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Io che quella sera nemmeno ci volevo venire con te…

Vito Zucchio, 38 anni, magazziniere in un maxi-shop di edilizia ed antinfortunistica della provincia, era uno che non ci avresti scommesso un soldo su. Vito Zucchio era uno che non ci avresti preso assieme nemmeno l’autobus. Con Vito Zucchio, a pensarci bene, avresti avuto problemi pure a prendere un caffè, assieme… gomito a gomito sullo stesso bancone. Anche perchè nei bar dove Vito Zucchio s’andava a prendere il caffè, se eri uno un minimo affezionato a parole come dignità e bell’apparire, non ci saresti entrato nemmeno per sbaglio.
Eppure quella sera Michele Giorgino, 37 anni, applicato di laboratorio ed esperto di tecnologie alimentari in un pastificio in crisi, immotivatamente contrattualizzato come metalmeccanico, non sentiva il bisogno di chiedersi come mai s’era risolto a fare serata con Vito Zucchio, in quel venerdì piovoso di metà marzo, umido da fare schifo.

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Il prurito della famosa domanda “Perchè?” non l’aveva sfiorato alle 19:15, quando nella piazzola d’asfalto fuori del bar dove, inspiegabilmente, lo aveva incontrato, s’erano decisi per una uscita assieme. Curioso che quel pizzicore non avesse fatto capolino lì, tra il colletto della camicia e la sporgenza della vertebra cervicale, mentre Vito Zucchio, con un bicchiere di Nastro Azzurro ormai calda in mano, sorridendo, in un dialetto chiuso e volutamente strascinato, gli aveva proposto di passare assieme la serata. A ben guardare la prima domanda che avrebbe dovuto cominciare a fargli titillare la nuca doveva essere un’altra: “Uno come Vito Zucchio che ci fa qui fuori? Questo è un bar serio…”. Ma niente, nessun prurito proprio dietro la testa. E quindi nessuna domanda.
E quindi un rapido pensiero alla serata ordinaria che si apparecchiava davanti a Michele Giorgino, ad un mese dalla fine della cassintegrazione, a sei settimane dalla fine delle settimane ostetriche della fidanzata – non ancora nemmeno promessa sposa – Giulietta.
20:30 parcheggio auto, 20:32 citofonata al campanello Moschetta-Mezzina, 20:33 le sei rampe di scale da fare, 20:34 “Permesso? Buonasera!” e saluta la mamma di lei, vedova, di sicuro impegnata in quel momento nel taglio-cucito-ricamo di un qualche pantalone da stringere o allargare per una delle commare del condominio, 20:35 bacio a Giulietta, 20:36 bicchiere d’acqua leggermente frizzante e chiacchiere di rito, 20:45 serie tv tutti attorno al tavolo circolare della cucina, una salsiccia secca sul tagliere, coltello seghetta, fettine, spella, salta in bocca, sorso d’acqua, colpo di scena, pubblicità e poi due chiacchiere e ricomincia la serie. Due episodi, altre quattro chiacchiere, bacino di rito… a domani. Ore 23:15 massimo 23:30 tutti a casa e buonanotte!
Sì. Comprensibile il prurito in quel momento fosse diverso: “Questa è la tua vita e sta finendo un secondo alla volta!”, come diceva quel gran figo di Bred Pitt in quel gran film: Fight Club.

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Alle volte il destino procede per vie sghembe, più confuse di quelle che si attribuiscono a Dio. Alle volte, a dare una mano ad un destino che sempre appare beffardo, spesso ci pensa anche un qualche prurito nemmeno troppo immotivato… semplicemente incosciente, semplicemente imponderato. Alle volte la domanda che assale dovrebbe essere diversa: “Una tragedia prevedibile e per questo evitabile è davvero preferibile al piccolo dramma del quotidiano?”. A volte la grande beffa del destino è quella di nascondere domande così semplici, così banali.
E’ la sparizione di domande come questa a far nascere storie surreali e grottesche. E’ la sparizione di domande come questa a far venire fuori così, con noncuranza, risposte come quella di Michele Giorgino. “Vabbeh Vito, dove ci troviamo?”.

Questo è uno dei tanti incipit di cose che scrivo… che ho ricominciato a scrivere… vorrei tanto che “Volevo vivere felice… poi m’è scappato da cacare” ritornasse intero sul mio desktop… ci sto lavorando! Intanto non smetto di fantasticare, di scrivere, di immaginare storie grottesche e troppo più reali della realtà. Inizio, poi lascio lì… riprenderle? Spero!

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Gianni e Francesca – delle elaborazioni progressive alle otto di sera…

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Sputò il paradenti. Sputare si dimostrò essere una parola grossa. La gomma venne fuori molle. La saliva gli scivolò tra i peli della barba e gocciolò in terra mentre quasi al rallentatore il mezzo guscio di caucciù invece di rimbalzare si accomodava sul tatami senza troppi rimbalzi. Capì di non avere nemmeno le forze di sputare. Poggiò gli avambracci incrociati sul pilastro. La testa gli cadde molle in avanti, sbattendo nel punto in cui si disegnava la x di carne e muscoli sfatti. Le ginocchia, flesse leggermente, tremarono. Cercò dentro la forza di serrare i denti attorno alle guaine di velcro che avvolgevano i polsi e serravano i guantoni. Anche il verbo serrare sa dimostrarsi inadeguato, quando i denti tremano… e sbattono uno sull’altro tintinnando sordi. Cercò i respiri in un ingorgo di singhiozzi. Scoppiò a piangere.

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“Tu oggi sul ring non dovevi nemmeno salire, coglione…” ma il tono non sapeva essere greve… forse appena paterno, di sicuro cameratesco. La mano pesante ma gentile di Mimmo gli si poggiò sulla spalla. “Non si fanno i guanti se non ci stai con la testa… al massimo ti metti al sacco… ma salire e farsi pestare, no!”. Quelle parole, Gianni le sentiva, le sentiva bene. Scorrevano veloci dalle orecchie al cervello. C’è sempre una dignità in tutto. Alzò la testa, con gli occhi pieni di lacrime. Non una scena di tutti i giorni in un posto che puzza di sudore, di botte prese, di botte date, di gomma e cuoio. Non una scena di tutti i giorni in una palestra di pugilato. Non parlava di nuovo più bene. “Cazzo, avantieri sera non balbettavo a telefono” si disse senza inciampare nelle sillabe – che non si tartaglia pensando. Già, a telefono… con tutta la rabbia e la disperazione in corpo, non aveva balbettato promettendo, poi chiedendo, poi estorcendo. Cercò tutta la forza che aveva per lasciar andare poche parole in risposta: “Avevo bisogno di farmele suonare…”. Mimmo sorrise e scosse il capo. Lo girò, gli prese i polsi. Lo aiutò senza imbarazzo a sfilare i guantoni. Gianni scoppiò a ridere e senza bisogno di dare una spiegazione a quel gesto isterico ritrovò rassicurante la risposta del suo amico: “Non ti preoccupare, non ci vede nessuno, non ci scambiano per froci…”. Le palestre di boxe non sono proprio il luogo in cui si declina la miglior risposta all’omofobia. Mimmo aveva una battuta buona per ogni momento. Anche la più greve, per il momento più triste. Mimmo sapeva cosa significava un lutto. Mimmo sapeva cosa significava un addio come quello che Gianni aveva preteso – pentendosene – solo due giorni prima. E Mimmo sapeva quanto era seducente e pesante la forma del dolore. Lo sapeva perchè l’aveva provata qualche mese prima. Resistendo a quella sirena fatta di colpi, di spezzate di fiato, di tuoni che ti scuotono la testa, di scosse lungo la colonna vertebrale. Chiudendosi in casa senza allenarsi per venti giorni… un tempo incredibilmente lungo per lui. “Farsi uccidere di botte non ti aiuta a trovare le risposte, lo sai vero? Anche perchè mi sa che le domande sono tante…”. Gianni annuì. Annuire è il verbo che meglio poteva descrivere quel movimento incerto, di chi non è nemmeno sicuro che quelle domande siano tante o non siano semplicemente poche, ma troppo pesanti. “Mi… mi vo… mi volevo…”. Mimmo lo stoppò con il palmo della mano a pochi centimetri dalla bocca. C’è sempre una dignità in tutto. “Ti volevi solo sentire vivo… – e Gianni tirando su il naso annuì di nuovo – … perchè tutto il dolore che senti dentro ti avvolge come un caschetto e non ti fa sentire le mazzate… e ti senti morto… eh? Non senti il dolore eh?”. Col polsino si pulì il naso facendo ancora sì con la testa.

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Coi suoi trentanove anni Mimmo distanziava Gianni appena di una dozzina di stagioni. Eppure quel gesto infantile e quelle parole sussurrate misero Gianni seduto sulle ginocchia di Mimmo, come il nipote col nonno.
“Ascoltami bene, tu lì sopra non ci sali più per un bel po’… qui non stiamo a giocare coi masochisti… e tu non sei un masochista. Qui non si insegna sadismo e piacere per il dolore. A nessuno qui piacerebbe trattarti come un sacco… e tu con i nervi a fior di pelle e queste braccia sei potenzialmente molto pericoloso in un combattimento.”. Mimmo lo fissava. Non era severo. Il tono pacato. Gli occhi fermi. “Da oggi, ogni sera, io ci sono. Guarda, ti metto prima di tutto… perchè sei sempre stato un ragazzo che ho ammirato… ce ne veniamo qui, lontano da tutto e ci sfoghiamo, al sacco. Questi li fanno apposta per noi…”. Un sospiro fece breccia nell’ingorgo di mezze parole, venne fuori rompendo gli argini. Le spalle caddero giù sfinite, che sembrava i pugni pesassero quintali. “Vatti a fare una doccia, ora… poi vai a casa e piangi, piangi, piangi, piangi…”. Gianni mosse passi incerti verso la porta degli spogliatoi. “Credi che io non abbia pianto qualche mese fa? M’è morta mia madre… credi non abbia pianto? Credi sia salito subito sul ring a farmi prendere a sberle o a rompere l’anima a qualcuno? Solo perchè stavo male, ma male da cani? No…”. Gianni rimase fermo; i puntini di sospensione riesci a riconoscerli dietro un no. “E come se non bastasse il mese prima la donna che amo se n’era andata da casa senza una spiegazione… e ancora non so niente di lei… ti basta?”. Voltò la testa verso Mimmo, gli occhi smarriti per una confessione che non era stata richiesta, per un incrocio simile e beffardo. “Cos’è? Credi non si riconosca in faccia che c’è altro? Che non è solo il lutto a pesarti? Sì… ti do una bella notizia: ce l’hai scritto in faccia che sei solo…”. Gianni abbassò gli occhi e stava tornando a girarsi quando le parole di Mimmo tornarono ad abbracciarlo.

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“Guarda che noi pugili siamo una razza infame… siamo costretti sempre a fingere di non crollare… è il nostro lavoro rimanere in piedi sempre, anche quando fa male, anche quando vorremmo andare giù. E lo sai perchè ci piace? Lo sai perchè non riusciamo a fare altrimenti? Lo sai perchè quando soffriamo di più corriamo qui a prenderle e a darcele? Perchè ci fa male sapere che non è vero, sapere che vorremmo cadere, che vorremmo sapere quant’è bello cadere perchè ci si spegne la luce e non si soffre più… ma non siamo capaci. Noi siamo quelli che a terra non vogliono finire mai. Noi ne facciamo una questione di vita o di morte… giù non bisogna andare mai! E invece adesso devi, devi andare giù. Buttatela da solo la spugna… se senti che all’angolo non c’è nessuno che ti aspetta. Buttala da solo a terra la spugna e cadi. Lasciati andare che il tappeto è morbido. E’ fresco il tappeto. Buttati giù che non hai niente da rimpiangere. E buttati giù ancora di più se hai dei rimpianti! E piangi… soprattutto perchè ora ti senti solo e sai che hai dovuto gettare tu la tua spugna. E’ umiliante farlo. Piangi, arrabbiati col mondo, arrabbiati con chi ti ha lasciato solo, anche se avevi mille colpe, anche se erano le persone che amavi di più, anche se sono andate via senza colpa. Anche se sono morte. Soprattutto! Io mia madre l’ho odiata perchè era morta. L’ho odiata finchè non le ho voluto ancor più bene, anche se non c’era più. Arrabbiati e sentiti umiliato… ma buttati a terra e piangi.”.

Poco prima di entrare nella doccia, nudo, prese il telefonino. Cercava una conferma a quel gioco della telepatia per cui “…se apro whatsapp tu sei lì, online… o ci sei passata un minuto fa”… “o dopo un po’ riaprendo scoprirò che ci saresti passata il minuto dopo”. Se Mimmo avesse parlato solo un minuto di meno… si sarebbero scoperti assieme online. Quanto avrebbe voluto sbagliarsi in quello… quanto avrebbe voluto non ritrovare più quella telepatia. Quanto avrebbe voluto vedere quella regola violata e violata e violata mille volte. E invece, no! E sempre! E non gli stava bene per niente. Perchè quello di due sere prima era stato un’addio. Un addio preteso. Un addio desiderato, minacciato… forse estorto. E adesso ne sentiva tutto il peso, di quell’addio che raccontava di vuoto, di solitudine, di freddo. Si pentì di quell’addio. Si arrabbiò con se stesso e si ripetè che doveva arrabbiarsi ancor di più perchè “…indietro non si torna mai, nemmeno per la rincorsa…”. Ma quanto ci credeva davvero in quella frase? Nemmeno un po’!

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Poi s’arrabbiò con lei che quell’addio l’aveva pronunciato senza volerlo pronunciare, l’aveva detto senza opporre un arrivederci, un ciao. Ebbe un brivido. Sentì il viso rovente. Ci mise sopra lo smartphone e schiacciò l’altra guancia contro le piastrelle mentre l’acqua della doccia cominciava a diventare almeno tiepida. Mimmo entrò nello spogliatoio. Lo guardò. Nudo, schiacciato contro il muro, col cellulare premuto sulla guancia, la faccia sfatta, gonfia. Sorrise in un misto di severa comprensione. “Lascialo il cazzo del telefonino… tanto non ti risponde nessuno… funziona sempre così. Se vuoi, dopo la testa di pianti che ti devi fare tra la doccia e casa, esci con noi, stasera. Una pizza e una birra…”. Gianni sorrise, pur non dandosi mezzo grammo di credibilità. Si voltò con gli occhi gonfi. “Eh, Madonna che faccia, non ti stare a preoccupare, non ti facciamo pagare tanto… siamo pochi!”.

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Aspetta che non posso salvare ora… dieci minuti e lo vado ad ammazzare! Che poi sarebbe l’incipit improbabile di una storia incredibile… che invece e forse pure purtroppo è più vera del Vero.

Se c’hai sedici anni c’hai tre fissazioni nella vita:
Le Pippe
Il due ruote
L’amiga 500

Sono d’accordo con voi… questo valeva più o meno quindici anni fa.
Il paniere medio dei desideri del sedicenne medio è radicalmente cambiato. Nell’ultimo aggiornamento ISTAT sparisce l’Amiga 500 ed entra la Playstation4… spariscono le pippe ed entrano i pippotti – che per chi non fosse di Bari e dintorni sono le sniffate di cocaina. La tecnologia avanza, quindi il modernariato del finto personal computer che tuo padre lo compra dicendo c’abbiamo il computer e poi in realtà ci puoi fare solo le emulazioni dei coin-op della sala giochi cede il passo alla console ludica per eccellenza. La tossicodipendenza avanza, con la diffusione capillare delle sostanze ricreative e con il crollo dei prezzi delle stesse. E si sostituisce in modo evidente alle pippe… che prima tra noi sedicenni se la tipa ti faceva la pippetta tu andavi dagli amici e ti definivi Papa del Sesso o al minimo Vescovo… e adesso a tredici anni sono tutti a prendersi a pecora senza goldone e da dietro così stiamo tranquilli che non c’è figli. Perchè non è solo che le ragazzine danno via quel che hanno prima e senza coscienza… è pure che i ragazzetti certi “denti” se li tolgono subito per poi dedicarsi ad esperienze più interessanti come le strisce di cocaina.

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Il paniere aggiornato dei desiderata del sedicenne medio è quindi il seguente:
La pietrina o pezzo o dose di coca…
La playstation 4 con Fifa15 o un bel gioco di macchine – quindi giUochi “di società”, tipo Monopoli, solo che sono digitali, perchè li giochi con gli amici senza guardarti in faccia attorno a un tavolo ma con gli occhi nel televisore… che tanto ci sei abituato e si chiama telerincoglionimento da babysitter catodica o ultrapiatta (che merda la babysitter ultrapiatta!)…
Il dueruote qualsiasi (che comunque scende di parechio e sarà forse soppiantato dall’aumento di paghetta per prendere più coca).

Questo è lo stesso identico paniere di Colino “la scimmia”, in arte, perchè all’anagrafe lo conoscono come Nicola Maria Abbatesciano. Sedici anni. Colino si “spartisce” la casa, i respiri, la vita con Tonino “la cinque” e con Genzino “cocozza”… i cui cognomi oggi rimarranno puri purissimi accidenti che ci evitiamo. Stanno chiusi, tappati, in casa… che poi è un container nell’atrio condominiale di un vecchio palazzo anni trenta nel quartiere popolare più vicino al centro di Bari, che si chiama quartiere Libertà ma ci entri e non ci respiri Libertà. C’hai una sola libertà a Libertà: guardare da una parte di qualsiasi stradone che vada dal “Redentore” a Corso Càvur, come si dice da quelle parti, e sognarti le vetrine, i manichini di Bananamoon su Corso Càvur da spogliarti e portarti i vestiti a casa e fare tu il manichino di Bananamoon in mezzo al Corso, con Maria, Giovanna o Michela che sono uscite dal salone della parrucchiera dove lavorano e se non c’è lavoro si fanno la manicure. E col ferro nella tasca. Accavallato. Come si dice qui se c’hai addosso la pistola… e ce l’hai “pronta all’uso”, col colpo in canna.

27 aprile 1982 cadavere abbruciati

Stanno chiusi in casa. La spesa arriva una volta ogni tre giorni. La porta una donna… che a loro non è mamma, non è zia, ma loro la chiamano “la zì”. La signora gli porta da mangiare, da cucinare… e poi gli porta la coca. E poi gli porta il fumo. Sigarette e fumo buono. E basta. Quelli stanno chiusi in casa e c’hanno il cellulare acceso. E sul tavolo le carte francesi per fare il Burraco… che soldi per fare il poker non ne stanno. E sul tavolo il ferro. E a terra la cassa vuota o piena di vuoti o mezza piena dei vuoti della Birra Peroni. Che a Bari è un must.

E il cellulare deve stare sempre acceso… e ce ne sta uno, uno solo. Comune. E nessuno fuori c’ha il numero di quel telefono. Nessuno tranne uno, uno solo. Che si chiama Ciccio “asso di mazza”. Che è quello che ogni tanto chiama, ti da una via, ti da un nome e ti dice : “Fusce, muvete, che ‘dda stà…” che per chi non è di Bari vuole dire “Scappa più che puoi, sbrigati, che lì stà…”. E quello che stà lì è uno che dopo poco è bene si trovi steso per terra. Freddo. Sotto un lenzuolo. Con le femmine sue che strepitano, madri o mogli o sorelle che siano. Che si strappano i capelli. Che meditano vendetta. Che se fai l’errore di guardarle mentre gridano e fanno la commedia del dolore ti sputano in faccia e ti rompono tutte le ossa.

Ciccio “asso di mazza” quando chiama bisogna scattare. Devi volare. Perchè “quello” che devi “fare” mò stà là… dopo non si sa. E allora c’è poco da dire: si “mena a tocco” ossia si tira a sorte e dei tre uno resta a casa… gli altri due in sella allo scooter 250 tutto truccato, che stà fuori al container che tu chiami casa nel bel mezzo di un atrio condominiale di un palazzo ex nobiliare fatiscente degli anni ’30 nel quartiere popolare più vicino alla City di Bari, con la pistola dietro al pantalone e il giubbone da sopra. Col ferro che deve stare “pront’all’uso”. Coi caschi in testa… che i caschi si mettono solo qundo vai a fare qualcuno… che normalmente o soprattutto quando devi girare indisturbato nel quartiere tuo non lo metti – che magari c’è la guerra e bisogna vederle le facce di chi gira sugli scooter 250 truccati, mai sia una squadra da fuori che viene a fare te.

“Oh Colì, vedi che oggi tocc’a te!”.
“No, uagliò vai tu!” – “Ma se tocca a te?!” – “E devi aspettare che mò non posso salvare… sto a fare Barcellona-Bari, c’ho messo tre anni…”. E alla fine a fare quello ci vanno Tonino e Genzino. Che lo sanno che quando chiama “asso di mazza” bisogna volare. Ma c’hanno sedici anni… e pure se di mestiere ammazzano e fanno gli invisibili, tappati come i kamikaze dentro un container, con i pranzi freschi ogni due giorni, la coca sul tavolo e il ferro dietro ai pantaloni… pure se c’hanno sedici anni e alla mamma ed alla ragazzetta gli hanno etto: “Se voglio fare la Vita, così si fa…”…
… c’hanno pure sedici anni… e sono di Bari… e sono della Bari… e lo sanno che vuol dire squagliarsi il cervello tre stagioni per portare davvero il Bari in Coppa Campioni. Alla finale col Barcellona.

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