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Biondoddio con quella che ci farei 2.4

Adesso ci starebbe, di vederti uscire da una boutique alla moda, quelle con le vetrine spesse antiproiettile e dietro i manichini minimal, quelli che tracciano soltanto un’idea del braccio, un’idea della gamba, un’idea che è davvero solo un’idea del girovita e gonne senza il prefisso mini da giropassera. Adesso ci starebbe vederti uscire di lì, coi giapponesi che fotografano la vetrina di lusso con l’insegna di lusso… e la griffe di lusso. Con macchinette luxurylevel che non sai mai come se le sono comprate, come se le sono permesse e tu lì a chiederti se in un viaggio di nozze in Giappone non te la compreresti pure tu la “macchina fotografica dei fotografi dei matrimoni”. Ci starebbe, adesso, vederti uscire da quelle vetrina e fotografarti, tra i russi che ti guardano e ti rifotografano pure loro: i soliti papponi, i soliti arricchiti, i soliti spendaccioni. Ci sono cascati. “Quella è una modella, è tanto karasho!”. Tu che esci, mi guardi, sorridi, tiri indietro la gamba e ai piedi hai le converse, verde inglese, verde bottiglia, con la mascherina bianca un po’ sporca. E hai le calze di maglina grigio scuro tipo fumo di Londra – al netto delle polveri sottili di questa Milano che non è poi così romantica come Londra ed il suo fumo. Tu in posa, con tutti i pacchettini. E fotoclick, fotoclick, fotoclick… e poi i pacchettini di quel negozio di lusso posati a terra, sui cubetti di porfido. Ed il broncetto di chi dice: “Devo proprio fare tutto io?”. E carico i pacchettini. E ti apro la portiera. E la richiudo. E ripartiamo.

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Pensavo che avrei ripensato a concetti come questi… a concetti come “Facciamo un bambino?” o “Scappiamo per il week-end?” quasi fossero concetti esclusivi che uno non potrebbe ripensare mai più. Perchè pensieri come questi, pensati, poi non si dovrebbero ripensare mai più. E’ sbagliato, finto come il pallone areostatico a forma di orsetto del cuore che solleva la mongolfiera… ed io e te nel cestello. Sbagliato e finto come il mio minipony con le ali – che è un minipegaso – e pure con il cornetto singolo sulla fronte – che fa tanto teschio del sogno del morto di Murakami, ma fa pure tanto miniunicorno – sul quale parti al galoppo ed io ti rincorro fotoclick, fotoclick, fotoclick. Quei concetti ci sono e sono vivi. Tutti i viaggi, le avventure, le belle sorprese. Basta essere vivi.

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Parli di moda ma sai, lo sai bene, che a Shibuya non serve comprare. Ti appare uno stato dell’anima. Non giri la moda giocando a giralamoda, solo perchè questa Biondoddio di mestiere fa la modella. Giri e rigiri i vestiti meno fashion che sai… e ti sembrano i più belli che mai, i più indie che mai, i più suoi che mai. Come le DcMartens Verde Bottiglia uguale alle Converse. E ti accorgi che non serve girare e rigirare i visi, su quei vestiti. Basta ci sia quello… quel viso che sai… ed a Shibuya, a Milano, a SaintTropez staresti da dio… anche senza la luna che resta con te.

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Ci andrò con te, in Giappone! Che poteva anche chiamarsi: Le ansie sono gabbie dorate… ed i pezzi dei puzzle hanno incastri precisi

Io non sono cattivo, mi verrebbe da dire… è solo che mi disegnano così. Mi disegnano come un pezzo di puzzle da mille tasselli. Sono mille lì dentro. E nessuno è uguale all’altro. I pezzi del puzzle da ventiquattro pezzi sono grandi, enormi. Sembrano tutti così grandissimi che metterli insieme è facile, sempre. Eppure anche loro, con i loro spigoli e con le loro anse, sono unici. Semplicemente, in una scatola da ventiquattro pezzi facili facili, trovare la combinazione è un gioco da ragazzi. O da bambini di quattro anni. Io a quattro anni facevo i puzzle della Disney in confezione da ventiquattro pezzi. Mille è più facile da scrivere di ventiquattro. Mille è un numero rotondo. Eppure le confezioni millepezziravensburgerfacilifacili non lo erano per niente. I pezzi sono più piccoli. I concetti di grande e piccolo sono relativi. Io sembro grande a tutti, grandissimo. Non è così. Se fossi un pezzo grande di un puzzle sarei facile, ma facile davvero. Invece sono piccolo, piccolissimo. Esistono puzzle da duemila pezzi? Duemila è più difficile di mille. Da scrivere. Da assemblare.

Ed io lo so che è difficile, così difficile da credere e da chiedere, ma non esiste posto più bello, per me, da dividere con chi ha spigoli compatibili, che il Giappone. Non esiste nulla di più bello che i Macachi delle Nevi di Hokkaido, che sono come me, teneri, sonnacchiosi e pagliacci. Vorrei vederli con te, se sei all’ascolto ed hai spigoli compatibili, proprio con te che come me hai gli spigoli… a differenza loro, che sono così morbidi e possono giocare nella neve tutto il tempo.

Io ho troppi spigoli. O forse un solo spigolo ed una sola ansa. Non simmetriche. Il mio spigolo è grosso grosso e pronunciato. Il mio spigolo è di quelli enormi. Non è ansia da dimensioni, ma mera constatazione che quella precisa protuberanza, quel promontorio così bello e seducente del mio essere creativo, inafferrabile, sfuggente, terribilmente sulle sue o terribilmente sui palchi al centro dei palchi al centro dell’occhio di bue che si piazza al centro dei palchi… poi proprio come i cazzinculogravissimi… trovare un posto dove metterlo senza far male diventa complicato. Anse così capienti intorno non ne vedo.
E la mia ansa è piccinapicciò, come la signorina Minù dei cartoni animati. Come la Balena Giuseppina che stava nel bicchiere sul comodino a fianco al letto. Quell’ansa stretta stretta si chiama “disponibilità nei confronti dei compromessi col mio tempo e modo vita”. Quell’ansa si chiama disponibilità a rispondere al telefono, ai contatti col mondo, alle richieste di appuntamento, alla precedenza non tanto agli incroci stradali quanto a quelli delle vite. E la mia ansa si chiama ansia altrui che sono disposto ad accettare. Per essere più precisi “livello dell’ansia altrui che sono disposto ad accettare”.

E ti sembrerà ancora più strano, ma, se sei all’ascolto, se stai guardando… fatti un bagnocon me in quei colori. Ci andiamo… se scegliamo di dividere un bel po’ di tempo è lì che andiamo, dall’altra parte del mondo, dove lo sciacquone del cesso gira comunque in senso antiorario… ma i colori sono tutti diversi. Non ci credi che voglio scattare a colori? Sì, perchè mi piacerebbe metterci anche i tuoi, lì dentro.

Un ingegnere vive di certezze granitiche, di tempo e spazio che sono cose chiare e inconfondibili… chi crea, chi inventa, chi scrive, chi esprime attraverso mille canali possibili, non può vivere di certezze. E’ l’incertezza per dogma, è l’irrazionale per principio. Perchè si mette in discussione ad ogni virgola, ad ogni scatto, ad ogni passo sull’asse del palcoscenico… e dal mettersi per se stesso in discussione riceve nuovi spunti e nuovi stimoli. Chi crea non si bagna due volte nello stesso fiume. Chi crea è il fiume. Chi vive di ispirazioni, momenti, lampi, non ha tempo per chi chiede tempo, non ha sicurezze da donare, non ha programmi da scrivere. Non ha ampolline indistruttibili dove riporre ansie da “Dove sei finito? Che vita fai? Perchè non rispondi?”.  Chi crea va afferrato come l’aria che egli stesso cerca, come il respiro che sembra sfuggire a chi crea. Non si può mettere l’aria in scatola. L’acqua che sgorga e che metti sottovetro è morta nel momento stesso in cui la tappi. Ed io non so morire. Non ora.

E se ancora stai leggendo e ci credi, se credi che gli spigoli che abbiamo siano compatibili, vieni a chiudere gli occhi con me in quei tramonti dove il tempo non esiste. Ti leggerò una favoletta antica e nera, ti leggerò “La più grande balena morta della Lombardia”, tutto d’un fiato. E ti accorgerai che la storia della “tutina della chicco per uscire nel nulla assoluto” è tutto fuorchè una leggenda. Che quella tutina è la verità… è lo spigolo di cui ti parlavo. Hai un’ansa, un cassetto, dove conservarla per me quando mi fermerò da te?

Io non sono cattivo, è che mi sono ritrovato a disegnarmi così. Io sono un pezzo di puzzle mille pezzi. La Ravensburger, azienda leader nel settore del puzzle, garantisce la assoluta combaciabilità dei suoi pezzi ed assicura che esiste sempre un incastro corretto corrispondente Si tratta di trovarlo. E di cucirmi addosso un bel cartello: “Accetta, accetta che io sia aria. Accetta che ci siano giorni di bonaccia morta, accetta la Bora che potrà spirare. Accetta di dovermi cercare e trovare come nelle giornate estive e dopo accetta di non volermi tra i capelli in ogni momento. Prendimi – se ci riesci – e trattienimi inafferrabile come sono. Posso scegliere di fermarmi ad accarezzarti… e posso scegliere di farlo per tanto e tanto tempo… ma davanti alle gabbie, alle pareti, all’aria che manca nel petto, accetta che io fugga via, terrorizzato e lasciami andare Perchè compresso puzzo di stantio, di chiuso. Perchè stretto tra quattro pareti fuggirò, appena avrai bisogno di aprire una finestra, per cambiare un po’ l’aria!”.

Li vedi quei colori? lo senti dentro questo invito al viaggio? In Giappone le cose vanno via veloci, anche, se cen’è bisogno. In Giapoone la vita sa correre inafferrabile come le luci e sa fermarsi a farsi mangiare, senza grandi sapori, per carità… esclusivamente con lo sfizio dei colori, ordinati, pezzettiniquadratinibellissimi
ed assieme a loro i sapori decisi nascosti nei colori pastello dello zenzero e del wasabi… che sono così delicati che mai diresti!

Una sola cosa, ti prego… i miei spigoli.
Perdonami… i miei spigoli.
Non perdonare loro, perdona me…

Accettali… sono quelli che mi mi fanno pezzettino… millepezziravensburger tra novecentonovantanove altri.
Oppure fammi un sorriso, scusa… e va bene così!

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Quel che sta succedendo è gravissimo: una distorsione nella ucronia farà slittare il post programmato per oggi. In sostituzione, un post che aggiorna e contraddice parzialmente uno che leggerete tipo il 2 di gennaio!

Allora, sono scazzato, triste e malinconico. Quando? Boh, non si sa! Non chiedetemi anche di rivelare dettagli che vi lascino penetrare la magia dell’ucronia di questo blog. Io questo blog lo amo e non sono un cuckold… basto io a soddisfare questo blog e non credo proprio sia bello dividere le cose belle con gli altri. Per cui voi non penetrate un cazzo… o col cazzo che penetrate l’ucronia di questo blog (ammetto che è infelice l’ultima constatazione imperativa… ma per una volta non vedete cazzi dove stanno scritti, ok?)

Oggi ho deciso di postare alcune delle cose belle che vorrei fare nel prossimo anno. Così, per essere chiaro con me stesso e mettere una spunta blu vicino al “fatto” come quelle che il signor wassapp ci ha regalato vicino ai puntini. Una spunta blu che a me non metta ansia ma regali un sorriso e una cartolina ricordo bella e importante.

Voglio fare almeno tre volte una esperienza che si chiama viaggio. Niente di trascendentale, of course. Niente di mainstream, of course. Nulla di che. Voglio mettere in croce tre esperienze, come i chiodi sulle croci.

Voglio andare nei Balcani, per una settimana o poco meno… voglio andare a fare scatti in posti come Mostar e Sarajevo, adesso che quei luoghi sono pacificati ma ancora adesso che rimangono le cicatrici e gli sfregi di una delle guerre più crudeli ed assurde che la mia generazione abbia conosciuto, vivendola ancora lontana seppur così geograficamente prossima.
Voglio visitare alcuni luoghi che ho trovato nella lista dei 20 luoghi più affascinanti del Pianeta Terra che ci siano… sono luoghi con colori e densità visive da favola. Sono incanti veri e propri. Alcuni sono tecnicamente irraggiungibili per ora (Angkor Wat in Cambogia o Ashikaga in Giappone)… ma per dire uno tra Sud Tirolo (tipo Reschen) Alsazia (tipo Colmar) e Germania (tipo Kromlau o Bisengen) si possono fare, eccheccazz… c’è pure l’Austria con Hallstatt. Tutti viaggi da fare in primavera, entro il 15 di aprile. Per cui, chi legge e vuole accodarsi, prego… c’è posto. Basta non rompere i coglioni con “dobbiamo fare, oggi dobbiamo vedere tra un’ora abbiamo deciso che dovremmo andare…”. Non viaggio così. Viaggio per il gusto di viaggiare, scoprire, passeggiare… il viaggio è una passeggiata del cuore, non una marcialonga militare! Intesi? E quindi dicevamo tre viaggi? Sì, tre viaggi… il terzo da programmare in autunno… magari un pochino più lontano di qui… Le Dark Hedges in Irlanda sono davvero fantastiche… oppure la foresta di Hallerbos in Belgio… eh? Che ne dite? Sì lo so sono in fissa per i colori. E l’Islanda a ottobre non è praticabilissimo come posto… perchè il mio sogno è la Scandinavia, segnatamente l’Islanda! Primavera 2017!

Oh, poi mi piacerebbe accommiatarmi da voi, per il periodo estivo sempre un pochino incasinato, con una bella notizia. A parte essere diventato multimigliaiaio grazie alle pubblicazioni autorpodotte che molto a breve decolleranno… vorrei darvi la bella notizia che la mia tesi del dottorato ripensata e riscritta ha visto la luce con una bella espressione autoriale ed autorevole: “Per i tipi di…”. E mettere una spunticina blu anche vicino a questa bella espressione.

Oh sì… poi la cosa più importante di questo mondo. Voglio che il Lato Oscuro della Forza, sul quale mi sto molto applicando, si compenetri talmente tanto in me da regalarmi, ora che sono ad uno stadio embrionale come Sith, se non posso avere il potere del soffocamento, quantomeno quello del donare “Cacarella e stipsi a targhe alterne” con il solo cenno del capo ed il solo fissare. Anche su questo, miei cari, la spunta blu è vicinissima!

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Oh quindi dobbiamo continuare e devo dire subito che in giapponese tra poco leggerete su uno dei tatuaggi la scritta “Di tempo ce n’è abbastanza, per rimediare, se…”.

Questo qui, come ha qui saggiamente indovinato la mia cara amica chezliza… questo è un Wakizashi, ossia un pugnale rituale giapponese… che poi sarebbe la lama che serve ai samurai a fare quella cosa importantissima e davvero onorevole che si chiama Seppuku. Cioè suicidio rituale facendo tirandosi fuori le budella dopo essersi fatti un taglio della madonna sulla panza… con un assistente non pagato che si chiama Kaishakunin che ti taglia la testa mentre stai morendo… così non soffri dopo aver sofferto già abbastanza col taglio e il tiraggio da solo fuori delle tue stesse “indrame” che se non sei di Bari sono le budella.

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Come potete vedere il pugnale rituale di cui sopra, cioè lo Wakizashi, è posto lungo l’avambraccio a coprire quell’osso bellissimo che se ti metti a braccia conserte si vede benissimo ed in bellissima vista. L’osso potrebbe essere l’ulna… però potrebbe essere pure il radio. Non c’ho mai capito bene di quelle ossa, tipo tibia e perone, che sono due simmetriche quasi e servono a star lì per farti girare per bene il braccio stesso.
E’ di tutta evidenza che un pugnale non puoi mica fartelo su una gamba… a meno che tu non sia un cheyenne, ossia un truzzo… e ti piace sentirti Rambo con il pugnale nello stivale. Nel caso ovviamente ti faresti il bifilare, non certo il Wakizashi.
Qualche info a riguardo di questa scelta: il Wakizashi era un pugnale rituale, un’arma dalla quale il samurai – ma pure il ronin – non si separava mai, nemmeno in visite ufficiali. Poteva fare questo, cioè tipo presentarsi al banchetto super d’onore armato di Wakizashi, anche solo perchè tutti sapevano benissimo che quella lama non sarebbe mai stata rivolta dal Samurai verso nessuno. Solo verso se stesso, precisamente verso il suo ventre, in alcuni casi molto particolari… tipo la perdita dell’onore! Non si trattava di un’arma da offesa o da difesa. Il samurai quella lama non la utilizzava in battaglia. Per combattere il samurai aveva la katana o il tanto… non il Wakizashi. Quest’ultima, a differenza della lama lunga, veniva portata sul ventre. Un po’ per ricordarsi dove colpire in caso di perdita d’onore… un po’ perchè – e questo spiega anche il loro tradizionale modo di suicidarsi, il Wakizashi era il “guardiano del ventre” ossia il guardiano del luogo ove secondo i samurai aveva sede l’anima. Il pugnale di cui sopra ti teneva d’occhio il ventre… poichè se tu avessi perso l’onore, avrebbe provveduto lui a riconquistartelo… con quella cosa simpaticissima che si chiamava Seppuku… un po’ perchè se te lo portavi sempre addosso ti ricordavi che fare stupidaggini poteva costarti molto caro.

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Io per tutta una serie di ragioni – non solo estetiche – sul ventre non me lo potevo fare! Un po’ perchè sono cicciotto e quindi sarebbe uscito tirato o sgranato… un po’ perchè, da quando fu proibito ai samurai girare in armi e fare le cose che sempre facevano – cioè in buona sostanza i camorristi – questi signori presero a tatuarsi non tanto la katana quanto il tanto sulla pelle… un po’ per ricordarsi chi erano, un po’ per virilistica voglia di dire: “Guarda che io all’onore ci tengo, ci tengo massimamente!”. Proprio per la stessa ragione, come custodivano un motto in un rotolino di pergamena arrotolata e custodita nel manico del Wakizashi… così presero a tatuarsi quel motto inciso sulla spada.

Il mio non è un motto stupido: “Di tempo ce n’è, abbastanza, per rimediare, se…“. Potrebbe sembrare idiota, visto che è il vesro scritto da Sangiorgi per una canzone dei Planet Funk. Ma non è così. Quel motto inciso su un pugnale di quel tipo, vuol essere messo lì a ricordarmi che il massimo onore, il massimo modo di ricordarsi che si è umani, è che si possono commettere degli errori e che esiste, sempre e comunque, il tempo ed il modo di rimediare a tali errori. Porre rimedio ai propri, assistere gli altri nel porre rimedio ai loro. La correzione di quel che si è sbagliato, la capacità di chiedere scusa con i gesti, attraverso una pratica del “perdono” che importa appunto il tempo, è sempre stata a mio parere la forma migliore di dimostrare la mia personale umanità ed il mio onore di essere umano. Allo stesso modo, il se conclusivo della frase mi ricorda che non è eterno il tempo a disposizione e non sono innumerevoli i tentativi. E’ necessario che la pratica sia vera, che le intenzioni siano franche, che il cuore sia fermo, nel mentre ci si guadagna o si collabora alla costruzione del perdono. Senò sono chiacchiere… e non serve andare avanti.

Proprio per questa ragione, per la sua forma attiva, il pugnale che tutto questo rappresenta è posto sul braccio. Proprio per questo, invece che verso di me, la punta è rivolta a chi mi guarda, a chi interagisce con me… non già per offesa… ma perchè sempre il perdono è qualcosa che si muove verso gli altri… e l’assistenza al rimedio si muove lungo la stessa via. Insomma… perdonare o aiutare qualcuno a farsi perdonare è sempre qualcosa che fai con qualcuno… quindi il Wakizashi si mete così punto e stop. Nessuno vuole accoltellarvi.

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Una piccola e doverosa precisazione su quel che leggete sul pugnale:
Si tratta di giapponese originale… proprio per questa ragione la lettura può diventare anche “Ho tempo per riordinare” oppure “Esiste il tempo della riparazione”. In nessun caso troverete coinvolti meccanici o colf. Semplicemente rimediare, riparare e sistemare in giapponese sono sinonimi stretti… hanno a che fare con il disordine che diventa ordine (sia esso mentale, fisico… siano dell’anima o dei corpi i guasti). Suggerisco sempre a tutti di farsi assistere nella traduzione da persone esperte: lettori dell’università, amici che abbiano studiato lingue orientali, persone fidate madrelingua. Io non posso certo dimenticare che ho insegnato ad un giapponese che vaffanculo in italiano significava ho fame, detto in modo ironico se si enra al ristorante. Quindi, per evitare compensaizioni del karma e per evitare che qualche buontempone decidesse di scrivermi “mi metto a cariola” sul braccio… mi sono rivolto a professionisti. Fate lo stesso. Capita a molti di scriversi “Vecchia stronza” e “Puttana” (cit. chi lo indovina vince un megacommentopompino) sul braccio pensando di scrivere il proprio nome in giapponese o in cinese.

A domani per il resto!

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