Archivi tag: racconto

Clockwork Orcas 4.5

Clockwork Orcas 1 – Di Domenico Mortellaro.
Il primo romanzo di una saga a cavallo tra mythpunk, clockpunk e dieselpunk.

“Arshile l’hai sentito anche tu, vero? E’ stato fin troppo chiaro: lasciate che sia Ulvyn a scegliere del futuro dell’uomo di latta. Ed Ulvyn ha scelto. Vuoi forse contraddire la lupa?” – “Metti da parte le fesserie, Gevorg, con me non attacca… so bene cos’hai in mente. Tu hai bisogno dell’uomo di latta. Tu hai voglia di vedere se gli ingranaggi con cui poniamo rimedio agli errori della natura e dell’uomo possono rimpiazzare pulegge e pistoni. Già… hai solo voglia di sfidare la Meccanica e provare a vedere se pelle e muscoli ricresceranno, se tornerà un uomo, un uomo e non la carcassa di latta e carne in cui siamo inciampati. Lo sai meglio di me, Gevorg: la Meccanica rifugge lo sporco, il grasso, il ferro. Non funzionerà!”.

Serrò le dita sul pagliericcio dov’era adagiato. Vedeva la luce del neon farsi più tenue, i suoni di quelle parole, quelle voci, farsi distanti ed ovattate. Confuse. Quel che sentiva lo scuoteva. Aveva il cuore che martellava sotto lo sterno impazzito: carne, latta, ingranaggi… pelle e muscoli che dovevano ricrescere- Non era curiosità, piuttosto terrore di non sapere.- Provò ad aggrapparsi alla realtà, a quel momento, con tutte le forze. Ma ogni dettaglio si fece di colpo ancor più confuso. Poche parole, mentre le voci si sovrapponevano e non riusciva più a capire chi fosse a parlare.

“Tu credi che Arshile disapproverà questo tentativo. E più forte ancora, tu credi che la Meccanica stessa si rifiuterà di adattarsi alla sua pelle nuova ed alla sua volontà. E questo solo perchè ha ancora del grasso che lo ricopre e qualche scheggia da cui ripulirlo. Sei cieca, Silvia. Mi fai tristezza, enorme tristezza. L’odio ti ha resa cieca. Al netto di viti e bulloni, strappati pistoni e connettori, questo corpo resta vivo, non puoi negarlo. Questa carne è viva. E ovunque ci sia vita, lì ci può essere la Meccanica. Rassegnati.”.

Il rumore di tacchi secco, sul pavimento, per un attimo lo richiamò dal limbo denso dov’era ricaduto invischiato. Non aveva più forze. Fece appena in tempo a sentire le ultime, confuse parole. Mentre, cercando la sagoma di quella donna sprezzante, riuscì solo a scorgere la parete verdastra infondo alla stanza e molto più vicina, la punta di uno stivale, nera, una volta lucida. “Se davvero ci tieni, Orologiaio, questo pezzo di carne putrida è tuo. Fanne quel che vuoi. Ho fiducia che Arshile stesso si ricrederà. L’ordine di abbatterlo arriverà a momenti, fidati di quel che ti dico. La tua è una bestemmia, Gevorg.”.

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Clockwork Orcas 3.1

Clockwork Orcas 1 – Di Domenico Mortellaro.
Il primo romanzo di una saga a cavallo tra mythpunk, clockpunk e dieselpunk.

L’operazione di ripulitura è quasi terminata, con il Cavalleggero che sgasa affrontando l’ultima buca prima della torretta. Tutto talmente routinario e semplice che, guardando dall’esterno, parrebbe un’operazione da tutti. Così, come rapito, mentre sente le urla dei nemici che arrostiscono e la mano sinistra rilascia il pomello del combustibile spegnendo le lingue di fuoco, chi guida la Cavalcatura si scopre a fissare quel che accade alla Torre di Guardia degli Imperiali, il vero obiettivo del raid. La loro azione serviva esclusivamente a impegnare in un primo momento le linee difensive dei nemici, coprendo l’avanzata dei due Corazzati – di sicuro solidi ma meno agili di un qualsiasi contingente umano – e soprattutto del primo Guastatore. Quest’ultimo ha già raggiunto la metà del muro scalandolo a mani nude, sorretto solo da un rampone e da un cavo di acciaio ricoperto di tessuto tattico. Dalle feritoie e dalle bocche di fuoco nessuno riesce a vederlo o colpirlo, le soluzioni di tiro sono tutte con munizionamento pesante dirette verso i due Corazzati.

Il raggruppamento di fanteria che arriva si divide: una parte meno consistente si occupa della ripulitura delle trincee, mentre la parte più numerosa, più di trenta uomini, danno l’assalto alla porta d’ ingresso della torretta, dove le ultime resistenze sono asserragliate. I due esoscheletri si sistemano ad una cinquantina di metri l’uno dall’altro, tengono la torre nemica come ideale vertice di un triangolo. Il suono dei pesanti ingranaggi e del sistema di contrappesi certo si sentirebbe bene se l’aria non fosse così satura ancora di urla, schiocchi di mitragliatrice e rombi di mortaio. Entrambi hanno una soluzione di tiro possibile sulla struttura, non sparano solo per evitare di colpire il Guastatore, che ormai ha quasi raggiunto le feritoie. E perché il costo di uno solo dei loro proiettili a carica dirompente è ancora proibitivo per non essere una extrema ratio nelle battaglie più difficili.

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Lo chiamavano Jeeg Robot

E finalmente si fece sabato 20 giugno. In anticipo sulle sale di cinque giorni, La gazzetta dello sport fa uscire, in allegato al giornale, il piccolo albo di lancio della pellicola di Mainetti “Lo chiamavano Jeeg Robot” , evento cinematografico unico nel suo genere, che unisce, per la prima volta in Italia, il pulp più dissacrato e casereccio alle atmosfere cupe ed iperboliche del cinema dei supereroi. Nel cast, diretto da Gabriele Mainetti, tra gli altri Claudio Santamaria, Luca Marinelli e Ilenia Pastorelli. Il fumetto usciva con quattro varianti di copertine, come nei migliori prodotti dell’universo Marvel o DC. A me è toccata quella di Leo Ortolani, mentre sono disponibili anche quelle di Zerocalcare, Roberto Recchioni e Giacomo Bevilacqua.
12742089_10208278071419973_5456087659444046757_n.jpg
Ancora troppo poco ci è dato sapere sulla trama del film. Il volumetto a fumetti, disegnato da Giorgio Pontrelli e colorato da Stefano Simeone, lancia semplicemente uno sguardo rapidissimo e stuzzicante sull’universo del nostro Enzo Ceccotti senza rivelare nulla, ma proprio nulla. La breve vicenda narrata nelle tavole è collocata temporalmente come ideale sequel del film, senza dirci nulla di quanto avvenuto precedentemente. Serve a farci venire l’acquolina in bocca, nulla di più. Nello stesso momento tanto ci dice sull’approccio narrativo scelto, sul gusto “all’amatriciana” della storia, sulla caratterizzazione molto “street-style” dei personaggi e sulle ossessioni e caratterizzazioni di ciascuno di loro.
Allo stesso tempo, nello snodarsi della piccola storia narrata, ci ricorda sempre come il fumetto, assieme ai colleghi romanzi e racconti ed in collaborazione con un certo cinema di genere, mantiene ancora intatta la sua capacità, soprattutto quando si ancora ai filoni narrativi cosiddetti popolari o di intrattenimento, di parlare della società e del mondo alla società ed al mondo. Il rapporto del “supereroe” con il suo pubblico dal momento in cui diventa un eroe popolare, il collegamento perverso tra immagine personale ed immagine restituita dai social, la crisi dell’uomo comune catapultato su un palcoscencio e subito attorniato da centinaia di emulatori, il rapporto stridente con la propria coscienza e con lìinconscio collettivo, la lotta perenne con il proprio negativo, interiore ed esterno, in un duello che letterariamente comincia in Italia con Calvino e non accenna ancora ad esaurirsi. “Tanta roba(!)” insomma, per dirla come la direbbe Ceccotti! A dimostrare, ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che la scuola cinematografica italiana, ancora, sa dire la sua – quantomeno e per adesso, rispetto al tema scelto – e che ancora – per fortuna – l’intrattenimento “di genere” o (meglio) “de-genere” debba a buon diritto essere annoverato tra gli strumenti di comunicazione di massa, vedendosi riconosciuto un ruolo importante nel rapporto con la società.
Ora, non resta che attendere giovedì 25 febbraio, per l’uscita del film nelle sale.
Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , ,

“Quelle povere criature”

Allora, cari stronzomerdoni alla lettura… vi avevo promesso novità roboanti per quelguardava la narrativa da queste parti. Vi avevo promesso Orche ad orologeria e racconti di una divinità psicopompa tutta contrita nel corpicino di una sedicenne dal nome accattivantissimo di Clotilde Maria Bernadette.

Napoli_Castel_Nuovo_museo_civico_-_ingresso_di_Garibaldi_a_Napoli_-_Wenzel_bis

Può sebrarvi che io non abbia mantenuto la promessa. Non è tecnicamente così. Entrambe le iniziative vedranno presto nuovi sviluppi interessanti… almeno si spera. Nel senso che i testi sono stati consegnati per il vaglio alle autorità competenti e pertanto – in attesa di insindacabile giudizio – debbono per forza di cose rimanere inediti. Indi(e) ragion per cui… di modo che nessuno potesse o possa mai dire che io sono un marinaio che fa promesse tipiche di chi va per mare, sostanzialmente non mantenendone mezza… ho ripreso fieramente ad ingegnarmi su quali altri libelli sottoporvi. E cazzeggiando nel web ho scoperto, cazzinculogravissimo, che tante delle iniziative che mi sono perso ed avevo scoperto in queste settimane di febbrile ripresa della vena scrittoria fantastica, ucronica, distopica, disturbante e punkeggiante, sono ormai da considerarsi filoni morti ed esauriti.

Poco male… oddio, un bel po male… ma mica tanto.
– Abbiamo il filone delle Orche ad orologeria, in quel mondo conteso tra approccio diesel e sporco ed approccio pulito, filosofico e metafisico del clockwork, della orologeria e di una qualche forma di magia.
– Abbiamo il filone di Clotilde Maria Bernadette… di cui non vio ho parlato bene ma che ho intenzine ferrea di introdurvi con un racontino spin-off, visto che proprio quella esperienza può aprire le porte ad un mondo nel quale potenzialmente le possibilità di espansione sono enormi… Clotilde si muove in un universo reale, nascosto da un velo, una illusione, agli occhi dei moltissimi che vivono una esistenza fasulla (la nostra). Come Clotilde… altri tanti protagonisti possibili, in un tempo coevo a quello di Clotilde, precedente o futuro… (curiosi? desiderosi? tempo al tempo!).
– C’è un filone che m’è saltato i mente stamane, mentre sorbivo la mia dose di caffeina mattutina seduto sulla tazza del cesso: visto il mio infinito e profondo amore per le tematiche gore e splatter, ma anche per tutto quello che di putrido e malsano alberga nella testa dei viventi che voi chiamate “cristiani”, “poveri cristi”, “uomini”… what if(?), nel quadro di una drammatica ed allucinata pandemia che al solito trasformi gli esseri umani in abominevoli cannibali sconclusionati e morti o non morti o “morribondi”(con due R perchè sono moribondi ed errabondi), un giovane Operatore Assistenziale Volontario ed una giovane specializzanda in psichiatria si trovassero a resistere, asserragliati all’interno di una struttura di igiene mentale persa nelle ridenti campagne della provincia di Bari, alla calata dei “morribondi” di cui sopra?
– Poi c’ho un altro personaggio in testa: un ex pugile truce e disincantato… questo lo devo però tratteggiare bene ancora… uno che non si rassegni all’idea di essere cattivo ma che il “buono a tutti i costi” non riesca mai a farlo. Una mezza figura di confine… vabbè su questo forse mi ci devo ancora mettere bene a lavorare.

In realtà… queste tante idee simpatiche nascondono la prossima… che vado qui a presentare e ce sarà quella che – spero – vi terrà coinvolti nelle prossime credo 8/10 settimane: eccovela!
Abbiamo una nuova e folgorante idea per la testa: partecipare alla iniziativa di scrittura collettiva che va sotto il nome di “Risorgimento di Tenebra” promossa da MoonBase Factory. Il gioco è semplice: scrivere una storia di ambientazione e tematica horror o fantastica inquadrata all’interno della cornice dell’Italia Risorgimentale.

250px-Camorristi-1906

La storia, per adesso, in nuce, autoconclusiva, sarà ambientata in una Napoli non più Capitale dopo lo sbarco dei Mille. Una Napoli che trasudi di tutta quella storia mai francamente e sinceramente narrata dai libri di Storia. Una Napoli non revisionista ma “sincerista” ed un bel po’ nera. Dove accanto al nero “sporco” della “nera” prenderà a danzare più di un’ombra buia e macabra. Di queste ultime, invero, non troverete mai traccia in nessun “giornale del tempo”.

Vi ho detto molto, troppo.
Ribadendo l’invito a seguirmi nelle prossime postate e pregandovi di essere davvero franchi e sereni nel commentarmi, vi consiglio anche di guardare a quanto già è stato prodotto se siete appassionati di “letteratura di genere”. Ci sono davvero dei bellissimi lavori tutti scaricabili ed acquistabili a prezzi modicissimi (a fronte sempre di un lavoro ben fatto di editing e di produzione grafica, oltre che di storie davvero molto intriganti) e trovate una lista più o meno aggiornata su questa pagina qui, curata da Gennaro Hell Greco (uno degli autori di uno dei libri cui mi riferivo).

Statemi bene e fate i bravi… domani comincia: “Quelle povere criature”.

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Clockwork Orcas 4

L’operazione di ripulitura è quasi terminata, con il Cavalleggero che sgasa affrontando l’ultima buca prima della torretta. Tutto talmente routinario e semplice che, guardando dall’esterno, parrebbe un’operazione da tutti. Così, come rapito, mentre sente le urla dei nemici che arrostiscono e la mano sinistra rilascia il pomello del combustibile spegnendo le lingue di fuoco, chi guida la Cavalcatura si scopre a fissare quel che accade alla Torre di Guardia degli Uomini di Latta, il vero obiettivo del raid. La loro azione serviva esclusivamente a impegnare in un primo momento le linee difensive dei nemici, coprendo l’avanzata dei due Corazzati – di sicuro solidi ma meno agili di un qualsiasi contingente umano – e soprattutto del primo Guastatore. Quest’ultimo ha già raggiunto la metà del muro scalandolo a mani nude, sorretto solo da un rampone e da un cavo di acciaio ricoperto di tessuto tattico. Dalle feritoie e dalle bocche di fuoco nessuno riesce a vederlo o colpirlo, le soluzioni di tiro sono tutte con munizionamento pesante dirette verso i due Corazzati. Il raggruppamento di fanteria che arriva si divide: una parte meno consistente si occupa della ripulitura delle trincee, mentre la parte più numerosa, più di trenta uomini, danno l’assalto alla porta di ingresso della torretta, dove le ultime resistenze sono asserragliate. I due Corazzati si sistemano ad una cinquantina di metri l’uno dall’altro, tengono la torre nemica come ideale vertice di un triangolo. Il suono dei pesanti ingranaggi e del sistema di contrappesi certo si sentirebbe bene se l’aria non fosse così satura ancora di urla, schiocchi di mitragliatrice e rombi di mortaio. Entramie hanno una soluzione di tiro possibile sulla struttura, non sparano solo per evitare di colpire il Guastatore, che ormai ha quasi raggiunto le feritoie. E perché il costo di uno solo dei loro proiettili è ancora proibitivo per non essere una extrema ratio nelle battaglie più difficili.

La velocità con cui il Guastatore scala la torretta è impressionante. Divora i metri come non pesasse nulla. Lo zaino sulle spalle parrebbe tirarlo giù, invece sballonzola verso l’alto ad ogni poderoso colpo d’anca con cui il soldato si issa, facendo forza su mani di acciaio e dorsali poderosi. Il fuoco di copertura dell’armamento leggero della fanteria costringe gli assediati a rimanere all’interno, tentando una difesa strenua che con pesanti armi anticarro cerca di seguire i movimenti comunque veloci dei nemici a terra. Gli Eso-Scheletri dalla loro posizione tengono sotto tiro l’ingresso della Terre di Guardia continuando a martellare la base dell’edificio con proiettili anticarro che le mitragliatrici a nasro montate sugli avambracci destri di ciascuno di loro continuano a sparare.

Come sincronizzato, mentre vede ormai il Guastatore raggiungere la vetta, il Cavalleggero si sposta a velocità sostenuta verso la Torre di Guardia, puntando il lato sul quale il suo compagno si sta arrampicando. Quando, praticamente disturbato, il Guastatore ha raggiunto la bocca di fuoco superiore, quella dell’antiaerea, nessuno degli assediati si aspetta di avere di fronte agli occhi il crepitio di un mitragliatore leggero come ultima immagine prima di disciogliersi nel Tempo. Il Cavalleggero con la Cavalcatura sono a destinazione, aderenti al muro, di modo da non essere visibili da parte degli assediati. E’ quando il drappello dell’antiaerea è stato neutralizzato, che il Guastatore pianta con violenza  le rocce un rampino, infila un moschettone al cinturone da guerra, sfila lo zaino mantenendosi al muro con la sinistra e facendo perno coi piedi sulla bocca di fuoco. Ne strappa un lato, armeggia, lascia andare l’ingombro all’interno, si lascia cadere giù con una fiducia inumana nel fatto che il rampino piantato lo sorreggerà o ne attutirà la caduta. Mentre vola giù sembra un corpo morto. Senza volontà, senza controllo. Non ha neppure toccato il suolo che un boato secco e sbuffante e una nuvola di fumo bianco spruzza fuori denza dalle feritoie e dalle aperture. Fosforo.

Il portone della Torre si spalanca. Alla rinfusa, in preda al terrore ed al dolore delle ustioni, due dozzine di uomini di latta si riversano nel piazale antistante. Carne e bersagli buoni per le mitragliatrici leggere della fanteria, che in sequenza, li buttano giù con raffiche secche e brevi. Ilk Cavalleggero nel frattempo raccoglie il Guastatore. Nessun cenno verbale tra loro, solo l’intesa dei due rintocchi sull’elmetto come a dire “Io ci sono…”. La Cavalcatura impazzita sfreccia via, verso il retro della Torre di Guardia. Alcuni fanti dell’esercito del Domani si attardano a finire i rivali con colpi singoli sparati a distanza ravvicinata, mentre avanzano senza rispetto sul mucchio di cadaveri ammassati. E’ in questo preciso istante che dalla Torretta saetta fuori una figura ammantata di fuoco. Pezzi interi del suo corpo avvolti dalle fiamme dense e chimiche dell’esplosione. Saetta all’esterno reggendo contro tutte le leggi dell’umana comprensione un mitragliatore anticarro. Con un solo braccio, meccanico. Non si cura della perdita di carburante che dalla spalla spruzza nafta arroventata sul suo corpo ravvivando le fiamme. La gragnuola di colpi sputati fuori con cadenza impressionante dall’arma falcia molti dei fanti, impreparati ad una sortita del genere. Gli Eso-Scheletri si mettono in posizione lenti, provando a centrare il bersaglio ma possono poco contro quell’essere uscito dall’inferno che con una velocità pazzesca prende a muoversi verso lo sterrato distante poche decine di metri, il piazzale che fa da parcheggio per i mezzi leggeri e corazzati in forze ai soccombenti. Lascia cadere il mitragliatore. Si ferma, evidentemente dolorante, malfermo sulle gambe. Si accascia inginocchiandosi. Armeggia con la mano di carne, la sinistra, sull’arto bionico, il destro. Armeggia all’altezza del polso e la sua mano meccanica cade in terra. Poi serra la sinsitra sull’avambraccio, puntandolo come fosse un cannone sulla Cavalcatura che si sta manovrando per tornare indietro, allertata dagli spari. E’ un attimo. Dal braccio puntato un’esplosione sorda, il corpo del soldato che ruota violentemente in senso orario, facendo perno sul piede sinistro piantato a terra e schiantandosi al suolo dopo un mezzo giro. Pochi attimi e la Cavalcatura viene centrata da un proiettile esplosivo a basso potenziale. Sufficiente a trasformarla in una palla di fuoco. Immagini confuse. Sfocate. Fumo nero e denso. Quan la Visione torna nitida, la scena, ripresa dall’alto, ritrae la enduro corazzata ridotta ad un ammasso di ferraglia infuocata. Poco più in là il corpo del Cavalleggero irriconoscibile, deturpato. Accanto, mutilato su tutto il lato sinistro, quello apparentemente esanime del  Guastatore.

4bd26d4e501b83d9df20d53f03780078.jpg

“Eroico da parte sua, davvero eroico… Miriam… e con questo? Conosciamo bene l’arte della guerra dei Guastatori dell’Esercito di Domani… niente di nuovo, insomma…” – “Silva…” e con un gesto ultimativo l’Alta Uniforme zittisce la soldatessa alla sua destra. “Eppure Silva ha ragione, Gevorg… che altro c’è?”. L’uomo con il cappuccio si volge alla algida rossa accanto al falcone. Con un gesto disteso e molto compassato della mano la invita a procedere ulteriormente. Mentre la ragazza, sollecitata, torna a dare alcuni colpi di carica al meccanismo dietro la nuca del falcone, la sua voce invade quello che è divenuto un tesissimo silenzio fatto di gelo e agitati sbuffi di respiro. “Conosciamo l’identità dell’Uomo di Latta che in questa Visione ha massacrato l’intera guarnigione d’assalto dei Domani. E’ una nostra vecchia conoscenza: Ermal Ordui, uno di quelli che chiamiamo per comodità Piombo Nuovo. E’ un Domani, uno delle mie genti, ma appartiene ad un clan rinnegato. Lui e i suoi hanno combattuto da sempre per gli Uomini di Latta. Hanno saltato il confine poco dopo la fine dell’ addestramento. Chi ha seguito la sua formaizone lo definisce uno dei migliori Incursori in circolazione. Ha fama di avere un qualche talento strettamente collegato al recupero delle ferite. Tanto da essersi guadagnato la fama di Immortale. Ed è l’uomo che ha guidato la spedizione degli Uomini di Latta contro la Selva di Nolavara. In prima persona era alla testa delle Serpi di Piombo che sono per prime entrate in città. Inutile ricordare la portata di quel massacro. Bene, come avrete capito l’uomo che abbiamo recuperato a Nolavara, quello su cui discutiamo, è il Guastatore di questa Visione”.
Ad interrompere la spigazione di Miriam, questa volta, è uno degli assistenti, quello con gli occhiali da vista rotondi che, dopo aver chiesto la parola con un cenno ed aver ottenuto il consenso dell’Alta Uniforme: “Questo Guastatore, Miriam, non è il primo delle tue genti che troviamo ricondizionato nell’esercito degli Uomini di Latta. Perchè tutta questa urgenza e soprattutto, perchè dovrebbe essere di vitale importanza per noi non giustiziarlo, ma curarlo e farlo nascere a nuova vita attraverso la Meccanica?” – “Già, spiegalo anche a me Miriam, guardami e dimmi perchè dovremmo concedere la Meccanica ad un essere contaminato dal putrido del metallo e del grasso… guardami e dimmelo”. Era stata ancora una volta Silva a parlare. Miriam cercò lo sguardo di Gevorg, quasi intimorita dall’esplosione della soldatessa. Cercò gli occhi dell’Alta Uniforme ed al suo assenso, rispose. “Tu ci odi, odi tutti quelli delle mie genti, odi i Domani. Posso quasi capirlo, visto quel che è successo a Novalara… ma adesso ti prego di tacere e di osservare attentamente… perchè se guarderai la Visione con cuore sincero, anche tu capirai che abbiamo per le mani una occasione irripetibile…”. “Irripetibile? Per cosa, esattamente, Gevorg?” e la voce dell’Alta Uniforme, cupa, si rivolse direttamente all’Orologiaio, riconoscendogli evidentemente una autorevolezza che non ritrovava nella ragazza dai capelli rossi e dal volto bianchissimo. “Irripetibile per la conquista di Marinburg… – di colpo l’aria nella sala s’era fatta così densa da poterla prendere a pugni e rimanerci invischiato – … lo strumento per riconsegnare le Orche alla Meccanica e rimetterle in mare.”.

 

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Ciao a tutti, immotivatamente sovrastimati sottoposti che seguite qui…

… poche righe davvero.. perchè si appressa il momento in cui a causa della carenza di materiale programmato ed a causa di un concorso cui devo partecipare con un elaborato scritto denso di contenuti che spaziano dal weird (ossia una certa forma di stravaganza letteraria) allo scifi (ossia il genere dei fantascienzi) al bizzarro (vabbè, fate voi) al surrealista (ma non alla Bunel, un po’ più 2.0) al dreampunk (che è quella storia per cui nelle cose normali ci entra dentro l’inconscio, le emozioni, i cazzinculogravissimi dei piccoli e grandi disagi dell’emotività umana) al mythpunk (cioè retrofuturismi fantasy ammantati di mitologia, dei semidei e pantheon vari)… si appressa il momento in cui Clockwork Orcas verrà sospesoper un mese. E non dovete farne una tragedia che torna subito e presto e davvero visto e considerato che il materiale redatto che voi non conoscetesarà in valutazione nel corso del prossimo mesetto.

ecate2.jpg

Ora, queste poche righe mi servono a lanciare una serie che sarà in onda qui tipo dal prossimo sabatoin sostituzione del celebre capolavoro che vi ha appassionati. Lascio la parola alla protagonista della vicenda, cioè la più che detestabilmente banale:

Clotilde Maria Bernadette.

“E niente, niente davvero, ciao a tutti e tutte, io sono Clotilde Maria Bernadette, ho sedici anni e sono la reincarnazione di una divinità psicopompa dei bei tempi che furono. Psicopompa è un parola che esiste; non invento parole. E adoro il puntevirgola. Il puntevirgola è amore puro, vero. Non lo trovi tutti i giorni e non devi sempre trovare una ragione per metterlo. Ah, sì, mi spiace deludervi… essere la reincarnazione di una divinità psicopompa non mi conferisce alcun particolare potere, tipo quello di uccidervi al cenno o di regalarvi, semplicemente dedicandovi un pensiero, settimane di cacarella e stipsi a targhe alterne. Perdonatemi e non infierite… alla mia bassa autostima provvedo solitamente di mio. Sì, non c’è virgola dopo Clotilde. Ho deficit di attenzione e grosse difficoltà a seguire un filo logico. Lo trovo noioso e terribilmente non banale per la mia età. Fino ai dieci anni ho assunto scrupolosamente Ritalin ogni mattina. Senza particolare giovamento per i miei deficit di attenzione. Vi prego non incolpate per questo la marjuana o l’hashish: soffro di disturbi di ansia e di panico, fumare mi fa male.
Sì, firmo per esteso, non c’è virgola quindi firmo per esteso. Sì, odio i miei genitori, ma la firma a cui mi hanno costretto è solo un dettaglio.
Ho smesso di fare sesso da un anno e tre mesi, complice un inizio incosciente e precoce. Ho smesso con il Rivotril da sei mesi, ma non ho voluto confrontarmi a proposito con mia madre. No, i miei purtroppo non sono separati e questo fa di me, mio malgrado, una persona quasi speciale. Sì, i due di cui sopra, purtroppo, si amano. Ed affermano di amarmi, la qualcosa complica irrimediabilmente un po’ il tutto.
Per l’ansia, la regolazione del sonno e più in generale per i disturbi da stress, adesso utilizzo feniletilamina – per cortesia non chiamatela riduttivamente extasy, non vado in discoteca – mentre per le crisi di panico ed in generale per un corretto controllo del tono dell’umore Paxil o Paroxetina (il generico). Potete seguirmi sulla mia pagina Facebook ma non potete richiedermi l’amicizia. Sì, bravo, te ne sei accorto? Non ho amici associati al mio profilo. Mi chiede che senso ha, signora? Solo quello di protestare con enorme banalità il fatto che mi sia dovuta inventare questa cosa per far dire a tutti che sono diversa.
Non avere FB sarebbe stato indiscutibilmente molto più banale.
Non perdete tempo con Whatsapp perchè, onestamente, l’ho disinstallato dopo sette ore dalla prima assunzione. Sì, è vero, potete trovare miei profili su una serie di siti di incontri a pagamento. Credetemi, vi giuro, ci ho provato ma non è tecnicamente andata bene. Attualmente mantengo quei profili attivi nella speranza che un giorno la gente smetta di dirmi che splendido sorriso ho, presentandosi con un messaggio preconfezionato, sicuramente salvato da qualche parte nella memoria dello smartphone… un messaggio che è la replica della battuta dei casting.
Ah sì, picolo dettaglio. Sono assolutamente certa di essere un personaggio di fantasia. Sono fermamente convinta di non esitere nella realtà. Una serie enorme di dettagli me lo dicono. A volte mi sento incredibilmente evanescente, trascurata. Succede quando chi deve avermi inventata non pensa a sufficienza a me, alla mia vita, a cosa mi succede durante una giornata e più in generale al mio mondo. A volte, credetemi, mi sembra che tutto, intorno, non abbia senso e più generalmente non esista. Dare la colpa di questa condizione alla solita crisi adolescenziale, però, mi sembrava banale. Allora mi metto in contatto con lui, col mio creatore, che sogno baffuto, tatuato, di una ventina di anni più grande di me… e spero con tutta me stessa che di rimando lui pensi a me. E mi faccia fare, dire, pensare qualcosa di diverso da quello che scialbamente io penserei, direi, farei. Sì, d’accordo: sono su quei siti di incontri solo perchè spero ardentemente che, un giorno, prima del mio diciottesimo compleanno, qualcuno mi scriva: “Ciao Clotilde Maria Bernadette, sono il tuo creatore e mi arrapi da pazzi. Che ne dici di un caffè?”. Un creatore immaginario fa indiscutibilmente più figo di un’amica immaginaria, andiamo. Soprattutto se vuole portarti a letto!

la_galerie_de_barbottine___ecate_by_barbottine-d59r3w8.jpg

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Clockwork Orcas 3

Nella sala c’è una temperatura bassissima. Ad un capo del tavolo siede nell’ombra un uomo bardato con alta uniforme. Il colore scuro della divisa non lascia alcun dubbio sulle scelte cromatiche del suo esercito: il nero è il colore di questi soldati. Al suo fianco, a destra, una donna in uniforme mimetica, avvolta in un mantello nero. Ha occhi feroci, appena due fessure. L’iride, d’un colore poco definito, alla luce dei neon appare quasi viola. Ha capelli corvini che ricadono corti sui due lati del viso, simulando quasi un elmetto. Di fronte, alla sinistra dell’alta uniforme, siede una figura puntuta, stretta in un abito nero talare. Sulla testa un cappuccio che disegna una protuberanza aguzza e svettante e nasconde completamente ogni lineamento del volto. Al fianco dei due, proseguendo, due uomini in abiti civili scuri. Uno dei due ha degli occhiali da vista rotondi, l’altro – ordinario e senza alcun dettaglio degno di nota che lo distingua – di fronte a sè ha un registratore dittofonico, alcuni fogli, una penna. All’altro capo del tavolo, una sedia adagiata vicino all’angolo destro ed al centro, in bella mostra, un trespolo da rapace.
E’ la voce dell’Alta Uniforme, dal capo del tavolo, a rompere il silenzio gelato nella stanza. “Procediamo, Gevorg?”. A quella richiesta, la figura ossuta attiva un interfono posto sul tavolo: “Miriam? Puoi entrare… porta con te il nostro Visore.”.

Nella stanza compare dopo pochi attimi una donna. Pelle diafana, dello stesso colore del latte o della risacca del mare. Capelli lunghi d’un rosso acceso acconciati in una treccia che le ricade sulla spalla destra. Sul braccio sinistro, sospeso a mezz’aria di fronte al suo viso, un falco adulto di taglia media con il capo rasato. La donna dai capelli rossi si dirige verso il trespolo, lascia che il falco vi si accomodi, poi dalla tasca tira fuori una specie di cuffietta con una protuberanza trasparente applicata sul cuoio. Calza la strana macchina sul capo dell’uccello, poi delicatamente attiva un qualche meccanismo attraverso uno strumento di carica laterale. Come mosso da una forza non propria, alla quale è incapace di resistere, il falco direziona la testa ed il becco verso il centro del tavolo. Sul lucido di quella superficie, alcune immagini cominciano ad animarsi, andare a fuoco, prendere forma. tumblr_nnmjeq1Yf71qa6vr1o1_1280.jpg

La trincea è a poche centinaia di metri dagli schizi rabbiosi di fango che la ruota anteriore spande tutt’intorno. Le mani sono strette sul manubrio. La destra sgasa furiosa, senza controllo, ruotando e tirando sul pomello dell’acceleratore. Sembra quasi di sentire, lì sotto, il cavo di ferro tendersi senza alcuna grazia, tirarsi dietro aria e benzina, spararla giù nel motore con decisione. La posteriore vortica impazzita sul terreno sconnesso. Eppure chi è davanti non fa alcuna fatica a tenere salda in piedi la Cavalcatura. Neppure mentre dalla trincea nemica i mitragliatori pesanti  sputano il loro munizionamento rinforzato contro l’avanzata dell’esercito dal vessillo blu scuro con una luna bianca disegnata al centro. Sono bocche  che si aprono e vomitano fuori lingue di fuoco e ogive di piombo, in un martellare ininterrotto di scoppi gravi e tintinnii acuti, quelli dei bossoli che si sperdono nell’aria lì intorno e ricadono nel fango, sbattono contro i solai delle torrette, rimbalzano sulle canne rotanti degli stessi mitragliatori. La prima cosa che un Cavalleggero deve saper fare è correre, anche quando intorno è l’Inferno. Subito dopo, un secondo concetto impresso nella mente dei cavalleggeri a caratteri cubitali: Restare In Piedi!

Il corso per le truppe d’assalto comincia a dieci anni. Solo alcuni, scelti dopo attenta osservazione e la certezza che abbiano naturalmente il talento per il combattimento, vengono avviati ad apprendere la via del Guastatore. Gli altri, dai riflessi più pronti, l’indole meno indomita ma l’occhio più vigile, vengono istruiti alle arti della Cavalcatura. Cavalleggero e Guastatore sono una delle punte di diamante dell’esercito dal vessillo lunare, l’esercito dei Domani.

E’ la mano del Guastatore a poggiarsi, ora, poco sopra il tubo di scarico del lato destro della Cavalcatura. “Bocca di fuoco pronta… quando vuoi!”. Il Cavalleggero scuote la testa senza speranza: “Aspettare di arrivare più sotto la trincea delle teste di latta era chiedere troppo, vero? Se sbaglio ne inceneriamo una cinquantina di nostri…” – “Ma tu non sbagli mai!”. Il meccanismo attivato apre poco sopra il collettore di scarico sinistro una nuova apertura, dalla quale è possibile lasciar uscire una miscela infiammabile ad altissimo potenziale con pressioni sostenute. Un lanciafiamme semovente. Certo: una pallottola sola, ora che il “bruciatore” è attivo e la Cavalcatura si trasformerebbe in una pira impazzita.

Le pallottole fischiano intorno, sempre più decise e sempre più vicine. È la velocità il segreto con cui Cavalleggero e Cavalcatura riescono ad evitarle. Non sono già dissolti nel tempo solo perché questo conduttore fa qualcosa che nessuno si aspetta: punta dritto contro le trincee, va contro il bersaglio senza girarci intorno. Le modifiche nella traiettoria sono minime, le sterzate quasi inesistenti, eppure questo bersaglio che sempre più si avvicina scarta ogni volta di quel tanto che basta a costringere chi spara a riadattare la mira. E poi c’è la fanteria che avanza dietro, ci sono i Corazzati, eso-scheletri in metallo pesante mossi da complicati meccanismi a contrappeso. Gli avversari, nelle trincee, non possono certo pensare solo al Cavalleggero.

È con l’esperienza di tanti altri assalti riusciti che il Cavalleggero inquadra  uno dei varchi tra le buche della trincea nemica. E’ lì che bisogna attraversare. Questa manovra permetterà al Conduttore ed al Guastatore di varcare la linea di fuoco entrando quasi dall’estremità sinistra della stessa. Indietro rimarrebbe solo una buca, che peraltro non sembra dotata di chissà quale armamento e probabilmente ospita solo due o tre soldati con armamento leggero. Sarà forse l’ultima che inceneriranno, sempre che non se ne occupi qualcuno dei fanti che sopraggiungono. Il passaggio si avvicina, ormai è questione di secondi. Il Cavalleggero stringe la sinistra attorno al pomello mancino, serra i denti, le ultime pallottole indirizzate a loro pare schivarle con la forza del cuore e del pensiero – sebbene qualcuna rimbalzi contro la carena corazzata con qualche schiocco metallico. Un colpo di freno appena l’anteriore ha superato la linea di fuoco, ganasce si stringono contro il battente della ruota anteriore mentre due pistoni controllano la forza impressa dal retrotreno del mezzo che preme. L’apparato metallico entra in funzione evitando che la Cavalcatura impianti sull’anteriore e sbalzi i due soldati, assorbe l’energia e tramite un sistema di scarico sbuffa una nube di vapore. Le gambe destre dei due incursori che si piantano in terra per fornire un perno, la frenata costringe alla sterzata tutta la cavalcatura… poi un colpo di gas, il freno viene rilasciato di scatto mentre la manopola a destra ruota decisa per tornare a correre ed una sgasata continua sulla sinistra da finalmente vita alla Canna di Fuoco.

Il Guastatore tira su la gamba destra. L’imbottitura di cuoio e doppia lana cotta protegge il suo polpaccio dal fuoco e dal calore insostenibile che ormai arroventa la bocca da cui sputano lingue rosse impazzite. Il piede scavalca la Canna, la suola dura vi aderisce perfettamente mentre con l’altro piede il soldato si pianta fermo a cercare un appiglio sicuro. “Rallenta!” – con due botte di nocche decise sul casco del conduttore – “… io scendo qui!”. Al secondo colpo il Cavalleggero ha già capito e molla leggermente la manopola del gas senza invece diminuire nella maniera più assoluta l’intensità del fuoco. Con un balzo felino all’indietro il compagno  si lancia sul campo di battaglia. Atterra con il ginocchio sinistro piantato nel fango ed il piede destro pronto allo scatto, arma la sua pistola mitragliatrice leggera, fa scattare il carrello, arma il cane e si lancia in direzione della prima buca, quella risparmiata dalle fiamme. Corre tra i corpi dei nemici che si lanciano avvolti dalle fiamme fuori dalle buche, cercano di salvarsi rotolando in terra, provano a spegnere nel fango e nella polvere le fiamme che quel liquido denso e viscoso sembrano aver appiccicato loro addosso. È tutto vano, il Guastatore lo sa. Forse è per questo che con una certa soddisfazione passa tra di loro senza curarsi di finirli: che brucino pure! Il caricatore che è scattato col primo colpo in canna ha 35 colpi. “Basteranno!” pensa sicuro a pochi metri dalla buca. Gli Uomini di Latta alla mitragliatrice cercano di puntare sul Raggruppamento che ormai incalza e solo uno si volta cercando di coprire proprio dal Guastatore il lato sguarnito. Operazione inutile. Lo sa il soldato che con la pistola fa fuoco disperato, lo sa il Guastatore, che in corsa, schivato il proiettile, apre il fuoco. Falciato dalla raffica, il ragazzo guarda in faccia la morte rassegnato, mentre gli altri cadono in avanti, crivellati alle spalle, terminati prima ancora di riuscire a girarsi, a difendersi. Non è per etica se il Guastatore pare restare un po’ con l’amaro in bocca. Non è certo per il fatto di averli colpiti alle spalle… forse semplicemente perché tutto, davvero tutto in questo assalto, è sembrato troppo facile.

La visione non si interrompe. I suoni, dilatati ed a tratti poco comprensibili che fuoriescono come per magia dal becco del falco, continuano a rimepire la stanza mentre la voce dell’Alta Uniforme compare a invadere lo spazio gelido sul tavolo. “Fino a qui tutto mi pare un normalissimo assalto delle truppe speciali del Domani ad una trincea degli Uomini di Latta… non capisco dove sia il prodigio di cui volevate…” – “La prego Generale, ancora un attimo di pazienza… quel che finora ha visto non giustifica tutta questa segretezza e tutta questa fretta ma…”. Ad interrompere il dialogo è la voce roca e ultimativa della donna in uniforme: “Vogliamo augurarcelo Miriam, che tu e Gevorg, l’Orologiaio folle, abbiate davvero qualcosa da farci vedere che giustifichi l’aver distratto la nostra attenzione dal campo di battaglia. Sapete bene anche voi che sul fronte orientale, attorno al delfinario, siamo sotto uno degli attacchi peggiori dall’inizio di questa guerra… voi sapete quanto…” – “Silva sono stufo! Mostra un po’ di rispetto per chi ti ha rimessa in piedi più di una volta! E mostra un po’ di rispetto anche per la mia pelle bianca…” La voce algida di Miriam s’era fatta di colpo glaciale. Sulla sala ricadde il silenzio. Mentre le immagini confuse sfumavanofu l’Orologiaio Gevorg a prendere la parola: “Questa visione risale a quasi tre anni fa… osservate vi prego la coda dell’evento, poi passeremo a dettagli più importanti e potrete capire perchè riteniamo di avere per le mani qualcosa di troppo prezioso per essere liquidato come un semplice prigioniero di guerra”.

 

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Allora tipo che ho visto “Il racconto dei racconti” di Garrone e…

… ed ho un po’ di considerazioni da fare sull’argomento.
Parto da un assunto che credo sia doveroso e fondamentale: a me il cinema e la poetica di Garrone piacciono molto. A me piace come Garrone lavora con la macchina da presa. A me piace la sua cura sempre pretesa per i dettagli visivi, per le suggestioni in immagine e soprattutto per quanto ricercata sia sempre ogni sua scelta in tema di fotografia – pur avendo nel suo staff fior fior di addetti al ramo. Inoltre a me piace moltissimo la poetica dei temi che Garrone sceglie, il suo ricercare sempre e comunque l’inquietudine, l’atrocità, il crudele. Perchè in realtà io adoro certi temi e certi rapporti di forza nell’economia delle storie.

il-racconto-dei-racconti

Partendo da questo presupposto vi dico subito che a me il film è piaciuto tanto. Belle le storie scelte, tutte e tre molto significative, con la ricerca di confronto con temi che hanno tutti a che fare con quel che di umano molto umano c’è in oguno di noi: invidia, autoaffermazione, ignavia, desiderio, controllo. Bella, molto bella, anche la grande metafora secondo la quale non tutto è scritto, non sempre esiste un destino preordinatore, ma sempre e comunque le scelte per sfuggire al destino comportano sofferenza, lutto, contrasto. Quel che dico e sostengo da qualche giorno: nulla lascia indenni tutti e qualcuno deve sempre soffrire. Perchè è nell’ordine naturale delle cose che questo accada. E, dentro il film di Garrone, dentro questo ben fatto contenitore di storie che è esso stesso una storia, è sempre la sofferenza di qualcuno a muovere le vicende.
Ancora, a me è piaciuta davvero molto la scelta degli attori con cui il regista si è confrontato. Di fronte ad alcune scelte che non appaiono forzate ma di maniera… tipo quell’odioso bellone di Vincent Cassel che fa il libertino oppure la Hayek che fa la regina che tutto conosce e tutto controlla, esiste comunque una visione ponderata e la scelta del migliore possibile in quel ruolo. Ogni volta i personaggi non sono mai bianchi o neri… e dunque è necessario trovare visi e fisicità che esprimano bene questi contrasti senza esasperarli. La algida Hayek o il sanguigno Cassel sono due emblemi di tutto questo.
Splendide le scelte fotografiche ma lo abbiamo già detto.
Come pure, e su questo so che in molti non sarete d’accordo, bellissimo il registro temporale lento e dilatato. E’ una grande fiaba di fiabe quella che vediamo quindi è giusto che abbia tempi di stasi e contemplazione… senza vivere ritmi serrati che non si confanno alla bisogna.

Cannes-2015-Salma-Hayek-mange-des-organes-dans-Tale-of-Tales-le-nouveau-Matteo-Garrone_reference

Quel che non trovo giusto è il carattere mainstream e pop che si è voluto dare all’opera nel trailer. Io conosco Garrone, conosco la sua poetica, conosco i suoi film. Mai mi sarei sognato di portare con me a cinema dei bambini di 3 o 5 o 7 anni… come qualcuno ha fatto guardando il trailer e pensando di essere di fronte ad un qualche colossal Disney o ad una rilettura in chiave cinematografica di qualcosa come Il trono di Spade o peggio ancora i Borgia. Un paio di bambini hanno urlato al sacrilegio in alcune scene e chiesto urlanti ed in lacrime di abbandonare la sala. Ci sta! Ci sta meno che, ingolositi da un railer all’americana, orde di idioti si accalchino in sala per poi, a fine film, prorompere i considerazioni del tipo “Che film di merda” – “Una palla” – “Madonna che lento”… cioè… se Garrone non lo conoscete… non fidatevi del nome del suo ultimo film “Reality” che promette altro e non confondete “Gomorra Il Film” con Gomorra la serie (sono due prodotti splendidi ma molto molto molto diversi tra loro… chi ama la serie solitamente non ama il film a meno che non ami anche certo cinema e Garrone). Basta… cioè certi film andrebbero dati solo in certi cinema… perchè un film del genere non è adatto ad un pubblico che “esce al cinema” ossia va a cinema perchè non sa che altro fare e ricerca esplicitamente prodotti generalisti di ritmo spiccio e simili. Sono elitario? Sì… sono elitario da morire quando le cose mi piacciono e ci sono affezionato…
Per cui, chiusura di una recensione atipica:

Se vi piace Garrone questo film vi piacerà
Se vi piace Garrone vi verrà voglia di scrivere favole in napoletano
Se vi piace Garrone avrete odiato il trailer del film di Garrone di cui sopra…
43073_hp
Se non vi piace Garrone ma vi piace il Fantasy… ci sono tante valide alternative a questo film e soprattutto ci sono tanti modi splendidi per non rovinare la visione di questo film alle persone che vanno a vederlo perchè Gli Piace Garrone!   il-racconto-dei-racconti-garrone_980x571

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , ,

Gianni e Francesca – Dei viaggi programmati al fondo della strada per dirsi addio o ricominciare… oppure… vivere un viaggio drammatico e pieno d’amore che si paga per due e si vive da soli! Fino a… fino a lei? Boh!

E Gianni era lì, in fondo a quella strada. Francesca si allontanava con la sua macchina, una ope corsa bianco sporco. Non che ci fosse quel viaggio planetario da fare, non che si dovessero solcare gli oceani per quel viaggio, per quell’incontro… ma a Gianni sembrava davvero di aver raggiunto la fine del Mondo con quel viaggio alla fine della strada. “E quindi… niente Gianni, perdonami ma il mio è un no. Scusa, scusa davvero, scusa per tutto…”. E Gianni sorrideva, col suo sorriso da minchione. Sorrideva anche se avrebbe voluto piangere e piangere ed urlare. Sorrideva perchè era lei che non doveva star male. Perchè dentro di se Gianni sapeva benissimo che a Francesca quei no pesavano, da dire. Pesavano come macigni. Perchè sapeva benissimo, meglio di chiunque altro, che quei No, Francesca, non se li sarebbe più perdonati. Mai più nella vita. E Gianni sapeva, almeno sentiva dentro, che il suo pianto, le sue grida, tutti i suoi tentativi di essere duro, deciso, di lasciare che le emozioni prevalessero, magari tirando fuori il campionario che da sempre definiva il “peggio di se”, lui non se li sarebbe pedonati mai nella vita. Perchè avrebbero fatto soffrire Francesca, perchè avrebbero fatto sentire lei in colpa per quello che succedeva. “La colpa è mia Fra, la colpa è mia e lo so… solo non so se sarò mai capace di perdonarmi per questo.. forse non ci riuscirò mai.”. Ed era vero. Gianni in quel momento sentiva che non esisteva spazio possibile dentro di se, per una assoluzione, nemmeno ventura. Ma continuò a sorridere amaro e comprensivo, con tutta la dolcezza che poteva, agli occhi sfuggenti di Francesca. “Bella come sei oggi non lo sei stata mai…”. Lei provò a sdrammatizzare dicendo “Sono sempre bellissima…” ma si pentì subito dopo della assoluta inadeguatezza al momento di quella battuta fuori posto come le scarpe vecchie sul tavolo di una cucina. Sentì quella battuta inguaribilmente fuori posto. Si disse che era stata stupida… perchè in quelle parole Gianni ci credeva davvero… in quel “Bella come oggi non lo sei mai stata…”. E non era bello per niente svilire quel momento. Abbassò gli occhi… e non si rese conto che diventava ancora più bella, come quel giorno al porto, mentre prendevano assieme quel traghetto… e lui la fissava. E lei abbassava gli occhi. E lui le disse “Assomigli ad Audrey Tatou”. Cucendole addosso il viso di Amelie… senza essere più capace di toglierlo di lì.

parco-savello

“Andiamo a mangiare qualcosa vuoi?” e lui in quel momento sentì che tutto stava per finire. Che non avrebbe retto a vederla ancora tormentarsi le mani, le unghie, i pacchetti di sigarette, le cose che le finivano tra le mani. Si disse che quella cosa doveva finire lì. Che lei doveva smettere di soffrire. Anche se questo significava non poterla baciare. Anche se questo significava non prenderle le mani, tirarla a se e baciarla un attimo solo… o una eternità. Anche se questo significava sacrificare quell’abbraccio. “No, adesso andiamo via… sembra non abbia senso nulla che io possa dirti, sembra non abbia senso nulla che io possa fare… quindi basta, andiamo via. Stai soffrendo e mi fa male vederti soffrire… più di quanto me ne fa non poterti dire tutto, non poterti baciare… ora, qui!”. Anche se le aveva detto: “Ci sarai il 15 aprile al mio compleanno?”. E mancava solo un mese. E lei aveva gli occhi accesi di sorpresa. Di gioia. Ma disse ancora no abbassando lo sguardo, scappando, ancora una volta. Fu allora che lui glielo disse: “Allora non ti aspetterò più… continuerò ad amarti per due, per me e per te… ma non ti aspetterò più… lo devo a te, lo devo a me, lo devo a noi… non ci sarò più… anche se continuerò ad amare noi, me e te… anche se tu non lo farai più. Ho forza abbastanza per farlo io!”. E salì in macchina. Pagò il parcheggio. E chiese di riportarlo dove si erano trovati.

Amelie-1140

Quando stava per scendere dall’auto, le disse che quello era un addio, mettendo fuori il piede dall’auto. Le disse che non ci sarebbe stato più occhi negli occhi, più nulla. Lei disse che lo sapeva. E si meravigliò che non ci fosse nemmeno un abbraccio. Rimase lì muta, triste come non lo era mai stata. Gianni tornò in macchina. Si lasciò abbracciare. Si lasciò stringere. Ebbe forte la tentazione di stringerla ma si disse no. Ebbe forte la tentazione di baciarla ma si disse no. Lì fermi, a bordo srada. Gianni sentì le braccia che lo sringevano, che lo accarezzavano. Sentì il suo amore… che che lei ne volesse dire. Sentì un amore forte, caldo e puro. E non lo ricambiò… perchè qualcosa di vero c’era in un pezzo che qualcuno, mentre al telefono poco dopo si sarebbero sentiti, stava ascoltando: “La giustizia dell’uomo punisce chi ha le ali e non vola…”. E quella era una punizione per Francesca a cui Gianni decideva di negare quel gesto di affetto. Ma più ancora era una punizione che Gianni si infliggeva… per non aver volato con quelle ali che erano lei… erano loro due. Non la abbracciò, non la strinse, non la baciò, non la guardò. Le disse che l’amava… ed andò via.

La guardò sfilare via con l’auto. La salutò mentre si allontanava. Fu tentato dallo scriverle subito qualcosa, nella speranza che tornasse indietro. Non lo fece… non voleva pietà e commiserazioni. Si disse che quello era stato un addio. Le disse che quello era stato un addio. Eppure attese, finchè non fu sicuro che lei non sarebbe tornata. Finchè non la seppe a casa. Solo dopo, capiì che addio non sarebbe stato possibile. Che non ci sarebbe stata una vita spesa per lei… ma non sarebbe nemmeno stato possibile dirl  e addio e non cercarla più. Si disse solo allora che l’avrebbe aspettata… comunque… finchè il suo sentimento fosse stato vivo e sincero. Che fino a quel momento l’avrebbe davvero amata per due… avrebbe amato la loro storia e l’avrebbe custodita ed accudita per due gelosamemnte… come missione primaria.
Si disse che ci sperava ancora… si disse che avrebbe fatto ancora di tutto per lei… ma che non arebbe più morto per lei. Non avrebbe smesso di vivere come aveva fatto. Si disse che satrebbe stato belo ricominciare ritrovandosi vivi… felici.

strada

Si sentì pazzo. Chiamò Mimmo, il suo istruttore di Boxe. Lo chiamò e gli raccontò tutto. “Non sei pazzo… stai solo amando… ed amando forte… ed amando come non tutti sanno amare… io non lo so… lei da quel che mi dici mi sembra determinata a fare qualcosa che non vuole. Non so come andrà… ti auguro il meglio ma tu… se senti di farlo… fai così. E nel frattempo vivi. Di sicuro le sembrerai più bello, più forte… più affidabile. Di sicuro le sembrerai un porto molto più sicuro!”. Poi chiuse con una frase che non si aspettava… “Gianni… spero solo tu veda quanto sei forte… quanto sei incredibilmente deciso, determinato.. quanto sei bello… quando ami e vivi così! Fallo!”.

Contrassegnato da tag , , , , ,

Io che quella sera nemmeno ci volevo venire con te…

“Madonna santa cristoddio…” ed è un sussurro con la mano sulla fronte imperlata di quel sudore gelido che fa capolino dietro il colletto della camicia assieme alla domanda – ovviamente ancora una volta senza risposta – “Ma come cazzo mi è venuto in mente, a me, di uscire con uno stronzo come quello che adesso se ne sta lì a fare lo stronzo in senso letterale e metaforico… da dove cazzo mi è venuto porca quella maledetta puttana lurida…”. Perchè i passi si avvicinano ai cubicoli dei bagni. Perchè Vito Zucchio si sta provando ad alzare per tirarsi su i pantaloni senza nemmeno…
… vabbè ma non è neanche il caso di starci troppo su a pensare al fatto che quell’esecrabile essere umano si stia alzando i pantaloni – e le mutande – senza nemmeno essersi pulito il buco del culo dopo aver cacato. Non è il caso visto che l’urlo “Vanessa!” e il proprietario della voce che urla “Vanessa!” si fanno sempre più vicini. Zucchio attira con un cenno del capo l’attenzione di Michele. Quel che lascia esterefatti è che lui proprio non si riesca nemmeno a rendere conto che alla fine la situazione in cui si sono infilati è la meno propizia. A tra pochi minuti per – nell’ordine – due sberle a testa alle ragazze, due sberle a testa a loro, una lavata di testa ancestrale a tutti, urla nel bar, di sicuro una reazione scomposta dello Zucchio, probabilmente un accenno di rissa, nella migliore delle ipotesi un mezzo scandalo che non dovrebbe lasciare molti strascichi nella memoria collettiva… ma di sicuro enormi pesi e rimpianti nella vita prossima ventura del povero Giorgino che… può starne certo, dovrà ben che vada ripetere una versione ufficiale concordata ed una serie di “Amore, cazzo ma credimi, lo sai come va in paesini come questi… le coe vengono gonfiate manco fosssero dirigibili!”. Vito Zucchio sorride con lo sguardo ebete e con l’espressione da papero sagace che Archimede fa quando gli si accende la lampadina mima il gesto dello spingere forte la porta al suo e solo al suo tre. Le due ragazzette tengono il fiato. Si guardano immobili. Il celebre Grido di Munch stampato sulle loro facce. Le mani a cercare di scrollare di dosso le tracce inequivocabili di un incidente con qualcosa di molto simile allo zucchero a velo.

hospedaje-gaby

Sono momenti interminabili. La situazione appare congelata. Fare o non fare, dire o non dire… sguardi che vagano da un paio d’occhi all’altro. Un manicomio. Gente come Sergio Leone con queste storie c’ha fatto fortuna nel cinema!

“Vanessa!”. L’urlo è alla porta. Di fronte alla porta del cubicolo dove stanno nascoste le due coppie non proprio omologate. Zucchio nel silenzio più totale, di quelli che fa sentire bene e distinto lo sgocciolare dei lavandini e il vorticare delle inspirazioni, in un perfetto LIS da Tg3 delle 14:40 mima il gesto dello spingere la porta con veemenza. Michele Giorgino a smorfie cerca di protestare: “Guarda che se lo butto per terra va a vedere gli facciamo male e sono cazzi…” oppure un “guarda che non lo faccio nemmeno per il cazzo, potrei farmi del male” o più probabilmente un “siamo nella merda io non lo faccio, ritengo l’opzione rischiosa e non praticabile…”. Vito Zucchio indica le tracce evidentissime di materiale farinaceo bianco sui tubini delle ragazze. Poi allude alla dimensione dei loro rispettivi deretani una volta completato il trattamento da parte del proprietario della voce che ora non urla più “Vanessa!” solo perchè il tempo è congelato. Poi con veemenza, mima ancora una volta il gesto dello spintone inverecondo alla porta. E sgrana gli occhi come a dire: “Niente discussioni… dev’essere ora!”. Michele Giorgino si appunta mentalmente tutto quel che dirà a Zucchio nei cinque minuti successivi. Compila la lista con la stessa certosina scrupolisità di un Mastro Don Gesualdo di fronte alle carte testamentarie da redigere… “Tanto nella stragrande maggioranza delle possibilità tra cinque minuti sarà tutto finito… sarò morto!”. Annuisce all’ennesima imprecazione afona di Zucchio sul muoversi senza star lì troppo a pensarci, chiude gli occhi, li riapre, si lancia come una furia contro la porta. Solo per scoprire che l’apertura è verso l’interno.
Un tonfo clamoroso. Dolore lancinante alla spalla. Uno dei cardini – quello superiore – della porta pare cedere con uno scricchiolio sinistro. E intanto però la chiusura della porta risulta aperta. E l’assediante ha gioco facile nel far crollare le ultime difese con una pedata assestata con violenza. In questi casi sono i centimetri a fare la differenza. In fisica è spesso questione di micron… figuriamoci cosa succede in quelle praterie che sono i centimetri… in fisica.

eiqxde

Mentre il corpo di Giorgino rimbalza all’inidetro nel cubicolo, la pedata si stampa. Mentre il corpo di Giorgino concede spazio tra se e la porta… quest’ultima, sotto il colpo dell’ariete che calza 44 a pianta larga indietreggia violentemente e con una rapidità inaspettata, stampandosi di taglio sulla fronte del malcapitato nella zona del sopracciglio destro, quello più esposto. L’epidermide cede, il nostro inidetreggia di colpo portandosi le mani al viso ed imprecando contro santi, madonne, Fanfani senior e medici curanti. Michele sanguina. Le due ragazze raggelate, si aggrappano l’una all’altra per farsi coraggio. Zucchio non trova di meglio da fare che controbilanciare la forza con cui il suo – incolpevole – compagno di merende sta indietreggiando con una spinta ancor più veemente. Michele, sballottolato, con le mani sul volto e i gomiti alti, impatta contro l’uomo che adesso non urla più “Vanessa!”. Non urla più. Inspira ed espira come un rinoceronte che sta per caricare. Michele si schianta su di lui a peso morto, colpendolo con l’avambraccio sinistro – zona polso – sul naso. Crack! Si ente bene Crack! Manco fosse il tendine di Ronaldo che salta in quel clamoroso rientro record di coppa italia 2000 ritorno all’Olimpico. “Puttanadituamadrequella…” e l’uomo caracolla all’indietro sfasciandosi le reni contro il lavandino frontaliero. Guadagnata l’uscita dal cubicolo, Michele viene spinto ancora una volta da Vito che si lancia verso la porta a riporto tenendosi su le braghe e cercando di abbottonarsi il jeans. Dietro di loro, mentre la porta stenta a richiudersi, il pover’uomo che urla disperato “La madonna puttana il naso… pezzo di merda il naso… Vanessa! Vanessa!”.   pantalonibassi

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,