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It Was So Cruel – Photoset 1/4

Album realizzato in una mattinata di scatti molto produttiva: 12 gennaio 2016. Location il parco urbano abbandonato in agro tra i comuni di Modugno (BA) e Bitetto (BA). Io non potevo immaginare che a ridosso di realtà comunque piccole urbanisticamente esistesse qualcosa di così enorme… ed allo stesso tempo così degradato. Il complesso, di cui vedrete altri set a seguire, versa in uno stato di degrado e incuria prressochè totale ed è un vero peccato. Al tempo stesso, il progressivo e creativo riutilizzo estemporaneo di alcune sue parti ha regalato un set alla de Sade e molte riflessioni su quello che realmente potrebbe essere fatto, scattato, impressionato, lì!

Parco Urbano abbandonato, agro di Modugno e Bitett (BA). 12-1-2016
Fotografie scattate con Nikon d5000
Ascoltate, guardando, il pezzo deiNon Compos Mentis “Idol with a frame” e non chiedetemi come faccia  conoscere certa robetta!

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Nella camnera da letto, abbandonatoin terra, v’era questo straccio, lasciato lì, metafisico, proprio come uno di quegli oggetti che De Chirico lasciava nelle piazze enormi e soleggiate. Tutto trasudava di incuria e di abbandono.

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Quando ho mosso pochissimi passi per perderlo di vista, l’ho sempre trovato ad entrarmi nell’obettivo, come un corpo, un cadavere che non la smette di protestare la sua presenza, il suo abbandono. Come chi non smette di chiedere pietà.

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Nel corridoio che conduceva alle scale, infine di sotto, c’eraquesto armadio a muro… ante distrutte e parzialmente mangiate dal fuoco. Sola, lì, sembrava tristissima, con qualche raggio di sole appena a cullarla dalle tenebre. Mi fece male, tanto male.

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Cercai di ritrovarmi in un frammento di specchio, dimenticato lì, nel terreno che ormai sostituiva il pavimento. Non riuscivo a mettere a fuoco… qualcosa mi diceva che non era la cosa giusta da fare.

 

 

 

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Oh niente, allora… le dipendenze sono una coperta…

E tu non sei mai in grado di percepire quanto questa coperta sia corta. E questa coperta si chiama dipendenze e non “una dipendenza” oppure “ogni tua singola dipendenza”. Definiremo quindi sin da ora quella coperta come un patchwork risultante di tutta una serie di piccole e grandi dipendenze che insieme vanno a costituire l’archetipo della dipendenza, il tuo essere sempre e comunque dipendente.

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Quale sia il grado del tuo essre dipendente a livello archetipico puoi solo intuirlo quando vedi crescere il numero di pacchetti acquistati al giorno, quando percepisci la frequenza dei click su certi portali, quando cominci a smaniare per un nuovo tattoo, quando cominci a chiederti con sempre maggiore insistenza se la spesa che hai in frigo è sufficiente, quando ti accorgi che il numero di serie attualmente in download sul tuo mysky è superiore alla capienza dello stesso.

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Ho osservato attentamente questo numero e valutato la situazione.
Houston abbiamo un problema!
Però sulle prime non chiami Houston che nel codice militare americano non significa nulla. Tutti pensano che Houston stia lì per H… e quindi Home, Casa nel senso di Famiglia, Nido. No… H si dice Hotel… che propriamente non è il tuo nido ma il posto dove ti accampi. Scherzi della fonetica criptata militare.
Sulle prime non chiami Houston che nella missione dell’Apollo 13 – che salutiamo e ringraziamo per aver coniato la splendida espressione  – era Casa, Nido, Home… per un semplice fatto. Te la devi vedere da solo oppure finirai a declinare in altro modo una nuova forma di dipendenza, quella dagli affetti. E non va bene schiacciare una dipendenza con un’altra dipendenza illudendoti che stai risolvendo un problema.

Equilibrare dipendenze da solo non ti salverà! Il tuo problema non è equilibrare le dipendenze. Il tuo problema è “dipendere”. La soluzione è tendere al non essere dipendente.

Orbene… identificate le dipendenze scopri che nell’ordine sei più incasinato con le sigarette e col cibo, che hai dei surrogati molto potenti nel tatuaggio, che hai dei lenitivi momentanei nel controllo delle statistiche di accesso al tuo blog che leniscono la tua ansia di controllo, che non consideri le relazioni come una forma di dipendenza, che ancora non vivi i tuoi affetti più cari come forma maniacale e che, sostanzialmente, il porno e la pornografia non fanno parte del pantheon degli dei da venerare e da cui dipendere per lenire il tuo bisogno di dipendenza stesso. Mammaepapà e Tory Lane non sono parte del Patchwork.

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Evviva!

In una serie ossessiva di prove e controprove di bilanciamento hai notato che al decrescere delle sigarette fumate si innalza la voglia compulsiva di mangiare, di cibarti di qualcosa, solitamente giuggiole, latte condensato da spremerti in bocca direttamente, caramelle club… difficilmente salsicce e derivati della carne. Più probabilmente nodini di scamorza affumicati. Al decrescere delle sigarette fumate cresce la panza. Qualcuno mi ha detto di provare con la cocaina… sono assolutamente certo che la cosa non risolverebbe il problema. Temo di dover aggiungere un Anzi!
Il problema serio è che non aiuta contollare maniacalmente ed ossessivamente la pagina delle statisctiche del mo blog. No… non aiuta per niente. Paradossalmente, essendo una operazione molto breve e noiosa, nella rilettura pedissequa di ogni statistica e nell’intreccio dei dati… mi ritrovo a cercare il pacchetto delle sigarette per accenderne una perchè mi sono convinto che fumando rifletto meglio.

Il ricorso al tatuaggio pare essere una forma di surrogato molto molto potente delle sigarette. Il problema è che è una storia parecchio costosa. Il problema è che lo spazio finisce. Il problema è che tatuarsi ha dei tempi di decompressione da cicatrizzazione non proprio da one shot.

“In un tempo che tende all’infinito la fuoriuscita da una dipendenza si declina in varie forme: momento della sofferenza, momento della catarsi, momento della cicatrizzazione, momento della guarigione”. Il momento della guarigione è una ascensione reale. Quello della catarsi è paradossalmente il cazzinculo gravissimo… perchè sei a terra che soffri a bestia. Questo per dirvi che al momento essere passato da 40 e passa a 10 sigarette sta provocando negli ultimi giorni delle atroci complicanze. Ed alla catarsi ancora non ci sono arrivato. Pare che la catarsi sia il momento in cui ti scopri a cedere alla dipendenza proprio quando gli effetti del dolore sono spariti, quando il disagio non c’è più, quando la sofferenza tende smisterisoamente allo zero. La catarsi è il renderti conto che ce l’avevi fatta ma assaporare il pessimo gusto di una violenta ricaduta. Nella mia condizione Catarsi sarebbe passare ad acquistare un altro pacchetto da dieci in un giorno. Spero non avvenga mai!
Sono nella fse della sofferenza ancora. Secondo le persone che ci sono già passate sto sublimando e somatizzando moltissimo il semplice nervosismo dovuto alla astinenza. A me sembra di vivere delle vere e proprie crisi fisiche. Ho uno spillo arroventato in testa, tra gli occhi, mi tirano le vene e i tendini degli avambracci, sono irritabile. La gamba sinistra non sta mai ferma. Ma vi do una notizia… chi non mi conosce non se n’è accorto. Maschero bene.Il problema è il firgidaire. Esco coi soldi contati… non acquisto più giuggiole. Le scamorze a nodini in frigo sono contate e devono raggiungere il giorno di martedì prima di essere di nuovo acquistate. So cosa mi sta aiutando: il fatto che l’orso sulla spalla destra continui a pizzicare. E’ la prima volta che spero non si cicatrizzi così in fretta… ma so che domani o dopodomani non lo sentirò già più.

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(ho appena buttato lontano il pacchetto mntre lo stavo aprendo…).

Devo sublimare. Non voglio chiamare i miei, non voglio chedere aiuto. Non voglio chiamare Tory Lane, non voglio chiedere aiuto. Certo, in situazioni come queste “il godimento triviale di una situazione di massimo degrado appaga chi ha compiuto compromessi non già con la propria morale ma con la comprensione delle meccaniche della morale”. Come dire “so cosa è bene e cosa è male ma non faccio del male”. E mi gusto quel “male” solo nella misura in cui so che è un “male” finto. Come quelli che si sono visti tuti i Guinea Pig e se li sono stragoduti ma stanno malissimo a guardare il finale di Avere Vent’Anni… o hanno un conato di vomito emotivo quando a “The Darkness” il bambino pieno di lividi chiede alla mamma non aiuto dal padre manesco ma “un bicchiere d’acqua” e in quel bicchiere d’acqua c’è tutto quel che serve a farti rovesciare l’anima. Se chiamo Tory Lane le regalo addosso una copertina di linus che avrò sempre, poi, voglia di stapparle via per coprirmici io – che le dipendenze sono coperte – e saremmo punto e a capo. E poi le dipendenze in quel caso darebbero problemi sociali. “Povera vicina ottuagenaria…” a sentirsi le urla e le parolacc di Tory Lane… che certe espressioni sono slang americano… ma i sospiri sono come il calcio: una lingua universale.

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Scrivo. Ecco!
Ecco ilperchè delle note professionali che compaiono sulla mia bacheca da qualche giorno.
Scrivo. Ecco il perchè di Clockwork Orcas… che è strettamente collegato ad un percorso di ascesi e di scarabocchi sulla pelle.

Scrivo, va… devo tenere le dita occupate. Scrivo, rannicchio le ginocchia e tiro su i piedi perchè la coperta basti. Scrivo, che non fumo!
(sono le 15 e me ne restano 9…).

 

 

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