutto in questo assalto, è sembrato troppo facile.

La visione non si interrompe. I suoni, dilatati ed a tratti poco comprensibili che fuoriescono come per magia dal becco del falco, continuano a rimepire la stanza mentre la voce dell’Alta Uniforme compare a invadere lo spazio gelido sul tavolo. “Fino a qui tutto mi pare un normalissimo assalto delle truppe speciali del Domani ad una trincea degli Uomini di Latta… non capisco dove sia il prodigio di cui volevate…” – “La prego Generale, ancora un attimo di pazienza… quel che finora ha visto non giustifica tutta questa segretezza e tutta questa fretta ma…”. Ad interrompere il dialogo è la voce roca e ultimativa della donna in uniforme: “Vogliamo augurarcelo Miriam, che tu e Gevorg, l’Orologiaio folle, abbiate davvero qualcosa da farci vedere che giustifichi l’aver distratto la nostra attenzione dal campo di battaglia. Sapete bene anche voi che sul fronte orientale, attorno al delfinario, siamo sotto uno degli attacchi peggiori dall’inizio di questa guerra… voi sapete quanto…” – “Silva sono stufo! Mostra un po’ di rispetto per chi ti ha rimessa in piedi più di una volta! E mostra un po’ di rispetto anche per la mia pelle bianca…” La voce algida di Miriam s’era fatta di colpo glaciale. Sulla sala ricadde il silenzio. Mentre le immagini confuse sfumavanofu l’Orologiaio Gevorg a prendere la parola: “Questa visione risale a quasi tre anni fa… osservate vi prego la coda dell’evento, poi passeremo a dettagli più importanti e potrete capire perchè riteniamo di avere per le mani qualcosa di troppo prezioso per essere liquidato come un semplice prigioniero di guerra”.

 

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