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Le insolazioni son “gente simpatica”

hqdefault-1Cito e quoto Guccini Francesco nella canzone Keaton, quando parla di elettricisti. Io non li trovo così simpatici. Sono di certo i più puliti tra i “mesti” ossia le maestranze che lvorano in edilizia come le si chiama al paese mio… però sono pure le più esigenti e fifì della galassia. E cazzo… come ce l’hanno e lo fanno loro, nessuno! Vabbè, sarà ironia Gucciiniana e io e solo io non l’ho capita…

Comunque, esplicata la formalità del Cit. solo una cosa… che poi è il primo dei post promessi ad Ysingrinus: La “roba” del fatto di Padre Pio che ha una casistica sterminata di nefandezze compiute post Mortem morribondeggiando per le vite e le visioni ed i sogni/incubi altrui.

Una volta, avevo 13 anni (cit.), con amici decidemmo per la solita uscita in gommone. Eravamo lupi di mare esperti e non ci allontanavamo mai oltre la boa dei cento metri, per cui, tranquillo, ci facevano fare. Lo stabilimento balneare poi era quello di mia nonna… eravamo sicuri che alle brutte qualcuno ci avrebbe di sicuro aiutati… Quel giorno andò tecnicamente così… ma era ormai troppo tardi. A dispetto di mille raccomandazioni di vecchi lupi di mare veri, uscimmo con il “mare a vaiolo” ossia vento forte da terra che increspa il mare – che si muove verso terra e quindi incontrando vento forte contrario si increspa su se stesso e sembra una faccia butterata. Non si esce così, si finisce preda di correnti che tirano a largo, così.

Padre-MaronnoRiguadagnammo la riva dopo 4 lunghe ore, sol vento forte che non ci faceva sentire quanto battesse il sole. Rimasi a giocare con gli altri al biliardino fino a quando uno strano formicolio non intervenne a farmi desistere e convincermi che era meglio andare all’ombra. Sì, ma all’ombra avevo freddo. Tanto freddo. Così tornavo al sole… insomma, dopo un paio d’ore di barcollamenti vari mia nonna controllò la fronte e “Madonna santa e tu scotti!”. Doverosa premessa: la mia normale e regolare temperatura corporea è di 35.4# una bestia a sangue freddo. Avevo 39.4… fui subito portato a casa e ricoverato al fresco in una stanza buia. Mi furono applicate generose spugnature di alcool etilico. Bastarono pochi attimi e nel deliquio che mia madre riconobbe, fu chiaro a tutti che le mie parole erano: “Cacciate quel vecchio con la barba… vuole uccidermi!” Quando mi dissero che non c’era protestai che era vestito da frate ed aveva gli occhi del demonio e la barba bianca e voleva uccidermi…

maccio capatonda ispettore santoSecondo mio zio, ateo come me, il mix pericoloso tra vapori alcolici ed insolazione potrebbe aver generato una dispercezione visiva… io quel giorno vidi Padre Pio… ma non guarii grazie a lui. Presi solo un terribile spaventio che provocò, di sicuro assieme all’insolazione ed alla ubriacatura da spugnature alcoliche, uno svenimento in stato di precoma che perdurò per le successive ventisei ore.

Guardatevi dai vecchi frati con la barba…

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Pubeggiare e cazzeggiare fanno rima… ma col “difetto maschile” hanno nulla a che fare!

Che Pubeggiare ti ricorda il pube e cazzeggiare ti ricorda il cazzo. Ma, no, quello che i sarti dei negozi d’alta sartoria chiamano difetto e Giuseppe Gioacchino Belli definisce “Il padre de li Santi” non ha tecnicamente a che fare con il chiacchierare e bere una birra seduti o in piedi sull’uscio di un pub di paese. Proprio per niente.


Meriggiare è per sua stessa definizione pallido e assorto. Si pubbeggia la sera e non si sta assorti. Non presso silenti muri d’orti. Si meriggia da soli e si pubeggia in compagnia. Dell’amata in romanticherie o delle risate ad orgia di amici e conoscenti e parenti e cucuzzame vario. Si meriggia finchè non cala la sera, in riflessioni struggenti e diaframmatiche da tenero eroe adolescenziale, più innamorato dell’idea di innamorarsi che d’una qualsiasi venere in ciabatte.

Si pubeggia ben oltre i limiti della notte.
Ci si sequestra a vicenda. Ci si sequestra fino a firmare cambiali pesanti per i benedetti ultimi gocci che maledettamente non arrivano mai. Pubeggiare non fa rima con l’essere assorto, che un verbo ce l’ha ma suona bruttobruttissimo e qui non ce lo posso scrivere, talmente l’è brutto. Forse pubeggiare farà anche rima con pensare… finchè sai pronunciarlo bene, finchè non biascichi le uniche doppie che ci sono, tutte sole e tutte egocentriche a farsi biascicare per farti scoprire ubriaco.
Per editto reale, fossi re,  sull’uscio dei pub vieterei il pensiero cosciente. Sgraverei fino all’ultimo centesimo ogni flusso di coscienza… coprirei di incentivi fiscali spaventosi le aritmie che il cuore ti rivomita fuori. “Cittadini e Compagni! V’è un Sovietsupremo che ha deciso per voi che lo spazio dato all’elaborazione cosciente può perdurare per i primi soli cinque e diciamo cinque minuti… poi un basta categorico e impegnativo per tutti!”. Poi amatevi. Un bacio senza mai pestare lo stesso sanpietrino. Un bacio a labbra chiuse senza mai invadere la chianca altrui. Ci sono confini precisi che vi suggeriamo di rispettare.
Ma amatevi!
Spudorati e sempre, per cortesia, con la giusta distanza.

Oppure non amatevi punto! Meglio, perGesummaria(!) ma non smettete nemmeno per un momento di sorridere. Mettetevi gli occhi in faccia e ridete, sorridete, accendete gli sguardi. Rinfacciatevi gioisi i delitti più assurdi: “Fosti tu, uccidesti tu Miss Purple, la fidanzata immaginaria del buon Mister Green… e per me puoi averla uccisa tu tra le 7:15 e le 7:20 di un qualsiasi mercoledì pomeriggio, con l’ascia, temo e nella sala del biliardo… dunque confessa! Confessa e alleggerisciti la coscienza, vuota il sacco… perchè non smetterò di puntarti il dito in faccia e tu riderai imbarazzato ed io continuerò e me ne infischierò degli occhi sgranati lì intorno…”. E tu non hai un biliardo, non hai un’ascia e non ti muovi lungo caselle, per stanze, in una città che si chiama Cluedo (editricegiochi quellidelmonopoli).

Si pubeggia ben oltre i limiti della notte e, dunque, sequestrate l’Anonima Sarda del cuore che vi tiene prigionieri e non toglietele il passamontagna. Anzi calzatene uno voi, piccoli agenti speciali per missioni improbabili. Non siate più uomo o donna, senza dimenticarvi mai chi siete. E ammanettatevi a chi v’è capitato al fianco in sorte, stando attenti a non buttare la chiave. Guardando bene che in terra non ci siano tombini… che le mani e i cuori tremanti lasciano cadere le chiavi nei tombini. Impietosa legge di Murphy, che quando qualcosa potrebbe andar male, poi va a finire sempre peggio, molto peggio. E continuate, continuate senza sosta a sparare ogni cartuccia che il profondo vi metta in canna. Non risparmiate nemmeno un colpo, nemmeno per voi, per non cadere prigionieri del nemico. Pubeggiare e chiamarsi fuori non faranno mai rima! (sappiatelo)…

Guardate le stelle, perdetevici dentro, sempre, in ogni momento. Sul ciglio del porto più sporco e puzzone che ora vi sembra “le bianche scogliere di Dover” annodate ben strette tra loro le scarpe dell’anno passato: “…perchè Lei abbia a cascare di muso in terra, mio caro anno passato e Le si rompano i bei denti bianchi davanti. E non crescano più, nemmeno per la santa intercessione di Mariaegesù!” (concedetevi sereni licenze poetiche, che variar l’ordine degli addendi non varia il risultato!). Stringete le stringhe fortefortissimo, che il rumore di quei bei denti bianchi spaccati per terra vi resti nelle orecchie. Per sognarlo di nuovo domani, quando le stelle cedono il passo all’alba. E per farvi di nuovo accusare, sull’uscio di un pub, di aver fatto rompere i denti più bianchi del bianco a quell’anno passato e maledetto. E poi uscite fuori nella strada sonnecchiosa, svegliando il mondo con una risata diaframmatica, neppur troppo finta e mai davvero beffarda: quella dei Cattivi del Male di ogni cartone animato giapponese visto da piccoli. S’avanza in crscendo, prima sommessi, quasi fosse uno scherzo… che tra gli iridi scoppiati di stupore di chi vi circonda troverete il modo di farla crescere, coltivare, scoppiare… finchè non sia davvero diaframmatica e secolare: il riso sguaiato e ubriaco del mondo che si risveglia da un sogno ridendo. Di gusto.

Quando Maria Antonietta d’Austria, incompresa e detestata “striaca” alla corte di Francia, tornava dai balli in maschera il sabato sera, alticcia e drogatissima di sex on the beach e pallette di tachipirina drogata, aveva una carrozza tutta sua con guidatore designato alcolesente. S’accomodava scomposta sul sedile posteriore, il viso rivolto al senso di marcia, per non sboccare una volta di più. Apriva il finestrino di destra, poggiava il vetro e spalmava la fronte su quello sinistro. Guardava scorrere le campagne delle residenze estive degli altri figli di papà della nobiltà e soprattutto del clero francese. Per l’invidia e l’odio del terzostato. Tutt’attaccato! Si guardava vivere, si stirava il viso con mollette di legno per raggranellare un sorriso nuovo da spendere. Maria Antonietta che si perdeva nella luce dell’alba, inventando sonnambula una nuova scusa per quel vestito sfatto, la pressione arteriosa su un ottovolante, gli occhi di brace e l’alito al puzzo di benzina, era romantica. Maria Antonietta bruciata in controsole, sfocata, bombardata da raggi UV che filtravano tra i larici e i pioppi in quell’alba di domenica mattina, Maria Antonietta era una lolita qualsiasi a farti tenerezza. Maria Antonietta in hangover di ritorno da una festa di maschere e droghe e troppo da bere l’avresti amata, forse, anche tu.

Sophie Coppola l’ha messa così, sulla pellicola Marie Antoniette
(senza regina e senza niente).
E Sotto, sotto c’era una splendida canzone che faceva più o meno così…
“Pulling Our Weight” by: The Radio Dept.

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Allora, niente, i morsi in faccia e le note a scuola… voi pensate che io sia sempre stato un bravo bambino senza note eh?

Ultimamente tutti mi contestano il frequentare persone definite inutilmente ed immotivatamente cattive. Non è così. Non hanno ucciso mai nessuno, non hanno mai rubato… eddai… che saranno mai le parolacce e soprattutto il cattivismo immotivato ma semplicemente sarcastico?! Io sono uno di quelli che non sopportano il buonismo del cazzo… per dire… Tipo, che ne so… Roy Paci che contesta Lorenzo Krueger perchè ha parlato dello stretto di Sicilia come di un mare pasturato per essere pescoso dopo il naufragio della nave con il suo carico di vite buttate in mare e lì distrutte. E’ di cattivo gusto questo… o è di cattivo gusto girarsi dall’altra parte come fa più di mezza Europa? E’ di cattivo gusto dire questo – con una punta di inopportuna ironia malcapita – oppure è di cattivo gusto fregarsi di certi problemi solo quando si ha il potere di inculdere o escludere da un palco… e per questo scatenare una querelle nazionale? Tutte e due le cose… ma se abbiamo l’abitudine di dice che “Je suis Charlie”… beh poi non facciamo troppo le verginelle. Quel mare è pasturato!

Io non sono mai stato un bambino violento. Io sono sempre stato un bambino dolce e tollerante. Sono sempre stato generoso. Al limite del minchione. Io sono quello che ha regalato la cattiva dei masters all’amichetto che non ce l’aveva… e gliela regalai il giorno stesso che l’avevo ricevuta io in regalo… e nemmeno gliela feci scopare da Skeletor… o da Mer Men, che non so perchè, mi stava simpatico e aveva lo Ius Primae Noctis su tutte le bambole femmine in giro per casa. E gliela regalai… per poi pentirmene dopo cena, quando capii che non l’avevo più. Ma la regalai e dopo mi dissi: “Dai hai fatto un regalo, è una bella cosa… è da bimbi bravi!”. Io sono quel minchione lì.

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Ma sono anche il minchione che indossava la tuta ogni volta che si faceva educazione fisica a scuola. E tutti gli amici non la mettevano e facevano lo stesso educazione fisica coi jeans. E io invece dovevo sempre fare il bravo e mettere la tuta. E ci stava sempre lui, Battista Giuseppe… che non perdeva occasione per tirarmi giù i pantaloni in mezzo a tutta la classe. E Tutte guardavano me in mutande. E tutte ridevano. All’epoca la smutandata non era di tendenza… era molto più di tendenza toglierteli i pantaloni… per farti fare la proverbiale figuremmmerd! E’ durato quattro mesi questo supplizio. Quattro lunghi e insopportabili mesi fatti di pantaloni abbassati, tirati giù… e di rotture di palle… e di me che a casa dicevo “Non voglio mettere la tuta” e invece mia madre “No tu a scuola quando c’è ginnastica ci vai con la tuta!”… e io non avevo voglia di stare a spiegare la storia dei bulli perchè una volta che mi avevano rubato 5000 lire dei bulli ed io ero tornato a casa e avevo spiegato bene quel che era successo… mio padre non capendo bene che non ce l’avevo con lui e non stavo recriminando niente mi aveva sfrecato di mazzate. Da quel giorno mi ero detto “No, aspetta, stai zitto sui bulli, senò le prendi due volte!”.

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C’era da risolvere la situazione, c’era da risolvere e basta… così che cosa mi dissi? “Ok, Domenico, risolvere la situazione… sta a te!”. Io glielo dissi almeno tre volte a Battista Giuseppe, Prima G come me, di smetterla decisamente di tirarmi giù i pantaloni quel giorno… che sarebbe finita male. E lui invece continuò. La prima volta, la seconda volta… la terza volta. La prima volta tirai su i pantaloni alzando gli occhi al cielo. La seconda volta lo fissai con decisione. Ma stavo già calcolando a che distanza si tenesse da me… la terza volta gli saltai al collo e lo morsi. Forte. In faccia. Sullo zigomo e sulla guancia. Un sapore disgustato di sudato, sporco… di letto. Non si lavava la faccia che schifo. Poi un sapore deciso e ferroso. Il sangue. Lui gridava ma io non lo sentivo. Lui gridava ma io me ne fregavo. Mi attaccai a quella guancia. Si dimenava ma lo tenevo stretto. Si dimenava ma non mi colpiva. Si dimenava ma non riusciva a fare nulla per evitare che io continuassi a stringere. Lo spinsi lasciando la presa. Cadde a terra seduto, attonito. Gridava. Piangeva come un bambino. Piangeva come il bambino che era. Nessuno in classe si mosse, il tempo era bloccato. Martini Valentina scoppiò a piangere. Aniello Michele aveva una faccia disgustata. Eravamo amici, amici forte… ma quel giorno mi guardava disgustato. Avevo il sangue sulla guancia. Corsi in bagno piangendo. Il professor Pappalardo – pace all’anima sua, non mi ha mai insegnato un cazzo, mi ha fatto odiare Applicazioni Tecniche, era obeso, malato, pesava quasi 200 kg ma non era cazzo suo insegnare… sapeva solo mettere note, note note e basta – arrivò in bagno e mi schiantò tutti i suoi registri in testa. E mi mandò dal Preside che capì, fu clemente, ma mi mise una nota sul quaderno. Ed io dovetti spiegare che ero stato “monello”.

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Da quel giorno diventai “quello pazzo che morde” e nessuno mi ruppe più il cazzo. Nemmeno quelli grandi di terza media. Nemmeno Battista che chiese di cambiare banco… e mi evitò per sempre da quel giorno. Vaffanculo… mai nota fu più meritata. Mai morso fu meglio tirato. Vabbè, mi sentii come un minchione in colpa… “Guarda che hai fatto a mamma e papà che oggi devono firmare sotto una nota dove sta scritto che sei un bambino monello!”. E voi prendetemi per coglione per quello… e per pazzo quando vi dico che davvero… quel sapore ferrigno è il sapore della felicità, della liberazione. E tu che passi e leggi spaventati pure… Io so quel che è giusto e quel che è sbagliato. Chiedo solo che lo sbagliato che debbo ricevere non sia decisamente insopportabile. E comunque lo so quando ci si deve fermare. Non torcerei e non torcerò mai nemmeno un capello ad una persona più debole di me… e ripeto, prendetemi pure per pazzo… ma sono stato profondamente sincero oggi.

Ah, sì, Niente donne, niente bambini! (cit.)

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