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It was so cruel – 2/4

Parco Urbano abbandonato, agro di Modugno e Bitett (BA). 12-1-2016
Fotografie scattate con Nikon d5000
Ascoltate, guardando, il pezzo deiNon Compos Mentis “Idol with a frame” e non chiedetemi come faccia  conoscere certa robetta!

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Il corridoio delle stalle si perdeva nell’oscurità. Non so e non ho mai voluto immaginare cosa ci facesse lì un seggiolone per bmbini, in quel luogo che odorava di sofferenza e morte! Intuii ma ci volle tempo…

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Giusto il tempo di abbassare gli occhi e vederlo lì… abbandonato, inerme, sfasciato dalla morte lenta e impietosa che il freddo e gli stenti regalano sempre… in silenzio.

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Guardai meglio il vassoio sul seggiolone e vi vidi i piedini scomposti di una bambolina di pezza, buttata lì, usata, lasciata, spaccata. La volgarità di alcuni graffiti alle pareti completava quel quadro sordido urlandomi di andare via!

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Non lo feci, restai, il tempo necessario a scorgere meglio l’occhio semichiuso di quella povera bamboletta di pezza abbandonata, morta, come un rifiuto. Il cuore si strinse ma decisi di andare avanti!

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Inutile negarlo. Se so qual è spesso il destino degli animali di pezza…

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… è solo perchè tantotempofà (con l’accento perchè se si fa l’accento non ci va… come su va… se è fà di tantotempofà l’accento ci va… ma su va non ci va)…  in un domenicomortellaro ormai tanto lontano, un topogigioenorme, grigiotopo e non giallo come topogigiotheoriginal, col ciucciotto anni ’90 in bocca (e ora mi chiedo se da adolescente m3mango quei ciucciotti li portasse al collo o al braccialetto del cioè) e il gembiulinoquadrettato bianco e celeste, fu fatto a pezzi con le enormi forbici da sarto che padredidomenicomortellaro usava per ritagliare gli articoli del giornale da conservare.

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Gli fu tagliato un orecchio; quel drammatico snuff movie senza videocamera cominciò così. Non lo so perchè quel serial killer di pupazzi, anzi, quell’assassino di pupazzo che fino ad allora non aveva mai ucciso nessun animale di pezza, decise che quel topogigioenormegrigiotopo regalatogli al compleanno dei diciassette anni dovesse soffrire, dovesse cominciare a sanguinare ovatta e polistirolo. Dovesse morire piangendo lacrime mute. John Wayne Gacy, detto Pogo il clown, si vestiva da pagliaccio per fare la terapia dei pagliacci ai bambini dell’oncologico di Detroit. Quell’assassino di topogigiogrigiotopo poche settimane prima si era messo a piangere, commossoescosso, sentendo la notizia di abusi e violenze in una clinica specializzata in pazienti sordomuti affetti da sindrome di down. Gli faceva schifo e impressione che ci si potesse accanire su chi non riusciva nemmeno a dirti quanto gli stavi facendo male. Oltre a non poter capire il perchè. Ma quel giorno cominciò tagliandogli l’orecchio.

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La conoscete la storia del Canaro della Magliana? A me fa paura solo pensare di dovervi scrivere cosa fece al “Puggile” che poi ritrovarono scompostissimo e mezzo bruciato in una radura della Magliana che all’epoca era tipo il far west e i buchi edilizi li potevi chiamare radure come quelle degli scontri epici di sguardi tra Eastwood e Volontè. Furono cose fumettistiche e definitive. Wes Craven prese spunto per “Ultima casa a sinistra”, sapete? Non è vero… me lo sono inventato. Ma verosimile lo è tutto! Tutto davvero!

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In quel domenicomortellarontanolontano, quell’assassino di animale di pezza accoltellò il topogigioenormegrigiotopo sessantasette volte. Un lago di palline bianche di polistirolo per terra. Più complicate del lago di sangue da pulire. Che non servono le pezze ma certosina scrupolosità a non lasciare ai RIS di Parma nessunissima traccia. E poi gli forò il sedere, per fargli il buco. E poi gli strappò il ciuccio dalla bocca. E lo infilò nel buco di sotto. Poi lo portò fuori dal balcone. Gli aveva già tagliato le vibrisse, gli aveva tolto un occhio. Gli aveva infilato il ciuccio in culo praticandogli un buco che servisse da buco di culo dove infilare il ciuccio. Lo portò fuori, sul balcone. Gli diede fuoco. Lo guardò bruciare, lentamente. Mentre bruciava scattò delle foto. Dettagli catturati con lo zoom della reflex. La OM1 della Olympus. Quante volte in un domenicomortellaroancorapiùlontano, in quela foto si erano impressionate le foto del suo faccino gentile di bambino sempre troppo ometto e troppo cresciuto? Che se lo vedevi, non l’avresti mai detto che da grande avrebbe fatto l’assassino cattivo e stuprapezza di animali di pezza ricevuti al compleanno dalle fidanzatine dell’epoca. Quella pellicola per fortuna si perse. Tracce troppo pesanti di una violenza troppo inaccettabile.

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Io lo dico, lo dico chiaro e veo, forte e adesso: la mia è una completa confessione, Signori della Corte. La mia è una piena assunzione di responsabilità. Era un domenicotantolontano, ma ero comunque io. Topogigioenormecolorgrigiotopo l’ho ammazzato io. E ne ho villipeso il cadavere. Ed ero capace di intendere, sapevo che era Male. Ed ero capace di volere, che sapevo cosa stavo facendo. Reato d’impeto, Signori della Corte, l’è vero. E mi si carichi l’essere incensurato… e le attenuanti generiche. Il reato non è prescritto ma… vent’anni passano adesso, giusto? Con lo sconto di pena… sono libero, vero?

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Vent’anni di questo, lo so, sono tanti, tanti davvero… e anche se questa non è via dei pazzi numero zero… chiedo perdono. Alla famiglia di topogigioenormecolorgrigiotopo. Perdono anche a te topogigioenormegrigiotopo, perdonami. Volevo, dovevi morire e dovevi soffrire. Certe cose non si regalano ai diciassette anni. Non è roba da compleanno per un ragazzo. E quando la regalante ed io ci mollammo… e lei cominciò ad essere insopportabilmente idiota… che eravamo giovani, sì… e stupidi entrambi… ebbi a pensare che fosse l’unico modo, non so se giusto, chiariamolo, per smettere di arrabbiarmi, ricominciare a mangiare, smettere di soffrire. Tu non avevi fatto niente. Ed io lo sapevo… ma seppi che dovevo farlo. E non lo dissi a nessuno. “Che fine ha fatto? L’ho regalato!”. L’avevo ucciso… e buttato nell’immondizia. Non mi chiesero mai cosa fosse quella puzza di bruciato. Pensarono alla sigaretta fumata di camorra… ed ero nervoso. Non mi dissero nulla. Non mi chiesero nulla.

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Non sono un serial killer di animali di pezza. Non ho più ucciso. Non voglio farlo ai più. Non lo farò, mai più, ve lo giuro. Credetemi, Signori della Corte… mai più. Io, però, tremo. Tremo perchè anche ne avessi, io, non lo farei… non ne ammazzerei più. Non ne sevizierei mai più… che è terribile. Insopportabile. E invece so, lo so bene, che la tentazione può venire. Anche se non c’è stata stupidità. Può venire e ora, da ex assassino di animali di pezza adesso pentito, la cosa di cui mi pento di più è di aver donato in un momento così complicato Piccolopoldopallo. Averlo esposto al rischio di un’abbandono. O peggio di un delirio di festa di sangue surrealistico e definitivo peggio di “Spell, dolce mattatoio” meglio noto ai più come “L’uomo, la donna, la bestia” film definito seminale e di rara comprensibilità opera di cavallone. Piccolopoldopallo è bruciato, strangolato dalla sua sciarpetta, con l’etichetta che si abbrustoliva e gli occhi che si scioglievano, in un fricasse di cucina qualsiasi(?) – che sul balcone vuoi mai sporcare?!

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Piccolopoldopallo è vittima di una tragica lupara bianca? Ci sarà una botola che batterà come un piccolo cuore rivelatore di animale di pezza a far scoprire il tutto? O triste e dimenticato Piccolopoldopallo marcirà nel prato di una discarica in chiusura, la busta lacerata dai gabbiani e dalle volpi, lì a perdere pelo, decomporsi, morire… solo? Topogigioenormecolorgrigiotopo torna ogni notte, in queste settimane, a ricordarmi quel che ho fatto. A raccontarmi ogni notte una fine diversa per Piccolopoldopallo. E io lo stringo, cadavere bruciacchiato sodomizzato dal suo stesso ciucciotto anni ’90. E gli dico perdono. E gli dico non volevo. Ma lui mi perdona, senza smettere di ripetere che – here and now – ogni notte – sta succedendo di nuovo. Come in Twin Peaks, che Laura Palmer e sua cugina sono la stessa attrice… e fanno la stessa fine. Lelan Did It. I was Lelan.

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Bisognerebbe fare come fece una mia ex di Bitonto. Parlano tutti male dei bitontini, però i bitontini certe cose le capiscono prima. Sarà mica perchè Bitonto negli anni ’70 era uno dei vertici del triangolo della Mala in Puglia?! Bisognerebbe fare come fece la mia ex di Bitonto. Bisognerebbe regalare pupazzi ed animali di pezza già sfregiati, scarabocchiati, violentati e distrutti. Non ti verrebbe mai di far del male a loro. Che non si torna dal regno dei morti… e non ci si può più tornare. Che una cosa rotta, brutta e distrutta fa solo tenerezza… ma quand’era viva… e poi ti fa tenerezza perchè l’hai fatta così tanto fuori… fa male dentro e non torni più indietro. Bisognerebbe regalare solo pupazzi di pezza ed animali di pezza già nati torturati, cuciti smembrati, fatti morti. Si soffrirebbe di meno… ci si farebbe meno sensi di colpa. Si andrebbe avanti prima. E meglio. Ti prego… non fare del male a Piccolopoldopallo… ti prego!

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Loro sono Childrenofthekorn e Lovelygiuietta… i due pupazzi  di pezza donati dalla di cui sopra. Non me ne separerei mai e poi mai. Sono già morti… eppure li ho amati da subito.

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Non ci sono guardrail buoni, non ci sono campagne antiabbandono. Tutto questo è metro della nostra (in)civiltà!

Non che la mancanza di una associazione in difesa dei moscerini che finiscono spiaccicati sui parabrezza sia per caso più trascurabile. O che si possa tacere sulla latitanza di una ONG che prenda a cuore la diffusione di una corretta informazione sulla contraccezione canina. Eppure, l’assenza di una seria e cordiale campagna di sensibilizzazione contro il maltrattamento e l’abbandono degli orsi di pezza la dice lunga sulla nostra assoluta impreparazione in campo di toy-friendship.

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Certo, una oculata campagna di sensibilizzazione! Non le cazzate di Rocco Siffredi di cui parleremo un giorno. Da quando ha urlato in grassetto maiuscolo “Se l’abbandoni t’inculo!” è schizzato (val la pena usare i verbi giusti) in su (anche le preposizioni semplici, ma parlanti e con tanta dignità) il tasso di abbandoni tra i cani padronali intestati alle Signore. E a tanti M (dico emme) fedifraghi che purtroppo risultano single controvoglia, imbrigliati più che in una relazione finalmente benedetta dal crisma della legislatività, nelle maglie di una burocrazia bacchettona, bigottista e farraginosa.

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Problemi non da poco, le anali insoddisfazioni delle migliaia di casalinghe di Voghera che poi t’abbandonano il cane chippato sperando che arrivi il Siffredi a freddarle d’erotico bollore (che chiasmi vi schianto per(biondod)dio!… sì ve li schianto ed avrei voglia di non metterci la parentesi subito dopo questo pensiero… che è proprio lì, dove dico dopo la parentesi, che ve li schianto…) proprio lì dove non batte il sole! Problemi non da poco, se si guarda all’impossibilità non già di fare all’amore in ogni guisa o forma d’omosessuale gradimento, ma di sposarsi castamente o impudicamente in un qualsiasi angolo del nostro “purtroppo troppo” benedetto stivale. Maledett*!

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Problemi non da poco… ma per cortesia non taciamo sull’assenza di una associazione nazionale che si occupi di sensibilizzare sul tema dell’abbandono degli orsi di pezza. O si occupi di perseguire con pervicaci campagne stampa ogni abuso o maltrattamento sugli orsi di pezza. E si occupi vieppiù di bacchettare me, inecologico linguistico, che non conosco il concetto di interspecificità e con la scusa di una efficace metonimia, riduco all’orso di pezza e sembro circoscrivere ai soli orsi di pezza la enorme famiglia dei viventi che abitano gli animali di pezza, tutti. Pure i bruchimela di pezza, con le mele bacate di pezza ma a forma di dignitosissimi cuori a seguito.

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E’ lì la grandezza di un popolo.
Non basta interrogarsi su quanto sia insopportabile l’assenza di una differenziata per neonati in ogni luogo in cui ci possano essere neonati. Elio aveva ragione, ma negli anni ’80 non conoscevamo ancora il concetto di toy-friendship. Per dire: nessuno si lamentava se ti si smerdavano le suole di merda di cane. I cani li accalappiava l’accalappiacani con il cappio (non l’accalappio, il cappio!). Di solito li vendeva. Se il comune non aveva soldi, il civile accalappiacani non optava per soluzioni lager. Li abbatteva! La civiltà, dopo vent’anni è a misura di peloso, squamoso, pennuto. Non ancora di bambino, ezianbiondoddio! E purtroppo, ancor meno di animale di pezza! Eziangesummaria!

Noi siamo incivili!

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E allora dovrebbe nascere un “Chi l’ha visto?” che ci narri quelle tristi vicende, provi a ricostruire i terribili ultimi momenti, l’attimo in cui con finta, insopportabile dolcezza, il mai latrante animaletto di pezza è stato raccolto dalla mensola, dal letto, dal divanetto. Innocente. Ignaro – è questa la cosa più insopportabile! Strappato agli amici, agli affetti più cari proprio da quelle mani che giorni, mesi, anni o soltanto settimane (cit.) prima l’avevano coccolato, vezzeggiato, fatto sentire finalmente a casa e non tra polverosi scaffali. L’avevano scelto, uno tra mille paia d’occhi speranzosi: “Scegli me! Scegli me!”… come facevano gli orfanelli al passaggio delle Madame, come i cani dei rifugi quando entra qualche anima bella. L’avevano scelto tra tanti in fila, appesi come prosciutti nel baraccone delle giostre che sa sempre di sottomarca di Peroni. E subito l’avevano stretto forte. Subito gli avevano dato un nome. Mai dare un nome se non sai che sarà per sempre! Eccolo, ora: preso e portato via. “Andiamo a fare un giretto!”. E lui lì, dolce e felicissimo. Ancora una volta, tra i tanti in casa, proprio lui. “Sì, me lo dici sempre… sono il più bello! Ecco perchè mi vuoi con te! Per sempre, vero? Sì, te lo leggo negli occhi (cit.) è per sempre!”. Poi è un attimo. Solo un attimo. Per i pelosi di pelo c’è la dignità del guard rail. Una vigliaccheria che lascia una speranza. No… per gli animali di pezza non ci sono guardrail. Il freddo cieco ed asfissiante di un sacchetto di plastica. Ed il cassonetto. Indifferenziato anche per loro. Sì, ma ancora, triste e atroce destino. Immotivata crudeltà. Al neonato restano sempre le corde vocali per gridare più forte. Per il muto amichetto di pezza, il drammatico e claustrofobico avvicinarsi della tritarifiuti. Se va meglio, il compattatore!

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Non c’è una Sciarelli a dirmi che fine abbia fatto Piccolopoldopallo. L’avevo chiamato così. Io. E me ne dolgo, non avrei dovuto dargli un nome. Forse dopodomani vi racconterò la sua storia. Forse tacerò dilaniato dal dolore. E dal senso di colpa. L’avete visto? Qualcuno ha visto Piccolopoldopallo? Era dolcissimo, non vi potete sbagliare! Ha una sciarpina attorno al collo, con un cuore cucito sopra. Aaveva sempre un po’ freddo, come me che c’ho sempre bisogno degli scaldacollo. Aveva ancora al collo la targetta… pure quella a forma di cuore. Sopra grande grande ci sta scritto Love. Gliel’avevo lasciata, solita Cassandra Inascoltata, temendo e sperando assieme sarebbe valsa a farlo riconoscere. Ma non ho scritto il mio numero di telefonino. E nemeno il suo nome: Piccolopoldopallo!  “Nemo Credidit, sed Sensi”: nessuno credette… ma io, dentro, sentii… ed il sensi ce l’ho aggiunto io che mi scopro latinista ogni tanto.

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Non abbiamo un “Chi l’ha visto? Animali di pezza”. Negli States la civiltà fa nascere un “Extreme makeover” per ogni categoria umana e merceologica. Siamo barbari, noi! C’è tanta strada da fare e tanto da imparare. Ne riparliamo domani, dando un senso a un post-santostefano che sarà come al solito un giorno uguale a tutti gli altri. Perchè non ci sta solo chi abbandona… c’è anche chi sevizia!
Oggi, coi regali che si avvicinano, in assenza di un’associazione che abbia il coraggio di dirlo, lo ulro io:”Non è un giocattolo: se non sei sicuro che sarà amato per sempre, non regalarlo!”

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