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Via Napoli, Via Toselli… Infanzia

Una delle periferie dove ho vissuto la mia infanzia. Lo scatto in bianco e nero è realizzato con una holga 120 mentre l’altro è lubitel stuff!

Spero vi piacciano, sono entrambe scansioni da medio formato.

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4di5: La tua casa è per sempre(?)…

Prosegue la pubblicazione del set: “La tua casa è per sempre(?)…”. Quattro scatti, oggi che è Santo Stefano.
Per accompagnarvi suggerisco un adeguato sottofondo idoneo (cit.)
[youtbe=https://www.youtube.com/watch?v=MysLknjxlRY]

22 Dicembre 2015, esterno ed interno giorno. Modugno, provincia di Bari… Showroom Aiazzone, abbandonato dal 2005.

11 - Relax room.jpg

Ultimo degli shock esplosivi che mi sono regalato. Tra la camera da letto e la cucina, la sala da pranzo salotto di quella curiosa abitazione. Una sedia e pochi altri dettagli che vedrete dopo mi hanno regalato una tristezza più forte del letto e del fornello: era una situazione così quotidiana e così comune, nella surrealtà di quegli spazi e di questi tempi, che strideva incredibilmente. Urlava, pur rimanendo quieta ed immobile. Di questo angolo ho scattato molte esplosioni. Era come se davvero non riuscissi a crederci fino in fondo…

12 - Forniture.jpg

Gli spazi dentro questo enorme showroom sono scanditi dalle vetrate rotte, i passi accompagnati dallo scricchiolio dei cristalli sfondati. Caduti indietro e rimasti lì, morti. In questa foto potete contarne cinque, quante erano le cornici rimaste in piedi. Mi piaceva la texture che nascondeva nella ragnatela scoppiata, la parola “Sempre” ora sfondata da un colpo al centro del vetro e quella “arredamenti” parzialmente coperta ma meglio leggibile. Le parole vuote dovrebbero fare questa fine… arrese alla inopportunità di esse stesse. Imbarazzate per il cattivo gusto.

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Ecco lo spazio sconcertante di cui vi parlavo: Sigarette, una scatola di biscotti al burro danesi da posacenere – decoro in quel luogo ributtante – un contenitore in legno ed un portagioie… vuoto. A parte la detestabile banalità di quell’ossimoro, quel che sconvolge è quel posacenere, usato. Quale senso abbia accamparsi in mezzo all’immondizia e decidere di aver bisogno di un posacenere io ancora non lo so. Ma credo di intuire si tratti dell’estremo bisogno di annaffiare la piantina di un sogno oltre ogni ragionevole dubbio. Probabilmente nessuno degli abitanti di quella “casa” conosceva l’italiano… avrebbe trascorso le proprie giornate a cancellare alcune frasi ormai davvero oltre il reale.

14 - Home sweet home

Riecco le parole vuote ed inutili, riecco il senso di abbandono, di nulla. Le finestre sono occhi ciechi, le porte voragini sul nulla. La luce stessa si ritrae quasi impaurita. Quel nero che domina la foto l’ho voluto conservare… stride con enorme sincerità contro il volto illuminato di quel tramezzo in cartongesso. Abbracciando il vuoto lasciato dai caratteri, coccolandolo ma rifiutandosi di divorarlo, perchè resti e si faccia leggere in tutta la sua debolezza.

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1di5: La tua casa è per sempre(?)…

Comincia oggi la pubblicazione in pillole del set “La tua casa è per sempre(?)…”. Diluisco i 17 (diciassette?) scatti in cinque post per essere più incisivo e meno ridondante. Questo mi permette anche di spendere qualche parola in più sulle immagini, volta per volta.
Benedetta e maledetta deformazione professionale del sociologo! Pensiamo troppo, scriviamo troppo, parliamo troppo e ci guardiamo dentro… troppo e troppo spesso…
Per accompagnarvi suggerisco un adeguato sottofondo idoneo (cit.)
[youtbe=https://www.youtube.com/watch?v=MysLknjxlRY]

22 Dicembre 2015, esterno ed interno giorno. Modugno, provincia di Bari… Showroom Aiazzone, abbandonato dal 2005. Lo spazio dello showroom si presenta enorme e labirintico dall’inizio. A tratti la sensazione che si percepisce è quella del saccheggio, a tratti del bombardament. In alcuni luoghi, i più speciali, semplicemente di una rassegnata solitudine. Un vecchio detto dice che “chi fabbrica martelli vede solo chiodi”. E’ vero. In un posto abbandonato che narrava di case, promesse di una vita, sogni ed aspirazioni che ruotano attorno al focolare… io ho guardato lo specchio infranto di quelle promesse e la mia immagine, nuova, restituita.
Delle ore trascorse a scattare non sono riuscito a selezionare meno di 65 fotografie. Passerò ad una scrematura ma… ho notato alcuni temi ricorrenti. Per cui ho deciso di dividere il set in maniera emozionale andando per temi e sensazioni. Il primo su cui ho deciso di lavorare era quello dell’abitare, suggestionato da parole e slogan che saturavano l’aria. E molto ispirato da uno dei primi “modelli” in cui mi sono imbattuto: una “casa” informale ricavata in mezzo a sporcizia e immondizie con un matrimoniale attrezzato attaccando due materassi, un fornellino di fortuna fatto coi mattoni ed una scrivania con sopra sigarette, portacenere e portagioie. E’ quello che vi presento ora di seguito, nell’ordine in cui l’ho pensato e pubblicato.Ho scelto il registro del bianco e nero… mi pareva desse più incisività ed avesse più robustezza ed autorevolezza per narrare una storia.

01 - Reclame.jpg

Come fosse una copertina la facciata sbilenca con l’imperante logo. Erano quelli di Biella, quelli che ci dovevi andare per forza “in auto o in torpedone, in bici o in carrozzella”. Perchè ti sarebbero piaciuti. Perchè avrebbero vestito la tua casa. Dei mobili promessi io ho trovato poco e niente. Ho visto pareti nude e sbrecciate più che case vestite. Certo, non mi sono pentito… ma questa foto l’ho chiamata Reclame, perchè come in ogni pubblicità, dietro una facciata scintillante… la fregatura!

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Politica aziendale? Regalare sogni, rassicurare l’ottimismo celato dietro ogni parola, dietro ogni promessa, dietro ogni futuro immaginato e possibile. Le parole non dovrbbero mai essere eterne… oppure semplicemente dovrebbero accettare il peso della propria fallacità ed avere il coraggio di dire sempre “FORSE”. Perchè di fronte a questo sfacelo che a me, ma non solo a me, dice tanto, c’è solo l’inopportuno di ognuna di quelle parole, virgola inclusa.

03 - Bedroom explosion

Ed in una esplosione confusa, come uno sguardo allucinato che si sposta su un dettaglio impossibile e non riesce ancora ad accettarlo come reale, ho cercato di congelare sentimenti come stupore e profonda compassione. Lo stupore nel constatare con mano e naso che la disperzione, la solitudine e la tristezza sono sempre e comunque capaci di mettere tenda anche in mezzo ad un trionfo di merda di piccione. E la compassione per quelle anime che, rassegnate, hanno diviso quello spazio adattandosi a chiamarlo casa, nella ricerca di quella “intimità” che si declina nelle camere da letto delle case di tutti.

 

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Salatini e Stronzomerdoni (tipo pane e tulipani)- Con cortesia dal 2016 curo le vostre foto profilo, i vostri contenuti, le vostre immagini… presto le vostre vite

Abbiamo notifiche push sui polpastrelli con cui sentiamo il mondo. Le notifiche push sono dappertutto. Le abbiamo nel naso, dietro i pozzi neri delle pupille, sulla lingua – anche lì – quando baciamo, quando ingoiamo. Sentiamo il mondo, ci educhiamo a piangere, soffriamo con l’altro capo del mondo e godiamo senza saperlo col vicino di pianerottolo.

Noi sincronizziamo quotidianamente decine di punti interrogativi perchè rimandino la stessa identica foto profilo. Venti volte al giorno, una volta ogni tre anni, alle feste buone, alle occasioni comandate. Ai rintocchi dei cambiamenti che vorremmo ci cambiassero la vita. E la testa. E la faccia. Non che questa magia funzioni sempre, sia chiaro!

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Io ci godo a scattare ritratti. Su un set una volta ci spingemmo oltre, senza volerlo, senza accorgercene. Avevamo una robusta amicizia, io e la modella. Ci volevamo bene. Sopra tutto il rispetto e l’affetto. Alla fine era rimasta solo con le mutandine. Volevo Patty Pravo, un vecchio telefono a rotella, aria di bordello d’altri tempi. Un letto grande e bambole, un giornale, un diario. Lei era truccata in modo pesante. Fumava, un vecchio posacenere di ceramica con gli intarsi in metallo sul letto. Venne fuori davvero una serie di scatti bellissimi. Fui felice di prometterle che nessuno li avrebbe mai visti. Non ci chiedemmo nemmeno come eravamo arrivati sulla soglia del nudo fermandoci educati e sorridenti senza aprire la porta. Solo, alla fine, lei sorridendo mi disse: “Mi ha fatto strano vedere che non ti facevo effetto… meglio così, forse non mi sarei sentita a mio agio…”. Non c’era nulla di strano in quella palese contraddizione.

Io ci godo a scattare ritratti. E ci godo ancora di più a sbagliarli, di proposito. Quelli sbagliati li tengo per me. In tutta onestà vorrei tanto farne una mostra. In bianco e nero.

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Mossi, sfocati e maltagliati: mi piacciono. Hanno un qualcosa, un non so che di erotico. Sono un attimo rubato, un attimo vero, reale, che non lo prendi e sparisce e se non lo prendi, indietro non torna più. Alla fine non ti importa più nulla. Alla fine pubblichi venti foto, guardi i like che aumentano sotto le foto profilo che gli altri hanno fatto dei tuoi ritratti, ti fai un occhiolino, ti regali un attimo di gloria e qualche giorno di più.
Ma quando vuoi coccolarti, quando vuoi godere sereno, non è lì che vai a guardare. Io non lo faccio. Ho il mio album personale di splendidi attimi rubati al tempo facendo più in fretta di lui. Ho attimi tenerissimi e struggenti, fantasticamente pieni di errori. In bianco e nero. I ritratti dovrebbero tutti avere la struggenza del bianco e nero senza parole. Del film muto fermo, congelato in un fotogramma. Mosso per sua stessa ammissione, tagliato male in quel movimento di camera, sfocato in un passaggio di campo. Ai fotogrammi si perdona tutto ed io li vivo così quei preziosi momenti fermi sulla pellicola. Sono fotogrammi del documentario del nostro set. Come i fermimmagine dell’anno passato del video di Levante: “Sbadiglio”.

Ultimamente ho una certa fissa per i bianco e nero bruciacchiati. Con le luci alte sovraesposte. Il fondo e lo sfondo così bianchi che dentro non ci leggi nulla. Come fossero scattati nel sole. Con l’esposizione presa sulla ghiandola lacrimale sinistra che è il punto più in ombra. Ed il resto a culo, in bianco, bianco totale. Ultimamente non sono convinto mi piacciano molto le foto tagliate correttamente, incorniciate bene. Ultimamente detesto chi sorride nei miei scatti rubati. Lascio passare quei treni. Li guardo scorrere via. I sorrisi non mi interessano. I sorrisi non sono mai a caso. Amo i sovrappensiero. O l’attimo che meno ti piace della smorfia che stai facendo, cara la mia committenza. Sono quelli che scatto. Quelli che tengo. Quelli che mi fanno godere.

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Un giorno capirete. Adesso m3mango capirà tante cose. Io ci godo con gli scatti che ho descrtitto su. Voglio fare quello nella vita. Non ho aspirazione da Calendario Pirelli, non saprei farlo. Non ho il coraggio di “vendere tutto e andare in Africa 10 anni a fare i safari…”. La foto subacquea non mi piace. Scrivere e viaggiare per il mondo a fare il naturalista non mi convince. Non ci posso scrivere assieme. Non scrivo di viaggi, anche se sarebbe bellissimo. Scrivo storie, racconti, romanzi… e manuali per studiare  il crimine. Quanto mi piacerebbe da domani aprire una agenzia: “Salatini e Stronzomerdoni”, chiamarla così senza un perchè o forse perchè m’è venuto questo nome mentre aprivo il portone e dicevo: “Voglio scrivere un post su sta cosa della nuova professione inventata”.

Venite da me, cortesia – proerbiale – e professionalità al vostro servizio. Mentre scegliamo e scattiamo assieme le foto che più vi piacciono, le pose che meglio vi descrivono, i tagli che più preferite… mentre prepariamo “il vostro book fotografico di foto profilo per la vostra pelle digitale” scatterò e scatterò ancora rubandovi momenti. Un giorno con loro e solo con loro scriverò il libro delle vite rubate, degli attimi veri… di quel che davvero siete. Ne farò una mostra itinerante per il mondo. Scriveranno di me, dirò che “no, no guardate…niente di particolare…”. Saranno tutte in bianco e nero. Alcune, misteriosamente, bruciate nelle luci. Tutte mosse e tutte maltagliate. Leggermente sfocate.
Solo alcuni, pochissimi, avranno il coraggio e la voglia di dirmi: “Anche questa!” indicando il mio scatto rubato. “Questa mi piace!”. Tra le tante, tantissime, che sceglieranno me… alcune avranno questo coraggio. Il trentapercento delle donne che avranno scelto uno scatto così, per essere precisi il ventinovevirgolanoveperiodico, saranno le donne vicino al cui viso applicare l’asterischetto “potresti innamorartene e fuggire via, categoria Antidiva!”. Il restante settantapercento, fidati, saranno bruttecopie di quel che più o meno atttorno in quel periodo va di moda. L’errore attira chiunque abbia un cervello. O finga di provarci. C’è un uno infondo alla serie infinita di zeri che si scava uno spazio tra le maglie del nove periodico in coda al ventinove per cento di cui sopra. Quella, vabbè, è m3mango con la marlboro. Storia a parte!

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E la precarietà e la crisi sono anche essere prima taglieggiato poi dileggiato da un simpatico negraccio forse pure frocio a cui voglio un sacco di bene!

E niente io di crisi vera e propria non volevo parlare però tutti voi stronzomerdoni lo sapete che essere scrittore freelance e blogger è una scusa per non dire che il sistema di ricerca ti espelle e che sostanzialmente a 35 anni nessuna azienda scommette su di te… quindi sei al bivio tra inventarti un lavoro o girare i pollici fuori al bar… o meglio toccarti le punte di pollici ed indici alternando pollice destro indice sinistro, indice destro pollice sinistro in velocità e avanti andare se siete capaci.

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Io al bivio ho scelto di prendere una tesi di dottorato e trasformarla in qualcosa di più pop… tanto per l’accademia qualcosa di serio non è bastato… anche se era l’unica scritta. Al bivio ho deciso di prendere una esperienza di vita, la singolanza, la chiusura di una attiità, le cose in cui inciampi nella vita a 35 anni e trasformarle in un breve manabile semiserio e grottesco. Io al bivio ho deciso di scrivere ed andare al bar solo per il caffè, la gazzetta dello sport e incontrare altri amici che tra i 30 e i 40 hanno i miei stessi “problemi”… così ci scambiamo i guai come le figurine, come quando avevamo 8 anni… “Cèlo, non cèlo, cèlo… cazzo mi manca la lavatrice che fa acqua… no la ventenne che vuole venire a casa a scopare cèlo…”.

Io però alla veneranda età di 35 anni, con un dottorato alle spalle, un matrimonio che s’è trasformato in una colossale cacata prima ancora di iniziare, mai mi sarei aspettato di finire messo ad eccehomo figurativo oggi fuori dal supermercato dove ero andato ad acquistare le mie tre buste monoporzione di insalata bonduelle – alla faccia di tutti i comunisti teste di cazzo che continuano a dire che le cose non in busta sono più buone per forza… senza capire che se sei single una iceberg intera finisci per buttarla… a meno che tu non sia una tartaruga… e fai più danno che bene…

redneck
Perchè tutto potevo aspettarmi meno che Izizi mi dicesse nell’ordine:
“Poveraccio… che stai a fà? Mang’inzalat? E u panin quando?”… quasi disprezzando una pparente povetà alimentare e materiale… prima di prorompere in un “Uè fratè…” mettendomi pubblicamente una mano al culo e poi proseguire: “Spicciolin per il lattucc…” e cercare un approccio più soft ed eticamente condivisibile con un saluto di quelli da gang criminale reggaereggae… (che cioè quasi mi indisponi più di una mano al culo pubblica). Si è preso un euro prima di chiedermi interessato: “Adesso vai a lavorà?” – “Magari Izizi… finiscila, lo sai che sono disoccupato!” – “Eh bell’Itaglia… Izizi qua a lavorà e tu a non fa nu cazz!”. Per la cronaca Izizi chiama lavoro chiedere l’elemosina fuori dai supermercati dove aiuta le persone a portare la spesa fino alla macchina.

Carl, an Imperial Wizard of a southern-based Ku Klux Klan realm,

Per la cronaca Izizi è un nigeriano che si è inventato una storiaccia terribile assolutamente non vera sul fatto che l’intero esercito di BokoHaram avrebbe cercato di ucciderlo perchè lui è Christian e non Muslim. Per poi scoppiare a ridere e dire: “Ma s disc veramente BokoHaram… io no so…”. Perchè quello stronzo simpaticissimo BokoHaram lo avrà sentito nominare… ma in TV al paese suo… che ce l’hanno la TV a casa. Izizi ha vinto la lotteria dell’asilo politico. Izizi vive in un alloggio Caritas e si gode i frutti del suo “lavoro” senza particolari ansie… tanto, voglio dire, per sua fortuna un tetto e due piatti caldi ce li ha. Izizi ha un fratello più grande, laureato in infermieristica, che lavora in un ospedale di quelli privati della chiesa a Napoli. Solo che lì il fratello grande, che è persona seria, non ce lo vuole. Perchè il fratello grande lì lavora… non fa lo stronzo.

A me Izizi sta simpatico per la sua enorme faccia di cazzo! La sua sfrontatezza mi fa ridere. E lui sa che per me il colore non conta… e quindi lui si diverte a fare cose che mi danno al cazzo sapendo che io poi gli risponderò come un razzista fascistone del cazzo… e tutti i presenti guardano, ridono, mi fissano trasecolati affermare che ci vorrebbero i cappucci bianchi per persone come lui!
Quello di cui Izizi riesce a non farti rendere conto… è che intanto, mentre tutto questo succede… tu stai scucendo un euro. E che chi si gode il siparietto solitamente gli allunga un mezzo euro a testa. Ripetere il siparietto per due volte al giorno (io però la seconda volta partecipo gratis… almeno), aggiungere i soldi che si fa fuori al supermercato dove ha ammesso di avere una media di quindici, venti euro… Izizi busca più di un metalmeccanico appena assunto. Non Sto Esagerando!

Haile-Selassie-I-
E bravo Izizi… Izizi che mi taglieggia, quotidianamente, con la sua estorsione dello spicciolin p’u lattucc… Izizi che mi tocca il culo e mi chiama Fratè sapendo che la cosa mi da fastidio e sono disposto a tollerarla in pubblico solo se lui in pubblico tollera che io gli dica: “Fratello a te? Ma che cazzo stai a dire… tu sei nero! Non mi fare arrabbiare, che sei nero e sei frocio… e mo chiamo quelli coi cappuci bianchi…”. E quello prova a salutarmi in modo rasta perchè sa che gli risponderò che a loro reggae reggae del cazzo li spedirei tutti in etiopia ad adorare selassiè sotto il baobab con un biglietto di sola andata, uno zainetto con le cianfrusaglie loro per farsi gli spinelli e senza permesso di ritorno… e perchè ride se gli dico che BokoHaram faceva bene se gli faceva le maniche corte alle braccia… perchè io lo dico solo perchè so che lui BokoHaram lo ha visto solo al telegiornale… e se se la ride lui, buona camicia a tutti.

In realtà dovrei dire a Izizi che i soldi che lui tira su col nostro siparietto dovrebbe dividerli con me… o almeno darmi una parte… o almeno smetterla di praticare questa estorsione continua per cui appena mi vede gli devo pagare u’ lattucc… perchè alla fine le battute ce le metto io… i soldi se li ciuccia lui!
In realtà dovrei accettare che rischio di vedermi proporre un lavoro subordinato a tempo determinato da uno stronzomerdone qualunque nigeriano che è venuto in Italia ad insegnare tecnicamente anche ad un mezzo napoletano, comunque ad un fglio dei Borbone, com’è che funziona l’arte di arrangiarsi. E che mi ha fregato il lavoro… quello di comico… e la scena. Anzi, mi fa pagare pure!

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