Archivi tag: fantascienza

Vetriolo 11 – Romanzo di azione e fantascienza di Domenico Mortellaro

“Aspetta, oh… non hai capito…” – “Eh allora mi sa di no…” le sorrise “Non volevi un cocktail? Stavi lì a parlare di braccialetti, di mance, di cose…”. Lei scosse la testa tracannando un lungo sorso di gin e soda: “No, ti chiedevo se c’avevi qualcosa..”. Gli scappò una risata ai limiti del compassionevole. La guardò bene alla luce del sole e senza le mille distrazioni di corpi che turbinavano intorno. Seno giusto appena coperto da due triangoli di costume tipo maglina all’uncinetto, manco a dirlo stile bandiera della pace e una mutandina sgambatissima tenuta su con due laccetti sui fianchi. Qualche tatuaggio di troppo, old-school, sparsi con pochissimo criterio. Le treccine erano due, su un lato, quello destro. A sinistra una rasatura alta, di quelle tirate su direttamente con la macchinetta regola-barba. Due bulloni a tintinnare invece degli elastici sotto le treccine. Roba che sei avesse avuto una famiglia, c’avrebbe dovuto pensare tre volte prima di invitarla la domenica. La risposta gli venne fuori insieme ad una risata: “E secondo te io dico che ce l’ho alla prima che passa?” – “Perché, credi che tutti gli altri ti chiedono la tessera sanitaria prima?”. Ragazza spigliata, parlantina, onestamente anche belle tette e bel culo, col fascino tossico e un po’ ossuto di tutte le alternative un bel po’ strafatte. “Comunque no, non ce l’ho…”. Sorrise, gli si avvicinò con la scusa di brindare, spingendosi sulle punte dei piedi per raggiungergli l’orecchio: “E qui arrivo io… la vuoi?”.

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Vetriolo 10 – Romanzo di azione e fantascienza di Domenico Mortellaro

Voce troppo alta, decisamente troppo alta, urlata nell’orecchio perché lei fosse sicura di farsi sentire, galleggiare sopra lo tsunami di cassa in quarti. Con un gesto della mano dissimulò tornando a voltarsi verso la postazione. Fretta di ordinare, di riguadagnare l’aria aperta, anche il sole a picco. Tutto, pur di non rimanere ingabbiato lì. La voce stridula di una delle ragazze al bancone provò a svettare sulla musica: “Braccialetto e free drink: che prendi?”. Lasciò cadere una cinque euro sul bancone: “Un Monkey Tonic…” la fissò tirando giù gli occhiali “Monkey vero!” e strizzando l’occhio le indicò col mento la banconota stropicciata. Il caschetto rosso elettrico della bartender si mosse accentuando il movimento compiaciuto della testa. Lo straccetto di filigrana sparì rapidissimo nella sua mano mentre si voltava di spalle per recuperare la bottiglia tozza e panciuta di gin e cominciare la preparazione. Intanto qualche spinta di troppo sul fianco sinistro comunicò che la spappina dalle treccine bionde aveva guadagnato il fronte del bancone. Ancheggiò colpendolo sul fianco per attirare l’attenzione, avvicinò le labbra all’orecchio e lasciò andare un troppo squillante: “Cazzo, braccialetto e contanti? Allora l’ho trovato quello giusto!”. La guardò senza dire una parola. Certe affermazioni non si esaurivano così velocemente. “Dai, mi hai capito, no?”. Scosse la testa continuando a cercare gli occhi di lei dietro quel delirio di colori e simboli. Gli spinse la spalla impertinente. Continuò ad urlare: “Oh sì, sì che hai capito…”. Accennò un sì con il mento, sorrise inarcando solo un angolo delle labbra, poi quando la ragazza dal bancone gli porse il granity stracolmo di ghiaccio le urlò di farne un altro per lei, indicando Treccine Bionde lì di lato. Scambio di sguardi: dal dubbioso al severo quello della barista, complice e assertivo il suo. La ragazzetta con gli occhiali di Janis Joplin si fermò a cercare di capire come sarebbe andata a finire. Quando di fronte agli occhi si materializzò il bicchiere, lo guardò: “Ma che hai capito?!”. Esplose in una risata fragorosa facendo di no con la mano, quasi salutasse. Provò a lasciarla lì, a far ciao-ciao invece che no al posto che avrebbe lasciato vuoto. Treccine Bionde invece lo artigliò dall’avanbraccio: “Oh e almeno aspetta… beviamo insieme no?”. Senza aspettare la sua risposta gli si lanciò dietro, approfittando della facilità con cui sembrava fendere la folla, guadagnando l’uscita laterale, quella che invece che sulla spiaggia, dava su un piazzale pavimentato e sulla zona dei cessi chimici.

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Vetriolo 09 – Romanzo di azione e fantascienza di Domenico Mortellaro

Una massa informe gli pulsava addosso. L’odore stucchevole delle creme da sole si mescolava nell’aria a quello umidiccio del sudore e dei corpi ammassati. E sì che era un primo pomeriggio di sole a picco. Guadagnò con più di qualche nervosismo una delle postazioni beverage, scegliendo quella un po’ più discosta dalle zone di ballo sfrenato. Scelta non proprio utilissima, visto che erano stati parecchi dei nuovi arrivati a fiondarsi in quella direzione. Quanta ketamina e quante anfetamine a ramificazioni le più varie stessero in quel momento saturando la circolazione della folla, non era dato sapere. Di sicuro, in valori assoluti, il numero restituito era impressionante. Pupille contratte come spilli indicavano la strada a corpi sudaticci che si muovevano sorretti dai ritmi, quasi d’inerzia. Percezioni accelerate indicevano i proprietari di quei sistemi nervosi a brusche frenate ben prima dell’utile. Dovrebbero specificarlo, quando vendono quella roba: “Spesso gli oggetti ti appariranno più vicini di quanto non siano”. Stampigliarlo sulle bustine, come fanno sugli specchietti retrovisori delle auto. Chi arrivava in senso opposto si fermava bruscamente un metro e qualcosa prima, per poi riprendere a muoversi sempre un attimo più tardi dell’utile. Spalla contro spalla era il dogma. Poi c’erano quelli che tamponavano, quelle che sciamavano sui piedi ridendo sguaiate e trascinandosi in gruppetti di due o tre a polso serrato. Gettò uno sguardo al fondo della pedana, verso il mare, verso quella che sembrava una uscita da guadagnare con enorme pazienza ed altrettanta difficoltà. Fosse stata più vicina, al cocktail ci avrebbe ripensato. Tanto valeva pagare in un qualsiasi chioschetto e tornare al lettino ed all’ombrellone. Il giornale sotto braccio strofinava mortalmente sotto l’ascella. Ancora qualche minuto e sarebbe stato inservibile. Prese a farsi strada spingendo con decisione, spostando chi rallentava, scartando rapidamente quando chi lo incrociava si fermava, rallentava, provava a sua volta a spostarsi. Fastidioso, stressante, quasi più del diluvio di bassi che lo investiva, coi woofer poggiati sulla pedana della console e non a terra. Raggiunse il bancone sgomitando, conquistò il suo spazio tenendo larghe le braccia e ben piegati i gomiti. Uno spintone alle spalle, prima che potesse ordinare, lo fece girare di scatto, sull’onda del nervosismo per la traversata. Sguardo feroce e mascella serrata lasciò andare dalle narici larghe un sospiro lungo e rallentato. La faccia che si trovò di fronte, incorniciata da treccine bionde, gli occhi dietro delle improponibili lenti a specchio multicolor con serigrafata sopra una A cerchiata su una lente ed il simbolo della pace sull’altra gli fecero chiedere se davvero una craniata su quella faccia da tossica sarebbe servita a qualcosa. “Scusa è che, sai? Queste spingono da dietro…”.

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Vetriolo 08 – Romanzo di azione e fantascienza di Domenico Mortellaro

L’uomo si voltò verso il muretto, raccolse la copia della Gazzetta dello Sport che aveva poggiato lì e gliela passò: “Tiè, tieniti pure il giornale… tanto non ci sta scritto un cazzo, ‘ammo pigliato ‘nu strunzo come a Sarri per affossarci ancora di più!”. Poggiò il bicchiere. Solo il ghiaccio e la ciliegina a dibattersi tra le pareti strette del granity. Ripiegò il giornale mettendoselo sotto braccio: “Va bene, ma l’anticipo? Come facciamo?” – “Facciamo che stasera, alle sette e mezza, quando passa il ragazzo a recuperare i soldi della giornata di ‘sti quattro fetenti qua, ti faccio lasciare una busta. Duemila vanno bene?”. Annuì accompagnando tutto con una smorfia di assenso; il venti per cento era un anticipo di tutto rispetto. Lo salutò cercando di guadagnare la pedana, quando l’uomo con decisione gli piantò una mano sulla spalla: “Io tra dieci giorni voglio leggere sui giornali che il lavoro è fatto… “ serrò la presa e alzò i Ray-Ban a goccia per poterlo guardare negli occhi “Ci siamo capiti, sì?”. Se c’era una cosa che lo mandava in bestia, in quell’ambiente di merda nel quale era costretto a muoversi, erano gli atteggiamenti eccessivi e cinematografici di quelli che si sentivano arrivati. Fece un enorme sforzo a controllare la mimica del viso e la tentazione di lasciar defluire un po’ di robaccia per mettere a posto quel personaggio. Si limitò ad annuire: “Io problemi non ne do… “ Lasciò cadere lo sguardo sulla mano dell’uomo, prima di tornare a fissarlo. La presa sulla spalla si allentò mentre finiva di rispondere “Problemi non ne ho mai dati, però se uno non si fida di me non mi piace… va bene Zio?”. La mano dalla spalla si spostò di nuovo sopra le labbra a risistemare la peluria che le incorniciava: “Va bene, va bene… “ indicò una delle capannette dov’erano posizionate le postazioni bar “Vai, ti conoscono, sta tutto pagato..”.

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Vetriolo 07 – Romanzo di azione e fantascienza di Domenico Mortellaro

Zio, lo so, non vi voglio mancare di rispetto, ma lo sapete come lavoro io… ” portò il granity di polipropilene azzurro elettrico alle labbra, mandando giù un sorso generoso di Monkey Tonic. Il picciolo della ciliegina candita gli stuzzicò la punta del naso, il ghiaccio colpì il labbro e tornò indietro, mentre un granello di pepe gli finiva tra le labbra prima e tra i denti poi. Il pepe nero era un vezzo che non poteva mancare, quando beveva d’estate. Poggiò il bicchiere sul muretto, rimise gli occhi in faccia all’uomo che aveva di fronte: “Se sto parlando con voi è perché per me il lavoro si può fare, ma mi prendo sempre una decina di giorni prima e qualche cosa di soldi, a piacere vostro, come anticipo… “. Lasciò sospesa la frase per non ripetere che era già stato chiaro con chi gli aveva accennato al lavoro da fare. “Sì, va bene, ho capito, ma dieci giorni mi pare ‘n esagerazione figlio mio… che qua si tratta solamente di togliermi un rompicoglioni davanti, e che maniera!”. Lo zio si lisciò il baffo cercando di recuperare la serenità apparentemente perduta. Non smetteva di guardarsi attorno, di sicuro anche indispettito dal viavai chiassoso di strafatti che sciamavano dal bagnasciuga alle pedane della pista, martellati da un dj più fatto di loro che in quel momento roteava sui piatti l’ultimo singolo di Sven Vath. “Mi dispiace, queste sono le regole… “ fece spallucce riportando il bicchiere alle labbra “Nemmeno Roma l’hanno fatta in un giorno.”. Schioccò le labbra indispettito l’uomo di fronte e con un gesto fin troppo plateale della mano lo indicò per poi tornare con le nocche sui fianchi a far sporgere ancora di più una pancia esageratamente tesa sulla indecente mutanda da bagno rossa: “E chi lo sapeva che avevamo chiamato Romolo e Remo a farci questo piacere!”.

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Vetriolo 06 – Romanzo di azione e fantascienza di Domenico Mortellaro

“Benvenuti nella filiale del Credito Cooperativo Salentino” recitò la voce femminile, digitale e disturbante “Vi ricordiamo che nei nostri locali è severamente vietato fumare”. Sorrise: un minuto e mezzo. Stava diventando sempre più bravo. La goccia di sangue finì per bagnargli il labbro superiore. Ferrigna e salata. Incassò la testa nelle spalle e regalando al muro dietro di sé solo la vista di una confusa sagoma nera, si lanciò verso la porta. Agguantò la maniglia con un gesto rapido della sinistra e la tirò mentre già ci si infilava attraverso. Mantenne la testa bassa ed accelerò, scartando a sinistra. Corse, appena impacciato dal pantalone troppo largo e dalle protezioni che limitavano l’agilità naturale del suo corpo. Ripercorse al strada all’indietro. Non rallentò neppure quando, girato l’angolo, fu fuori dalla visuale delle telecamere. Quindici minuti erano il tempo di reazione minimo richiesto ad una pattuglia dei carabinieri che in quel momento era di servizio sulle strade provinciali del litorale. La prudenza, però, non era mai troppa. Guadagnò il portellone del Voyager e sparì al suo interno. Prima di spogliarsi, tirò fuori il ciuffo di banconote. Lasciò cadere tre pezzi sul piano d’appoggio, si chinò e cercò la piccola botola ricavata lì sotto. Prima di far sparire lì dentro il malloppo, diede una rapida contata: poco meno di diecimila euro. “Un paio di mesi, un paio di mesi stiamo tranquilli…”.

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Vetriolo 05 – Romanzo di azione e fantascienza di Domenico Mortellaro

“Benvenuti nella filiale del Credito Cooperativo Salentino” ripetè suadente la signorina elettronica, in un impeto di programmata educazione “Vi ricordiamo che nei nostri locali è severamente vietato fumare”. “Questo l’avevamo capito…”. In quella posizione impallava la fotocellula, facendo riavviare il disco ogni trenta secondi, in assenza di altre interazioni con il bancomat. Ancora un minuto, ancora un minuto e tutto sarebbe finito. Lo sfrigolio del metallo che cominciava a ribollire, il rumore delle gocce di lega fusa che piovevano dense sul pavimento, gli suggerirono che mancava, forse, anche meno. Sempre più pratico, sempre più performante. Avvertì che lo spessore della protezione si assottigliava e prese ad avvicinare lentamente i palmi muovendo i polsi uno verso l’altro. La placca era satura, la reazione chimica sarebbe andata avanti anche senza il suo contributo, ormai. Aveva troppa fretta, però. Senti i goccioloni cadere con sempre maggiore frequenza, fino a quando non avvertì che anche l’ultima resistenza metallica veniva meno, quando i polpastrelli affondarono dietro la lamina ed il residuo di schermo, ormai violato, cadde sul pavimento colpendo la punta dello stivale sinistro. Si chinò rapido, rimanendo accovacciato sulle ginocchia. La pila da venti risultava quasi completamente esaurita, quella delle banconote da cinquanta euro era invece ancora carica per metà: ad occhio e croce una mezzo migliaio di banconote. Buttò fuori un respiro lungo, umido e serrò gli occhi. Vide l’uomo vitruviano affievolirsi e sparire. Strinse la destra e rilasciò i muscoli per due o tre volte, poi arraffò poco meno di metà delle banconote impilate nello scomparto da cinquanta euro e le infilò nella tasca destra dei pantaloni. Fece forza sulle ginocchia, riguadagnò la posizione eretta e rimase fermo, gli occhi aperti puntati sulla tastiera, per qualcosa come quindici o venti secondi. Vide i numeri sbiadire e ritornare a contrasto, sull’alluminio tempestato di ditate grasse. I colori del mondo riacquistarono quella che appariva come la giusta vividezza. Il senso di vertigine passò. Avvertì distintamente una goccia di sangue scoppiargli nella narice destra e con la mano corse a tirare su il collo di pile nero per evitare di gocciolare sulla postazione, lasciando tracce in giro. Il problema non era costringersi ad esplodere così velocemente, né scegliere di convogliare solo sui palmi tutta quella energia. Il problema era convincere quel che si scatenava dentro a tornare a cuccia senza troppe discussioni. Inspirò fino a riempirsi i polmoni per contrastare quel vorticare fastidioso della vista. Cacciò fuori l’aria con estrema lentezza.

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Vetriolo 04 – Romanzo di azione e fantascienza di Domenico Mortellaro

“Benvenuti nella filiale del Credito Cooperativo Salentino” recitò la voce femminile, digitale e disturbante “Vi ricordiamo che nei nostri locali è severamente vietato fumare”. Rilevatori antifumo, però, non ce ne sono, in questo locale. Vuoto. Buio. Se chiude gli occhi riesce a concentrarsi e fare il buio. Chiuse gli occhi che già i palmi aderivano perfettamente alla spalla metallica. Trattenne il fiato per un attimo. Mille modi, aveva mille modi per recuperare le energie e convogliarle nella direzione corretta. In anni si era reso conto che era uno che lavorava e ragionava meglio visualizzando. Aveva bisogno di immaginarle le cose, mettersele di fronte agli occhi come fotografie da guardare. Nel buio della tela vuota, una figura verde, fosforescente. Uomo vitruviano senza geometrie… aveva imparato a chiamarlo così. Lo vedeva, perfetto, identico all’originale. Quando la figura s’era ormai composta ed i contorni irradiavano il buio circostante, cominciava la fase due, con il nascere, da punti splendenti che correvano ad unirsi, di tutto un reticolo di linee che correva dallo stomaco fino alle mani. Entrambe le coppie di mani. Fosse stato rosso, sarebbe apparso come l’atlante della circolazione. Così verde disegnava più il flusso della bile… o più semplicemente del suo dono, che alla bile c’assomigliava, superandola di infinite gradazioni d’acidità. Un paio di secondi furono sufficienti a far cominciare a salire fino alle narici il puzzo insopportabile della vernice anticorrosiva che friggeva. Tenne gli occhi chiusi; non per mantenere viva la concentrazione, ma perché quella nebbiolina grigiastra e densa che saliva si fissava sulle cornee e non bastavano minuti interi di risciacquo a mandarla via.

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Vetriolo 03 – Romanzo di azione e fantascienza di Domenico Mortellaro

Abbassò la testa e percorse rapidamente la strada, lungo il marciapiede destro, quasi aderendo al muro. Il tufo sbrecciato della facciata sfarinava al contatto della spalliera inguainata dalla felpa. Girò l’angolo tenendosi a destra, veloce. Venticinque passi, era sempre molto preciso nel fare i sopralluoghi. Venticinque passi ed avrebbe svoltato imboccando l’ultimo tratto, quello sorvegliato in ambo le direzioni dal circuito chiuso di due telecamere di sicurezza. Contò il ventiduesimo passo ed abbassò lo sguardo forzando il mento contro la plastica dura che sporgeva sotto la felpa. Il cappuccio chiudeva la visuale frontale lasciando spazio solo ai piedi che mulinavano veloci. Svoltò, sempre a destra, riportando a mente le istruzioni che si era dato il pomeriggio di due giorni prima, una volta identificato l’obiettivo ed effettuata la prima passeggiata di ricognizione: settanta passi ed hai la porta alla tua destra, le videocamere inquadrano tanto l’ingresso quanto i dieci, quindici metri nelle due direzioni laterali. Testa bassa, sempre, mani nelle tasche, per forza, di modo da renderle invisibili. Passo svelto, deciso, due colpi di tacco al secondo. L’accesso è di quelli non protetto da lettori di carta o pulsanti, né da piastre di riconoscimento varie: “…spalla e ginocchio e si entra senza colpo ferire”. Quaranta passi e “Ricordati, apri la porta, scarta a sinistra, sempre spalle al muro di destra…”. Cinquanta passi e “Una volta di fronte, sporgiti con la testa a coprire la telecamera superiore che inquadra tastiera e blocco della cassa continua…”. Sessanta passi e “Ci siamo, dai!”. Il ritmo crebbe. Quello del passo e quello del cuore. Non per fatica; adrenalina. Rotazione leggera sul piede sinistro, colpo di spalla leggero e la porta si aprì di botto, senza rallentatori a controllarne la corsa. Saettò lasciandola richiudersi alle sue spalle. Mai, nemmeno per un attimo, il viso a favore del muro che ora lo fissava a favore di spalle. Testa nella nicchia ad accecare l’occhio indiscreto che inquadrava la postazione dall’alto. Entrambe le mani, dalle tasche, veloci, si spostarono alla piastra in lega speciale che proteggeva il ventre molle della macchina.

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Vetriolo 02 – Romanzo di azione e fantascienza di Domenico Mortellaro

Si sporse oltre il mobile che fungeva da piano di lavoro, opposto alla zona letto ed aprì il deflettore. Poca roba: era aria calda quella che entrava. Scosse la testa, sbuffò, raccolse la pettorina e la infilò chinandosi per avere più spazio. “Vedi che succedeva se ti compravi l’Alfa Mito?”. Annuì a quel pensiero lasciando scivolare la protezione che strinse in vita richiudendo le due cerniere poco sotto le ultime costole. Sollevò le due spalliere lasciandole scorrere nelle guide finchè non scattarono con un clack di plastica dura quando furono in posizione. Allacciò stretta la cintura sui fianchi, col solito fastidio, lasciando che la conchiglia restasse lasca sotto il cavallo. Solo allora tirò su i pantaloni e sistemò le bretelle elastiche passandole sopra la pettorina ed incrociandole attorno al collo. Lo specchio sistemato poco sopra il banco di lavoro gli restituì la visione della testa rasata di fresco imperlata di sudore nemmeno fosse appena uscito dalla doccia. Una stilla scese veloce a rigargli il viso ossuto, lungo la basetta corta ed ispida, fin giù a bagnare la testa della pantera che si arrampicava sulla giugulare destra. “Te la stai sudando, la cena… – il viso nello specchio gli sorrise di rimando – Tu sei uno che se lo sa sudare il pane!”. Parole a mezzo servizio, buone solo per quella conversazione così intima. Aprì l’anta sotto il mobiletto di fronte al letto, tirò fuori i moonboot neri ed il collo di pile in coordinato. Calzò gli stivali, infilò il giro di tessuto sintetico e sospirò: fatta! Guadagnò l’uscita posteriore e prima di far scorrere il portellone sollevò una delle sedute recuperando una felpa nera con cappuccio, anonima, senza loghi o stampe. La infilò e fece scorrere la zip a serrarsi dentro. Fece salire il cappuccio e scrutò la strada nascosto dal vetro oscurato. Martano dormiva beata in quella notte d’agosto. Mantenne il portellone con la sinistra mentre lo apriva, per evitare facesse troppo rumore. Sgusciò fuori senza far completare la corsa alla portiera, poi la richiuse con cautela. “Tre minuti, non uno di più!”.

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