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Non ci sono guardrail buoni, non ci sono campagne antiabbandono. Tutto questo è metro della nostra (in)civiltà!

Non che la mancanza di una associazione in difesa dei moscerini che finiscono spiaccicati sui parabrezza sia per caso più trascurabile. O che si possa tacere sulla latitanza di una ONG che prenda a cuore la diffusione di una corretta informazione sulla contraccezione canina. Eppure, l’assenza di una seria e cordiale campagna di sensibilizzazione contro il maltrattamento e l’abbandono degli orsi di pezza la dice lunga sulla nostra assoluta impreparazione in campo di toy-friendship.

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Certo, una oculata campagna di sensibilizzazione! Non le cazzate di Rocco Siffredi di cui parleremo un giorno. Da quando ha urlato in grassetto maiuscolo “Se l’abbandoni t’inculo!” è schizzato (val la pena usare i verbi giusti) in su (anche le preposizioni semplici, ma parlanti e con tanta dignità) il tasso di abbandoni tra i cani padronali intestati alle Signore. E a tanti M (dico emme) fedifraghi che purtroppo risultano single controvoglia, imbrigliati più che in una relazione finalmente benedetta dal crisma della legislatività, nelle maglie di una burocrazia bacchettona, bigottista e farraginosa.

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Problemi non da poco, le anali insoddisfazioni delle migliaia di casalinghe di Voghera che poi t’abbandonano il cane chippato sperando che arrivi il Siffredi a freddarle d’erotico bollore (che chiasmi vi schianto per(biondod)dio!… sì ve li schianto ed avrei voglia di non metterci la parentesi subito dopo questo pensiero… che è proprio lì, dove dico dopo la parentesi, che ve li schianto…) proprio lì dove non batte il sole! Problemi non da poco, se si guarda all’impossibilità non già di fare all’amore in ogni guisa o forma d’omosessuale gradimento, ma di sposarsi castamente o impudicamente in un qualsiasi angolo del nostro “purtroppo troppo” benedetto stivale. Maledett*!

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Problemi non da poco… ma per cortesia non taciamo sull’assenza di una associazione nazionale che si occupi di sensibilizzare sul tema dell’abbandono degli orsi di pezza. O si occupi di perseguire con pervicaci campagne stampa ogni abuso o maltrattamento sugli orsi di pezza. E si occupi vieppiù di bacchettare me, inecologico linguistico, che non conosco il concetto di interspecificità e con la scusa di una efficace metonimia, riduco all’orso di pezza e sembro circoscrivere ai soli orsi di pezza la enorme famiglia dei viventi che abitano gli animali di pezza, tutti. Pure i bruchimela di pezza, con le mele bacate di pezza ma a forma di dignitosissimi cuori a seguito.

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E’ lì la grandezza di un popolo.
Non basta interrogarsi su quanto sia insopportabile l’assenza di una differenziata per neonati in ogni luogo in cui ci possano essere neonati. Elio aveva ragione, ma negli anni ’80 non conoscevamo ancora il concetto di toy-friendship. Per dire: nessuno si lamentava se ti si smerdavano le suole di merda di cane. I cani li accalappiava l’accalappiacani con il cappio (non l’accalappio, il cappio!). Di solito li vendeva. Se il comune non aveva soldi, il civile accalappiacani non optava per soluzioni lager. Li abbatteva! La civiltà, dopo vent’anni è a misura di peloso, squamoso, pennuto. Non ancora di bambino, ezianbiondoddio! E purtroppo, ancor meno di animale di pezza! Eziangesummaria!

Noi siamo incivili!

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E allora dovrebbe nascere un “Chi l’ha visto?” che ci narri quelle tristi vicende, provi a ricostruire i terribili ultimi momenti, l’attimo in cui con finta, insopportabile dolcezza, il mai latrante animaletto di pezza è stato raccolto dalla mensola, dal letto, dal divanetto. Innocente. Ignaro – è questa la cosa più insopportabile! Strappato agli amici, agli affetti più cari proprio da quelle mani che giorni, mesi, anni o soltanto settimane (cit.) prima l’avevano coccolato, vezzeggiato, fatto sentire finalmente a casa e non tra polverosi scaffali. L’avevano scelto, uno tra mille paia d’occhi speranzosi: “Scegli me! Scegli me!”… come facevano gli orfanelli al passaggio delle Madame, come i cani dei rifugi quando entra qualche anima bella. L’avevano scelto tra tanti in fila, appesi come prosciutti nel baraccone delle giostre che sa sempre di sottomarca di Peroni. E subito l’avevano stretto forte. Subito gli avevano dato un nome. Mai dare un nome se non sai che sarà per sempre! Eccolo, ora: preso e portato via. “Andiamo a fare un giretto!”. E lui lì, dolce e felicissimo. Ancora una volta, tra i tanti in casa, proprio lui. “Sì, me lo dici sempre… sono il più bello! Ecco perchè mi vuoi con te! Per sempre, vero? Sì, te lo leggo negli occhi (cit.) è per sempre!”. Poi è un attimo. Solo un attimo. Per i pelosi di pelo c’è la dignità del guard rail. Una vigliaccheria che lascia una speranza. No… per gli animali di pezza non ci sono guardrail. Il freddo cieco ed asfissiante di un sacchetto di plastica. Ed il cassonetto. Indifferenziato anche per loro. Sì, ma ancora, triste e atroce destino. Immotivata crudeltà. Al neonato restano sempre le corde vocali per gridare più forte. Per il muto amichetto di pezza, il drammatico e claustrofobico avvicinarsi della tritarifiuti. Se va meglio, il compattatore!

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Non c’è una Sciarelli a dirmi che fine abbia fatto Piccolopoldopallo. L’avevo chiamato così. Io. E me ne dolgo, non avrei dovuto dargli un nome. Forse dopodomani vi racconterò la sua storia. Forse tacerò dilaniato dal dolore. E dal senso di colpa. L’avete visto? Qualcuno ha visto Piccolopoldopallo? Era dolcissimo, non vi potete sbagliare! Ha una sciarpina attorno al collo, con un cuore cucito sopra. Aaveva sempre un po’ freddo, come me che c’ho sempre bisogno degli scaldacollo. Aveva ancora al collo la targetta… pure quella a forma di cuore. Sopra grande grande ci sta scritto Love. Gliel’avevo lasciata, solita Cassandra Inascoltata, temendo e sperando assieme sarebbe valsa a farlo riconoscere. Ma non ho scritto il mio numero di telefonino. E nemeno il suo nome: Piccolopoldopallo!  “Nemo Credidit, sed Sensi”: nessuno credette… ma io, dentro, sentii… ed il sensi ce l’ho aggiunto io che mi scopro latinista ogni tanto.

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Non abbiamo un “Chi l’ha visto? Animali di pezza”. Negli States la civiltà fa nascere un “Extreme makeover” per ogni categoria umana e merceologica. Siamo barbari, noi! C’è tanta strada da fare e tanto da imparare. Ne riparliamo domani, dando un senso a un post-santostefano che sarà come al solito un giorno uguale a tutti gli altri. Perchè non ci sta solo chi abbandona… c’è anche chi sevizia!
Oggi, coi regali che si avvicinano, in assenza di un’associazione che abbia il coraggio di dirlo, lo ulro io:”Non è un giocattolo: se non sei sicuro che sarà amato per sempre, non regalarlo!”

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Mi chiedevo, no(?)… dove finiscono i pelouche regalati quando le storie che furono causa della loro adozione finiscono? Poi sono finito a riflettere su quanto io sia il fotogramma subliminale nelle vite altrui.

Esattamente qual’è stato il destino di Piccolopoldopallo, un orsetto vinto alle giostre, sparando alle lattine, nell’italiota carrozzone di un italianissimo e becero giostraio immotivatamente risputato fuori – senza essere stato digerito – da un video dei Modern Talking. Non lo sapremo mai, forse.

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Sono il “Provetto Rambo delle vincite impossibili”. Sono quello che alle giostre, ai carrozzoni delle feste ci arriva in giacca e cravatta. E punta il pelouche più osceno, quello più giostraio che ci sia. La tigre siberiana grandezza cappelliera dell’Audi80SW. E su uno così non ci punti nemmeno 5 cent.mi (al netto dell’ eh sì o dell’esi). Perchè c’ha addosso giacca e cravatta… alle giostre(?!). Sì, c’ha indosso giacca e cravatta e ti dice: “Se con tre cariche ti butto giù tutte e sessanta le lattine mi dai la tigre siberiana a grandezza cappelliera di stationwagontedesca. Se perdo ti puoi tenere questa centoeuro (che bello era quando dicevi questo Caravaggio… però non lo dirò, fa così tanto Salvini!) e io vado via senza niente, ok?”. E il tipo ci polla, ci casca sempre mani e piedi in queste vicende. E perde. Perchè le butti giù tutte le lattine. Con noncuranza. Il corso ministeriale in criminologia, criminalistica, inteligence, studi strategici e sicurezza a qualcosa è servito. Potrei viverci, di pupazzi, ai baracconi: vinci e rivendi con un ricarico giusto!

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Pure al “cazzotto” funziona così. Nessuno che scommette 5 cent.mi. E invece mi sfilo la giacca. Tengo su la cravatta – adoro le regimental ma cravatte da quel lato mai ne arrivarono. Sbottono le maniche della camicia e non le rincalzo. Risolino attorno. “Questo trimone ora si spezza il polso”. Per la definizione di Trimone rivolgiti pure con fiducia qui! No, aspetta, polso in dialetto non si dice. In dialetto a Napoli la gamba la chiamano coscia. Ed a Napoli ti puoi spezzare il cervello. Cose strane. Noi pugliesi siamo più spicci. Sotto l’avambraccio c’è attaccata una mano, al netto dei drammi articolari. E quella te la spacchi, al netto del verbo spezzare, più appropriato per cose rigide e di forma oblungata. In effetti una articolazione non è oblungata. Purtroppo il servizio clienti del mio cervello non ha schede traforate per risolvere il dilemma. “Stu trmaun mo se spacc na men!”. Ci ripenso. Mi pare più adeguato “spaccarsi una mano”. Il problema è che solitamente “al cazzotto” delle giostre ci si gioca i polsi. Dettagli anatomici.
Maniche di camicia – sbottonate – cravatta e scarpe scamosciate con la mascherina. Avanzi… carichi il peso, scarichi tutto col destro. Di gancio.

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E fanno undicimila alla faccia del trimone che si spezzava il polso. 50 centesimi comprano tre tentativi. Lasci i due avanzati di mancia al trimone che guarda quello che chiamava trimone al quale si sarebbe spezzato il polso. Riabbassi le maniche. Riabbottoni. Rimetti la giacca. Non guardi intorno e passi avanti. A me le smargiassate non piacciono. Sono più per i gesti plateali e silenziosi che rompono l’ordinario per poi ricomporlo subito. Tipo:

A braccetto assieme fino all’attimo prima. “Sì guarda non so tu ma io ‘ste cose dei “cazzotti” delle giostre le ho sempre odiate” e tu sorridi e cammini e rispondi: “Ah guarda io i deficienti che ci si rompono le mani sui punchball non li capisco”. E stressi la seconda I di deficienti. E lo chiami punchball. Perchè Mortellaro fa le cose per bene. Come Mr. Locatelli. E stai passando “di presso” ad un punchball in un attimo di curiosa quiete. “Mi dai un secondo?”.

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In un istante, tutto ritorna come prima. Sei di nuovo a braccetto. “No, guarda – sorridi – io i deficienti che ci si rompono le mani sul punchball no li capisco”. E lei sorride come prima. C’è solo il dettaglio della bocca che si è richiusa dopo un attimo di “ma che cazzo sta…(?)”. C’è solo  dettaglio trascurabile degli occhi un poco sgranati. Niente di irrisolvibile se si cambia discorso.

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Adoro essere il fotogramma subliminale nelle storie d’amore. Tutti lo hanno visto ed hanno vissuto quel momento a velocità normale. Tu lo hai visto. Ne sei sicura. Ma il mondo andava così veloce che il momento di quel pugno, della sua preparazione, del ritorno ordinato da te, hanno occupato un tremolante millicentimetro del tempo. E della pellicola del giorno. “No… questa sera non trasmettiamo highlits della Vostra vicenda, Signorina. Ci spiace profondamente, ma a ben pensarci non ne troviamo in archivio”.
Solo fotogrammi estemporanei. Subliminali . E mai banali.
I subliminali d’una storia annaffiata a pastisse e moscato. Di Trani, grazie.

Ciabatto da tempo per altre strade, diverse, dando spallate qua e là all’aria, sai? La testa alta e il petto in fuori. Se abbassi le spalle e le muovi senti un senso di rilassatezza lungo la colonna vertebrale. Fa bene.
Il rumore bianco è quello che precede il trillo delle sveglie ipertecnologiche che cominciano a svegliarti esattamente (5) cinque minuti prima di quando solitamente il tuo organismo suonerà la sua, di sveglia. Il rumore bianco non l’hai sentito quel giorno mentre compariva il fotogramma di una mano che strappa un mazzo di chiavi dal qualdro della macchina ed uno di me che ti bacio.

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Ciabatto da un po’ per altre strade. Prendo a spallate l’aria, sai?
No, non passare da casa. Anche se la luce che vedi giù è accesa. Non mi ci trovi. Ti resta un film da proiettare sul muro… di fronte al tuo letto, al netto delle foto alle pareti, ormai. Una pellicola, che ho sempre preferito il vintage. Un film “d’amore”, banale come tutti. Come tutti girato da chi credeva di tirarne fuori qualcosa di eccezionale. A casa mia non mi ci trovi, guarda lì dentro, con attenzione. Sbuco fuori, di tanto in tanto… in qualche fotogramma che sembra finito lì per sbaglio o per scherzo.

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Esattamente qual’è stato il destino di Piccolopoldopallo, un orsetto vinto alle giostre, sparando alle lattine, nell’italiota carrozzone di un italianissimo e becero giostraio immotivatamente risputato fuori – senza essere stato digerito – da un video dei Modern Talking. Non lo sapremo mai, forse. Ce lo chiederemo domani.

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