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Michele – Reading and drinking

L’idea era quella del Perfect Gentlman con qualcosa che fosse fuori posto…
Come un testo della Einaudi o il capello non proprio british…
A me questi scatti piacciono tantissimo… peccato non essere con Michele più spesso!

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Giovinazzo

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Radio Quindinononvatuttobene – FRN CPL1

E niente continuiamo così, con  cose trovate e prese. Questa canzone su questo CD ci è finita perchè a me quel film “Vallanzasca” piaceva a manetta, o meglio, prima ancora di vederlo sapevo mi sarebbe piaciuto a manetta… e ficcai un piccio, nel senso di diventare capriccioso, mille volte, per vederlo. E andai a vederlo. E andammo a vederlo… e quel film era bellissimo e ci sconvolse… che dietro ci stava pure la mezza storia d’amore con la calabrotta… e quella storia a noi due ricordava per come era iniziata tante cose che… beh vabbè, era un bel momento.

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E questo è “Voglio molto di più” dei Negramaro, colonna sonora di “Vallanzasca” di Michele Placido

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Io che quella sera nemmeno ci volevo venire con te…

Sei al bancone di marmo nero del bar. Sei al bancone in muratura… contro le ginocchia senti il freddo spigoloso degli innesti in legno. Il cosmopolitan nella coppa martini, di fronte a te, ti occhieggia violetto. C’è quella fetta di lime accomodata con esperienza sul bordo del bicchiere che ti guarda dicendoti “Beh… e io qui che ci sto a fare se non mi mangi?”. Ma, dentro, Michele sente solo che non c’è nulla di giusto. Non c’è nulla di giusto in quel bicchiere – il terzo ormai – non c’è nulla di giusto nell’ora scoccata sul terzo bicchiere – le 21:40 – non c’è nulla di giusto nella compagnia della serata – un Vito Zucchio ormai lanciatissimo nel ruolo di traghettatore di ragazzine che pretendono di essere allegre. Giorgino sente distintamente qualcosa arpionargli la cintura, i pollici di qualcuno che si infilano al lato delle anche e afferrano il cuoio della cinta. Una scossa energica, indietro, poi avanti, poi di nuovo indietro con più forza. Il violino del liquido deborda, scivola fuori, scola sulla camicia, proprio dove il northsail appena allacciato con la cerniera tenuta a metà scopre la stoffa lì sotto. “Eh cazzo no! Vito!”. Ma c’è poco da fare. Per le risatine da selvaggina delle due o tre sedicenni che si accalcano dietro l’improbabile anchorman della serata, Vito Zucchio è lì che mima un’accoppiamento in sodomizia, condendo il tutto con un urletto quasi frocio che pare un grido di battaglia. “Gulash!”. Non è una ordinazione… no, qui in questo bar centrale, che passerebbe per essere chic se non fosse per la qualità dei preserata che propone e per la scarsa propensione di praticare una seria selezione all’ingresso, non si serve il piatto tipico ungherese. No, Zucchio sta solo imprecando rispetto al quarto posteriore del povero Giorgino, che ormai puzza di vodka e cointreau ed ha una macchia invereconda viola sul bianco spigato della camicia – tono su tono Carlo Pignatelli. “Ooooh cazzo! E basta Vito… La camicia…”. Arriva uno scappellotto, una manata non proprio energica ma fastidiosissima sulla nuca: “Finiscila Michè, eddai… mamma come siamo gelosi stasera!”. E arriva anche un pizzico alla chiappa destra. Mani diverse, non ruvide dita callose, di quelle che nemmeno il tessuto denim del jeans riesce a dissimulare. Dita affusolate, piccole. “Ma che cazz…” e Michele si volta giusto in tempo per ritrovarsi di fronte gli occhi da pseudocerbiatta di tale Vanessa o come cazzo si chiama lei, ossigenatura bionda con una ricrescita accennata sul castano scuro a mezzo centimetro di lunghezza, troppo mascara messo male ed un glossygloss sulle labbra, sui toni del rosa pastello, con decisamente troppi sbrilluccichi. “Oh, vedi?! Ora non ti lamenti!”. No, Michele non si lamenta, inutilmente prova solo a fulminare il suo improbabile compagno di serata… maledicendosi per quel sì pronunciato con troppa, troppa incoscienza.

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Michele prende quel che è rimasto del suo cosmopolitan. “Forse è il caso di andarci a sedere… dove non puoi fare danni… anche perchè tra un po’…” sottintendendo che forse tra un po’ è anche ora di tornare a casa, quantomeno per sè stesso…
La risposta di Zucchio è di quelle da gelare le vene ai polsi. “Sì, che tra un po’ mi accompagni un momento da un’amica… non sai? C’abbiamo un appuntamento con Natasha, che è argentina ed è bagascia…” e giù una risata fortissima mentre prende sottobraccio due delle tre ragazzine che si accalcavano al bancone con un “Ci porti un giro intero? Che intanto noi andiamo al cesso…” e di nuovo lo sguaiato risolino. Tutti si dirigono al tavolo. Tutte lasciano le pochette sui divanetti. Tutti, meno Vito che porge la mano nemmeno stesse invintando il povero Michele ad un ballo. “Vieni cara – con un’inutile accentazione della vocale finale – andiamo al bagno, su…” e senza aspettare acchiappa il polso del ragazzo seduto e lo tira con energia rischiando di slogarglielo, staccandogli la mano. Per il guardaroba di Michele è finita. Pure per il tubino della signorina Vanessa, che sta lì di fronte. Zucchio e le superfici d’appoggio non vanno d’accordo. Zucchio e le coppe martini, con la loro eleganza dal gambo sottile, non vanno d’accordo. Zucchio ed i liquidi e tutta l’idrodinamica non vanno d’accordo. Il ginocchio di Michele impatta sotto il tavolino, regala una oscillazione ondulatoria al bicchiere che prima va indietro, sgocciola fuori del liquido che gli si impasta sul pacco per poi ritornare indietro – muoversi in avanti, pardon – e deborda dall’altra parte inondando il tavolo e scivolando sulla gonna del tubino. Poi il bicchiere cade. La coppa si sfascia. Vetri e gocce violino dappertutto. Frittata. La fettina del lime resta lì, immobile, di fronte a tanto strazio.

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“Eeeeeh… cazzo!” – “Eddai che non è niente tutt’e due, dai… forza, tutti al cesso!”.
Sono questi i momenti in cui il pari e dispari con la vita dovrebbe chiamare a scelte coraggiose. Per dire: è vero, rischi di sputtanarti una pessima scusa e confessare una pessima serata. Rischi di firmare in calce ad una requisitoria che suona come un “Sì non sopporto più le serate a casa tua, sei la donna che amo, sarai la madre di mio figlio ma… cazzo… un uomo ogni tanto ha diritto anche ad un momento di evasione”. Ma, almeno, e non è di secondaria importanza, almeno sei lì a dimostrare che nella merda non ci vuoi finire. Che va bene stare alla larga da suocera e futura moglie… ma non hai nessuna voglia che la futura diventi una ex futura moglie. Questi momenti non si ripresentano in eterno. Questi momenti andrebbero colti al volo. Non tutti lo fanno. Michele in quel momento ha la lucidità di dirsi: “Ora o mai più… questi passi te li ricorderai per tutta la vita, forse…”. Eppure non si oppone al destino crudele. Cincischia qualcosa provando a voltarsi verso Zucchio, giusto in tempo per vedere una pedata che corre a stamparsi “nel fondo dei suoi calzoni”.
“Zitto e muoviti che devo cacare…”. Proteste inutili mentre dietro di lui il suo accompagnatore designato nel mondo del vizio e le due ragazzette minorenni al seguito formano un insormontabile pacchetto di mischia che rende impraticabile il corridoio stretto tra i bagni del locale e la saletta interna dei divanetti. “Ma che cazzo vuoi da noi se devi cacare, Vito?!”, cercando di coinvolgere anche le due nel protestare per non partecipare ad un rito che dovrebbe essere il più privato possibile. “Zitti stronzi, zitti tutti… al cesso ho bisogno di compagnia!”. Ed in men che non si dica sono tutti pressati, a doppia coppia, nel cubicolo del gabinetto del locale, com’è ovvio nella ritirata delle signore. “Ma che cazzo vuoi da me?” e mentre le due fanno partire un coretto da stadio “Vito, Vito, Vito…”, il tanto invocato Mr. Zucchio fa scendere il jeans con una volgarità incredibile portandosi dietro lo slip bianco con l’elastico arricciato e nudo dalla cintola in giù si volge verso gli astanti porgendo le mani a Michele Giorgino: “Tienimi forte, che senò non riesco a cacare bene… non riesco a sforzarmi… finisce che mi poggio al cesso e m’impesto di candida e sifilide…”. Come se certe malattie veneree non le rischiasse ogni giorno… viste le amiche da post-preserata che frequenta! Le due stronze, invece, dopo un commento sulla “brasciola” di Vito, prendono ad incipriarsi il naso con quella che ha tutta l’aria di non essere tecnicamente vanillina. Nemmeno zucchero a velo…

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Mentre i gridolini d’incoraggiamento a quell’uomo accartocciato in sospensione continuano, una porta sbatte contro il muro. E’ la porta d’ingresso alla ritirata femminile. Un urlo. Uno solo. “Vanessa!”. Michele legge il terrore sul volto delle due ragazzine. Michele vede stampata una incosciente risata sul volto di Vito Zucchio. Michele sente perfettamente il plof del pacco fecale di Vito Zucchio che si accomoda nel cesso. Michele legge l’espressione di incomprensibile rilassatezza sul volto del suo “amico”. “Vanessa!” di nuovo l’urlo che racconta di faroge dilatate per rabbia di quello che quasi sicuramente dev’essere il padre della titolare di quel nome improbabile a tali latitudini. Michele rilegge il terrore sul volto delle ragazzine, oltre alle generose spolverate di polvere bianca sui tubini neri e maledice gli sbuffi della tensione, quelli che portano ad espirare di colpo piuttosto che inspirare. Michele si rende conto che restare lì a guardarsi da fuori, come un fantasma in condizione di premorte farebbe, non lo aiuterà affatto. Sussurra inferocito un “E adesso che cazzo facciamo?” ma Vito Zucchio continua a sorridere inebetito – forse anche un po’ spaventato – e ghigna imbarazzato senza sapere cosa rispondere.

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Io che quella sera nemmeno ci volevo venire con te…

E si apparecchia male la serata se Vito Zucchio ti aspetta fuori dal bar centrale del paese, in un venerdì pre-serata umido e piovoso da fare schifo, con in mano un cosmopolitan e la fettina di lime in guisa di paradenti. Vito Zucchio è alticcio già alle 20:45. Orario del cazzo per incrociarsi. Sei disturbato se inventi orari come le 20:45 per un appuntamento. Sono quegli indefiniti che sconcertano, spaventano: perchè non le 20:30, come i film della sera su Mediaset e sulla Rai finchè non s’è deciso che si poteva spingere mezz’ora e più in avanti… che tanto si va a letto più tardi in Italia? Perchè non le 21:00 con la rotondità spumeggiante e tanto farina di grano duro.

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“Ma che cazzo ho fatto? Come cazzo m’è venuto in testa?”. Ci sono domande che sono tanto scontate da fare pena. Ci sarebbero risposte molto semplici a domande così banali. Risposte tutte assimilabili a quella in campione sul catalogo di Monsieur de la Palisse… o come cazzo si dice. Ne peschiamo una a caso:
“Atterrito dalla profonda vacuità dell’ennesima serata fotocopia con la tua ancora non futura moglie ma futura genitrice di tuo figlio in divisione perfetta di beni proletari nel più proprio senso del termine… hai avuto la tentazione di trascorrere diversamente ed in modo più emozionante il tuo tempo. E’ del tutto evidente che ti sei sbagliato. Inventa una scusa, gira i tacchi e vattene prima che sia troppo tardi…”. No… quella non ti viene. Quella non viene a Michele Giorgino. Un prurito lo sorprende a stuzzicarsi l’orecchio sinistro. Un prurito che lo fa salire con le unghie fino alla tempia: “Io a quest’ora non dovrei essere con Vito Zucchio… non nella versione ufficiale… dovrei essere a casa di mia nonna a farle compagnia perchè la badante è dovuta mancare proprio stasera per assistere la sorella malata in ospedale. Gridare al miracolo per il dramma coronarico della sorella sola della mia badante moldava? Improbabile!”. In effetti la prospettiva di firmare una così plateale retromarcia sapeva più che altro di un J’accuse di se stessi. Sì… ho provato a fartela sotto il naso… sì amore, no, vabbè, perdonami… no, no, no… il cazzo. Michele vedeva volteggiare di fronte al suo viso le forbici della forse sua futura suocera. Forbici da seta. Forse anche un coltello da prosciutto come nel celebre adagio “Donne, è arrivato l’arrotino!”. Come in The Wall le forbici camminavano divaricandosi e restringendosi. I coltelli danzavano come gli ippopotami di Fantasia. E su tutto le due Erinni della sua ancora non futura moglie e della sua ancora non futura suocera che urlavano soprane: “Bastardoepezzodimmmerda!”.
“Sei un coglione, Michè… una partita di calcetto no eh?”.

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“Vedi vedi vedi chi è arrivato?!”… e subito di botto sputando in terra la scoza ciancicata del lime, Vito Zucchio fa partire una violenta manata contro le parti basse di Giorgino Michele. Scherzo da caserma solito e triviale. Schianto indecoroso. Stretta invereconda. Urlo soffocato… “Eccheccazzo Vì… la palla…”. Sghignazzando lo Zucchio rispondeva a quell’imprecazione: “Eh mamma che gelosone che sei… quale la destra o la sinistra?” tralasciando di aver rovesciato mezzo cosmopolitan sulla manica del giubbetto northsail blumarine del Giorgino. Il Giorgino, piegato e senza fiato, trovava allora appena la forza di rispondere: “Vito, cominciamo male… la palla… il giubbino… dai veramente ‘ste cose mi stanno al culo…”. Quando senza ritegno Vito Zucchio afferra il polso di Michele Giorgino e lo trascina con sè verso l’ingresso del bar ed il bancone, tra due ali di ragazzini di quindici, sedici anni, loro sì, intenti ad un vero preserata da “ore undici a casa!”… al povero cassintegrato ancora per poco è chiaro che la tragedia sta per cominciare. “Un cosmopolitan per me e uno per Michelino bello… che finalmente stasera si è staccato dalla gonnella dell’amore suo mammina tesoro e ha deciso di fare grande…”. Vale poco il cenno di diniego, il tentativo di sbracciarsi per dire “No, no, guarda uno spritz andrà più che bene…” che il barista è già partito di granatina. “Ma checazzo Vì… il Cosmopolitan? Un cocktail da froci oltretutto… Violetto…” – “E a noi che ce ne frega di fingerci froci? Le vedi queste qua? – indicando fauna femminile appena pubere se non in alcuni casi prepubere – Queste solo quello capiscono, il Cosmopolitan, viola, di tendenza… vedi come ci divertiamo stasera…”. Le gambe cedono. E non hai ancora bevuto. E’ più o meno questo che sente ascoltando le vibrazioni del corpo Michele a quelle parole dell’inconscientemente selezionato sodale di serata. “No vabbè ma che sei scemo? Queste?” con gli occhi fuori dalle orbite per una sana e consapevole incredulità…
“Eh, sì, queste… ma solo fino alle undici… poi passiamo ai puttanoni!”.

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Michele Giorgino capisce in quel preciso istante che la scorta di santi a cui votarsi è platealmente esaurita. Teme sinceramente che le palle bonus nel flipper della vita siano finite. Immanentemente si sente in un tunnel. Cerca la luce infondo… ne vede una, rossa… ricorda molto di più la scritta Game Over che altro.

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Non rompere il cazzo all’ippopotamo… che poi potresti chiamarlo pure “I canali di divulgazione non scientifica”… ma che misteriosamente è diventata una disquisizione dialettologica su una certa “cassetta degli attrezzi”.

Ippopotamo killer… che poi può essere anche
Orso sbranacampeggi… che poi può pure diventare
Mangiatori di uomini… che poi può anche evolvere in
Uomo sarai la mia preda!

Avete rotto il cazzo terroristi di merda!
La natura non è assassina. La natura semplicemente segue regole sue che non possono essere definite immorali o morali. Già non so quanto senso abbia parlare di morale tra bipedi umani… adesso ci mettiamo a processare la natura?

C’è qualche trimone che lo fa!

Urge una breve digressione di divulgazione vernacolare. Trimone è una parolaccia. Se mia madre la legge sul blog si incazza più che se scrivo cazzo o merda… perchè oltre ad essere volgare è anche dialettale, connotata sessualmente e fuori da un uso diffuso, comune ed in un qualche modo post-sessantottino che in Italia è diventata una qualità “patente” per le peggiori nefandezze tipo che so D’Alema e simili.
Però Trimone lo dice sempre Michele Emiliano, ex Sindaco di Bari, prossimo futuro stupratore della Puglia Peggiore… e quindi si può dire. L’ha twittata lui ad un ragazzino di meno di diciotto anni… le dice lui le parolacce ad un minorenne… non la posso scrivere io sul blog?

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Di sicuro non sapete cos’è un trimone se non “provenite” (cit.) dalle province di Bari e Bat… ora vi spiego:
Trimone è una espressione vernacolare tipica della vecchia provincia di Bari, da poco scissa in Provincia di Bari e Provincia di Barletta-Andria-Trani. L’espressione trimone letteralmente nel dialetto di Corato (BAT) indica con precisione il manico della zappa, quello che i coratini definiscono “tremmone” (sic!). Per una serie affascinante di metafore, originariamente era utilizzata per definire l’allocco imbambolato, tanto da essere praticamente sempre utilizzata nella forma completa di “trimone a vento” a definire l’idiota che resta inebetito ed inerme di fronte ad ogni sviluppo della sua esistenza proprio come il manico della zappa, durante una giornata ventosa, quando l’attrezzo è rigirato e posato in terra verticalmente, in balia di ogni alito superiore ai 3 km/h.

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In tempi recenti, l’espressione dialettale è passata ad indicare il gesto della masturbazione. Questo utilizzo non deve lasciare perplessi o stupiti. Se vogliamo la trasformazione di significato è ancora più affascinante. A partorire questo nuovo utilizzo, infatti, contribuiscono una serie di metafore meno evidenti ma più affascinanti. Tutto deriva dal fatto che il maschio medio tende a convincere i maschi vicini medi del fatto che il suo coso “medio” non lo è per niente… e che quindi è assimilabile ad un manico di zappa… che per maneggiarlo è necessaria forza e perizia… che la sua consistenza è nodosa e la sua possanza indiscutibile. Proprio come un margiale. Sulle proprie doti virili il maschio medio ha poi sviluppato la digressione del “trimone a tre marce”  richiamo inconsapevole alle marce del frullatore Girmi spesso citate da Villaggio (cfr. “Fantozzi contro tutti” BUR, pg.38 sgg.) ma questa è solo la dimostrazione di quanto sessualizzata sia divenuta l’espressione.

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Non stupisca il fatto che come per la “sega” settentrionale, il “trimone” levantino alluda ad una applicazione di doti manuali e di energia fisica: si tratta di una efficace metonimia che attraverso l’allusione alla vigoria dello sforzo fisico vuol definire il gesto. Allo stesso modo e seguendo lo stesso percorso definitorio, il gesto della masturbazione come spreco inutile di energie è passato a definire nel gergo comune un soggetto inadeguato, solitario, incapace di relazionarsi correttamente col prossimo.  Per semplificazione di significati, l’uso è stato poi esteso agli idioti, gli stupidi, i cretini (precisazione necessaria, i tre precedenti non sono tecnicamente solo sinonimi). In un percorso ciclico, dunque, l’espressione trimone è ritornata alla sua accezione primigenia, qui in Puglia.

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La sessualizzazione dell’espressione è ancor più evidente se si tiene conto che l’utilizzo al femminile è rarissimo… presente ma rarissimo.

Questa digressione dotta su una espressione dialettale serviva giusto a tre cose:
– precisare che non sono un dialettologo ma che ci tengo alla cultura ed alle tradizioni del posto dove sono nato… soprattutto le peggiori…
– chiarire subito che cambiare registri stilistici è bello e stimolante ma che scrivere in modo accademico è una rottura di coglioni immane e dimostrare a me stesso ed a tutti voi che chi – come un certo associato – scrive solo in modo accademico è un trimone che non sa scrivere…
-insegnarvi una parolaccia…

Ciò detto, l’ex Sindaco di Bari, candidato alla Presidenza della Regione Puglia, se ha voglia di attaccar briga con te, potrebbe darti del “trimone” in pubblico su Twitter. Non è escluso che passi di qui, legga il post, si senta offeso e mi dia del Trimone.. ma questa è un’altra storia!
Comunque, tecnicamente, se lo fa un ex magistrato, posso farlo pure io! Ed io ho voglia di attaccar briga con qualcuno, oggi… precisamente con gli autori della programmazione di NatGeo Wild (409 Sky).

Ecco, sì, io in realtà volevo dirvi oggi di quanto sia tragicomico guardare alcuni canali che nell’uso comune vengono definiti di divulgazione scientifica. Di quanto sia divertente tifare per gli orsi e gli ippopotami quando squartano ed ammazzano le persone “alla televisione” durante certi pseudo “real life documentaries” che vorebbero essere divulgazione scientifica ma sono un gradino sotto il terrorismo della buonanima di Bin Laden.
Però, credetemi… mi scappa da cacare.
E poi ‘sto post è già bello così!

Ne parliamo domani, dai!

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