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E poi alla fine lei… L’onda!

Che la forma grafica sua ce l’ha ed è chiara… Sta li sospesa pronta a travolgerti ma anche a chiuderti e proteggerti… Essere sfidata ed essere vinta… E poi tornare a sormontarti e tu non sai che sarà di te e se abbia un senso tornare a sfidarla… Ma sai che lo farai anche se dovesse ributtarti sotto! Perché l’hai trovata sulla tua strada in un modo atroce e sghembo… E quindi è destino che tu viva con lei… Ed è il caso che lo capisca anche lei!

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Innanzitutto l’onda è un motivo grafico ridondante… un oggetto che i giapponesi utilizzano molto nei loro disegni tradizionali per delimitare gli spazi della scena. E per riempire dei vuoti… che lo sappiamo tutti, quando si disegnava in passato vigeva una sorta di pericoloso e drammatico horror vacui per cui gli spazi negativi andavano riempiti. L’onda si usava per questo.

Ma alcune felici coincidenze ed il significato primigenio che poi l’onda in forma singola ha assunto nel linguaggio del tatuaggio ttradizionale japan mi hanno convinto ad utilizzarla molto più spesso… non già come motivo grafico ridondante, ma soprattutto per marcare alcuni concetti fondamentali.

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Innanzitutto l’onda è sinonimo di qualcosa che scorre, quindi della mutevolezza della vita attorno a noi… è sinonimo di un cambiamento imminente, imminente e non rinunciabile. Un cambiamento che non possiamo evitare a cui non possiamo opporci… come la forza di un sentimento che ciu travolge, no? Come uno tsunami emozionale che ti piomba addosso e ti fa sentire vivo per il solo fatto di averla scampata bella!
Ancora, l’onda è la forma ciclica del ritorno, sempre mutato, mutevole nella forma e nelle proporzioni… ma sempre di ritorno parliamo, di alcune realtà che nella vita non possono essere evitate: lutti, gioie, amore, delusioni. E siccome non volevo dimenticarmi che le delusioni e le tristezze sono spesso ridondanti nella mia vita, le difficoltà di relazione e le paure sono protagoniste ultimamente… ma anche per non rassegnarmi all’idea di non potermi più innamorare (cosa per fortuna scampata) ho deciso di mettere un po’ di onde su di me.

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TRanquillo, qualcosa arriverà presto a sparigliare tutte le carte, confonderti le rotte, mandarti gambe all’aria… ma fa parte dell’ordine naturale delle cose… è stato destino che tu capitassi a tiro di quell’onda… è destino finirci sotto… sarà destino tutto quel che succederà dopo. Non puoi opporti… puoi solo sapere che è un cambiamento, come tutti i cambiamenti spaventa… ma affezionati a questa idea… non ti liberrerai di lei!

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Con oggi abbiamo finito ma mi corre l’obbligo di fare alcune precisazioni:
– il lavoro sul braccio destro si concluderà solo l’ultimo martedì di maggio, con la seduta conclusiva. Posterò dopo di allora le foto ben fatte a tutte e due le braccia complete. Allora… e pezzo per pezzo, potrete poi ammirare il lavoro completo di tutti i dettagli e tutte le chiusure (fascioni decorativi, fiorellini di ciliegio e simili). Io stesso ho ancora molta difficoltà ed un certo fastidio a guardare la geisha e la lupa ancora non complete… ma fa parte anche del percorso di guarigione dalle ansie affezionarmi ad i tempi tra una cosa e l’altra… e non vivere tutto come un Ora o mi farà troppa paura aspettare.
– mentre ultimavamo il lavoro sul braccio, cioè mentre veniva terminato il disegno sul braccio e la lupa compariva assieme alle onde… mi dicevo che era finito, era finito tutto… che non avevo più nulla da scrivere. Bugia, c’è dell’altro, c’è sempre dell’altro… e mi sono sentito molto obbligato a non fermarmi e prendere quindi un altro appuntamento, precisamente martedì 9 giugno, per la realizzazione di un pezzo singolo… sulla parte lombare, da sopra al coccige fino a poco sotto il centro della schiena… contenuto in uno spazio quadrato. Un pezzo singolo con alcuni dettagli fondamentali. Lo posterò appena esguito… per il vostro godimento.
– vi dico già che è anche prevista la creazione di un pannello che avvolga la parte superiore dei pettorali in modalità fronte retro. Ci sarà una immagine lunga che sulle spalle avrà quel che si vede guardando quella immagine da dietro. Con quest’ultimo pezzo, molto complesso, che richiederà credo 4 sedute, terminerò il mio progetto di scrittura che comincerò ad ottobre 2015     e mi vedrà impegnato fino credo a marzo 2016. Per ora…

Altri pezzi singoli seguiranno… a definire e delineare altri pezzi della mia vita. Ma c’è ancora tutta la mia vita da vivere e poi scrivere quindi… boh, sul dopo pannello ci risentiremo!

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E niente questo è il penultimo post sulla questione dei tatuaggi… Però va finito…

E niente qui siamo quasi alla fine… Con uno dei disegni più importanti per me: la Lupa… Non perché io sia romanista visto che io sono interista… non perchè io abbia ansia di allattare Romolo e Remo come qualcuna ha detto… ma perchè la lupa a chiusura di questo percorso ha il significato più impotante di tutti.

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Quando qusto progetto è iniziato mentalmente io sapevo che a breve mi sarei sposato. Poi m’è scappato da cacare e lo sanno tutti. Questo però non vuol dire che io abbia completamente abbandonato il progetto non tanto o non esclusivamente del matrimonio… ma soprattutto il progetto e proposito di costruire un piccolo branco, una famiglia. Avere dei figli, dei cuccioli. Io non voglio allattarli, non ne sarei in grado, lo sapete, non ho mammelle galactifere – che bel neologismo mi sono inventato con l’uso di lingua morta di greco… mi da di galassie, di robottoni, di guerre stellari.

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La lupa è nell’immaginario collettivo diversa dal lupo… che in Europa grazie ai fratelli Grimm è il pedofilo, in buona sostanza. Il lupo è la forza primigenia del male, del caos che si mangia il sole – Asgard – della caccia, del portare morte e distruzione. E’ un simbolo che velatamente si pone come caos riordinatore, come distruzione dell’universo e dell’orizzone finora conosciuto e rinascita. Il Lupo è il Satana di Carducci, la forza dell’istinto. Come la Tigre giapponese ma con una connotazione morale – che noi occidentali ci dobbiamo mettere sempre perchè detestiamo un mondo che non sia ordinato per concetti quali amico e nemico. Oh…
… ciò detto io sul braccio non ho un lupo!

La lupa, nella tradizione occidentale – visto che in Oriente questo animale non ce l’hanno – ha una valenza completamente differente dal suo collega di razza ma non di sesso. Il cazzo è che nel tratto dipinto non ci puoi mettere i caratteri genitali – che in Giappone sono vietati – quindi devi dire ogni volta a voce: No, non è un lupo… è una lupa e non c’è niente di calcistico dietro… davvero… (precisazione sempre doverosa… io i romani romanisti li ho sulle palle… i laziali no: c’hanno stile ed un certo savoir faire che per esempio il mio caro amico e stilista d’interni Cristiano può capirmi visto che è laziale, minimal e molto serio).

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La lupa nella tradizone occidentale è la rappresentazione grafica della cura per i propri cari. La cura a prescindere da tutto e contro tutti. La cura che non conosce requie e ferie. La cura che si declina nelle parole: sostentamento, protezione, azione. La lupa non sta lì buona a guardare intorno quel che succede ed intervenire solo in caso di estremo bisogno… il cazzo… se volevo una bestia del genere mi sarei tatuato un panzutissimo leone. No… la lupa allatta, mangia le feci e beve l’urina dei propri cuccioli per tenere la tana pulita e far sparire gli odori che attirerebbero altri predatori, lascia la tana per cacciare, torna col cibo, lo rigurgita, lo da ai piccoli prima e durante lo svezzamento. E poi esce dalla tana a tener pulito da nemici e minacce il territorio circostante, per evitare che predatori o umani mettano in pericolo i propri cuccioli. Nel mondo occidentale e nella cultura grafica occidentale, la prole della lupa diventa la famiglia, gli affetti più cari, le persone cui si vuol bene. Un simbolo di protezione che non conoisce confini di tempo e spazio, si declina a chilometri di distanza, ad anni di distanza a piani esoterici di distanza… quindi è anche cura della memoria dei defunti. O cura di chi, pur essendo forse sparito dall’orizzonte, è ancora vivo chissà dove e per il solo fatto di essere stato importante ha assunto un ruolo di cucciolo del branco. Anche e in età da cucciolo non lo è più. La lupa è anche una bestia fedele… e la fedeltà è un altro concetto molto importante. Per quanto brutti possano essere i torni subiti, per quanto inaccettabioli le sofferenze conosciute, la lupa resta lì a difesa… contro tutto e tutti… per il solo fatto di essere lupa e di provare un sentimento ed un bisogno di cura e protezione innata.

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Proprio per questo ho preteso la lupa a chiusura del mio braccio. Proprio per questo ho costretto il mio caro amico e tautatore Peppe Jack ad un lavoro importante di costruzione di un tratto, di un disegno… su modelli di studi differenti. Proprio per far parte del mio mondo attivo e non riflessivo, la lupa è stata posta sul braccio destro. A monito di tutti ed a ricordo imperituro per me, la lupa accenna solo un movimento con la testa bverso l’interno… ma resta ben piantata al centro del braccio… tutti lo sappiano… io debbo ricordarlo… he per quanto terribile possa essere stata la sofferenza patita, avevo un sogno… e voglio mantenerlo, declinarlo diversamente, ma non voglio smetere di ricordare di avere dei cari da proteggere, sempre, ovunque essi siano.

Anche in questo caso, a chiusura del tutto, un’onda che si innalza al di sopra dell’immagine. A domani per la descrizione di questo ultimo protagonista!

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A pensarci bene pure questo era parte due di un post scritto qualche giorno fa…

Sì perchè qui vedete l’altro soggetto non eseguito in rigoroso stile japan ma con una punticina di realismo figurativo. E va vista in accoppiata col samurai. Ora che il braccio si sarà rassettato ed il colore sarà uniforme vi farò vedere anche come stanno bene vicine tutte e due le figure. Intanto vi presento la Geisha… qui molto arrossata perchè il braccio era stato appena tatuato… alla fine dell’articolo troverete una foto delle due figure giustapposte, fatta dopo che i colori si sono scaricati… e potrete apprezzarne meglio lo spirito e la bellezza obiettiva del tratto… che Peppe è davvero un gran bravo artista!
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Allora innanzitutto qualche dettaglio prodromico sulla Geisha. In maniera assolutamente incolta nel mondo dei tatuati, purtroppo soprattutto dei tatuatori, la Geisha è vista semplicemente come una pin-up del sol levante. Aneddoto memorabile: un tizio arriva in uno studio e dice “Voglio tatuarmi qualcosa di serio… di “cattivo” – che è come dire aggressivo, eh! – ma bello!”. E il tatuatore comincia a proporgli i suoi grandi amori: teschi, demoni, cose così. E il ragazzo: “No, sai, è un po’ complicato… mia madre è molto religiosa…”. E il tatuatore che gli aveva tatuato una Geisha qualche mese prima gli fa: “Ma scusa ti sei tatuato una bucc^§ina la volta scorsa…”. Risa, grasse risa generali. Serviva la battuta, ma, no, la Geisha non è una mignotta. E non è una pin-up! E soprattutto non ha lo stesso significato della pin-up. Non è l’amante che ti aspetta a casa… che sarebbe la pin-up che i marinai ed i militari rincorrevano come idea del ritorno a casa. Non è la donna che ti aspetta, quella che nel gergo criminale si chiama la “femmina di colloquio”, se sei in galera. La Geisha non è niente di tutto ciò.

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Si sarà capito abbastanza bene che i tatuaggi japan nascondono significati molto allegorici dietro ciascuno di essi. Bene la Geisha, che nella tradizione giapponese è la “professionista del piacere non esclusivamente e non solo sessuale” che tu paghi per passare in ottima compagnia del tempo… tempo che non si riduce esclusivamente in una scopataccia ma si esplicita anche atraverso una chiacchierata erudita sul mondo dell’arte, del teatro, del cinema, della letteratura… e poi si esplicita in cerimonie, massaggi e tutte le forme della cura gentile di una donna nei confronti di un uomo…
…dicevamo la Geisha rappresenta le virtù umane quali la Cortesia, la Gentilezza, l’amore per la Grazia e per le Arti… associate a virtù quali la dedizione e la determinazione. La Geisha completa l’uomo nel permettere proprio a lui di vivere serenamente momenti di ricerca, di approfondimento. Dove la cultura maschile non arriva ecco la Geisha a supplire… dove la pratica della cortesia maschile non arriva ecco la Geisha a supplire.

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A ben pensarci, se la Pin-Up è il “riposo del guerriero” la Geisha è “la cura delle virtù di un uomo”…

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Io volevo completasse il discorso del samurai esaltando il mio modo di vivere tra la gente, la mia passione per le arti, il mio amore per la cortesia e la gentilezza d’animo nei confronti del prossimo. Ma soprattutto la mia inguaribile voglia di trasmettere le mie passioni agli altri, la missione di spiegare quel che curiosando trovo in giro. Il mio amore per la trasmissione del sapere e per l’insegnamento. Proprio per questo, pur se nascosta, la Geisha sta sul braccio destro che è quello dell’azione continua. E non sul sinistro…
Domani mettiamo l’ultimo pezzo realizzato sul braccio… poi parleremo del pezzo occulto ma sempre presente… che di sicuro avrete capito qual’è ma se non lo avete capito e volete provare a indovinarlo… solo nel giorno di pubblicazione di questo articolo chi lo indovina cince un “commentopompino”…

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La vostra curiosità di ieri è stata premiata oggi… eccovi la parte due del post di ieri…

Ebbene sì, non era difficile… ovunque ci sia una tigre, come nel titolo del film, ci deve stare per forza di cose ma proprio per forza un drago… un dragone bello e saggio e con l’aria un po’ tronfia e fumata. Non fidatevi di chi disegna i draghi incazzosissimi… i draghi non sono incazzosi, i draghi sono saggi! E si incazzano poco… sì vero, se si incazzano però…

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Ecco meglio non fare incazzare il drago. Il drago è la parte razionale del sè… Il signor Sigismondo Frodo parlerebbe del Drago come SuperIo… e siccome secondo la “professoressa” che mi segue… io c’avrei un problema di SuperIo ipertrofico, un problema con un certo SuperDomenico che sta lì bello nascosto attruppato dentro di me e a bella posta ogni tanto salta fuori e mi dice “Cazzo Domenico, così non va bene, così non sta bene, non si fa così… tu sei un bravo ragazzo, sei un uomo fatto, un uomo fatto non si comporta così Perdindirindina – che non bestemmia neppure – …”… allora io ‘sto cavolo di drago senza alcun timore e senza alcun rispetto l’ho messo lì, a bella posta. L’ho messo che guarda la tigre ma che sta fuori, per farsi vedere, perchè il mondo, tutto il mondo, ha sempre pensato di me “Quel bravo ragazzo, quel caro ragazzo, quell’anima bella!”. Senza che nessuno abbia mai conosciuto – e dunque avuto un minimo di tenerezza – per il pezzetto nero, per la tigre, che lì sotto, acuqartierata nel bosco dell’interno braccio, sta lì negletta, dimenticata da tutti, celata al mondo. E lo sapete cosa fa quella stronza quando decide di uscire fuori? Si incazza… ecco cosa fa!

E va a far lite col drago che invece è sempre lì, bello, sotto la vista di tutti, pronto a venir fuori, pronto a dirla tutta e fino in fondo la sua, convinto di essere come sempre l’eroe del giorno che tira fuori gli artigli e le fiamme e rimette tutto a posto. Tutto come vogliono gli altri, tutto come vuole il sentire comune, tutto come vuole la gggente.

Io dove sto? Probabilmente in quello spazio vuoto nel mezzo… che ho tempo qualche giorno per trovarci un minimo di soggetto da metterci… fosse solo un puntino, fosse solo una stella… non un fiore di ciliegio. Non un’onda!

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Sul braccio destro, insomma, ci sta tutto il mio grande conflitto… che è quello di tutti, figuriamoci, che sono io l’unico stronzo con un casino a livello di rapporto tra Es e Superio? Abbiamo tutti dentro una tigre e un drago che ci contendono, che ci dilaniano, che fanno del nostro povero cuore un campo di battaglia costante, continuo.

Ora… molte delle cose che mi sono successe nell’ultimo anno hanno a che fare con la tigre ed il drago che combattono tra loro. succede sempre nei momenti di crisi di ognuno. Crisi è sempre combattimento, no? Ecco, appunto. Io mi sono visto in un anno distrutto il paradiso in terra che avevo davanti agkli occhi. Un buon concorso con tutti i titolio perfetti per parteciparci e vincerlo… invece ha vinto il chitarrista che farà rock nelle periferie – Gesummaria una palla in fronte del primo mezzocalzino dei bulli della città vecchia, please! Una vita familiare da scrivere, stoppata sul nascere. Che volevi che non si scatenasse tutto questo stronzomerdosissimo conflitto dentro? Il drago dice la sua, la tigre dice la sua. Il drago è lì che ti dice: “Fiducia, che presto si svolta… cogli l’occasione, accogli lo stimolo che arriva… le difficoltà si superano!”. La tigre zitta zitta nel sottobosco ruggisce, invece… e ti mette di fronte alle tue paure. Ruggisce… e se la sentiste ruggire, nel profondo di quel luogo nascosto e proibito dov’è relegata da me e da tutti… beh capireste quanto fa male sentirla ruggire, quanto fa tremare i vetri delle pareti del cervello… quanto fa tremare la terra sotto i piedi. Quanto sia normale, dopo aver sentito il suo ruggito, andare in off… non capire più un cazzo… e finire allontanato dal blog e dalla vita per un po’ a leccarsi le ferite, a farsi rammendare. Che tra loro drago e tigre di me hanno lasciato intatto solo qualcosina. La tigre è Bunny di Platoon… quando parte in carica “Non ne lasciare uno in piedi Bunny!”… Il Drago è l saggezza e la pesantezza di un Catone il Censore… di un Cicerone che con compostezza afferma: “O tempora, o Mores!”… e dice che no, tu non devi avere paura… noin devi più tremare… anzi, devi lasciar andare le briglie, buttarti a capofitto… perchè tu sei buono, sei disponibile, sei gentile, sei comprensivo… e tutti possono fare ttto, tutto gli è concesso… tutti possono sbagliare… tu no, solo tu non puoi e non devi sbagliare. E per non sbagliare non devi tirare fuori nulla di quel che desideri… lascia fare agli altri. Loro sanno… e se loro sono contenti non soffrono… e tu non hai nulla da rimproverarti.

Posto che si sbaglia sempre in due… mai da soli, nei rapporti di coppia… forse il problema dopo quel che è successo, dopo aver vissuto nel sogno di un futuro bellissimo e della replica poossibile di un futuro bellissimo… è prendere atto che quel futuro è morto… che può esserne riscritto un altro… ma diverso, differente: stessa trama copione diverso. Plot diverso… posto che tigre e drago proiettano sempre tutto al futuro, paure e fiduce estreme… è il caso di zittirli entrambi e far palrare me che sono lo spazio negativo lì al centro e che è bene viva solo nel prsente….

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… quel drago sta lì di fronte a me perchè io lo odio… ma deve stare lì di fronte a me perchè lì sta, sempre sotto la vista di tutti… perchè è quel che tutti vedono di me. Deve stare posizionato così per fare discussione con la tigre. Lo spazio negativo… che lascerò negativo… sono io che dovreiu non già Non Lasciarmi Coinvolgere da loro… ma lasciar loro campo libero restando un po’ distante… facendo loro spazio, per permettere che si sbattano tra loro e che io possa guardarli da fuori, per essere arbitrop giusto e decretare ogni volta la vittoria di uno o dell’altro senza finirci per sotto. Comprendere le loro ragioni, farli ragionare, metterli attorno ad un tavolo perchè si riconoscano e firmino il trattato di pace volta per volta.

Il drago l’ho messo lì per ricordarmi quanto male mi ha sempre fatto, lui e la sua forza che ha sempre nascosto e tenuto a catena la tigre. Il drago è lì per ricordarmi che è già troppo visibile così… e che sono io a doverlo mettere e tenere un po’ più a cuccia!quarter-sleeve-tattoo

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Ecco insomma adesso ci sta un parte uno di due di un post… perchè il pezzo di oggi lo dovete immaginare attaccato a quello di domani…

Sì, perchè lo stile Japan come tutti gli stili rigorosi è fatto di enorme cura nel posizionamento dei pezzi – e lo avrete finora capito perchè se vi piace come scrivo e vi piace quel che scrivo non siete stronzomerdoni poi proprio qualsiasi – ed è fatto di enorme rispetto degli equilibri per cui questo pezzo qui deve essere sempre fatto sul corpo se è già presente o si è coscienti che bisognerà quanto prima che sia presente un altro… che è quello di cui parliamo domani.

Questa è una tigre… il fatto che sia in bianco e nero non vi faccia pensare che sia una tigre siberiana… immaginatevi lo spazio negativo cioè il colore della mia pelle, come fosse giallo del tigrato della tigre normale. A me i tattoo colorati non piacciono nemmeno per il cazzo!

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La tigre non è un elemento nativo della cultura giapponese… viene importata da quella cinese nel momento in cui le due culture hanno un periodo di contaminazione dovuto alla fusione forzata attraverso conquiste e commerci, delle due etnie, delle due storie, delle due vicende umane.
In Cina la tigre è solitamente sinonimo della forza bruta, cieca e distruttrice di Madre natura. Non è però la Natura in senso stretto, sebbene più la rappresentazione di un concetto astratto, non collegato ad una forma fisica o ad un essere esistente. La Tigre è energia pura, forza cieca, brutale, inarrestabile. La tigre, lungi dal rappresentare la disponibilità al dialogo ed al confronto, è invece la personificazione animale della battaglia senza risparmio alcuno, spesso portata fino alle estreme conseguenze. Fino alla morte. Tanto la tigre stessa è Immortale.

Si tratta di un soggetto dal peso e dalla importanza incredibile. Quando si parla di peso, nei tatuaggi, bisogna affrontare il significato proprio della parola peso: un tatuaggio non pesa, alla fine è inchiostro che va sottopelle per cui non è che pesi qualcsosa realmente. Il peso è quello che si avverte addosso quando ci si rende conto del significato che il simbolo porta con sè. Il tatuaggio della tigre è sostanzialmente pesantissimo. Cioè… tipo quando in Italia ti tatui il volto della Madonna della Pietà di Michelangelo sulla schiena e di colpo lo senti tutto il suo peso quando in spiaggia ti togli la maglietta per fare il figo. E ti senti come un confratello della confraternita della Morte che al sud sovrintende solitamente alle cerimonie liturgiche del venerdì santo… che è sotto, alla lena, a portare la statua di Maria Addolorata e dice “Cazzo se pesa ‘sta cosa…”. Ecco… la Madonna da portare addosso qui in un posto Cristiano… è pesante.

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Allo stesso modo, per me che non sono taoista o shintoista o cinesista o japanista… ma nelle energie e nella psicologia ci credo un fracchio e mezzo… lo sento quanto cazzo pesa la tigre addosso. Per dire, dopo la tigre io ho fatto delle scelte difficilissime, molto ponderate… scelte di cui ancora porto le cicatrici attualmente. Scelte cui sto cercando di porre rimedio con un percorso duro e faticoso… triste ma anche fatto di bellissimi sorrisi. E di consapevolezza. Ma la tigre, cazzo, la tigre pesa e ve l’assicuro. Tu stai dicendo in pochissime parole: Attenzione, qui davanti a voi avete una cazzo di bomba atomica innescata… e non è il caso di farla saltare su per l’orbe terraqueo. Sì, state ammettendo di essere pericolosissimi se disposti in qualche modo a cedere all’ira. E’ molto importante questo concetto… io chiamo sempre la rabbia Ira… perchè ancora adesso non riesco a prendere confidenza con l’umanità della rabbia come forma di protezione, proiettato sempre a vedere la rabbia con senso di colpa, come la religione ci ha insegnato chiamandola Ira, appunto. Proprio per questo ho deciso di tracciarla su di me… nascosta perchè me ne vergogno… rivolta verso chi mi guarda a monito di quel che rischio di essere… ma di tracciarla su di me per darle diritto di cittadinanza nella mia persona.

Le tigri vengono sempre tatuate in associazione ad un’altra bestia più o meno mitologica di cui parleremo domani. Questa associazione continua, citata in un film celeberrimo (oggi non si vince niente… ditemi solo “Io lo so qual’è…” ma non scrivetelo, non rovinate la sorpresa agli altri!) è rappresentata anche dal Tao, ossia da quel cerchio mezzo nero mezzo bianco che non significa “droga” o “eroina” come pensa qualsiasi drogato incolto anni ’80… cioè anche la maggior parte dei tossici di eroina attuali… ma che indica il dualismo continuo dell’animo umano. Ed il dualismo delle energie che governa il mondo. Ed il conflitto… che già Eraclito aveva detto essere il sale della vita. Io ovviamente ho deciso di tatuare la tigre perchè sapevo avrei fatto anche il tatuaggio di cui parlerò domani. Come vi ho spiegato la tigre sta nascosta nella parte superiore interna del braccio… l’altro animale…

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… ne parliamo domani!

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Oh quindi dobbiamo continuare e devo dire subito che in giapponese tra poco leggerete su uno dei tatuaggi la scritta “Di tempo ce n’è abbastanza, per rimediare, se…”.

Questo qui, come ha qui saggiamente indovinato la mia cara amica chezliza… questo è un Wakizashi, ossia un pugnale rituale giapponese… che poi sarebbe la lama che serve ai samurai a fare quella cosa importantissima e davvero onorevole che si chiama Seppuku. Cioè suicidio rituale facendo tirandosi fuori le budella dopo essersi fatti un taglio della madonna sulla panza… con un assistente non pagato che si chiama Kaishakunin che ti taglia la testa mentre stai morendo… così non soffri dopo aver sofferto già abbastanza col taglio e il tiraggio da solo fuori delle tue stesse “indrame” che se non sei di Bari sono le budella.

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Come potete vedere il pugnale rituale di cui sopra, cioè lo Wakizashi, è posto lungo l’avambraccio a coprire quell’osso bellissimo che se ti metti a braccia conserte si vede benissimo ed in bellissima vista. L’osso potrebbe essere l’ulna… però potrebbe essere pure il radio. Non c’ho mai capito bene di quelle ossa, tipo tibia e perone, che sono due simmetriche quasi e servono a star lì per farti girare per bene il braccio stesso.
E’ di tutta evidenza che un pugnale non puoi mica fartelo su una gamba… a meno che tu non sia un cheyenne, ossia un truzzo… e ti piace sentirti Rambo con il pugnale nello stivale. Nel caso ovviamente ti faresti il bifilare, non certo il Wakizashi.
Qualche info a riguardo di questa scelta: il Wakizashi era un pugnale rituale, un’arma dalla quale il samurai – ma pure il ronin – non si separava mai, nemmeno in visite ufficiali. Poteva fare questo, cioè tipo presentarsi al banchetto super d’onore armato di Wakizashi, anche solo perchè tutti sapevano benissimo che quella lama non sarebbe mai stata rivolta dal Samurai verso nessuno. Solo verso se stesso, precisamente verso il suo ventre, in alcuni casi molto particolari… tipo la perdita dell’onore! Non si trattava di un’arma da offesa o da difesa. Il samurai quella lama non la utilizzava in battaglia. Per combattere il samurai aveva la katana o il tanto… non il Wakizashi. Quest’ultima, a differenza della lama lunga, veniva portata sul ventre. Un po’ per ricordarsi dove colpire in caso di perdita d’onore… un po’ perchè – e questo spiega anche il loro tradizionale modo di suicidarsi, il Wakizashi era il “guardiano del ventre” ossia il guardiano del luogo ove secondo i samurai aveva sede l’anima. Il pugnale di cui sopra ti teneva d’occhio il ventre… poichè se tu avessi perso l’onore, avrebbe provveduto lui a riconquistartelo… con quella cosa simpaticissima che si chiamava Seppuku… un po’ perchè se te lo portavi sempre addosso ti ricordavi che fare stupidaggini poteva costarti molto caro.

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Io per tutta una serie di ragioni – non solo estetiche – sul ventre non me lo potevo fare! Un po’ perchè sono cicciotto e quindi sarebbe uscito tirato o sgranato… un po’ perchè, da quando fu proibito ai samurai girare in armi e fare le cose che sempre facevano – cioè in buona sostanza i camorristi – questi signori presero a tatuarsi non tanto la katana quanto il tanto sulla pelle… un po’ per ricordarsi chi erano, un po’ per virilistica voglia di dire: “Guarda che io all’onore ci tengo, ci tengo massimamente!”. Proprio per la stessa ragione, come custodivano un motto in un rotolino di pergamena arrotolata e custodita nel manico del Wakizashi… così presero a tatuarsi quel motto inciso sulla spada.

Il mio non è un motto stupido: “Di tempo ce n’è, abbastanza, per rimediare, se…“. Potrebbe sembrare idiota, visto che è il vesro scritto da Sangiorgi per una canzone dei Planet Funk. Ma non è così. Quel motto inciso su un pugnale di quel tipo, vuol essere messo lì a ricordarmi che il massimo onore, il massimo modo di ricordarsi che si è umani, è che si possono commettere degli errori e che esiste, sempre e comunque, il tempo ed il modo di rimediare a tali errori. Porre rimedio ai propri, assistere gli altri nel porre rimedio ai loro. La correzione di quel che si è sbagliato, la capacità di chiedere scusa con i gesti, attraverso una pratica del “perdono” che importa appunto il tempo, è sempre stata a mio parere la forma migliore di dimostrare la mia personale umanità ed il mio onore di essere umano. Allo stesso modo, il se conclusivo della frase mi ricorda che non è eterno il tempo a disposizione e non sono innumerevoli i tentativi. E’ necessario che la pratica sia vera, che le intenzioni siano franche, che il cuore sia fermo, nel mentre ci si guadagna o si collabora alla costruzione del perdono. Senò sono chiacchiere… e non serve andare avanti.

Proprio per questa ragione, per la sua forma attiva, il pugnale che tutto questo rappresenta è posto sul braccio. Proprio per questo, invece che verso di me, la punta è rivolta a chi mi guarda, a chi interagisce con me… non già per offesa… ma perchè sempre il perdono è qualcosa che si muove verso gli altri… e l’assistenza al rimedio si muove lungo la stessa via. Insomma… perdonare o aiutare qualcuno a farsi perdonare è sempre qualcosa che fai con qualcuno… quindi il Wakizashi si mete così punto e stop. Nessuno vuole accoltellarvi.

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Una piccola e doverosa precisazione su quel che leggete sul pugnale:
Si tratta di giapponese originale… proprio per questa ragione la lettura può diventare anche “Ho tempo per riordinare” oppure “Esiste il tempo della riparazione”. In nessun caso troverete coinvolti meccanici o colf. Semplicemente rimediare, riparare e sistemare in giapponese sono sinonimi stretti… hanno a che fare con il disordine che diventa ordine (sia esso mentale, fisico… siano dell’anima o dei corpi i guasti). Suggerisco sempre a tutti di farsi assistere nella traduzione da persone esperte: lettori dell’università, amici che abbiano studiato lingue orientali, persone fidate madrelingua. Io non posso certo dimenticare che ho insegnato ad un giapponese che vaffanculo in italiano significava ho fame, detto in modo ironico se si enra al ristorante. Quindi, per evitare compensaizioni del karma e per evitare che qualche buontempone decidesse di scrivermi “mi metto a cariola” sul braccio… mi sono rivolto a professionisti. Fate lo stesso. Capita a molti di scriversi “Vecchia stronza” e “Puttana” (cit. chi lo indovina vince un megacommentopompino) sul braccio pensando di scrivere il proprio nome in giapponese o in cinese.

A domani per il resto!

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Vabbè quindi io comincio oggi la rubrica della durata di una settimana e qualche cosa sul tatuaggio… o meglio sulle mie braccia tatuate e su che cazzo significano. Così chi mi segue e chi mi legge, quando mi incontra, non mi fa ripetere tutta la storia… che ci vuole tempo!

Allora piano piano cominciamo a parlare degli scarabocchi che ho sulla mia pelle. Adesso posso farlo, ora che i “pezzi” sono tutti quanti sulle braccia e c’è solo da mettere i riempimenti. I pezzi sono otto, anche se a voi comunque sembreranno sette. Risultano otto perchè c’è un pezzo nascosto, stilizzato, che invece in motivo classico si ripete quasi in ogni pezzo che ho sul braccio… e guardandoli uno o uno ve ne accorgerete.
Ma di quest’ultimo parliamo a parte perchè ha un significato importante assai.

Tutti quanti i lavori sono stati eseguiti dall’artista del tatuaggio Peppe Jack, al secolo Beppe Cariello, nello studio Gioko’s Tattoo Shop di Barletta. L’inizo dei lavori data 26 giugno 2014 e la fine con le chiusure augurabilmente a maggio 2015. Del costo non si parla perchè non si mischia arte e denaro qui. Comunque nemmeno poi tanto. Credo, davvero, il giustissimo!

Altra premessa fondamentale. Per il lavoro sulle braccia ho scelto il linguaggio del tatuaggio giapponese tradizionale, se si eccettuano due pezzi che hanno un sapore un po’ più real del tradizionale in senso stretto. Li ho voluti differenziare leggermente per il semplice fatto che assieme costituiscono un unicum inscindibile. Ho scelto lo stile japan un po’ per mia indiscutibile propensione fascinosa verso la terra del Sol Levante, un p’ perchè utilizzare per iniziare lo stile siberiano, che era comunque il mio preferito, imponeva una serie di pezzi distaccati, senza grandi possibilità di utilizzare chiusure e riempimenti degli spazi bianchi che non mi seduceva affatto. Inoltre, il tatuaggio siberiano va praticato solo dopo un attentissimo studio dei significati e delle rispondenze, onde evitare spiacevoli equivoci e spiacevolissime avventure. E io guai ultimamente non ne voglio passaqre. Non escludo di utilizzare il siberian per una parte importante e rilevante come la schiena.

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Passiamo ai pezzi già pronti e sistemati. E cominciamo dal primo. E’ stato realizzato a giugno 2014 ed è, com’è chiaro dalla foto, una Koi, ossia una carpa giapponese. Lo so che tutti state dicendo: “Ah il Mortellaro (che bello il Mortellaro, lo diceva emmecci, chissà se lo dice ancora, mi sa di sì) si è tatuato la Carpa Koi!”. Beh, io fossi la Koi, la carpa, mi incazzerei di brutto. Che vi chiamo, per dire, Ysingrinus Ysingrinus o Lindae Luciani Lindae Luciani? No! E allora che cazzo ripetere a fare la Carpa Koi? Carpa è Koi in Giapponese. Koi è Carpa in italiano. Oh seh, basta!

La carpa fa bella mostra di sè come tutti gli altri tatuaggi sulle braccia. Le braccia sono la sede dell’azione diretta, dell’offesa e della difesa, della pace e del confronto con gli altri. Sono lo strumento attraverso il quale noi protestiamo attivamente la nostra presenza sulla Terra. Era giusto dunque che tutto quello che parlasse di come io sono e come mi relaziono al mondo, trovasse spazio sulle mie braccia.
Allora, sul braccio, precisamente quello sinistro, a partire dal gomito per arrivare alla spalla, in senso ascendente e verso sinistrorso, è disegnata la mia bella Koi, la mia bella Carpa. Salta dal fiume e si tuffa in un’onda ben visibile sulla spalla. Il movimento scelto ed il braccio scelto non sono casuali e sono frutto dell’attento studio di cui sopra vi ho parlato. Il lato sinistro del corpo, come ogni movimento che da destra va a sinistra, definisce un significato come inconscio, dice che una cosa sta nascosta dentro di te, parla di qualcosa che tu non sai, non vuoi, non riesci a vedere… ma ci sta. Tipo lato oscuro? Eh… secondo voi si dava del “sinistro” a cazzo alle persone misteriose? No. Perchè da che mondo è mondo la mancinità è sinonimo di cosa aliena, strana… e quel gran cazzaro di Freud lo diceva che sinistra è la regressione e quindi l’inconscio, l’immaturità, il non conosciuto. Allora la carpa sta a sinistra, cioè in un luogo dove io non sempre posso essere sicuro di vederla ed essere cosciente della sua presenza. Cioè, ora lo so, visto che la vedo ogni giorno. Eh… serve a questo tatuarsela, a dire che c’è. E serve a questo tatuarsela a sinistra, per dire a quelli che ne capiscono di tatuaggi e adesso anche a voi ignoranti stronzomerdoni, che io devo convicnermi che sta, ma ancora non lo so bene.

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Vabbè, dite voi: questo c’ha una carpa dentro e non lo sa? Sì… è così. Ma non basta. La carpa sale e non scende. E si muove verso sinistra. Liquidiamo subito la storia del movimento verso sinistra: se la carpa va in quella direzione non fugge dal centro ma ci corre verso, ossia si muove da fuori a dentro. Non porta via il suo significato, anzi lo conduce a me. Indi, siccome sta a sinistra e non lo dovrei sapere che c’è… lei salta verso di me e mi dice: “Cazzone! Sono qui… eh!”. Per questa ragione si muove verso dentro, sinistrorsa e non verso fuori, destrorsa. Perchè adesso che lo sto spiegando può sembrare strano, ma io volevo dirlo a me stesso il fatto della carpa, non fuori da me, quindi non aveva senso proiettarlo verso l’esterno. A me di quello che sanno gli altri di me, frega poco. Tranne per il fatto che mi sono scritto tutte ste cose di me che vi spiego passo passo addosso, ma questo è un altro discorso che vi sarà chiaro alla fine delle otto puntate sui miei tatuaggi (parte prima). La carpa inoltre sale e non scende. Si muove verso la testa e non già verso la mano. Perchè le cose che si muovono verso la mano sono sempre armi nelle tue mani contro gli altri. Se le cose le tieni porte verso di te indicano serenità, pace, disponibilità al dialogo. E non sembrerà… ma io sono persona parecchio pacata. Per dire, quando passate un coltello, un paio di forbici… come fate? Li porgete tenendoli dalla lama e al destinatario allungate il manico, no? Eh, lo stesso!

Allora la Koi dal fiume salta nell’onda che si alza, muovenodis usl lato sinistro del mio corpo salendo a sinistra. Quindi io voglio far sapere a me stesso, in senso dialogico, che… che la Koi, la carpa, è parte di me. E lo voglio fare senza che questo sia un pericolo per alcuno!
Mo… cos’è la Carpa?
La Carpa simboleggia nella cultura giapponese Coraggio, Disprezzo della Paura, Ardire di fronte al Pericolo, Orgoglio di fronte alla Morte e capacità di muoversi Controcorrente. La carpa è un pesce cazzutissimo, tenace e volitivo, sebbene spesso appaia come un pesce demente, brutto, ciccione e sostanzialmente imbolsito. Il cazzo! Imbolsito, stupido e brutto un par di palle. Nella cultura giapponese e segnatamente nella mitologia, la carpa è quel pesce che risale la corrente fino alla sorgente e poi… poi salta fuori. Tutti direte: coglione, salti fuori e muori! No, il cazzo! Perchè parliamo di mitologia, non di biologia. Fuori dalla sorgente, cioè alla sorgente della sorgente, ci sta la “porta del drago”… e chi passa la porta del drago diventa un drago. Una bestia saggia, immortale, invincibile. Per cui, cazzoni miei, la Carpa vive la sua vita tra mille pericolo per riuscire in quello in cui nessuno può riuscire, se non la carpa… cioè diventare drago, immortale, invincibile, il massimo!

Koi è un simbolo tipicamente maschile, carico di riferimenti alla virilità, alla alterità, alla determinazione. La gente spesso se lo tatua come dimostrazione di un carattere indomito e coraggioso. per cui nel tempo se la sono fatta addosso criminali, delinquenti e cazzoni di ogni sorta. Peccato! Koi come simbolo è anche utilizzato da chi, chiamato folle o stupido o peggio minchione dal resto della folla… decide invece di perseverare nei propri progetti spesso col solo scopo di dimostrare che infondo non è cretino, idiota o stupido, ma ha una cosciente visione di vittoria ed affermazione. Come dire: te la do io l’Apocalisse! E sfasci tuta la chiesa col martello in mano pur essendop un prete perchè tu, sì, lo hai capito dove si va a parare! La storia del coraggio e dello spregio del pericolo, inoltre, testimoniano una naturale predisposizione al ritrovarsi a fronteggiare i cazzinculo gravissimi a denti stretti… tipo quando ti chiedono l’ora e sono le otto meno venti e tu lo dici e quello ti risponde “apri il culo e stringi i denti!”, no? Eh, così: sempre disposti all’estremo sacrificio, però con in testa chiaro il fatto che non c’è da aver paura, c’è solo da viversela con orgoglio. IL fatto che io sia crollato nei gorni passati è normale… sarebbe successo a chiunque. Il problema è capire con che testa si riprende a camminare, se si vuole camminare, tra un po’.
Inoltre ed infine, la Carpa spesso ce la si mette addosso per simboleggare l’inizio di un percorso di vita che può condurre ad evoluzioni inattese e spesso ritenute impossibili dai più. Tipo che ti auguri che da un momento all’altro Gesummaria e Biondoddio si prendano per mano e ti prendano per mano in mezzo a loro e che quindi loro si tengono per mano grazie a te e ti danno la realizzazione della tua vita. Quindi, io lo tatuai quando due progetti seri cominciavano: uno di cuore, l’altro di lavoro. Quello di lavoro è andato bene… quello di cuore va zoppo attualmente, zoppo… ma questo vuol dire solo che la cosa vada affrontata da carpa e non da stronzomerdone qualsiasi.
Per ultima cosa… chi si tatua una Carpa sente di essere destinato a cercare sempre una corrente da sfidare… tipo fare il bastian contrario sempre. Io ho scelto la carpa, per dire Pablo Daniel Osvaldo ha detto: “A ‘sto punto mi faccio un salmone!”… io Osvaldo lo amo letteralmente pur non essendo un frocione… ma lui ama l’old school io il japan quindi tanto tanto il salmone per la carpa non lo potevo fare!

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Allora… io mo proprio esco da un periodo brutto. Un periodo fatto di paure e di angosce… soprattutto un periodo fatto del terrore e del timore dell’incertezza. Cioè… sono pure stato lontano di qui senza poterci tornare per questa storia della paura. Ancora non parlo bene per questa storia della paura. Ma voi non dovete guardare il momento singolo… ma il percorso. Mica la Koi ci mette un momento a fare tutto questo. Ci mette una vita… per cui, sì, sto vivendo questo momento atroce… ma è pur vero che, vuoi o non vuoi, nascosti dentro di me ci sono gli strumenti mille volte usati per fare fronte a questo momento. Ecco perchè l’anno passato scelsi la Koi per cominciare il percorso. Perchè, in un momento di debolezza in cui tutto attorno crollava, avevo la necessità di ancorarmi decisamente ad una certezza, una sola… che esattamente come le altre tante volte in cui mi ero sentito sotto le macerie, mi sarei rialzato, anche a costo di prendermi dai capelli… e mi sarei rilanciato oltre l’ostacolo. Ecco perchè da destra la carpa va a sinistra… perchè sono io il primo che deve sapere che dentro hha tutti gli strumenti per affronatre le crisi, anche quelle che fanno più paura!
Devo saperlo, devo affrontarle… devo saltare fuori dal fiume!

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Ah, sì, piccolo dettaglio non inisgnificante: la carpa è l’unico animale che fuori dall’acqua non rompe i coglioni e muore zitta, ferma ed in silenzio. Per questo si dice che anche ancora viva, sul tagliere dell’uomo che vuole farla a sushi non si muove… perchè non teme nemmeno la lama del suo carnefice. In realtà la carpa è un pesce furbo… trattiene l’ossigeno e non ne spreca dimenandosi… nella speranza di ritornare in acqua.
Ah sì, seconda precisazione: tanti disegnano la carpa drago, ossia la carpa con la testa di drago… per dire che loro sono già mezzi draghi, che ci stanno già arrivando. La mia scelta di una carpa che sta per spiccare il balzo nell’onda è invece il segno della mia profonda umiltà… ma di questo ne parleremo tra due incontri, ossia quando parleremo del terzo pezzo.

Per ora beccatevi questo sproloquio!

(Ah sì, la mia è l’ultima foto, col braccio ancora arrossato ed il fisico non proprio palestrato… ma comunque sono parecchio dimagrito da allora eh!)

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Allora tipo oggi è domenica… e che cazzo voglio scrivere di domenica?

Scriverò oggi di domenica cose diverse dai patemi d’animo di un interista medio a cui non è rimasta altra speranza che quella di vincere – con una squadra che viaggia su medie da retrocessione – l’intera parte dell’Europa League per poter ambire l’anno prossimo ad andare in Champions visto e considerato che anche qualificarci per la prossima Europa League pare impresa erculea! E tutto questo tecnicamente si chiama “Grazie menagramo   d’un filippino per averci acquistati!”.

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Scriverò oggi che è domenica cose diverse da quelle che oggi, martedì che scrivo, vi vorrei scrivere circa la mia compulsiva dipendenza da inchiostro ipodermico che mi ha portato a continuare il lavoro sul braccio destro dopo aver riempito il sinistro con, nell’ordine di apparizione, una carpa, una maschera di Hannya, un Tanto (pugnale da suicidio rituale giapponese), un Samurai, un’onda stilizzata in perfetto Japan. Ora sul destro troneggiano già una tigre ed un dragone che si contendono il povero stronzo che sono (cercate i significati singolarmente, poi vi spiego, una volta finito tutto il braccio, cosa significano entrambe le braccia messe in relazione… che se uno si fa tatuare in modo serio studia, no le coccinelle le pennine i palloncini e i tribali che non sai che significano e vai lì tutto figo). Arriveranno altri due soggetti (le prossime due sedute) ed una chiusura generale del braccio che renderà armonici i 4 pezzi… come il braccio di un Tevez qualsiasi… mica quello stronzo di Icardi che non segna, non gioca bene, pensa al suo amore Wanda Nara e noi tanta carne a soffrire e far soffrire sortacci di giocatori quali un Podolski o uno Shaquiri (che si legge Giaciri) qualsiasi!

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Scriverò oggi che è domenica cose diverse da “Tedio domenicale quanta droga consumare“… perchè non vi meritate i CCCP… nel senso che non vi meritate tecnicamente la genialità di uno stronzo di anticomunista clericale di merda che ha convinto il mondo negli anni ’80 di essere il “compagno dei compagni” solo per avere la pagnotta assicurata dal PCI emiliano e dalle feste dell’Unità.

Scriverò oggi che è domenica cose diverse dal dire che oggi è un giorno triste perchè domani ricomincia la settimana e sono esposto ad un lunedì di merda come tanti di voi… ma chissà perchè, il lunedì, come le pene d’amore, è una malattia diffusissima ma “Dottore come sto male io… nessuno!”.  E io non sono Leopardi.

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Solo che, obiettivamente, di domenica che cazzo vuoi scrivere?

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