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Clockwork Orcas

“… gli hai strappato pistoni e connettori, hai scavato nella sua carne putrida per cavare via viti e bulloni… e cosa resta adesso? Un pezzo di carne che forse nemmeno respirerà più tra qualche ora”.

Gli occhi si schiusero debolmente. Giusto quel poco che permetteva alla luce dei neon di filtrare, accendere una candela fioca e grigiastra su quella stanza che sapeva di rancido. Verdi. Le pareti erano verdi. Di un verde slavato, scalcinato. Qua e là cedevano il passo ad un bianco sporco, polveroso di calce. Muri scrostati di quella che sembrava una vecchia scuola. Riuscì ad intravedere la punta di un piede dalla sua posizione. Forse il suo, inguainato in uno stivale militare. Poco più in là, oltre la punta lucida di quell’appendice, che non era sicuro di sentire sua, la sagoma di una donna, avvolta in una mantella mimetica scura. Capelli neri corvini che, credette, dovevano incorniciarle appena il viso per poi finire a seguire i contorni della mandibola e del mento. Non più lunghi di tanto. Non era sicuro, però. Mettere a fuoco quel che vedeva attraverso gli occhi ridotti a due fessure era impossibile. Era una voce di donna, quella che aveva sentito prima, che lo aveva confusamente richiamato da un limbo senza suoni e senza luci, un limbo che puzzava di pelo di cane bagnato e di fiato fetido.

Fu una voce pacata a rispondere a quelle parole. “Eppure, vedi Silvia? Vive. Vive ancora. Libero dall’orrore del metallo, quest’uomo ancora vive. Cosa resta, al netto di pistoni e connettori, viti e bulloni? Resta la carne. Ed è carne viva, quella…”.

Di cosa parlavano? Della carne e della pelle di chi si contendevano il destino? Sulla vita di chi pretendevano l’ultima parola? Fece uno sforzo, cercò di aprire meglio gli occhi, schiudere le palpebre… ma tutto fu vano. Volse piano il capo, verso la sorgente di quella voce pacata ed inquietante, quella voce maschile che blaterava di carne viva e di orrori di metallo. L’uomo che doveva aver parlato indossava una lunga tonaca nera. Calzava in testa un cappuccio puntuto. Aveva le braccia conserte poco sopra lo sterno.

“Tu lo sai, Silvia. Eowyn ha deciso che quest’uomo doveva vivere. Lo abbiamo abbandonato qui, dopo avergli strappato ogni traccia di sporco e peccato. Dopo averlo mondato dal ferro e dal grasso. Eowyn avrebbe potuto divorarlo, sfamarsi per proseguire l’allattamento… ma ha rischiato la morte pur di non mangiarlo. Guardala, lì, ridotta pelle e ossa… pur di sfamare i suoi cuccioli lasciandolo in vita” – “Eowyn ha sentito puzza di morte sudare da quella pelle, Gevorg. Ha sentito che quella carne puzzava di fetido, di impuro… per questo non l’ha mangiata, brutto pazzo…”.

La voce della donna s’era fatta cupa, sprezzante. Di chi stavano parlando. Di cosa? Provò ad alzare la testa, provò a tendere i muscoli del collo per sollevare il capo quel tanto che sarebbe bastato ad osservare meglio, anche solo a distinguere le sagome. Gli sforzi furono vani. I capelli non respirarono neppure, dietro la nuca. La testa non si staccò nemmeno un attimo dal cuscino. Semplicemente, il suo corpo tremò nello sforzo e non trovò nemmeno un istante le energie che gli servivano.

“Silvia, sei giovane e hai sete di vendetta. Tu covi un odio feroce per tutti loro e posso capirlo, ma…” – “Taci, Gevorg, non vedi? Si sta risvegliando. Vuoi forse che muoia di paura nel sapere…” ed ora la sua voce aveva una nota ironica, sadicamente ironica.
“Non ricorderà nulla. Guarda tu stessa… non ha neppure la forza di aprire gli occhi. Vero? Vero, uomo di latta? Tu stai sognando… è solo un incubo, uomo di latta…”. E di colpo la voce dell’uomo si fece quasi leggera, paterna.

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Parlavano di lui. Parlavano del suo corpo, della sua carne. Avevano dei progetti per le sue membra. E nulla di quel che sentiva lo rassicurava. Chi erano? Chi erano la donna così feroce e l’uomo così scostante che con un disincanto disarmante si contendevano la sua vita e la sua morte? E soprattutto, soprattutto chi era lui? Perchè uomo di latta? Provò a parlare, protestare, farsi sentire vivo e cosciente. Nulla.

“Arshile l’hai sentito anche tu, vero? E’ stato fin troppo chiaro: lasciate che sia Eowyn a scegliere del futuro dell’uomo di latta. Ed Eowyn ha scelto. Vuoi forse contraddire la lupa?” – “Metti da parte le fesserie, Gevorg, con me non attacca… so bene cos’hai in mente. Tu hai bisogno dell’uomo di latta. Tu hai voglia di vedere se gli ingranaggi dei nostri caduti possono rimpiazzare pulegge e pistoni. Già… hai solo voglia di sfidare la Meccanica e provare a vedere se pelle e muscoli ricresceranno, se tornerà un uomo, un uomo e non la carcassa di latta e carne in cui siamo inciampati”.

Serrò le dita sul lenzuolo dov’era adagiato. Vedeva la luce del neon farsi più tenue, i suoni di quelle parole, quelle voci, farsi distanti ed ovattate. Confuse. Provò ad aggrapparsi alla realtà, a quel momento, con tutte le forze. Ma tutto si fece di colpo confuso. Poche parole, mentre le voci si sovrapponevano e non riusciva più a capire chi fosse a parlare.

“Tu credi che Arshile disapproverà questo tentativo. E più forte ancora, tu credi che la Meccanica stessa si rifiuterà di adattarsi alla sua pelle nuova ed alla sua volontà… e solo perchè ha ancora del grasso che lo ricopre e qualche scheggia da cui ripulirlo… Sei cieca, Silvia. L’odio ti ha resa cieca. Al netto di viti e bulloni, strappati pistoni e connettori, questo corpo resta vivo. Questa carne è viva. E ovunque ci sia vita, lì ci può essere la Meccanica.”.

Il rumore di tacchi secco, sul pavimento, per un attimo lo richiamò dal limbo denso dov’era rimasto invischiato. Non aveva più forze. Fece appena in tempo a sentire le ultime, confuse parole. Mentre, cercando la sagoma di quella donna sprezzante, riuscì solo a scorgere la parete verdastra infondo alla stanza e molto più vicina, la punta di uno stivale, nera, una volta lucida.

“Se davvero ci tieni, Orologiaio, questo pezzo di carne putrida è tuo. Fanne quel che vuoi. Ho fiducia che Arshile stesso si ricrederà. L’ordine di abbatterlo arriverà a momenti, credimi. La tua è una bestemmia, Gevorg.”.

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Approfitto di qualche secondo di attesa…

… Dalla filiale della banca dove sono prigioniero per farvi vedere il pezzo completato sul mio braccio…
Ricordate la Lupa? Beh eccola. Sappiate che in questo momento la tigre è in agguato… Ma veramente in agguato… Se la cosa non si risolve in pochi minuti qua succede un 48!

Pensate a me tra le 14:30 e le 16:30… È da tanto tantissimo che non parlo in pubblico, peraltro a degli studenti. E ci sono persone come voi che vorrei vicino. E più di ogni altra persona… Una!

A presto, spero, car*!

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E niente questo è il penultimo post sulla questione dei tatuaggi… Però va finito…

E niente qui siamo quasi alla fine… Con uno dei disegni più importanti per me: la Lupa… Non perché io sia romanista visto che io sono interista… non perchè io abbia ansia di allattare Romolo e Remo come qualcuna ha detto… ma perchè la lupa a chiusura di questo percorso ha il significato più impotante di tutti.

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Quando qusto progetto è iniziato mentalmente io sapevo che a breve mi sarei sposato. Poi m’è scappato da cacare e lo sanno tutti. Questo però non vuol dire che io abbia completamente abbandonato il progetto non tanto o non esclusivamente del matrimonio… ma soprattutto il progetto e proposito di costruire un piccolo branco, una famiglia. Avere dei figli, dei cuccioli. Io non voglio allattarli, non ne sarei in grado, lo sapete, non ho mammelle galactifere – che bel neologismo mi sono inventato con l’uso di lingua morta di greco… mi da di galassie, di robottoni, di guerre stellari.

Waterfall_Wolves_Tattoo_by_WildSpiritWolf

La lupa è nell’immaginario collettivo diversa dal lupo… che in Europa grazie ai fratelli Grimm è il pedofilo, in buona sostanza. Il lupo è la forza primigenia del male, del caos che si mangia il sole – Asgard – della caccia, del portare morte e distruzione. E’ un simbolo che velatamente si pone come caos riordinatore, come distruzione dell’universo e dell’orizzone finora conosciuto e rinascita. Il Lupo è il Satana di Carducci, la forza dell’istinto. Come la Tigre giapponese ma con una connotazione morale – che noi occidentali ci dobbiamo mettere sempre perchè detestiamo un mondo che non sia ordinato per concetti quali amico e nemico. Oh…
… ciò detto io sul braccio non ho un lupo!

La lupa, nella tradizione occidentale – visto che in Oriente questo animale non ce l’hanno – ha una valenza completamente differente dal suo collega di razza ma non di sesso. Il cazzo è che nel tratto dipinto non ci puoi mettere i caratteri genitali – che in Giappone sono vietati – quindi devi dire ogni volta a voce: No, non è un lupo… è una lupa e non c’è niente di calcistico dietro… davvero… (precisazione sempre doverosa… io i romani romanisti li ho sulle palle… i laziali no: c’hanno stile ed un certo savoir faire che per esempio il mio caro amico e stilista d’interni Cristiano può capirmi visto che è laziale, minimal e molto serio).

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La lupa nella tradizone occidentale è la rappresentazione grafica della cura per i propri cari. La cura a prescindere da tutto e contro tutti. La cura che non conosce requie e ferie. La cura che si declina nelle parole: sostentamento, protezione, azione. La lupa non sta lì buona a guardare intorno quel che succede ed intervenire solo in caso di estremo bisogno… il cazzo… se volevo una bestia del genere mi sarei tatuato un panzutissimo leone. No… la lupa allatta, mangia le feci e beve l’urina dei propri cuccioli per tenere la tana pulita e far sparire gli odori che attirerebbero altri predatori, lascia la tana per cacciare, torna col cibo, lo rigurgita, lo da ai piccoli prima e durante lo svezzamento. E poi esce dalla tana a tener pulito da nemici e minacce il territorio circostante, per evitare che predatori o umani mettano in pericolo i propri cuccioli. Nel mondo occidentale e nella cultura grafica occidentale, la prole della lupa diventa la famiglia, gli affetti più cari, le persone cui si vuol bene. Un simbolo di protezione che non conoisce confini di tempo e spazio, si declina a chilometri di distanza, ad anni di distanza a piani esoterici di distanza… quindi è anche cura della memoria dei defunti. O cura di chi, pur essendo forse sparito dall’orizzonte, è ancora vivo chissà dove e per il solo fatto di essere stato importante ha assunto un ruolo di cucciolo del branco. Anche e in età da cucciolo non lo è più. La lupa è anche una bestia fedele… e la fedeltà è un altro concetto molto importante. Per quanto brutti possano essere i torni subiti, per quanto inaccettabioli le sofferenze conosciute, la lupa resta lì a difesa… contro tutto e tutti… per il solo fatto di essere lupa e di provare un sentimento ed un bisogno di cura e protezione innata.

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Proprio per questo ho preteso la lupa a chiusura del mio braccio. Proprio per questo ho costretto il mio caro amico e tautatore Peppe Jack ad un lavoro importante di costruzione di un tratto, di un disegno… su modelli di studi differenti. Proprio per far parte del mio mondo attivo e non riflessivo, la lupa è stata posta sul braccio destro. A monito di tutti ed a ricordo imperituro per me, la lupa accenna solo un movimento con la testa bverso l’interno… ma resta ben piantata al centro del braccio… tutti lo sappiano… io debbo ricordarlo… he per quanto terribile possa essere stata la sofferenza patita, avevo un sogno… e voglio mantenerlo, declinarlo diversamente, ma non voglio smetere di ricordare di avere dei cari da proteggere, sempre, ovunque essi siano.

Anche in questo caso, a chiusura del tutto, un’onda che si innalza al di sopra dell’immagine. A domani per la descrizione di questo ultimo protagonista!

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