Archivi tag: Mortellaro

Clockwork Orcas 5.1

Clockwork Orcas 1 – Di Domenico Mortellaro.
Il primo romanzo di una saga a cavallo tra mythpunk, clockpunk e dieselpunk.

Cigolio e sferragliare di serratura. Una mandata, due, tre. I cardini della porta di ferro cigolarono sinistri, la penombra quasi impenetrabile invasa da una lama di luce verdastra e affilata. Aveva gli occhi aperti da un pezzo, ormai abituati al timido baluginare delle lampadine fioche lungo il perimetro esterno, proiettate a strisce dall’ombra delle grate contro la finestrella, in alto. Strinse le dita compattando i pugni, le rilasciò, strinse ancora, per risvegliare la circolazione e far passare quell’insopportabile formicolio. Aveva ancora il ferro gelato e pesante delle catene a fermargli il polso destro e l’avambraccio sinistro. Piegò il ginocchio, ruotò la caviglia per distendere diversamente l’unica gamba libera, la destra, visto che un fascione metallico stretto in bendature di lana gli teneva la coscia sinistra serrata al materasso. I pochi cenci che aveva addosso potevano strizzarsi per quant’erano sudati. In quel cubicolo di cemento il sole batteva a picco senza riuscire ad asciugare via l’umidità stantia che risaliva dalla vasca di raccolta delle acque proprio sotto il pavimento. I muri della stanza, che non avevano mai conosciuto la cortesia di un battiscopa, si erano visti la vernice corrosa e ammuffita già pochi giorni dopo la riapertura della cisterna. Quel cordolo verde maleodorante era solo uno dei segnali della insalubrità assoluta di quella cella. Dava bene l’idea di quanto valesse la sua vita ed il suo benessere per i suoi carcerieri.

Mentre la porta di ferro pesante si schiudeva del tutto, si stagliò nella luce dei neon del corridoio la sagoma algida che aveva imparato a conoscere. Braccio e mano destra di quella silouhette si mossero lungo tracciati che già conoscevano, rapidi come uno stiletto. Le dita ossute cercarono sul lato sinistro della porta l’interruttore e con il solito ticchettio i neon della stanza si avviarono lampeggiando prima, poi stabilizzandosi. Oggi i capelli rossi, lunghissimi, aveva deciso di portarli stretti in una coda molto bassa, adagiati su una spalla. Strinse le palpebre per proteggerle da quella luce così prepotente. Dalle fessure cui aveva costretto il suo sguardo, vide il volto di fronte al suo sorridergli in modo gentile e gli occhi abbassarsi come per pudore. “Come stai? Le ferite vanno meglio o il prurito è sempre insopportabile?”.

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Clockwork Orcas 4.5

Clockwork Orcas 1 – Di Domenico Mortellaro.
Il primo romanzo di una saga a cavallo tra mythpunk, clockpunk e dieselpunk.

“Arshile l’hai sentito anche tu, vero? E’ stato fin troppo chiaro: lasciate che sia Ulvyn a scegliere del futuro dell’uomo di latta. Ed Ulvyn ha scelto. Vuoi forse contraddire la lupa?” – “Metti da parte le fesserie, Gevorg, con me non attacca… so bene cos’hai in mente. Tu hai bisogno dell’uomo di latta. Tu hai voglia di vedere se gli ingranaggi con cui poniamo rimedio agli errori della natura e dell’uomo possono rimpiazzare pulegge e pistoni. Già… hai solo voglia di sfidare la Meccanica e provare a vedere se pelle e muscoli ricresceranno, se tornerà un uomo, un uomo e non la carcassa di latta e carne in cui siamo inciampati. Lo sai meglio di me, Gevorg: la Meccanica rifugge lo sporco, il grasso, il ferro. Non funzionerà!”.

Serrò le dita sul pagliericcio dov’era adagiato. Vedeva la luce del neon farsi più tenue, i suoni di quelle parole, quelle voci, farsi distanti ed ovattate. Confuse. Quel che sentiva lo scuoteva. Aveva il cuore che martellava sotto lo sterno impazzito: carne, latta, ingranaggi… pelle e muscoli che dovevano ricrescere- Non era curiosità, piuttosto terrore di non sapere.- Provò ad aggrapparsi alla realtà, a quel momento, con tutte le forze. Ma ogni dettaglio si fece di colpo ancor più confuso. Poche parole, mentre le voci si sovrapponevano e non riusciva più a capire chi fosse a parlare.

“Tu credi che Arshile disapproverà questo tentativo. E più forte ancora, tu credi che la Meccanica stessa si rifiuterà di adattarsi alla sua pelle nuova ed alla sua volontà. E questo solo perchè ha ancora del grasso che lo ricopre e qualche scheggia da cui ripulirlo. Sei cieca, Silvia. Mi fai tristezza, enorme tristezza. L’odio ti ha resa cieca. Al netto di viti e bulloni, strappati pistoni e connettori, questo corpo resta vivo, non puoi negarlo. Questa carne è viva. E ovunque ci sia vita, lì ci può essere la Meccanica. Rassegnati.”.

Il rumore di tacchi secco, sul pavimento, per un attimo lo richiamò dal limbo denso dov’era ricaduto invischiato. Non aveva più forze. Fece appena in tempo a sentire le ultime, confuse parole. Mentre, cercando la sagoma di quella donna sprezzante, riuscì solo a scorgere la parete verdastra infondo alla stanza e molto più vicina, la punta di uno stivale, nera, una volta lucida. “Se davvero ci tieni, Orologiaio, questo pezzo di carne putrida è tuo. Fanne quel che vuoi. Ho fiducia che Arshile stesso si ricrederà. L’ordine di abbatterlo arriverà a momenti, fidati di quel che ti dico. La tua è una bestemmia, Gevorg.”.

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Clockwork Orcas 4.4

Clockwork Orcas 1 – Di Domenico Mortellaro.
Il primo romanzo di una saga a cavallo tra mythpunk, clockpunk e dieselpunk.

“Silvia, sei giovane e hai sete di vendetta. Tu covi un odio feroce per tutti loro e posso capirlo, ma…” – “Taci, Gevorg, non vedi? Si sta risvegliando. Vuoi forse che muoia di paura nel sapere…” ed ora la voce elastica della donna aveva una nota ironica, sadicamente ironica.
“Non ricorderà nulla. Guarda tu stessa: non ha neppure la forza di aprire gli occhi. Vero? Vero, uomo di latta? Tu stai sognando, è solo un incubo, uomo di latta, torna a dormire, forza.”. E di colpo la voce dell’uomo si fece quasi leggera, paterna. L’onda arrivò calda, sciogliendo il gelo delle parole della donna, il freddo acuminato della sua minaccia neppure così velata. Eppure non era bastata a lenire le punture feroci che alcune di quelle parole gli avevano morso addosso. L’aveva sentito bene: morire di paura nel sapere… Cosa? Che cosa non sapeva? Cosa avrebbe potuto atterrirlo a tal punto da regalargli la morte? Perché ormai era chiaro: era di lui che stavano parlando. Era lui l’uomo di latta. L’uomo di latta al quale avevano strappato via pistoni e connettori, viti e bulloni, lasciando solo la carne viva. O fetida di morte, a sentire la voce gelida della donna nella mantella mimetica.

Parlavano di lui. Parlavano del suo corpo, della sua carne. Avevano dei progetti per le sue membra. E nulla di quel che sentiva lo rassicurava. Chi erano? Chi erano la donna così feroce e l’uomo così scostante che con un disincanto disarmante si contendevano la sua vita e la sua morte? E soprattutto, soprattutto chi era lui? Continuava a chiedersi terrorizzato il perché di quel nome: uomo di latta. Fece uno sforzo che gli apparve titanico. Cercò fiato a sufficienza per spezzare quel dialogo. Provò a parlare, protestare, farsi sentire vivo e cosciente. Nulla. Non un suono. Solo un flebile rantolo e le labbra e la lingua troppo asciutte per vincere l’attrito con quel poco di forze che riusciva a richiamare.

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Vetriolo 21 – Romanzo di azione e fantascienza di Domenico Mortellaro

Rimise tutto a posto: i fogli nella busta, la busta nel giornale, il giornale nel cruscotto, piegato meglio, questa volta, perché il cassettino si richiudesse facilmente. Scarrellò fino a fine corsa il sedile, appoggiò i piedi sul mascherone di plastica che copriva l’airbag passeggero e tirò fuori dal tascone dello sportello l’atlante Michelin. Sì, aveva colleghi capaci di accendere il Tom-Tom ed impostare come destinazione il luogo preciso dell’agguato che dovevano fare, in trasferta. Lui no, non lavorava così. Più di duecento chilometri tra Gallipoli e Canosa. Tre ore per andare, tre per tornare… oppure spostarsi altrove, tanto, per il saldo, c’era tempo e c’erano modi differenti. Sarebbe rimasto ad arrostire sulla spiaggia ancora qualche giorno, si sarebbe spostato per il sopralluogo e l’azione tra qualche giorno, senza fretta, per essere sicuro che nessuno, lì, a tenere un occhi aperto sullo zio e sulla sua organizzazione avrebbe potuto collegare la sua faccia, la sua storia e farsi venire qualche sospetto. Aveva tenuto sempre contatti a voce e preteso che nessuno gli si avvicinasse con un telefonino, soprattutto smartphone, per accennare anche minimamente all’operazione: “E’ una cosa di sicurezza mia e vostra: questo qui, il vostro amico, non è un morto di fame… le indagini, se crepa uno che sta bene a denari, la polizia le fa!”. Mentre risistemava l’atlante nel tascone gli capitò sotto gli occhi il bigliettino col numero di Valeria. Dov’è che ha detto che abitava? Barletta o Molfetta? Guardando l’atlante aveva visto che entrambi i paesi erano nell’arco dei 50 chilometri. Alla fine, se qualcuno gli avesse chiesto che ci faceva, per un controllo o qualsiasi altro inciampo, tirare fuori la storia dell’amichetta estiva non era una cattiva idea. Ovvio, con tute le accortezze del caso. Montò la batteria al telefonino, lo accese, attese che il software caricasse e prendesse linea. Digitò il numero, avviò la comunicazione… attese sette squilli, rimise giù. Nessuna risposta. “Tanto meglio, il mare stanca”. Due scatolette di tonno, una di mais, un paio di birre al fresco della sera, in quell’uliveto che nel viola del crepuscolo si faceva spettrale

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Clockwork Orcas 4.3

Clockwork Orcas 1 – Di Domenico Mortellaro.
Il primo romanzo di una saga a cavallo tra mythpunk, clockpunk e dieselpunk.

“Tu lo sai, Silvia. Ulvyn ha deciso che quest’uomo doveva vivere. Lo abbiamo abbandonato qui, dopo avergli strappato ogni traccia di sporco e peccato. Dopo averlo mondato dal ferro e dal grasso. Ulvyn avrebbe potuto divorarlo, sfamarsi per proseguire l’allattamento… ma ha rischiato la morte pur di non mangiarlo. Guardala, lì, ridotta pelle e ossa… pur di sfamare i suoi cuccioli lasciandolo in vita” – “Quella lupa ha sentito puzza di morte sudare da quella pelle, Gevorg. Ha sentito che quella carne puzzava di fetido, di impuro… per questo non l’ha mangiata, brutto pazzo…”. Cuccioli? Allattamento? Di cosa parlavano le due figure. Chi era Ulvyn, la lupa. Non c’erano altri suoni oltre quelle la molla e l’onda di quelle due voci, null’altro che potesse fornire il minimo indizio. Nel silenzio che parve interminabile, tra quei suoni che s’erano fronteggiati e l’onda che di nuovo giunse a dilavare le nuove increspature, ebbe modo di sentire altro, in modo diverso, concentrandosi sulla sua pelle. Rubando dettagli attraverso la pelle e non più i timpani. Sentì umido e freddo sotto di sé, attraverso qualcosa che ricordava un giaciglio scomodo, fatto di stoffa e paglia. Sotto la nuca uno strato quasi insignificante di tessuti lanosi copriva quello che sembrava essere un cuscino fatto di pietra.

La voce della donna s’era fatta cupa, sprezzante. Di chi stavano parlando? Di cosa? Provò ad alzare la testa, provò a tendere i muscoli del collo per sollevare il capo quel tanto che sarebbe bastato ad osservare meglio, anche solo a distinguere le sagome. Gli sforzi furono vani. I capelli non respirarono neppure, dietro la nuca. La testa non si staccò nemmeno un attimo dal fondo del giaciglio. Semplicemente, il suo corpo tremò nello sforzo e non trovò nemmeno un istante le energie che gli servivano. Non ricadde indietro, semplicemente non si mosse. Gli sforzi, accompagnati da un rantolo flebile a sporcare il silenzio, servirono ad attirare l’attenzione dell’uomo dal cappuccio di tenebra.

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Vetriolo 20 – Romanzo di azione e fantascienza di Domenico Mortellaro

Riprese in mano i fogli e li guardò attentamente. Mettere una palla in testa a qualcuno, per tanti, era diventato un hobby, nemmeno più un lavoro. Precarietà e flessibilità avevano cambiato anche nel mondo dei killer le regole. La concorrenza albanese e slava si era fatta così spietata sui prezzi che, adesso, c’erano suoi colleghi disposti a risolvere il problema alla radice per cifre a due soli zeri. Ovvio, compravi quel che pagavi: lavori fatti male e spiate dietro ogni angolo. Le precauzioni, cazzo, le precauzioni. Il collega medio aveva già di per sé il vizio innato di trascorrere sui social un buon terzo della sua vita. Si accordava via whatsapp… se non gli avessero spiegato che era proprio sbagliato, sarebbe stato capace di taggare la committenza nella foto Instagram della scena del crimine, col sangue ancora fresco. Magari con la didascalia : “Lavoro fatto, passo a saldo!”. Ciccio Marino, la bestia a cui, suo malgrado, doveva la vita e qualcosa di più, lo definiva “L’ultimo dei romantici”. Del resto, il personaggio che aveva tirato fuori quel soprannome, era un eccentrico nel suo ambiente. Non ci avrebbe mai creduto nessuno ad un capobastone della camorra napoletana che prima di spegnere la luce sul comodino, prima della preghiera alla Madonna delle Grazie, indugiava sulle righe di Melville, Hemingway e Marquez. Sorrise, in quella ridda di pensieri sconclusionati, gli occhi fissi in quelli dell’uomo nella foto. “Io ti devo mettere una palla in testa entro dieci giorni… qualcosa me la devo inventare per odiarti… qualcosa…”. Tirò ancora dalla sigaretta, due boccate rapide. Ricapitolò le informazioni che aveva. Fulvio Naglieri, direttore dell’ufficio postale centrale di Canosa. Fiduciario dei libretti di risparmio dei detenuti del vicino carcere di Lucera. Un paio di operazioni ballerine e qualche migliaio di euro di troppo che cominciano a muoversi indemoniate da un conto all’altro. Diventando sempre meno. E chi lo controlla uno così? U paio di partite a poker perse, forse qualcuna di troppo. I creditori a casa. La macchina a fuoco. I conti sui libretti che non tornano. “Diretto’, rimetti tutto a posto… dieci giorni…” – “Certamente, non vi preoccupate, è stato un errore…”. Ma i soldi non ci stanno. I conti continuano a non trovarsi. “Vincenzo, questo non solo ha mancato di rispetto a questo signore di Gallipoli, che è un buon amico, ma ha messo nei guai pure qualche amico nostro nell’avellinese… “ Ciccio Marino, l’aveva creato lui il contatto, qualche settimana prima, al fresco della sera sul porto di Torre Annunziata “Qua gli ammanchi sono sempre di più, non ci si trova più ai conti… ‘Na cosa facile facile: tu ti buschi i soldi tuoi e noi tutti ci facciamo una bella figura con gli amici dell’Irpinia, eh?”. Tirò le ultime boccate con la stessa noncuranza con la quale aveva detto sì quella sera, all’aria salata del porto. Tempo per farselo salire sul culo l’avrebbe trovato.

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Clockwork Orcas 4.2

Clockwork Orcas 1 – Di Domenico Mortellaro.
Il primo romanzo di una saga a cavallo tra mythpunk, clockpunk e dieselpunk.

Fu una voce altrettanto grave ma pacata a rispondere a quelle parole. “Eppure, vedi Silvia? Vive. Vive ancora. Libero dall’orrore del metallo, quest’uomo ancora vive. Cosa resta, al netto di pistoni e connettori, viti e bulloni? Resta la carne. Ed è carne viva, quella…”. Questa volta i suoni non si muovevano come elastici fendendo l’aria e mutando ad ogni passo. No. Era un’onda lenta e uniforme che arrivava a dilavare le imperfezioni e la confusione scompigliata dei suoni di un attimo prima. Nel tremolare incomunicabile di quel buio squarciato dalle prime parole, un suono tiepido a portare ordine e quiete.

Di cosa parlavano? Della carne e della pelle di chi si contendevano il destino? Sulla vita di chi pretendevano l’ultima parola? Fece uno sforzo, cercò di aprire meglio gli occhi, schiudere le palpebre… ma tutto fu vano. Riuscì a spalancare gli occhi solo per pochi istanti, . Una fitta improvvisa lo costrinse a lasciare che si chiudessero ancora. Faceva fatica anche solo a tenerli aperti. Dovette accontentarsi di una fessura appena dischiusa per cercare di strappare al buio altri dettagli. Fortuna che, lì dov’era, aveva il viso rivolto verso la sorgente di quella voce pacata ed inquietante, quella voce maschile che blaterava di carne viva e di orrori di metallo. L’uomo che doveva aver parlato indossava una lunga tonaca nera. Calzava in testa un cappuccio puntuto. Aveva le braccia conserte poco sopra lo sterno. Immobile, regalava alla sua vista un’orbita unica, nera, sotto le falde lasche del copricapo. La luce gelida e fastidiosa dell’ambiente non valeva a rubare nessun dettaglio del viso. Lo immaginò giovane, comunque, ricordandosi al tempo stesso che una voce poteva mentire. L’onda calda tornò a spandersi aprendo il suo fronte proprio dal fondo di quell’antro di stoffa.

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Vetriolo 19 – Romanzo di azione e fantascienza di Domenico Mortellaro

C’erano deficienti, nel suo ambiente, tra i ragazzacci napoletani vissuti a pane, morte e camorra, che i contratti li accettavano via Whatsapp, si facevano spedire foto ed indirizzi dell’obiettivo condividendo file su Telegram, convinti che “questa conversazione si autodistruggerà dopo trenta secondi dalla tua lettura…”. Peccato che i coglioni non avessero ancora capito che nei server i loro messaggi transitavano e si fermavano, registrati ad uso e consumo degli sbirri all’ascolto. Applicazioni che andavano bene al massimo per scaricarsi pacchi di corna tra mogli e mariti… niente di più. Nella busta da lettere c’era un indirizzo con la dicitura casa, uno con la dicitura ufficio, la foto di una palazzina nobiliare coi fiori al balcone e un portone di quelli antichi, in legno, tutto intagliato e la foto di un ufficio postale soffocato da un casermone residenziale da sessanta appartamenti. Un altro foglio aveva sopra l’immagine di quello stesso condominio ripresa dal retro – come recitava la didascalia scritta in uno stampatello da lettering da fumetto o da analfabeta di ritorno – con la dicitura “Ingresso secondario direttore”. Seguivano due foto sicuramente ricavate dal profilo Facebook dell’obiettivo. Giacca e cravatta, foto da ufficio, di quelle da incorniciare se diventi Presidente della Repubblica. Poggiò il plico su una gamba e tirò fuori con la sinistra, libera, il pacchetto di sigarette dal marsupio. Lo fece cadere sul tappetino dopo aver sfilato una Chesterfield a doppia capsula, menta e mora. Schiacciò tra i denti i due ovuli di plastica stretti nella spugna del filtro. Un profumo dolciastro da Arbre-Magique gli dilavò le dita e riempì il naso. Continuando a tenere tra i denti il filtro, girò con la destra la rotella dell’accendino e fece fuoco al primo colpo. Tirò una boccata generosa rinfrescandosi il palato col sapore chimico della menta addizionata. “Guarda che quella merda uccide più del catrame…”. Come si chiamava il vecchio saggio che gli aveva regalato quella massima irrinunciabile? Va a ricordarlo, ora… L’occhio gli cadde sul tappetino, quasi a cercare la scritta “Il fumo uccide” listata a lutto. Riconsiderò gli ultimi trent’anni e tornò a ripetersi, come faceva ogni volta che si chiedeva se non fosse arrivato il momento di smettere, che di certo le sei o sette sigarette al giorno che fumava erano un dettaglio negli ultimi trent’anni di esperienze solo un po’ più chimiche ed elettrizzanti.

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Clockwork Orcas 4.1

Clockwork Orcas 1 – Di Domenico Mortellaro.
Il primo romanzo di una saga a cavallo tra mythpunk, clockpunk e dieselpunk.

“… gli hai strappato pistoni e connettori, hai scavato nella sua carne putrida per tirare via viti e bulloni… e cosa resta adesso? Un pezzo di carne che forse nemmeno respirerà più tra qualche ora… ”. La profondità fastidiosa di una voce rimbalzava nel buio denso, cambiava tono e velocità. Rallentava per poi rincorrersi e tornare normale. Si tendeva elastica e tremolante per tornare abissale e lasca, come una molla tirata che avesse terminato il suo momento.

Gli occhi si schiusero debolmente. Giusto quel poco che permetteva alla luce dei neon di filtrare, accendere una candela fioca e grigiastra su quella stanza che sapeva di rancido. Verdi. Le pareti erano verdi. Di un verde slavato, scalcinato. Qua e là cedevano il passo ad un bianco sporco, polveroso di calce. Muri scrostati di quella che sembrava una vecchia scuola. Riuscì ad intravedere la punta di un piede dalla sua posizione. Forse il suo, inguainato in uno stivale militare. Poco più in là, oltre la punta lucida di quell’appendice, che non era sicuro di sentire sua, la sagoma slavata di una donna, avvolta in una mantella mimetica scura. Capelli neri corvini che, credette, dovevano incorniciarle appena il viso per poi finire a seguire i contorni della mandibola e del mento. Non più lunghi di tanto. Non era sicuro, però. Mettere a fuoco quel che vedeva attraverso gli occhi ridotti a due fessure era impossibile. Più che contorni, le sagome si distinguevano per macchie di colori. Era una voce di donna, quella che aveva sentito prima, che lo aveva senza volere richiamato da un limbo fatto di buio e silenzio, un limbo che puzzava di pelo di cane bagnato e di fiato fetido. La luce si spense di nuovo, passando di colpo una pennellata di nero su quel riquadro confuso. Le palpebre, pesanti, dovevano essersi richiuse. I suoni, invadenti, continuarono a muoversi confusi lì dove non c’era luce, confondendo i pochi riferimenti che era convinto di aver guadagnato poco prima.

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Vetriolo 18 – Romanzo di azione e fantascienza di Domenico Mortellaro

Il bic impolverato, pescato fuori a fatica tra sedili impolverati e binari di sedile incrostati e ingrassati di briciole, lubrificante e terreno, scattò con la sua fiammella al terzo o quarto tentativo. Portò l’ugello accanto alle labbra. Soffio due colpi forti e intensi per liberarlo da un batuffolino di lanugine incastrato lì chissà come. Le case andrebbero tenute pulite. Anche le case estive. Vincenzo considerò questo guardando i ciuffetti azzurrini sparsi sull’ampio cruscotto nella luce del tramonto. L’idea di una casa su ruota, che non fosse una necessità ma un’abitudine, però, gli restava densa proprio dietro il pomo d’Adamo, senza voler scendere. Si sentiva soffocare all’idea di una esistenza così zingara. Le precauzioni, cazzo, le precauzioni. Cercò il bigliettino negli scomparti vuoti delle carte di credito. L’aveva piegato ed infilato lì dentro. Lo aprì: il numero di telefono di Valeria. Dal borsello appeso al poggiatesta del sedile anteriore del passeggero tirò fuori un vecchio Nokia modello badante. Un GSM da museo, di quelli con la cover verde acido intercambiabile. “Cazzo è cambiato da allora? Prima ti vendevano la scocca, ora il guscio della scocca… a conti fatti i finlandesi stavano più avanti di Steve Jobs e cominciarono vendendo carta da culo…”. La batteria del telefonino finiva sempre troppo infondo alla tasca del marsupio, per essere presa con facilità. Si rigirò il fogliettino tra le dita della sinistra, indeciso se montare il telefono e chiamare la ragazza oppure no. Una sprovveduta strafatta come lei, di sicuro, era una di quelle persone da chiamare per non più di trenta secondi, il tempo minimo perché chiunque all’ascolto potesse intercettare la chiamata ed agganciare la cella. Le precauzioni, cazzo, le precauzioni. Poggiò tutto sul tappetino sotto il sedile, ci avrebbe pensato dopo. Aprì il portaoggetti del cruscotto, vinse la resistenza del giornale spiegazzato e lo tirò fuori riportandolo a grandezza naturale. Aprì e tirò fuori la busta da lettera bianca. “Facciamo un po’ di compiti…”.

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