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Clockwork Orcas 4

L’operazione di ripulitura è quasi terminata, con il Cavalleggero che sgasa affrontando l’ultima buca prima della torretta. Tutto talmente routinario e semplice che, guardando dall’esterno, parrebbe un’operazione da tutti. Così, come rapito, mentre sente le urla dei nemici che arrostiscono e la mano sinistra rilascia il pomello del combustibile spegnendo le lingue di fuoco, chi guida la Cavalcatura si scopre a fissare quel che accade alla Torre di Guardia degli Uomini di Latta, il vero obiettivo del raid. La loro azione serviva esclusivamente a impegnare in un primo momento le linee difensive dei nemici, coprendo l’avanzata dei due Corazzati – di sicuro solidi ma meno agili di un qualsiasi contingente umano – e soprattutto del primo Guastatore. Quest’ultimo ha già raggiunto la metà del muro scalandolo a mani nude, sorretto solo da un rampone e da un cavo di acciaio ricoperto di tessuto tattico. Dalle feritoie e dalle bocche di fuoco nessuno riesce a vederlo o colpirlo, le soluzioni di tiro sono tutte con munizionamento pesante dirette verso i due Corazzati. Il raggruppamento di fanteria che arriva si divide: una parte meno consistente si occupa della ripulitura delle trincee, mentre la parte più numerosa, più di trenta uomini, danno l’assalto alla porta di ingresso della torretta, dove le ultime resistenze sono asserragliate. I due Corazzati si sistemano ad una cinquantina di metri l’uno dall’altro, tengono la torre nemica come ideale vertice di un triangolo. Il suono dei pesanti ingranaggi e del sistema di contrappesi certo si sentirebbe bene se l’aria non fosse così satura ancora di urla, schiocchi di mitragliatrice e rombi di mortaio. Entramie hanno una soluzione di tiro possibile sulla struttura, non sparano solo per evitare di colpire il Guastatore, che ormai ha quasi raggiunto le feritoie. E perché il costo di uno solo dei loro proiettili è ancora proibitivo per non essere una extrema ratio nelle battaglie più difficili.

La velocità con cui il Guastatore scala la torretta è impressionante. Divora i metri come non pesasse nulla. Lo zaino sulle spalle parrebbe tirarlo giù, invece sballonzola verso l’alto ad ogni poderoso colpo d’anca con cui il soldato si issa, facendo forza su mani di acciaio e dorsali poderosi. Il fuoco di copertura dell’armamento leggero della fanteria costringe gli assediati a rimanere all’interno, tentando una difesa strenua che con pesanti armi anticarro cerca di seguire i movimenti comunque veloci dei nemici a terra. Gli Eso-Scheletri dalla loro posizione tengono sotto tiro l’ingresso della Terre di Guardia continuando a martellare la base dell’edificio con proiettili anticarro che le mitragliatrici a nasro montate sugli avambracci destri di ciascuno di loro continuano a sparare.

Come sincronizzato, mentre vede ormai il Guastatore raggiungere la vetta, il Cavalleggero si sposta a velocità sostenuta verso la Torre di Guardia, puntando il lato sul quale il suo compagno si sta arrampicando. Quando, praticamente disturbato, il Guastatore ha raggiunto la bocca di fuoco superiore, quella dell’antiaerea, nessuno degli assediati si aspetta di avere di fronte agli occhi il crepitio di un mitragliatore leggero come ultima immagine prima di disciogliersi nel Tempo. Il Cavalleggero con la Cavalcatura sono a destinazione, aderenti al muro, di modo da non essere visibili da parte degli assediati. E’ quando il drappello dell’antiaerea è stato neutralizzato, che il Guastatore pianta con violenza  le rocce un rampino, infila un moschettone al cinturone da guerra, sfila lo zaino mantenendosi al muro con la sinistra e facendo perno coi piedi sulla bocca di fuoco. Ne strappa un lato, armeggia, lascia andare l’ingombro all’interno, si lascia cadere giù con una fiducia inumana nel fatto che il rampino piantato lo sorreggerà o ne attutirà la caduta. Mentre vola giù sembra un corpo morto. Senza volontà, senza controllo. Non ha neppure toccato il suolo che un boato secco e sbuffante e una nuvola di fumo bianco spruzza fuori denza dalle feritoie e dalle aperture. Fosforo.

Il portone della Torre si spalanca. Alla rinfusa, in preda al terrore ed al dolore delle ustioni, due dozzine di uomini di latta si riversano nel piazale antistante. Carne e bersagli buoni per le mitragliatrici leggere della fanteria, che in sequenza, li buttano giù con raffiche secche e brevi. Ilk Cavalleggero nel frattempo raccoglie il Guastatore. Nessun cenno verbale tra loro, solo l’intesa dei due rintocchi sull’elmetto come a dire “Io ci sono…”. La Cavalcatura impazzita sfreccia via, verso il retro della Torre di Guardia. Alcuni fanti dell’esercito del Domani si attardano a finire i rivali con colpi singoli sparati a distanza ravvicinata, mentre avanzano senza rispetto sul mucchio di cadaveri ammassati. E’ in questo preciso istante che dalla Torretta saetta fuori una figura ammantata di fuoco. Pezzi interi del suo corpo avvolti dalle fiamme dense e chimiche dell’esplosione. Saetta all’esterno reggendo contro tutte le leggi dell’umana comprensione un mitragliatore anticarro. Con un solo braccio, meccanico. Non si cura della perdita di carburante che dalla spalla spruzza nafta arroventata sul suo corpo ravvivando le fiamme. La gragnuola di colpi sputati fuori con cadenza impressionante dall’arma falcia molti dei fanti, impreparati ad una sortita del genere. Gli Eso-Scheletri si mettono in posizione lenti, provando a centrare il bersaglio ma possono poco contro quell’essere uscito dall’inferno che con una velocità pazzesca prende a muoversi verso lo sterrato distante poche decine di metri, il piazzale che fa da parcheggio per i mezzi leggeri e corazzati in forze ai soccombenti. Lascia cadere il mitragliatore. Si ferma, evidentemente dolorante, malfermo sulle gambe. Si accascia inginocchiandosi. Armeggia con la mano di carne, la sinistra, sull’arto bionico, il destro. Armeggia all’altezza del polso e la sua mano meccanica cade in terra. Poi serra la sinsitra sull’avambraccio, puntandolo come fosse un cannone sulla Cavalcatura che si sta manovrando per tornare indietro, allertata dagli spari. E’ un attimo. Dal braccio puntato un’esplosione sorda, il corpo del soldato che ruota violentemente in senso orario, facendo perno sul piede sinistro piantato a terra e schiantandosi al suolo dopo un mezzo giro. Pochi attimi e la Cavalcatura viene centrata da un proiettile esplosivo a basso potenziale. Sufficiente a trasformarla in una palla di fuoco. Immagini confuse. Sfocate. Fumo nero e denso. Quan la Visione torna nitida, la scena, ripresa dall’alto, ritrae la enduro corazzata ridotta ad un ammasso di ferraglia infuocata. Poco più in là il corpo del Cavalleggero irriconoscibile, deturpato. Accanto, mutilato su tutto il lato sinistro, quello apparentemente esanime del  Guastatore.

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“Eroico da parte sua, davvero eroico… Miriam… e con questo? Conosciamo bene l’arte della guerra dei Guastatori dell’Esercito di Domani… niente di nuovo, insomma…” – “Silva…” e con un gesto ultimativo l’Alta Uniforme zittisce la soldatessa alla sua destra. “Eppure Silva ha ragione, Gevorg… che altro c’è?”. L’uomo con il cappuccio si volge alla algida rossa accanto al falcone. Con un gesto disteso e molto compassato della mano la invita a procedere ulteriormente. Mentre la ragazza, sollecitata, torna a dare alcuni colpi di carica al meccanismo dietro la nuca del falcone, la sua voce invade quello che è divenuto un tesissimo silenzio fatto di gelo e agitati sbuffi di respiro. “Conosciamo l’identità dell’Uomo di Latta che in questa Visione ha massacrato l’intera guarnigione d’assalto dei Domani. E’ una nostra vecchia conoscenza: Ermal Ordui, uno di quelli che chiamiamo per comodità Piombo Nuovo. E’ un Domani, uno delle mie genti, ma appartiene ad un clan rinnegato. Lui e i suoi hanno combattuto da sempre per gli Uomini di Latta. Hanno saltato il confine poco dopo la fine dell’ addestramento. Chi ha seguito la sua formaizone lo definisce uno dei migliori Incursori in circolazione. Ha fama di avere un qualche talento strettamente collegato al recupero delle ferite. Tanto da essersi guadagnato la fama di Immortale. Ed è l’uomo che ha guidato la spedizione degli Uomini di Latta contro la Selva di Nolavara. In prima persona era alla testa delle Serpi di Piombo che sono per prime entrate in città. Inutile ricordare la portata di quel massacro. Bene, come avrete capito l’uomo che abbiamo recuperato a Nolavara, quello su cui discutiamo, è il Guastatore di questa Visione”.
Ad interrompere la spigazione di Miriam, questa volta, è uno degli assistenti, quello con gli occhiali da vista rotondi che, dopo aver chiesto la parola con un cenno ed aver ottenuto il consenso dell’Alta Uniforme: “Questo Guastatore, Miriam, non è il primo delle tue genti che troviamo ricondizionato nell’esercito degli Uomini di Latta. Perchè tutta questa urgenza e soprattutto, perchè dovrebbe essere di vitale importanza per noi non giustiziarlo, ma curarlo e farlo nascere a nuova vita attraverso la Meccanica?” – “Già, spiegalo anche a me Miriam, guardami e dimmi perchè dovremmo concedere la Meccanica ad un essere contaminato dal putrido del metallo e del grasso… guardami e dimmelo”. Era stata ancora una volta Silva a parlare. Miriam cercò lo sguardo di Gevorg, quasi intimorita dall’esplosione della soldatessa. Cercò gli occhi dell’Alta Uniforme ed al suo assenso, rispose. “Tu ci odi, odi tutti quelli delle mie genti, odi i Domani. Posso quasi capirlo, visto quel che è successo a Novalara… ma adesso ti prego di tacere e di osservare attentamente… perchè se guarderai la Visione con cuore sincero, anche tu capirai che abbiamo per le mani una occasione irripetibile…”. “Irripetibile? Per cosa, esattamente, Gevorg?” e la voce dell’Alta Uniforme, cupa, si rivolse direttamente all’Orologiaio, riconoscendogli evidentemente una autorevolezza che non ritrovava nella ragazza dai capelli rossi e dal volto bianchissimo. “Irripetibile per la conquista di Marinburg… – di colpo l’aria nella sala s’era fatta così densa da poterla prendere a pugni e rimanerci invischiato – … lo strumento per riconsegnare le Orche alla Meccanica e rimetterle in mare.”.

 

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Ciao a tutti, immotivatamente sovrastimati sottoposti che seguite qui…

… poche righe davvero.. perchè si appressa il momento in cui a causa della carenza di materiale programmato ed a causa di un concorso cui devo partecipare con un elaborato scritto denso di contenuti che spaziano dal weird (ossia una certa forma di stravaganza letteraria) allo scifi (ossia il genere dei fantascienzi) al bizzarro (vabbè, fate voi) al surrealista (ma non alla Bunel, un po’ più 2.0) al dreampunk (che è quella storia per cui nelle cose normali ci entra dentro l’inconscio, le emozioni, i cazzinculogravissimi dei piccoli e grandi disagi dell’emotività umana) al mythpunk (cioè retrofuturismi fantasy ammantati di mitologia, dei semidei e pantheon vari)… si appressa il momento in cui Clockwork Orcas verrà sospesoper un mese. E non dovete farne una tragedia che torna subito e presto e davvero visto e considerato che il materiale redatto che voi non conoscetesarà in valutazione nel corso del prossimo mesetto.

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Ora, queste poche righe mi servono a lanciare una serie che sarà in onda qui tipo dal prossimo sabatoin sostituzione del celebre capolavoro che vi ha appassionati. Lascio la parola alla protagonista della vicenda, cioè la più che detestabilmente banale:

Clotilde Maria Bernadette.

“E niente, niente davvero, ciao a tutti e tutte, io sono Clotilde Maria Bernadette, ho sedici anni e sono la reincarnazione di una divinità psicopompa dei bei tempi che furono. Psicopompa è un parola che esiste; non invento parole. E adoro il puntevirgola. Il puntevirgola è amore puro, vero. Non lo trovi tutti i giorni e non devi sempre trovare una ragione per metterlo. Ah, sì, mi spiace deludervi… essere la reincarnazione di una divinità psicopompa non mi conferisce alcun particolare potere, tipo quello di uccidervi al cenno o di regalarvi, semplicemente dedicandovi un pensiero, settimane di cacarella e stipsi a targhe alterne. Perdonatemi e non infierite… alla mia bassa autostima provvedo solitamente di mio. Sì, non c’è virgola dopo Clotilde. Ho deficit di attenzione e grosse difficoltà a seguire un filo logico. Lo trovo noioso e terribilmente non banale per la mia età. Fino ai dieci anni ho assunto scrupolosamente Ritalin ogni mattina. Senza particolare giovamento per i miei deficit di attenzione. Vi prego non incolpate per questo la marjuana o l’hashish: soffro di disturbi di ansia e di panico, fumare mi fa male.
Sì, firmo per esteso, non c’è virgola quindi firmo per esteso. Sì, odio i miei genitori, ma la firma a cui mi hanno costretto è solo un dettaglio.
Ho smesso di fare sesso da un anno e tre mesi, complice un inizio incosciente e precoce. Ho smesso con il Rivotril da sei mesi, ma non ho voluto confrontarmi a proposito con mia madre. No, i miei purtroppo non sono separati e questo fa di me, mio malgrado, una persona quasi speciale. Sì, i due di cui sopra, purtroppo, si amano. Ed affermano di amarmi, la qualcosa complica irrimediabilmente un po’ il tutto.
Per l’ansia, la regolazione del sonno e più in generale per i disturbi da stress, adesso utilizzo feniletilamina – per cortesia non chiamatela riduttivamente extasy, non vado in discoteca – mentre per le crisi di panico ed in generale per un corretto controllo del tono dell’umore Paxil o Paroxetina (il generico). Potete seguirmi sulla mia pagina Facebook ma non potete richiedermi l’amicizia. Sì, bravo, te ne sei accorto? Non ho amici associati al mio profilo. Mi chiede che senso ha, signora? Solo quello di protestare con enorme banalità il fatto che mi sia dovuta inventare questa cosa per far dire a tutti che sono diversa.
Non avere FB sarebbe stato indiscutibilmente molto più banale.
Non perdete tempo con Whatsapp perchè, onestamente, l’ho disinstallato dopo sette ore dalla prima assunzione. Sì, è vero, potete trovare miei profili su una serie di siti di incontri a pagamento. Credetemi, vi giuro, ci ho provato ma non è tecnicamente andata bene. Attualmente mantengo quei profili attivi nella speranza che un giorno la gente smetta di dirmi che splendido sorriso ho, presentandosi con un messaggio preconfezionato, sicuramente salvato da qualche parte nella memoria dello smartphone… un messaggio che è la replica della battuta dei casting.
Ah sì, picolo dettaglio. Sono assolutamente certa di essere un personaggio di fantasia. Sono fermamente convinta di non esitere nella realtà. Una serie enorme di dettagli me lo dicono. A volte mi sento incredibilmente evanescente, trascurata. Succede quando chi deve avermi inventata non pensa a sufficienza a me, alla mia vita, a cosa mi succede durante una giornata e più in generale al mio mondo. A volte, credetemi, mi sembra che tutto, intorno, non abbia senso e più generalmente non esista. Dare la colpa di questa condizione alla solita crisi adolescenziale, però, mi sembrava banale. Allora mi metto in contatto con lui, col mio creatore, che sogno baffuto, tatuato, di una ventina di anni più grande di me… e spero con tutta me stessa che di rimando lui pensi a me. E mi faccia fare, dire, pensare qualcosa di diverso da quello che scialbamente io penserei, direi, farei. Sì, d’accordo: sono su quei siti di incontri solo perchè spero ardentemente che, un giorno, prima del mio diciottesimo compleanno, qualcuno mi scriva: “Ciao Clotilde Maria Bernadette, sono il tuo creatore e mi arrapi da pazzi. Che ne dici di un caffè?”. Un creatore immaginario fa indiscutibilmente più figo di un’amica immaginaria, andiamo. Soprattutto se vuole portarti a letto!

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Clockwork Orcas 3

Nella sala c’è una temperatura bassissima. Ad un capo del tavolo siede nell’ombra un uomo bardato con alta uniforme. Il colore scuro della divisa non lascia alcun dubbio sulle scelte cromatiche del suo esercito: il nero è il colore di questi soldati. Al suo fianco, a destra, una donna in uniforme mimetica, avvolta in un mantello nero. Ha occhi feroci, appena due fessure. L’iride, d’un colore poco definito, alla luce dei neon appare quasi viola. Ha capelli corvini che ricadono corti sui due lati del viso, simulando quasi un elmetto. Di fronte, alla sinistra dell’alta uniforme, siede una figura puntuta, stretta in un abito nero talare. Sulla testa un cappuccio che disegna una protuberanza aguzza e svettante e nasconde completamente ogni lineamento del volto. Al fianco dei due, proseguendo, due uomini in abiti civili scuri. Uno dei due ha degli occhiali da vista rotondi, l’altro – ordinario e senza alcun dettaglio degno di nota che lo distingua – di fronte a sè ha un registratore dittofonico, alcuni fogli, una penna. All’altro capo del tavolo, una sedia adagiata vicino all’angolo destro ed al centro, in bella mostra, un trespolo da rapace.
E’ la voce dell’Alta Uniforme, dal capo del tavolo, a rompere il silenzio gelato nella stanza. “Procediamo, Gevorg?”. A quella richiesta, la figura ossuta attiva un interfono posto sul tavolo: “Miriam? Puoi entrare… porta con te il nostro Visore.”.

Nella stanza compare dopo pochi attimi una donna. Pelle diafana, dello stesso colore del latte o della risacca del mare. Capelli lunghi d’un rosso acceso acconciati in una treccia che le ricade sulla spalla destra. Sul braccio sinistro, sospeso a mezz’aria di fronte al suo viso, un falco adulto di taglia media con il capo rasato. La donna dai capelli rossi si dirige verso il trespolo, lascia che il falco vi si accomodi, poi dalla tasca tira fuori una specie di cuffietta con una protuberanza trasparente applicata sul cuoio. Calza la strana macchina sul capo dell’uccello, poi delicatamente attiva un qualche meccanismo attraverso uno strumento di carica laterale. Come mosso da una forza non propria, alla quale è incapace di resistere, il falco direziona la testa ed il becco verso il centro del tavolo. Sul lucido di quella superficie, alcune immagini cominciano ad animarsi, andare a fuoco, prendere forma. tumblr_nnmjeq1Yf71qa6vr1o1_1280.jpg

La trincea è a poche centinaia di metri dagli schizi rabbiosi di fango che la ruota anteriore spande tutt’intorno. Le mani sono strette sul manubrio. La destra sgasa furiosa, senza controllo, ruotando e tirando sul pomello dell’acceleratore. Sembra quasi di sentire, lì sotto, il cavo di ferro tendersi senza alcuna grazia, tirarsi dietro aria e benzina, spararla giù nel motore con decisione. La posteriore vortica impazzita sul terreno sconnesso. Eppure chi è davanti non fa alcuna fatica a tenere salda in piedi la Cavalcatura. Neppure mentre dalla trincea nemica i mitragliatori pesanti  sputano il loro munizionamento rinforzato contro l’avanzata dell’esercito dal vessillo blu scuro con una luna bianca disegnata al centro. Sono bocche  che si aprono e vomitano fuori lingue di fuoco e ogive di piombo, in un martellare ininterrotto di scoppi gravi e tintinnii acuti, quelli dei bossoli che si sperdono nell’aria lì intorno e ricadono nel fango, sbattono contro i solai delle torrette, rimbalzano sulle canne rotanti degli stessi mitragliatori. La prima cosa che un Cavalleggero deve saper fare è correre, anche quando intorno è l’Inferno. Subito dopo, un secondo concetto impresso nella mente dei cavalleggeri a caratteri cubitali: Restare In Piedi!

Il corso per le truppe d’assalto comincia a dieci anni. Solo alcuni, scelti dopo attenta osservazione e la certezza che abbiano naturalmente il talento per il combattimento, vengono avviati ad apprendere la via del Guastatore. Gli altri, dai riflessi più pronti, l’indole meno indomita ma l’occhio più vigile, vengono istruiti alle arti della Cavalcatura. Cavalleggero e Guastatore sono una delle punte di diamante dell’esercito dal vessillo lunare, l’esercito dei Domani.

E’ la mano del Guastatore a poggiarsi, ora, poco sopra il tubo di scarico del lato destro della Cavalcatura. “Bocca di fuoco pronta… quando vuoi!”. Il Cavalleggero scuote la testa senza speranza: “Aspettare di arrivare più sotto la trincea delle teste di latta era chiedere troppo, vero? Se sbaglio ne inceneriamo una cinquantina di nostri…” – “Ma tu non sbagli mai!”. Il meccanismo attivato apre poco sopra il collettore di scarico sinistro una nuova apertura, dalla quale è possibile lasciar uscire una miscela infiammabile ad altissimo potenziale con pressioni sostenute. Un lanciafiamme semovente. Certo: una pallottola sola, ora che il “bruciatore” è attivo e la Cavalcatura si trasformerebbe in una pira impazzita.

Le pallottole fischiano intorno, sempre più decise e sempre più vicine. È la velocità il segreto con cui Cavalleggero e Cavalcatura riescono ad evitarle. Non sono già dissolti nel tempo solo perché questo conduttore fa qualcosa che nessuno si aspetta: punta dritto contro le trincee, va contro il bersaglio senza girarci intorno. Le modifiche nella traiettoria sono minime, le sterzate quasi inesistenti, eppure questo bersaglio che sempre più si avvicina scarta ogni volta di quel tanto che basta a costringere chi spara a riadattare la mira. E poi c’è la fanteria che avanza dietro, ci sono i Corazzati, eso-scheletri in metallo pesante mossi da complicati meccanismi a contrappeso. Gli avversari, nelle trincee, non possono certo pensare solo al Cavalleggero.

È con l’esperienza di tanti altri assalti riusciti che il Cavalleggero inquadra  uno dei varchi tra le buche della trincea nemica. E’ lì che bisogna attraversare. Questa manovra permetterà al Conduttore ed al Guastatore di varcare la linea di fuoco entrando quasi dall’estremità sinistra della stessa. Indietro rimarrebbe solo una buca, che peraltro non sembra dotata di chissà quale armamento e probabilmente ospita solo due o tre soldati con armamento leggero. Sarà forse l’ultima che inceneriranno, sempre che non se ne occupi qualcuno dei fanti che sopraggiungono. Il passaggio si avvicina, ormai è questione di secondi. Il Cavalleggero stringe la sinistra attorno al pomello mancino, serra i denti, le ultime pallottole indirizzate a loro pare schivarle con la forza del cuore e del pensiero – sebbene qualcuna rimbalzi contro la carena corazzata con qualche schiocco metallico. Un colpo di freno appena l’anteriore ha superato la linea di fuoco, ganasce si stringono contro il battente della ruota anteriore mentre due pistoni controllano la forza impressa dal retrotreno del mezzo che preme. L’apparato metallico entra in funzione evitando che la Cavalcatura impianti sull’anteriore e sbalzi i due soldati, assorbe l’energia e tramite un sistema di scarico sbuffa una nube di vapore. Le gambe destre dei due incursori che si piantano in terra per fornire un perno, la frenata costringe alla sterzata tutta la cavalcatura… poi un colpo di gas, il freno viene rilasciato di scatto mentre la manopola a destra ruota decisa per tornare a correre ed una sgasata continua sulla sinistra da finalmente vita alla Canna di Fuoco.

Il Guastatore tira su la gamba destra. L’imbottitura di cuoio e doppia lana cotta protegge il suo polpaccio dal fuoco e dal calore insostenibile che ormai arroventa la bocca da cui sputano lingue rosse impazzite. Il piede scavalca la Canna, la suola dura vi aderisce perfettamente mentre con l’altro piede il soldato si pianta fermo a cercare un appiglio sicuro. “Rallenta!” – con due botte di nocche decise sul casco del conduttore – “… io scendo qui!”. Al secondo colpo il Cavalleggero ha già capito e molla leggermente la manopola del gas senza invece diminuire nella maniera più assoluta l’intensità del fuoco. Con un balzo felino all’indietro il compagno  si lancia sul campo di battaglia. Atterra con il ginocchio sinistro piantato nel fango ed il piede destro pronto allo scatto, arma la sua pistola mitragliatrice leggera, fa scattare il carrello, arma il cane e si lancia in direzione della prima buca, quella risparmiata dalle fiamme. Corre tra i corpi dei nemici che si lanciano avvolti dalle fiamme fuori dalle buche, cercano di salvarsi rotolando in terra, provano a spegnere nel fango e nella polvere le fiamme che quel liquido denso e viscoso sembrano aver appiccicato loro addosso. È tutto vano, il Guastatore lo sa. Forse è per questo che con una certa soddisfazione passa tra di loro senza curarsi di finirli: che brucino pure! Il caricatore che è scattato col primo colpo in canna ha 35 colpi. “Basteranno!” pensa sicuro a pochi metri dalla buca. Gli Uomini di Latta alla mitragliatrice cercano di puntare sul Raggruppamento che ormai incalza e solo uno si volta cercando di coprire proprio dal Guastatore il lato sguarnito. Operazione inutile. Lo sa il soldato che con la pistola fa fuoco disperato, lo sa il Guastatore, che in corsa, schivato il proiettile, apre il fuoco. Falciato dalla raffica, il ragazzo guarda in faccia la morte rassegnato, mentre gli altri cadono in avanti, crivellati alle spalle, terminati prima ancora di riuscire a girarsi, a difendersi. Non è per etica se il Guastatore pare restare un po’ con l’amaro in bocca. Non è certo per il fatto di averli colpiti alle spalle… forse semplicemente perché tutto, davvero tutto in questo assalto, è sembrato troppo facile.

La visione non si interrompe. I suoni, dilatati ed a tratti poco comprensibili che fuoriescono come per magia dal becco del falco, continuano a rimepire la stanza mentre la voce dell’Alta Uniforme compare a invadere lo spazio gelido sul tavolo. “Fino a qui tutto mi pare un normalissimo assalto delle truppe speciali del Domani ad una trincea degli Uomini di Latta… non capisco dove sia il prodigio di cui volevate…” – “La prego Generale, ancora un attimo di pazienza… quel che finora ha visto non giustifica tutta questa segretezza e tutta questa fretta ma…”. Ad interrompere il dialogo è la voce roca e ultimativa della donna in uniforme: “Vogliamo augurarcelo Miriam, che tu e Gevorg, l’Orologiaio folle, abbiate davvero qualcosa da farci vedere che giustifichi l’aver distratto la nostra attenzione dal campo di battaglia. Sapete bene anche voi che sul fronte orientale, attorno al delfinario, siamo sotto uno degli attacchi peggiori dall’inizio di questa guerra… voi sapete quanto…” – “Silva sono stufo! Mostra un po’ di rispetto per chi ti ha rimessa in piedi più di una volta! E mostra un po’ di rispetto anche per la mia pelle bianca…” La voce algida di Miriam s’era fatta di colpo glaciale. Sulla sala ricadde il silenzio. Mentre le immagini confuse sfumavanofu l’Orologiaio Gevorg a prendere la parola: “Questa visione risale a quasi tre anni fa… osservate vi prego la coda dell’evento, poi passeremo a dettagli più importanti e potrete capire perchè riteniamo di avere per le mani qualcosa di troppo prezioso per essere liquidato come un semplice prigioniero di guerra”.

 

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Ma perchè l’Inter ha giocato ieri?!

Eh sì… sapete cosa è comico? Che stavo preparando il post per oggi, per domenica… ma ho deciso di postarlo lunedì. E non hop cambiato il titolo.

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E mi sono risolto a rendermiconto troppo tardi che davero di una domenica non hai voglia e tempo e modo di dire niente. La domenica senza Inter andrebbe abolita. Che poi giocare di sabato contro il Genoa non ha nemmeno senso. Non facciamo le coppe, nessuna di noi due squadre fa le coppe… e che palle!

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quindi perchè bloccarmi in asa per una partita e poi lasciarmi una domenica da maxitediodomenicale che è un cazzinculo gravissimo non più grave del precedente di cui ho scritto ma che voi leggerete domani.

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Sapete che c’è di bello? Ce sto lavorando tantissimo a quella cosa di cui avete letto in questi giorni… e ieri avete potuto vedere un altro estratto… e sono tenuto a dirvi che se alcune cose vanno bene… leggerete altri estratti ma non più di quello. Continuerò a ingolosirvi con i miei racconti ma saranno tutti spin off… perchè non sarebbe corretto se tutto andase in porto per chi invece volesse darmi anche un altro tipo di riconoscimento.

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Non vi abbandono.

Presto tornerà anche Vito Zucchio, che abbiamo lasciato qui
E ci sarà roba connettivista…
E roba Weird
E roba splatterosa… e pure roba Dreampunk che non ho capito bene perchè uno ha detto che una mia cosa vecchia scritta è un capolavoro del Dreampunk e io non so nemmeno cos’è e chiedo aiuto alla regia ed al buon Ysingrinus…

Vabbè, tranquilli, da soli nonvi lascio!neil-krug-joni-harbeck-polaroid-pulp-8.jpg

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Clokwork Orcas 2

Clangore sordo d’acciaio. Luci di riflettore bianco, accecanti, asettiche. La stanza è bianca. D’un bianco candido. Non fa freddo. Non fa caldo. Semplicemente non fa. Non fa niente. Quando la porta si richiude di scato con un colpo che non è sordo ma strazia i timpani, quando il clangore ritorna a invadere lo spazio che non pare nemmeno spazio di quella camera bianca asettica, una figura ha avuto il tempo di attraversare il varco, lanciata senza grazia ed educazione all’interno da mani feroci.

Sbatte al suolo. Resta lì, su quello che sembra il linoleum bianco di una stanza che è tutta, solo bianca. Immobile. La stanza e la figura. Dal punto in cui l’osservo, strazia lo stomaco solo vederla. Un soldato. Soldato chissà di quale guerra, chissà su quale fronte. Le carni sembrano tenute a forza strette dalle bende sporche e insanguinate. Ha la testa girata dall’altro lato. Vedo i suoi capelli lunghi, sporchi, impastati di sudore, fango e – temo – sangue. Solo il sobbalzare singhuozzante del respiro affannato sussurra debolmente che in quel corpo, da qualche parte, c’è ancora vita. La gamba destra è messa male, posso vederlo da dove sono. Non sono un medico, non un cerusico, non un segaossa da campo: quella è una gamb che non tornerà a muoversi. Dagli stracci che la avvolgono lo si capisce: lì sotto il polpaccio non c’è più. O almeno, quel che ne rimane non tornerà a fare il suo lavoro. Il braccio è steccato, sotto le garze… ma dal sangue e dal giallognolo del pus che ci vedo, su quelle bende… farebbero meglio a strappargli anche quello. Non gli servirà più a nulla.

Cercare di svegliarlo mi servirà davvero a poco. Questo non mi sente. Di sicuro. Credo lo abbiano sedato, prima di buttarlo qui dentro. Altrimenti il dolore che prova di sicuro per quelle ferite lo farebbe urlare.

Già ma… io? Io che ci faccio qui dentro? E’ stato tutto così rapido che solo ora mi rendo conto di non essermi posto questa semplice, semplicissima domanda. Io qui dentro che ci faccio? Mi sono risvegliato dando assolutamente per scontato che io fossi qui dentro, in questa stanza bianca, così bianca da non lasciare la possibilità di leggerne le dimensioni, la forma… che anche gli spigoli e le fughe tra le dimensioni sono tinteggiate dello stesso bianco candido. Qui a chiedermi chi sia quest’uomo e se ce la farà senza farmi un’altra essenziale domanda. A questo punto… io che qui do per scontato di starci… io stesso… chi sono?

Il bianco del pavimento dove sono seduto – senza chiedermi perchè io sia seduto sul pavimento, invece che respingere le mani o fare da delicato appoggio mi lascia sprofondare. Non è linoleum… ora questo bianco che pervade lo spazio sembra neppure avvolgermi ma inglobarmi gentilmente. Non riesco a farmi forza, non riesco a pingere… a sentir bene – no, cazzo, non riesco nemmeno a sentire. E provo a scollarmi dal pavimento. Ma è complicato, difficile, scollarsi da qualcosa che non avverti fuori da te. Ed io – che non so nemmeno più chi o cosa sono – io non sento nulla. Io non sono niente.

O forse sono semplicemente la parete di questanza. Che qui distesa non riesce a guardarsi le mani e i piedi perchè non sa dove sono, non sa cosa cercare. Alzo lo sguardo. Ma lo alzo davvero? Ho uno sguardo o più semplicemente sono lo sguardo? Sento che mi manca l’aria. Sento che qualcosa batte forte, da qualche parte che non so perchè chiamo petto – avrò un petto? Non lo sento! – e sono convinto di dover dire che ho paura il cuore mi scoppi dentro. Perchè so, qualcosa mi dice, mi fa sentire, che il tamburo che continua a ritmare dentro di me, incessante, in crescendo, fino a sfondarmi i timpani, dovrei chiamarlo cuore. Ma non c’è. Perchè non c’è un corpo, se io non riesco a sentirlo. Eppure il suo continua… e di colpo mi sembra normale non sapere nemmeno chi sono. Anche quando, coperto dai colpi ossessivi di questo maglio che sbatte sulle pareti di quel qualcosa che dovrei chiamare testa, il clangore ritorna. E la porta torna ad aprirsi. E quel corpo per terra, come mosso da una vita che credevo stesse andando via, si scuote, volta la testa, mostra il viso fasciato lì dove io guardo o lì dove mi è dato vedere, e rivolgendosi alle due figure in abito bianco che entrano ha la forza di dire: “Siete venuti a finire il lavoro?”.

Dietro i due compare quel che sembra un tavolo d’intervento da campo. Spinto da due uomini anch’essi in camice bianco. Sembrano spettri. Dietro di loro un quinto fantasma. A fargli strada un carrellino con sopra pezzi di metallo complessi, macchine, che non saprei descrivere. Macchine inquietanti che a me sembrano un braccio ed una gamba.

Provo a richiamare l’attenzione, provo a fare un fiato. Provo ad urlare. Niente.

“Sollevatelo, voi due. Astrid, sedalo… un’oretta e con lui abbiamo finito”. Era la voce di uno dei due spettri entrato a mani vuote nella stanza. Il secondo. Si rivolgeva alla prima, mentre gli altri tre, attorno, sistemano l’attrezzatura per quello che sarà l’intervento chirurgico.

Perchè so cosa succederà se non esisto? Perchè esisto se non sento di avere un corpo? Se non posso vederlo?

“Testa di ferro? Ascoltami bene… farò tutto quel che è in mio potere per crepare prima che tu abbia finito… mi hai sentito?”. Il primo dei fantasmi non risponde a quella provocazione, mentre quella che deve essere Astrid, donna a quel che il camice lascia intravedere nelle forme del seno, senza nemmeno troppa grazia si abbassa sul corpo inerme per praticare una iniezione. Il tavolo è pronto.

Ormai è charo. Per quanto io mi sforzi, non posso cambiare la posizione in cui sono nè la situazione che sto vivendo. Tanto vale tornare a non pensare a nulla. Tanto vale tornare ad oservare, a guardare, perchè altro non posso.

In un tempo brevissimo uno degli assistenti si avvicina al corpo, ormai immobile. Col piede lo tocca. Gli assesta una pedata sul gluteo più a tiro. Nessun movimento, nessuna contrazione. “Se non è crepato, dorme… potete procedere, credo dottor Wyvern”.
“Mettetelo sul tavolo e ripulitelo… il braccio destro e la gamba sinsitra potete staccarli e darli ai cani, non gli servono più… e nemmeno a noi, servono…”. I due assistenti rimasti indietro sollevano il corpo come fosse quello di una bestia da macello. Lo adagiano senza cura sul tavolo chirurgico. Solo ora, mentre questi corpi si muovono in modo più evidente, posso vedere che tutti e cinque gli spettri a lavoro, sotto i camici e le maschierine, sotto le cuffie, non sono competamente fatti di carne. Ognuno di loro ha componenti metalliche, pezzi di corpo che hanno abbandonato la carne per votarsi al metallo, alla robotica. Ogni movimento, cigolii e fruscii idraulici invadono l’aria. Sono macchine, non più uomini. Eppure non hanno abbandonato del tutto la dimensione della carne, visto che la voce è così umana, così personale che dopo pochi minuti posso distinguerli anche solo ascoltandoli. Sebbene gli occhi, quegli occhi che non sento, proprio non posso chiuderli per risparmiarmi la scena.

Le braccia vengono segate da una lama circolare che uno degli assistenti si applica con facilità su un innesto a baionetta dopo aver rimosso la macchina metallica che simulava la sua mano. Le attaccature sono all’altezza del polso. Braccio e gamba martoriate del soldato vengono amputate in pochissimi minuti. In modo netto. Senza grazia gli arti straziati cadono sul pavimento. Sangue dappertutto. Astrid si adopera ad applicare un bypass al corpo… di modo che non si dissangui. “Dottor Wyvern? Io qui ho finito… cominciamo il montaggio?” – “D’accordo cara… adesso che è stabilizzato possiamo cominciare con la ricostruzione”.

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Dal carrellino che è entrato in stanza per ultimo, ognuno dei presenti, dottori e assistenti, traggono strumenti da sostituire agli arti. Quello che appariva come un tavolo chirurgico appare ora la linea di una complicatissima catena di montaggio. I cinque, tra dottori ed assistenti, sembrano trasformarsi di colpo in macchine programmate per l’esecuzione di un lavoro di precisione. L’intervento – il montaggio – dura poco più del doppio di quanto fosse stato necessario per amputare le parti di carne inservibili. “Qui abbiamo finito dottor Wyvern… il tempo di lubrificare e fargli il pieno…”. Come fosse il serbatoio di una Kubelwagen qualsiasi. “Protocollo sette, Jorg, protocollo sette… solo l’indispensabile per le prime verifiche. Non vogliamo un altro incidente come quello di Neu Magdeburg”. L’omone che già stava sostituendo con movimenti veloci la saldatrice con un erogatore collegato a due bidoncini annuì. Poi cominciò a raboccare attraverso un accesso sul gomito e sul ginocchio. Odore di nafta. Odore denzo. Uno degli altri due assistenti, con un atrezzo a beccuccio che sotto il camice faceva capolino dal polso prese a spruzzare con getti brevissimi alcune giunture di quelle macchine che ora sporgevano dai moncherini del soldato. Quando ebbero finito, quello cui tutti si rivolgevano col nome di Wyvern picchiettò alcune parti metalliche producendo scintille quasi avesse tra le “dita” un piezometro. Ad ogni scintilla corrispondeva una contrazione delle macchine. “Sembra che tutto vada bene… liberiamo la stanza.”. Così come i due erano entrati per primi, non attesero ed inforcarono l’uscita. Jorg si incaricò di scaricare il soldato sul pavimento senza troppi complimenti. Gli altri avevano già portato fuori i due carrelli.

La porta si richiuse. La luce si spense. Fu come piombare in un buio ovattato. Un buio che sapeva di nafta e di cane bagnato, di colpo. Come se la luce, andando via, avesse di nuovo sporcato l’aria che respiravo. Ma respiravo poi davvero? Scivolavo in quel buio denso chiedendomi di nuovo non tanto chi, ma cosa fossi.

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Clockwork Orcas

“… gli hai strappato pistoni e connettori, hai scavato nella sua carne putrida per cavare via viti e bulloni… e cosa resta adesso? Un pezzo di carne che forse nemmeno respirerà più tra qualche ora”.

Gli occhi si schiusero debolmente. Giusto quel poco che permetteva alla luce dei neon di filtrare, accendere una candela fioca e grigiastra su quella stanza che sapeva di rancido. Verdi. Le pareti erano verdi. Di un verde slavato, scalcinato. Qua e là cedevano il passo ad un bianco sporco, polveroso di calce. Muri scrostati di quella che sembrava una vecchia scuola. Riuscì ad intravedere la punta di un piede dalla sua posizione. Forse il suo, inguainato in uno stivale militare. Poco più in là, oltre la punta lucida di quell’appendice, che non era sicuro di sentire sua, la sagoma di una donna, avvolta in una mantella mimetica scura. Capelli neri corvini che, credette, dovevano incorniciarle appena il viso per poi finire a seguire i contorni della mandibola e del mento. Non più lunghi di tanto. Non era sicuro, però. Mettere a fuoco quel che vedeva attraverso gli occhi ridotti a due fessure era impossibile. Era una voce di donna, quella che aveva sentito prima, che lo aveva confusamente richiamato da un limbo senza suoni e senza luci, un limbo che puzzava di pelo di cane bagnato e di fiato fetido.

Fu una voce pacata a rispondere a quelle parole. “Eppure, vedi Silvia? Vive. Vive ancora. Libero dall’orrore del metallo, quest’uomo ancora vive. Cosa resta, al netto di pistoni e connettori, viti e bulloni? Resta la carne. Ed è carne viva, quella…”.

Di cosa parlavano? Della carne e della pelle di chi si contendevano il destino? Sulla vita di chi pretendevano l’ultima parola? Fece uno sforzo, cercò di aprire meglio gli occhi, schiudere le palpebre… ma tutto fu vano. Volse piano il capo, verso la sorgente di quella voce pacata ed inquietante, quella voce maschile che blaterava di carne viva e di orrori di metallo. L’uomo che doveva aver parlato indossava una lunga tonaca nera. Calzava in testa un cappuccio puntuto. Aveva le braccia conserte poco sopra lo sterno.

“Tu lo sai, Silvia. Eowyn ha deciso che quest’uomo doveva vivere. Lo abbiamo abbandonato qui, dopo avergli strappato ogni traccia di sporco e peccato. Dopo averlo mondato dal ferro e dal grasso. Eowyn avrebbe potuto divorarlo, sfamarsi per proseguire l’allattamento… ma ha rischiato la morte pur di non mangiarlo. Guardala, lì, ridotta pelle e ossa… pur di sfamare i suoi cuccioli lasciandolo in vita” – “Eowyn ha sentito puzza di morte sudare da quella pelle, Gevorg. Ha sentito che quella carne puzzava di fetido, di impuro… per questo non l’ha mangiata, brutto pazzo…”.

La voce della donna s’era fatta cupa, sprezzante. Di chi stavano parlando. Di cosa? Provò ad alzare la testa, provò a tendere i muscoli del collo per sollevare il capo quel tanto che sarebbe bastato ad osservare meglio, anche solo a distinguere le sagome. Gli sforzi furono vani. I capelli non respirarono neppure, dietro la nuca. La testa non si staccò nemmeno un attimo dal cuscino. Semplicemente, il suo corpo tremò nello sforzo e non trovò nemmeno un istante le energie che gli servivano.

“Silvia, sei giovane e hai sete di vendetta. Tu covi un odio feroce per tutti loro e posso capirlo, ma…” – “Taci, Gevorg, non vedi? Si sta risvegliando. Vuoi forse che muoia di paura nel sapere…” ed ora la sua voce aveva una nota ironica, sadicamente ironica.
“Non ricorderà nulla. Guarda tu stessa… non ha neppure la forza di aprire gli occhi. Vero? Vero, uomo di latta? Tu stai sognando… è solo un incubo, uomo di latta…”. E di colpo la voce dell’uomo si fece quasi leggera, paterna.

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Parlavano di lui. Parlavano del suo corpo, della sua carne. Avevano dei progetti per le sue membra. E nulla di quel che sentiva lo rassicurava. Chi erano? Chi erano la donna così feroce e l’uomo così scostante che con un disincanto disarmante si contendevano la sua vita e la sua morte? E soprattutto, soprattutto chi era lui? Perchè uomo di latta? Provò a parlare, protestare, farsi sentire vivo e cosciente. Nulla.

“Arshile l’hai sentito anche tu, vero? E’ stato fin troppo chiaro: lasciate che sia Eowyn a scegliere del futuro dell’uomo di latta. Ed Eowyn ha scelto. Vuoi forse contraddire la lupa?” – “Metti da parte le fesserie, Gevorg, con me non attacca… so bene cos’hai in mente. Tu hai bisogno dell’uomo di latta. Tu hai voglia di vedere se gli ingranaggi dei nostri caduti possono rimpiazzare pulegge e pistoni. Già… hai solo voglia di sfidare la Meccanica e provare a vedere se pelle e muscoli ricresceranno, se tornerà un uomo, un uomo e non la carcassa di latta e carne in cui siamo inciampati”.

Serrò le dita sul lenzuolo dov’era adagiato. Vedeva la luce del neon farsi più tenue, i suoni di quelle parole, quelle voci, farsi distanti ed ovattate. Confuse. Provò ad aggrapparsi alla realtà, a quel momento, con tutte le forze. Ma tutto si fece di colpo confuso. Poche parole, mentre le voci si sovrapponevano e non riusciva più a capire chi fosse a parlare.

“Tu credi che Arshile disapproverà questo tentativo. E più forte ancora, tu credi che la Meccanica stessa si rifiuterà di adattarsi alla sua pelle nuova ed alla sua volontà… e solo perchè ha ancora del grasso che lo ricopre e qualche scheggia da cui ripulirlo… Sei cieca, Silvia. L’odio ti ha resa cieca. Al netto di viti e bulloni, strappati pistoni e connettori, questo corpo resta vivo. Questa carne è viva. E ovunque ci sia vita, lì ci può essere la Meccanica.”.

Il rumore di tacchi secco, sul pavimento, per un attimo lo richiamò dal limbo denso dov’era rimasto invischiato. Non aveva più forze. Fece appena in tempo a sentire le ultime, confuse parole. Mentre, cercando la sagoma di quella donna sprezzante, riuscì solo a scorgere la parete verdastra infondo alla stanza e molto più vicina, la punta di uno stivale, nera, una volta lucida.

“Se davvero ci tieni, Orologiaio, questo pezzo di carne putrida è tuo. Fanne quel che vuoi. Ho fiducia che Arshile stesso si ricrederà. L’ordine di abbatterlo arriverà a momenti, credimi. La tua è una bestemmia, Gevorg.”.

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