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Ti pisciano in testa…

E tu dici che piove! Un ricercatore italiano è morto ammazzato in Egitto. Si occupava di sviluppo economico, sindacalismo, mercati arabi in espansione. Scriveva e collaborava con Il Manifesto (sotto pseudonimo per paura). Il capo della polizia non l’ultimo degli ausiliari del traffico, nelle prime ore, ha parlato di un incidente automobilistico davanti a un cadavere scempiato dai segni di una lunga e straziante tortura.

Lo stato italiano, ad oggi, si è detto certo, non solo fiducioso, di una pronta e solerte collaborazione del paese delle piramidi. Io mi chiedo come mai, a fronte di dichiarazioni inquietanti come quelli del capo della polizia del Cairo, non sia ancora stato convocato l’ambasciatore egiziano a Roma. Per un semplice e rilassato scambio di vedute tipo: “Ho sentito che Il Capo della Polizia del Cairo, non l’ultimo degli stronzi, ha detto: incidente d’auto! Guarda, siccome noi siamo esperti, da Pinelli in poi, a fare di queste cose, abbiamo capito dove vuoi andare a parare… riaddrizzi il tiro o dobbiamo far capitare qualcosa a una serie di persone?”. Ok, sono come al solito un sognatore. Queste cose non le fa nemmeno zio Vladimir… o almeno non le dice. E’ molto far sapere all’ambasciatore che, tipo: “Io sto per chiamare tutti quanti i grandi tour operator che lavorano col tuo paese… guarda che sono covninto arriverano una valanga e mezzo di disdette. Sai stavo anche pensando che con tutte queste disdette, forse è il caso di togliere anche qualche volo da e per il Cairo… no, così, giusto per fartelo sapere… perchè non ci sentiamo tanto sicuri, sai, fai un incidente di macchina e ti trovano accoltellato, con le bruciature…”.

Se fossimo un paese serio… Ma non siamo un paese serio.
Se siamo stronzi… e siamo stronzi… “Siamo certi di una pronta e solerte collaborazione dell’Egitto”.

Siamo il paese che ha fatto arrestare l’autore della Strage del Cernis? Sì, siamo quelli che ancora non riescono a risolvere la telenovela dei Ramò… ehm dei Marò.

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Radio Quindinononvatuttobene – A some tirate

A somme tirate, non tanto sull’anno passato, che salutiamo, ma sulle feste appena trascorse, che l’epifania ieri si è portata tutte via, allora dicevo… sono stati giorni ininterrotti di ritmi non più regolari: conoscenze fatte tante, riconosciuti al seggio dopo le 3 di notte: pochissimi. Conoscenze fatte tante, figurine da attaccare nell’album persone importanti da tenere a memoria: la metà. Festini neoborghesi o catholic-anti a cui si è partecipato: troppi. Caffè: ridotti drasticamente. Sigarette: dimezzate. Righe scritte: tantissime. Progetti aperti: troppi. Progetti da sistemare: alcuni. Tesi da rivedere: Una. Sushi all you can eat: tantissimo. Multe per eccesso all’allyoucaneat: due. Grappe e superalcolici: drasticamente tagliati. Spending Review monetaria: avviata. Spending review sentimentale in via di perfezionamento. Cazzate fatte durante le feste: troppe. Cazzate in programma: alcune. Viaggi in via di definizione: tre. Devo ancora comprare le penne!

Canzone delle feste: Alfonso di Levante
(che resta la sempiterna amica del cuore con cui non fare niente di scabroso nella enorme scatola delle Biondoddio con quella che ci farei!)

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Oh niente, allora… le dipendenze sono una coperta…

E tu non sei mai in grado di percepire quanto questa coperta sia corta. E questa coperta si chiama dipendenze e non “una dipendenza” oppure “ogni tua singola dipendenza”. Definiremo quindi sin da ora quella coperta come un patchwork risultante di tutta una serie di piccole e grandi dipendenze che insieme vanno a costituire l’archetipo della dipendenza, il tuo essere sempre e comunque dipendente.

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Quale sia il grado del tuo essre dipendente a livello archetipico puoi solo intuirlo quando vedi crescere il numero di pacchetti acquistati al giorno, quando percepisci la frequenza dei click su certi portali, quando cominci a smaniare per un nuovo tattoo, quando cominci a chiederti con sempre maggiore insistenza se la spesa che hai in frigo è sufficiente, quando ti accorgi che il numero di serie attualmente in download sul tuo mysky è superiore alla capienza dello stesso.

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Ho osservato attentamente questo numero e valutato la situazione.
Houston abbiamo un problema!
Però sulle prime non chiami Houston che nel codice militare americano non significa nulla. Tutti pensano che Houston stia lì per H… e quindi Home, Casa nel senso di Famiglia, Nido. No… H si dice Hotel… che propriamente non è il tuo nido ma il posto dove ti accampi. Scherzi della fonetica criptata militare.
Sulle prime non chiami Houston che nella missione dell’Apollo 13 – che salutiamo e ringraziamo per aver coniato la splendida espressione  – era Casa, Nido, Home… per un semplice fatto. Te la devi vedere da solo oppure finirai a declinare in altro modo una nuova forma di dipendenza, quella dagli affetti. E non va bene schiacciare una dipendenza con un’altra dipendenza illudendoti che stai risolvendo un problema.

Equilibrare dipendenze da solo non ti salverà! Il tuo problema non è equilibrare le dipendenze. Il tuo problema è “dipendere”. La soluzione è tendere al non essere dipendente.

Orbene… identificate le dipendenze scopri che nell’ordine sei più incasinato con le sigarette e col cibo, che hai dei surrogati molto potenti nel tatuaggio, che hai dei lenitivi momentanei nel controllo delle statistiche di accesso al tuo blog che leniscono la tua ansia di controllo, che non consideri le relazioni come una forma di dipendenza, che ancora non vivi i tuoi affetti più cari come forma maniacale e che, sostanzialmente, il porno e la pornografia non fanno parte del pantheon degli dei da venerare e da cui dipendere per lenire il tuo bisogno di dipendenza stesso. Mammaepapà e Tory Lane non sono parte del Patchwork.

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Evviva!

In una serie ossessiva di prove e controprove di bilanciamento hai notato che al decrescere delle sigarette fumate si innalza la voglia compulsiva di mangiare, di cibarti di qualcosa, solitamente giuggiole, latte condensato da spremerti in bocca direttamente, caramelle club… difficilmente salsicce e derivati della carne. Più probabilmente nodini di scamorza affumicati. Al decrescere delle sigarette fumate cresce la panza. Qualcuno mi ha detto di provare con la cocaina… sono assolutamente certo che la cosa non risolverebbe il problema. Temo di dover aggiungere un Anzi!
Il problema serio è che non aiuta contollare maniacalmente ed ossessivamente la pagina delle statisctiche del mo blog. No… non aiuta per niente. Paradossalmente, essendo una operazione molto breve e noiosa, nella rilettura pedissequa di ogni statistica e nell’intreccio dei dati… mi ritrovo a cercare il pacchetto delle sigarette per accenderne una perchè mi sono convinto che fumando rifletto meglio.

Il ricorso al tatuaggio pare essere una forma di surrogato molto molto potente delle sigarette. Il problema è che è una storia parecchio costosa. Il problema è che lo spazio finisce. Il problema è che tatuarsi ha dei tempi di decompressione da cicatrizzazione non proprio da one shot.

“In un tempo che tende all’infinito la fuoriuscita da una dipendenza si declina in varie forme: momento della sofferenza, momento della catarsi, momento della cicatrizzazione, momento della guarigione”. Il momento della guarigione è una ascensione reale. Quello della catarsi è paradossalmente il cazzinculo gravissimo… perchè sei a terra che soffri a bestia. Questo per dirvi che al momento essere passato da 40 e passa a 10 sigarette sta provocando negli ultimi giorni delle atroci complicanze. Ed alla catarsi ancora non ci sono arrivato. Pare che la catarsi sia il momento in cui ti scopri a cedere alla dipendenza proprio quando gli effetti del dolore sono spariti, quando il disagio non c’è più, quando la sofferenza tende smisterisoamente allo zero. La catarsi è il renderti conto che ce l’avevi fatta ma assaporare il pessimo gusto di una violenta ricaduta. Nella mia condizione Catarsi sarebbe passare ad acquistare un altro pacchetto da dieci in un giorno. Spero non avvenga mai!
Sono nella fse della sofferenza ancora. Secondo le persone che ci sono già passate sto sublimando e somatizzando moltissimo il semplice nervosismo dovuto alla astinenza. A me sembra di vivere delle vere e proprie crisi fisiche. Ho uno spillo arroventato in testa, tra gli occhi, mi tirano le vene e i tendini degli avambracci, sono irritabile. La gamba sinistra non sta mai ferma. Ma vi do una notizia… chi non mi conosce non se n’è accorto. Maschero bene.Il problema è il firgidaire. Esco coi soldi contati… non acquisto più giuggiole. Le scamorze a nodini in frigo sono contate e devono raggiungere il giorno di martedì prima di essere di nuovo acquistate. So cosa mi sta aiutando: il fatto che l’orso sulla spalla destra continui a pizzicare. E’ la prima volta che spero non si cicatrizzi così in fretta… ma so che domani o dopodomani non lo sentirò già più.

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(ho appena buttato lontano il pacchetto mntre lo stavo aprendo…).

Devo sublimare. Non voglio chiamare i miei, non voglio chedere aiuto. Non voglio chiamare Tory Lane, non voglio chiedere aiuto. Certo, in situazioni come queste “il godimento triviale di una situazione di massimo degrado appaga chi ha compiuto compromessi non già con la propria morale ma con la comprensione delle meccaniche della morale”. Come dire “so cosa è bene e cosa è male ma non faccio del male”. E mi gusto quel “male” solo nella misura in cui so che è un “male” finto. Come quelli che si sono visti tuti i Guinea Pig e se li sono stragoduti ma stanno malissimo a guardare il finale di Avere Vent’Anni… o hanno un conato di vomito emotivo quando a “The Darkness” il bambino pieno di lividi chiede alla mamma non aiuto dal padre manesco ma “un bicchiere d’acqua” e in quel bicchiere d’acqua c’è tutto quel che serve a farti rovesciare l’anima. Se chiamo Tory Lane le regalo addosso una copertina di linus che avrò sempre, poi, voglia di stapparle via per coprirmici io – che le dipendenze sono coperte – e saremmo punto e a capo. E poi le dipendenze in quel caso darebbero problemi sociali. “Povera vicina ottuagenaria…” a sentirsi le urla e le parolacc di Tory Lane… che certe espressioni sono slang americano… ma i sospiri sono come il calcio: una lingua universale.

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Scrivo. Ecco!
Ecco ilperchè delle note professionali che compaiono sulla mia bacheca da qualche giorno.
Scrivo. Ecco il perchè di Clockwork Orcas… che è strettamente collegato ad un percorso di ascesi e di scarabocchi sulla pelle.

Scrivo, va… devo tenere le dita occupate. Scrivo, rannicchio le ginocchia e tiro su i piedi perchè la coperta basti. Scrivo, che non fumo!
(sono le 15 e me ne restano 9…).

 

 

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Allora tipo tutti sono convinti che io supererei qualsiasi selezione pr un format di successo… anche se non ho alcuna delle qualità x esso richieste… solo perchè sono un personaggio…

Tuto questo ha poco a che fare con il discorso su un capo d’abbigliamento che mia madre da piccolo non mi ha mai voluto comprare e che adesso è stato giustiziato dalla storia. Questa è una roba che comincia lunedì sera, questo passato, con l’amica F.S. – quella dei voli pindarici, non la beneamata compagnia di trasporti su rotaia – che mi dice: “Guarda che tu ad un format come Affari tuoi, ma pure a Masterchef e forse pure ad X factor saresti preso subito… perchè tu hai un curriculum ed una storia e delle competenze che non c’entrano nulla con come appari…” e rivolta al suo uomo: “Cioè, capisci? Uno criminologo, superspecializzato, che ha scritto libri… tutto tatuato come un ceffo da galera, o peggio un calciatore, vestito come un debosciato, che dice le parolacce, si esprime in dialetto…”. Stava per dire: “Una epifania per una cosa come un format televisivo”.

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Io me medesimo sono la ragione per cui Viola ha resistito a Masterchef per 6 puntate!

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Oggi sono di poche parole, sarà che è sabato il giorno in cui leggete e siete sempre meno il sabato a leggere e quindi non ha molto senso perdere oggi, martedì, tempo per voi… ma niente molto velocemente:
A me piace vestirmi ed apparire in modo molto più aggressivo ed inconcepibile di quel che potrei.
“Uno della narcotici…” sorvolando sul fatto che la narcortici in Italia non esiste. Un infiltrato, per dire. Eh, no… il cazzo… vai a vedere i questurini della digos mischiati ai ragazzini studentelli o agli anarcoqualchecosapunkabbestiacomunistidimmerda… impeccabili col jeans liso e la camicia fuori dai pantaloni. Peccato, davero peccato per le scarpe blue di vernice… roba che gli anni ’80 le hanno giustiziate in pubblica piazza per decapitazione del tacchetto.

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Il tutto perchè adoro gli smanicati che non fanno tanto bravo ragazzo, il tutto perchè adoro il jeans sdrucito o strappato o consunto… il tutto perchè adoro i rayban specchiati a goccia… montatura acciaio.

Quello che “ne mai più” (cit.) potrò avere è il montone jeans. Il giubbetto jeans con dentro la finta pelliccia di pecora. Una roba sinteticissima che nei negozi non trovavi, solo al mercato americano… di imitazione Uniform, ElCharro, Levi’s. Era l’alternativa nationalpop all’Henry LLoyd… che i paninari non si mettevano il montone jeans ma i giacconi da barca e invece tu che a 8 anni per fare a gara col cugino che aveva il fartello maggiore paninaro e copiava il fratello maggiore, facevi il paninaro in mezzo alla strada ma volevi il montone. A mia madre non andava bene… a mia nonna men che meno… visto che venivo per sua colpa a 8 anni portato nel celebre boutiquone di paese e messo sul tavolo per essere vestito con maglioni da “mongoloide” (autocit.) e il montone mai e poi mai perchè: “Che devi fare il vaccaro?!”.
Non siamo mai stati classisti in famiglia… mai! Solo alcuni rigurgiti medievali di mia nonna!

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E niente voglio essere ancora più trucido e crepuscolare… voglio avere il montone di jeans quando in inverno non posso avere lo smanicato. Solo che non lo fanno più, non si trova più… e da quando li hanno colonizzati gli hipster, io nei negozi vintage (cioè di roba vecchia), non entro.

Sarebbe bello giustiziare la storia e non farle giustiziare più oggetti. Troverei il mio montone jeans… ed una bottiglia di Biancosarti… giustiziato dalla Storia e dalla fine del contrabbando di sigarette nell’Adriatico. Invece no, non si può!    biancosarti

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